a cura di Maria Borio e Laura Di Corcia

 

Per il secondo ciclo di riflessioni attorno al rapporto fra poesia e autenticità, oggi risponde Azzurra D’Agostino.

L’autentico me è fuori di me. Per un’idea di persona plurale.

di Azzurra D’Agostino

La mia esperienza di vita in relazione alla poesia ha a che fare, in qualche modo, proprio con la relazione. Da lettrice adolescente serpeggiava in me il sospetto che quella poesia che mi parlava, che veniva dai libri, fosse ben più che un leggere o fare esperienza intellettuale, ma stesse tessendo interazioni e dialoghi extra-tempo e luogo, riallacciando fili che mi collegavano a un percorso più grande di me. Questo si è ampliato nella successiva esperienza di poesia dal lato della scrittura, che mi si è presentata, nei momenti più felici, come uno spossessamento o liberazione, un’uscita da me stessa, un’apertura che proprio laddove mi spogliava dei miei tratti biografici, al contempo mi portava al centro più pulsante e vivo di quel che si chiama “me” o “io” o “la mia persona”. Parallelamente, ho quasi subito praticato scrittura collettiva, qualcosa che si è intensificato negli ultimi anni e che mi ha ricondotta alla stessa questione: un “noi” che fa di “noi” tanto “altro”, non certo o non solo la somma di diversi “io” e nemmeno una contrapposizione a lontani “loro”.

 

Ho percepito sempre più forte l’azione della poesia, proprio in questo amplificarsi relazionale, e questo mi ha portata a intraprendere un percorso di studio legato a una visione antropologica. Le riflessioni che proporrò qui sono tratte dalla tesi che sto terminando per laurearmi in antropologia linguistica, specificatamente una ricerca etnografica sulla poesia (nell’ambito italiano, quello che frequento).

Accorgendomi che in diverse situazioni legate alla poesia ho sentito chiaramente avvenire cambiamenti, sia di percezione di me che del gruppo e dell’ambiente in cui questo ha luogo, ho deciso di indagare non cosa la poesia “è”, ma cosa la poesia “fa”. In attesa di pubblicare i risultati di questo studio, vorrei condividere qui un aspetto che ha a che fare con il discorso sull’autenticità, da un’angolazione appunto più antropologica. Questo perché ritengo che la mia esperienza di autrice, lettrice, organizzatrice, fruitrice di poesia, se presentata come un’auto percezione in difesa o contro una presunta o reale “autenticità” sia parziale e limitata.

 

Il primo elemento che mi verrebbe da sottolineare è legato alla poesia come linguaggio che, a mio avviso, se porta un’autenticità, non è quella dell’individuo, ma del linguaggio.

Mi riferisco per esempio a Michail Bachtin, laddove definisce la poesia proprio il «linguaggio degli dèi» (Bachtin, 1997 [1979]: 95).

Questo perché, nell’analisi che propone delle specificità e differenze tra prosa narrativa e poesia, considera come la prima, a differenza della seconda, sia caratterizzata dall’eteroglossia. Una lingua, dunque, completamente impastata nel mondo, nei suoi diversi piani, che cerca di renderne l’unità possibile tramite la restituzione di questa frammentazione. La poesia viene invece considerata come avente in se stessa la sua ragione, il suo legame non mediato tra il mondo interno del poeta e l’oggetto. Il romanzo, la narrazione, si nutrono della molteplicità dei linguaggi che soggiacciono a ogni persona, contesto, strato sociale – di fatto questi generi per poter raggiungere la propria completa espressione devono dar conto del mondo. La poesia invece è costituita di modo che

 

«La lingua del poeta è la sua lingua, egli è in essa interamente e indivisibilmente, usando ogni parola, ogni espressione secondo la loro destinazione diretta (per così dire “senza virgolette”), cioè come pura e immediata espressione del suo proposito.» (Bachtin 1997: 93). […] «È per questo che sul terreno della poesia è possibile l’idea di una speciale “lingua poetica’, di una lingua degli dei”, di una “lingua ieratica della poesia”, ecc.» (Bachtin 1997: 95)

 

Per lo studioso, l’unità profonda e cosciente che noi sentiamo emergere dalla lingua della poesia, una tensione colma di ricchezze che sorge dal linguaggio stesso e che supera tutto il caotico mondo (anche sociale) dell’eteroglossia (base appunto della prosa letteraria), ha a che fare, dunque, con gli dèi, col giungere quasi da un altrove di un qualcosa di unitario e compatto, che rende conto del mondo in una visione direttamente nella lingua del poeta.

