di Andrea Cortellessa
Stando a Luigi Malerba, al fin della licenza, ci si vide costretti all’effrazione. Valerio Riva e Nanni Balestrini, armati di cacciavite, si sarebbero introdotti nell’ufficio lasciato malinconicamente vuoto da Giorgio Bassani, nella sede romana della Feltrinelli, e avrebbero scassinato quel cassetto chiuso a doppia mandata. Solo così si sarebbe giunti alla stampa di Fratelli d’Italia in quella primavera, per antonomasia effervescente, del Sessantatré. Del dettaglio, dall’icastica degna del Diabolik allora neonato, non resistetti a chiedere conferma, quando era ancora possibile, tanto al presunto scassinatore che al presunto sprigionato: ricavandone solo sorrisi nannescamente obliqui e qualche «oh, oh», con scotimento di capo, altrettanto tipicamente arbasinesco. Non ne fa menzione Giovanni Agosti, però; anche perché non fu certo quel dattiloscritto ad andare in stampa: per diverse settimane, dopo i primi trallalà (avrebbe detto lui), s’impegnò lo stesso Arbasino a revisionarlo, mondandolo dei passi più problematici; e altre settimane passarono, quelle pagine, con ogni probabilità nell’ufficio legale della casa editrice.
Perché aveva un bell’insistere l’Alberto, sui giornali che bollivano nelle more del libro (che tempi, signora mia!), sulla legittimità di un dissenso squisitamente letterario, fra lui e Bassani, per cui «l’uno segue vie e tecniche differenti dall’altro», ribadendo la sua gratitudine a chi tanto s’era speso «per la pubblicazione dei suoi primi libri». Proprio il fatto che si fosse dovuta a Bassani l’uscita dell’Anonimo Lombardo (1959) e di Parigi o cara (1960) per i quali, per motivi diversi, si nicchiava in Einaudi (che nel ’57, pronubo Calvino, aveva pubblicato l’esordio delle Piccole vacanze), dimostrava infatti come fosse tutt’altro che letterario, il velen dell’argomento. Già la metanarratività dell’Anonimo, e l’improntitudine degli entretiens in terra di Francia (nonché, allora, d’Inghilterra), erano quanto di più lontano vi fosse dalla maniera narrativa e saggistica di Bassani. Il quale però, come per Il Gattopardo, aveva fiutato l’affare – e l’aveva offerto, su un piatto d’argento, al giovane e riconoscente Giangiacomo Feltrinelli.
Ed ecco infatti il documento principe, prodotto da Agosti (dal quale in effetti si vorrebbe, al riguardo, qualche dettaglio in più). La prima stesura (quella che starebbe riposando nel cassetto di Bassani) Arbasino l’ha fatta girare fra i suoi (troppi) amici, in cerca a suo dire di giudizi “tecnici” ma piuttosto, si può presumere, per testarne appunto l’oltranza documentaria. Il paese è piccolo, però, e la gente mormora. Così sul tavolo di Bassani arriva una lettera di fuoco: «già il fatto di parlare di certe cose rivela un’indiscrezione morbosa e disumana. Ma il modo è semplicemente orrendo, specie se si pensa che Arbasino si considera ed era da noi considerato un amico […] il pettegolezzo rasenta la diffamazione e l’incoscienza la criminalità». E infine: «Ti prego di riflettere bene a quello che fai pubblicando questo libro». Chi conclude con questo avvertimento dalla sostanza, e dallo stile, non altrimenti definibili che mafiosi è Alberto Moravia. Il quale si riferisce a un passo verso l’inizio del libro, in cui si racconta di una «Francesca Sanquirico» che se ne sta «chiusa in casa», «sconvolta dal dolor» dopo il suicidio del suo «ragazzo», «da un grattacielo a New York», mentre «il marito è a Parigi […] con la Luciana». Già da prima, quella storia con «l’americano» che «ha la stessa età del figlio» non prometteva niente di buono: ogni sera un litigio, «con la Francesca non si poteva più andare, nei ristoranti, perché si poteva esser sicuri che dopo un po’ c’era il pranzo funestato, i piatti per terra, i clienti ai tavoli vicini che scappavano via…». E lei e il marito «senza volerlo, si direbbe che facciano di tutto per trasformarsi in due di quei sinistri vecchi delle pièces noires di Anouilh, che perdono i ragazzi innocenti». Chi racconta, con ghigno in effetti cattivello (sconvolta dal dolor…), è quello che nel romanzo si chiama «l’Elefante» (cioè, spiega Agosti, l’avvocato ticinese Sandro Nespoli): il quale riporta il pettegolezzo da «un vecchio in marrone» (nell’edizione del ’93, che recupera pervicace il nome «Sanquirico», lo si attribuisce a «un vecchio ambasciatore fascista»). La diceria risponde tragicamente al vero, però: il ragazzo innocente che nel dattiloscritto (conservato al Fondo manoscritti di Pavia) s’è buttato non ancora ventisettenne a New York (a stampa Arbasino dissimula in «Berlino», tagliando pure quel «dolor» malandrino e il fracasso di piatti in trattoria) è Bill Morrow, l’arcangelico pittore venuto dal Kentucky (come un altro angelo sterminatore – dal ben diverso talento, però – che pure lui poco tempo prima ha fatto strage a Roma, Cy Twombly) la cui morte, nell’aprile del ’62, ha separato definitivamente la «coppia tragica» composta da «Francesca Sanquirico» e dal marito, a sua volta fidanzato con una ragazza ancora più giovane. Cioè Elsa Morante e Alberto Moravia, appunto.
