di Marie NDiaye

 

[E’ appena uscito per Prehistorica Editore Autoritratto in verde, un romanzo di Marie NDiaye nella traduzione di Antonella Conti (con postfazione di Ornella Tajani). Proponiamo in anteprima web un estratto del romanzo].

 

Com’è strano, dopo aver vissuto a stretto contatto con la propria madre per una quarantina d’anni, dopo essersi scontrati con lei sulle più svariate questioni ma quasi sempre e con maggiore violenza a proposito dell’inerzia, della tristezza, della mortifera miseria della sua vita che, forse a torto, ci sembrava oscurare e spersonalizzare la nostra, com’è strano che quella donna che non sopportavamo più di conoscere così bene tutt’a un tratto subisca una metamorfosi che la trasforma da sé stessa in donna verde, diventandone una delle incarnazioni più sinistre e stravaganti. Nel 2000 mia madre aveva quarantacinque anni e viveva con le mie due sorelle ventenni in una periferia linda e desolata, da dove non si muoveva mai perché lì ci lavorava anche, nella scuola del quartiere. E la sua vita di allora si limitava a questo, una donnina rotondetta, virtuosa, tendenzialmente enfatica, che ogni mattina raggiungeva trotterellando il suo posto di lavoro senza mai gettare uno sguardo alla sua destra o alla sua sinistra per paura di imbattersi in qualcosa che da vicino o da lontano potesse somigliare a un’avventura, a una novità, per paura di imbattersi in una porzione di viso di qualcuno che conosceva e che non avrebbe potuto negare di conoscere, qualcuno che avrebbe potuto raccontarle una storia allarmante o farle delle confidenze. Si copriva i capelli con un foulard grigio scuro che le avvolgeva anche le guance, il mento, parte del torace. Era di una bruttezza fiera, quasi spavalda – così era dunque mia madre a quarantacinque anni, e così era stata per diversi anni, da quando mio padre l’aveva lasciata, lei e le mie sorelle, per andare a vivere con la mia amica d’infanzia, e da quando lei sembrava aver deciso di contrapporre all’arrogante giovanilismo di mio padre una sorta di santità, di ritiro dal mondo non meno arrogante. Andavo a trovarle di rado, poi smisi del tutto, convinta che le mie visite non fossero gradite a nessuna di loro tre per il fatto che si sentivano obbligate a quel minimo di ospitalità strettamente necessaria – offrire un tè con una fetta di torta savoiarda, chiacchierare, blandire l’uno o l’altro dei miei figli, con il rischio costante di sentirsi rivolgere una qualche domanda per me banalissima ma per loro sconvolgente. Così passarono due anni senza che le vedessi né sentissi parlare di loro. Le mie sorelle studiavano, o forse si erano sposate? Non ne avevo la minima idea, e a poco a poco arrivai al punto di dimenticarle, quelle mie sorelle. Sentii dire in giro che una delle due si drogava, l’altra era alcolizzata. Tuttavia, non essendo sicura che si trattasse davvero delle mie sorelle, non ci feci molto caso. E poi, mi dicevo, se anche fosse? Spetta a me vigilare sulle mie sorelle, occuparmi di loro, mostrarmi affettuosa? No, non spetta a me. Essendo cresciute in un clima di scontro, di invidia, di acrimonia, anche da adulte ci è impossibile cancellare dai nostri ricordi questo fiume di astio e amarci l’un l’altra. Possiamo essere gentili quando ci vediamo, ma di sicuro non possiamo volerci bene. Ed è così che due anni passarono nella lontananza e nell’indifferenza. Che nella vita delle mie sorelle potessero verificarsi dei cambiamenti lo davo per scontato, poiché, sebbene timorose oltre ogni ragionevolezza, erano ancora così giovani che la minima decisione riguardo al loro futuro non poteva che comportare delle novità, anche solo infinitesimali, nella loro fanatica routine. Non ho mai ipotizzato, invece, che la vita di mia madre potesse deviare dal suo corso – è inimmaginabile perfino morire, quando si vive una vita di pietra, immutabile, immobile.

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