(…) Per Bachtin (1997: 86, 94) c’è qualcosa di «virginale» nella poesia, di inespresso, che non fuoriesce dal confine di se stessa verso l’oggetto, ma attinge al «tesoro stesso del linguaggio».

 

La poesia, quindi, ne diventa l’espressione più pura, in qualche modo originaria, dotata – potremmo dire – del potere degli inizi. Un inizio che non termina di iniziare, poiché ogni tentativo non è che una versione parziale, riduttiva, fallimentare, ma al contempo capace di contenere frammenti del tutto.

La poesia, nonostante la sua “cattiva fama” di “oscura” o “opaca” che con un pregiudizio la fa giudicare “poco comprensibile”, porta invece in sé implicitamente al contrario una sorta di non-mediazione, di relazione diretta col mondo, nel suo accadere tutta nel fatto linguistico condensato che solo allude a una storia, una occasione, talvolta una intera esistenza.

 

Tutto questo si collega a una idea non etnocentrica di persona, concetto a mio avviso centrale se si riflette sull’autenticità – e viene spontaneo in genere farlo forse in termini legati all’individuo piuttosto che a una dimensione sovrapersonale, proprio per l’idea che persona e individuo siano bene o male sinonimi. Ma l’idea dell’individuo come soggetto svincolato dal contesto è un’idea astratta occidentale, che lo pensa come un insieme di elementi costitutivi (spirituali e materiali) legati in maniera bene o male coerente, un tutto armonico dal punto di vista motivazionale, emotivo, e cognitivo, che è bene o male il modello di “persona” appunto occidentale. Ma se ci spostiamo da questo, e ci affidiamo alla poesia come lingua altra, sovratemporale e in qualche modo universale, collegata a una più ampia idea di persona e di agentività della stessa in relazione anche a procedimenti ulteriori rispetto a quelli tecnici e razionali (per esempio la magia, il canto in quanto incantamento) essa ci dà indicazioni preziose che rimettono in discussione cosa sia l’essere autentici in poesia.

 

Secondo questo modo di vedere, evidente in molti studi etnografici sul potere della parola poetica in altre culture (penso a Tambiah, Gell, Harkness e altri) corpo, parola, immaginazione, realtà, tecniche strumentali e atto simbolico sono coesi e vanno a comporre un unitario stare nel mondo in cui la forza di un aspetto attinge da risorse ad esso all’apparenza lontane.  Un procedimento “poetico” di lettura del mondo, che comporta anche una diversa visione di “persona”, a cavallo tra i mondi – quello delle parole e quello delle cose, quello degli spiriti e quello dei viventi, quello “reale” e quello simbolico – complessa, consapevole e potente. Come sottolinea Bobin (2019) riprendendo una celebre espressione hölderliniana, il linguaggio qui si fa espressione concreta della possibilità di «abitare poeticamente il mondo», un’occasione per l’umano di ricomporsi dentro l’impercettibile, fragile, muto scorrere dell’esistenza.

Non siamo insomma davanti a un pensiero “ingenuo”, ma a una diversa concezione di cosa sia «un essere umano in contrapposizione a una roccia, un animale, un temporale, un dio» (Geertz 1988: 75). Questo tipo di persona non è semplicemente un individuo, come, almeno in parte, siamo condizionati a pensare secondo la nostra tradizione.

 

È qualcuno connesso profondamente con l’ambiente naturale, gli altri animali, il mondo degli antenati e degli spiriti, la propria comunità vivente, la parola. Elementi in cui non è semplicemente “inserito”, ma che lo caratterizzano e da cui dipende, in un contatto così profondo che gli consente di interagire secondo leggi altre che le sole scientifico-razionali, intervenendo su di essi tramite un altro genere di leggi, che sono quelle magiche, e un diverso ordine di parole, che sono quelle più vicine alla poesia.