È solo una delle tante clefs che il roman, dopo quella revisione d’autore, dissimula (ma in diversi casi le successive edizioni provvederanno a tacitamente reintrodurle), e che Giovanni Agosti regala ai lettori nella scoppiettante, documentatissima postfazione al libro (impagabile quella del malmostoso e reazionario poeta nazionale, «Arcangelo Elvezio Bustini»: cioè Eugenio Montale, che stando a Riva – testimonianza raccolta da Roberto Barbolini – fu, ancor più di Moravia, il vero terrore di Bassani): restaurandolo, per il suo primo editore, nella versione che tanto scalpore fece nell’anno di grazia ’63. Non poteva Arbasino ancora conoscere, a quell’altezza, le paturnie a venire di Truman Capote, che per l’effetto backstage del suo Preghiere esaudite si vedrà cacciato da tutti i salotti della society da lui impietosamente descritta; ma negli stessi Fratelli d’Italia si allude a consimili dissapori subiti da Francis Scott Fitzgerald, all’uscita del suo primo romanzo This Side of Paradise (e si capisce meglio, ora, l’attacco di Certi romanzi che riporta le discussioni suscitate persino dai Bostonians di Henry James…).
Mi si perdoni se a mia volta riporto boatos, ma ad Agosti in giro sento rimproverare questa impostazione tutta a retroscena (lui stesso dice di temere l’effetto «retrobottega») in luogo di una bennata disamina critica del perché questo libro sia stato tanto importante allora, e lo resti ancora oggi. Opino che l’aficionado abbia attribuito, al romanzo della sua vita, lo statuto del classico che, in quanto tale, più nulla deve dimostrare sul piano letterario (e per il quale non a caso invoca un commento come per la Recherche e lo Zauberberg; concordo quando afferma: «non è obbligatorio leggere le note, dà però sicurezza che ci siano»). Magari qualcosa si poteva dire della scelta di riportare il testo della princeps (definita «meno stratificata, meno monumentale, meno malinconica: più diretta, se non più aggressiva. Più giovinezza, più vita insomma che mémoires»), in luogo della sesquipedale Novantatreana di Adelphi (calcolava Raffaele Manica nel «Meridiano»: dal milione e duecentomila caratteri del ’63 si passa ai tre milioni e ottocentomila di trent’anni dopo). Ma anche il Maestro in fondo, appunto nel «Meridiano», a sorpresa era tornato all’originale. (anche per motivi di spazio, si capisce). Ed è giusto così, se si cerca la fragranza di un libro allora tutto “in presa diretta” (questo solo si permetteva di obiettare Arbasino a Bassani: «io cercavo di guardare al presente invece di rivolgermi al passato»), riportando la versione che ha salato il sangue ai discepoli di tre generazioni.
Rileggendo in parallelo le due versioni maggiori (facendo parentesi, come l’autore, delle intermedie uscite nel ’67 e nel ’76), devo dire che resto incerto – sul piano del gusto più epidermico, che è anche il più sincero. Come negare l’esaltazione per i pinnacoli barocchi del ’93, la lucidatura maniacale dei nessi e delle clausole (senza contare la perdita dell’inserto-sugo-di-tutta-la-storia aggiunto in limine: le «centoventi tremende pagine», come le definisce Agosti, dal titolo gaddiano Condizione del dolore). È la differenza che corre fra il tuffo dal trampolino di un virtuoso, che ci strappa ammirazione e quasi rimpianto per l’immediatezza di un gesto irripetibile, e lo stesso tuffo ripreso da mille angolazioni e riproiettato, ad infinitum, in una cronofotografia mortifera à la Eadward Muybridge. Ma il calore di quella fiamma viva, già allora, era solo apparente. Non a caso la compagnia picciola dell’Elefante, di Antonio e di tutti gli altri con-gaudenti e blateranti, nel romanzo non corre a sentire la fiammeggiante Maria Callas – bensì l’algida, marmorea, insuperabile Joan Sutherland. Lo dice già prima che esca il libro, Arbasino, definendolo «una chiacchierata gorgheggiata, ma sinistra», nella quale tutti i personaggi «parlano, corrono, si divertono, mangiano nel modo migliore, ma… finiranno tragicamente».
Difficile evitare di leggere la disperata vitalità di quel trentenne alla luce dei sessant’anni che da allora sono seguiti. È cosa buona e giusta che a cinque anni dalla morte si musealizzi Arbasino (nella bella mostra alla sede romana della Società Dante Alighieri è stato ricostruito maniacalmente il suo studio – del resto già traslato tel quel al Vieusseux di Firenze). Ma, diceva lui: «avevo degli amici, quegli amici sono diventati delle edizioni complete, dei centri di studi, dei comitati, dei convegni, e io mi sento molto solo». Che dire di noi, allora?
Alberto Arbasino
a cura di Giovanni Agosti
Feltrinelli, 2025, pagg. 637, € 28
[Una versione più breve di questo pezzo è uscito sulla “Domenica” del “Sole 24 Ore”].
Ho letto con molto piacere questa recensione. Grazie da parte di un’amante dell’edizione Adelphi ( ma voglio leggere questa con postfazione Agosti, adesso ). Paola Guazzo