di Umberto Fiori
[È uscito in questi giorni Autoritratto automatico, il nuovo libro di poesie di Umberto Fiori. Gran parte dei testi che compongono il volume (tutti inediti) è ispirata alla singolare collezione di autoritratti dell’autore stesso, rigorosamente scattati nelle macchinette per fototessera dal 1968, per più di cinquant’anni fino a oggi. Pubblichiamo una selezione di sei testi, selezionati dall’autore, dalla prima sezione del volume intitolata Verso la faccia]
FOTO TESSERA
Inverno. Buio, nebbia. Fiati, motori.
In giro, poche ombre. Sul piazzale
dove si affaccia
la Camera del Lavoro
splende, sola, la scatola
della foto automatica.
Le tendine scostate, vuota, in attesa:
come nella navata di una chiesa
l’armadio bruno del confessionale.
MM
Sotto la piazza,
in fondo alle scale mobili,
svoltato l’angolo, dopo l’edicola e il bar
giorno e notte sta accesa la capanna.
Qui porta il pellegrinaggio.
Scorre la tenda grigia.
Ruota il sedile. Sparisce la banconota.
Anno per anno, nel buio al di là del vetro
torna il miraggio dell’identità.
COLLEZIONE
Venire bene. Questo si vorrebbe.
Ma là dietro, nella cabina,
non c’è un dito a scattare,
un mezzo sorriso complice, la parola
che stimola e rassicura.
Non c’è mestiere, arte, volontà.
La faccia è sola, nel vetro.
E’ di fronte a una cosa senza pupille,
senza fiato, che qua
uno si mette in posa:
guance e fronte belle distese,
occhi attenti, espressione naturale.
E se poi uno scatto è venuto male
(palpebre scese, ghigno da ubriaco)
il patto è: tenerlo. La collezione
scarti non ne prevede.
Perché dalla nostra faccia –questo ti insegna
ogni volta l’oracolo-
difese non ce ne sono.
TEMPO
Colli che si raggrinzano nel colletto,
capelli sempre più grigi, poi bianchi,
occhiaie molli da lèmure, guance cascanti:
era questa l’idea, fin dall’origine.
Fissare il cambiamento, l’identità.
Contemplarli da fuori,
come in certi documentari il fiore
che di colpo si apre
con lo sprazzo di un fuoco d’artificio.
Tutto previsto tu dici, tutto scontato:
il lavoro del tempo
(e della vita, e della gravità).
Ma quando poi
uno si è visto là
tutto insieme, e si sfoglia e si risfoglia
anno per anno, scatto dopo scatto,
il gioco rischia di cambiare aspetto.
Tu che non sei il soggetto
di questo crollo, tu che non hai collo
né capelli, né età,
segui tranquillo il cammino
delle immagini, séguilo
come gli spasmi di un insetto
nella tela del ragno,
come si guarda un naufragio
dall’alto di una montagna.
FAVOLA (NON-)
Tira la tenda, regola il sedile,
infila le monete nella fessura,
si trova ancora riflesso nel vetro, Narciso.
Non è a un laghetto, fra le tamerici,
sotto un cielo turchino, che si affaccia.
La macchina non ha profondità,
né superficie.
A chiamarlo dal buio delle onde
non è un viso (lucente, tremolante
d’ombre e misteri), non è un volto: è
la faccia, la sua faccia.
Di questo, si dovrebbe innamorare?
Mah. Vediamo. Ogni volta lo specchio
riflette la domanda.
Passano gli anni.
Bianco e nero, colore.
Non si bacia Narciso, non affoga,
non si trasforma in un fiore:
diventa vecchio.
FOTO-RICORDO
A spingermi là dentro,
sotto la luce della scatola,
era un ricordo.
Una forma imprecisa, risaputa,
un’ombra che premeva
nella mia testa
come il sogno che resta lì per un attimo
quando ti svegli:
nei dettagli non sai ricostruirlo
ma sai bene com’era, sei certo
di averlo fatto.
Lineamenti, colori, connotati:
scatto per scatto spiavo la traccia
che potesse guidare fino a quelli
della mia vera faccia.