Una visione che potrebbe darci indicazioni importanti su modalità alternative di stare al mondo, nel suo rivelarsi assai diversa da quella razionale, distintiva della religione giudaico-cristiana o scientifica, che caratterizza la nostra tradizione. Una prospettiva, quella attuale, condizionata profondamente, aggiungerei, da alcuni corollari del tardo e turbocapitalismo assurti a valori, come la performatività, l’individualismo, l’epica del successo, l’autosfruttamento. Qualcosa che contribuisce a uno stato di malessere, di pericolo reale, di messa in discussione della sopravvivenza non solo degli umani ma del pianeta stesso. Che la parola poetica, quale espressione che porta tracce di una differente possibilità di abitare il mondo, possa nascondere in sé suggestioni e indicazioni per immaginare un diverso futuro?

 

La poesia intesa come quel «vento» che viene dall’esterno di cui parlava Heidegger, quella fiamma in grado di animare il singolo di una voce che lo spossessa di sé e lo rende fiato capace di riverberare e accogliere i mondi, nella sua alterità rispetto alla nostra visione, si rivela allora prezioso luogo di indagine di ipotesi alternative e altre modalità di relazione nel e tra le comunità (sia umane, che non umane).

Tutto questo è solo un accenno a un discorso molto più ampio e che comprende anche altri livelli; ma al punto della ricerca in cui mi trovo mi sembra di poter dire che l’autenticità in poesia avviene, alla luce delle riflessioni esposte, proprio là dove cade un’idea di individuo/persona parziale, che limita anche la percezione etica della possibilità di agire nel mondo. Questo non significa arrivare a scrivere testi per forza corali o per forza cosiddetti civili, anzi; personalmente, ho proprio fiducia nell’afflato lirico e metaforico in quanto capace, nella sua indeterminatezza, di sparpagliare l’io in molteplicità di sentire, percepire, dare voce. L’autenticità del singolo ha forse un suo valore e maggiore completezza se penso la “persona” secondo l’idea che ne hanno i Samo (Burkina Faso), che ritengono che l’essere umano sia costituito da nove componenti: il corpo, il sangue, l’ombra, il sudore, il soffio, la vita, il pensiero, il doppio e il destino individuale. La poesia allora sì mi sembra capace di poter esprimere l’autenticità di questa complessità, laddove si ammette voce di relazione, voce esterna, voce sempre in dialogo, voce ricevente più che emittente, e questo anche in fase di scrittura, dove tutto questo avviene dentro il silenzio del corpo del singolo poeta, che però, in questo senso, non è mai autenticamente solo – ed è autenticamente solo se stesso quando si fa coro, eco, comunità. E in questo si ricompone, non si scinde.

2 thoughts on “Autenticità e poesia contemporanea. Nuova serie /9: Azzurra D’Agostino

  1. Se la poesia diviene nel ritmo delle sue sillabe, contate in scansioni ben precise, la tappa dell’informe che cerca le forme, del caos che cerca l’ordine, della speranza che cerca l’esperienza, dell’impossibile che cerca il possibile, semplicemente un messaggio in bottiglia che vive nella speranza di un probabile dialogo differito nel tempo; se la poesia nel suo germoglio è legata all’inconscio e deve proporre il risveglio dei sentimenti, le cesellature del bello e del vivibile, nel ritmo musicale del verso, come possiamo accogliere la poesia Kitchen o la poesia Patafisica che cercano di smantellare la scrittura proponendo passaggi di sbandamento, agglomerati di scarti inquinanti, rottami di linguaggi, figurazioni incomprensibili?

  2. le svariate forme in cui s’incarna comprendono anche queste, senza che ciò si riveli in contraddizione col desiderio di in-formare l’indicibile, lasciare traccia di un tentativo, sporgersi comunque in qualche modo all’altro e all’altrove. grazie della riflessione, pregnante.

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