di Andrea Cortellessa
«– lasciami felice / andare via da le tue mani / là dove la vita trema / ancora senza un domani»: così suona il Congedo che mette capo al libro più radicale, più insostenibile, più respingente – e dunque più necessario – oggi in circolazione. Già la firma mette a disagio: avendo Vitaniello Bonito (pugliese di Bologna nato nel ’63, che trent’anni fa si fece conoscere come studioso inappuntabile dell’emblematica barocca e della più concettosa poesia contemporanea, ma da allora ha dismesso fantasie accademiche e presenzialismi sociali) amputato il proprio nome in «Vito», con l’aggiunta di una «M.» in ricordo della madre morta, Maria Lucia, e dell’«amata» Mirella: sphragis luttuosa che s’incista nella «vita», di Vito, scerpandola crudelmente una volta per tutte («la vita che mi hai dato / è bianco nome inabitato // cuore del mio scudo / che finisce dove ho cominciato»). L’«orfanità» viene messa a fuoco, in un saggio dedicato nel 1999 a quella di Pascoli, Il canto della crisalide, come condizione materiale e insieme simbolica: la biografia (concetto-chiave del maestro di Bonito, il grande Cosimo Ortesta) è la traccia psichica che la vita, al modo di Kafka, incide su di noi. Scriveva allora Bonito: «la poesia è riduzione, sfrondamento. Come una gomma, cancella a pezzi la vita, la realtà. E quanto più cancella tanto più espone il proprio fragile denudamento […]. La poesia ha radice nella mutilazione. È corpo mutilato». Questo danno imprescrittibile costringe chi scrive – e anzi, appunto, viene scritto – a inabissarsi in quello che Tommaso Landolfi (orfano di madre, a sua volta, all’età di due anni) chiamava «il regno di Nettuno»: ai ferri corti con sé stesso e i propri fantasmi.
Si dirà che da sempre, o almeno da quella in morte di Beatrice Portinari e Laura de Noves madame de Sade, la poesia si fonda sul lutto. Ma proprio gli esempi citati ci dicono che, perché la possiamo fare nostra e superarla vivendo, quella radice debba svilupparsi ramificarsi fruttificare in quella che del lutto, infatti, si chiama «elaborazione». Ma una cosa è la morte intesa in senso biologico e anagrafico (quella che Petrarca usa come segnatempo, spartiacque storico e calendario interiore), e un’altra quella che Maurice Blanchot – discorrendo di Rilke nello Spazio letterario – chiamava «morte impersonale». Non la morte individuale di una persona cara, dunque, il cui lutto il tempo può eventualmente lenire (o la cui fine si può vagheggiare togliendosi la propria), bensì quella che quel lutto fa scoprire, in sé, come «l’altro nome, l’altro lato della vita»: da sé dunque inseparabile, inestinguibile, immortale. Quella M. persecutoria è incisa non solo nel corpo di chi se ne fa portavoce, ma dell’intera specie cui appartiene: quella che, con insistita voce leopardiana, viene chiamata «frale». E il tempo non può lenire alcunché – perché anche il tempo è materia morta, inerte, asfissiata («la poesia accade nell’irrespirabile, è l’irrespirabile», decretava Bonito già vent’anni fa).
Non può dunque ammettere sviluppo una scrittura che si fa coazione a ripetere, macchina celibe che non cessa mai di torturare colui che la maneggia. E un poeta come Bonito non poteva che dare il meglio di sé, cioè il peggio, raccogliendo le sparse membra di quello stillicidio di schianti che è stata la sua «biografia». Questo suo libro bellissimo (anche materialmente: come di consueto, presso Argolibri, grazie alle arti grafiche di Susanna Doccioli) e a tratti insostenibile reca un unico minimo paratesto d’autore che dichiara come non sia «un’antologia, tantomeno un’autoantologia». E non solo perché composto «per metà da inediti», ma perché come sempre un poeta, all’atto di rileggersi, si riscrive: tanto più radicalmente quanto più è spietato con sé stesso. E così anche chi perversamente abbia seguito la sua storia editoriale (dal Segretario del ’90 all’ineffabile “poema a disegni” Scatola cranica del ’24, passando per Campo degli orfani, La vita inferiore, Soffiati via e fabula rasa), quasi allucinato, quasi più nulla ne riconosce nella prima parte del libro – sgomento davanti a questa stele di nero luccicante, anzi questa distesa di bianco assiderato: che annulla qualsiasi ipotesi di sviluppo, modulazione (e ovviamente ripresa).
Eppure la vita sarà irrespirabile, ma è altresì imprevedibile. E così, una decina di anni fa, quella di Bonito ha avuto in sorte di riprodursi – con scelta tanto paradossale quanto, imprevedibilmente appunto, felice. La «bambina bianca» (dove «Bianca», della nuova vita, è nome anagrafico e insieme sigla araldica) viene salutata dalla plaquette omonima del 2017, e segna a sorpresa uno spartiacque (collocato più o meno a un terzo del libro: a riveder le stelle, uscendo dalla sua prima cantica), quanto meno stilistico, che a sorpresa fa entrare la poesia di Bonito in una nuova stagione. Non si pensi che un temperamento come il suo venga meno al «caramellato niente», come ancora definisce l’esistenza; ma fa appello, pure, alla «disperata gioia della poesia». Se in precedenza la regressione all’infanzia era indotta dal pascoliano persistere di un trauma “detto” dalla fissità delle immagini e del linguaggio, ora si fa ingresso in un territorio irregolare e scosceso, materia tremante e smottante («sono la bambina di fuoco! / bùmmmm! // con le manine faccio tremuoti / mulino tempeste»), in tutti i sensi pericolosa («o mia pēue ti temo // sei fata morgana / di una mente allo stremo // il fumo la tela / la trama e la brama // la mia rima nirvana»).
La rima, già dispositivo auto-ipnotico e sintomo catatonico, si fa cantilena cullante e lallazione annichilente («fiamma che lieve dilaga / pēue la mente mi allaga»), «gioco» e insieme «massacro», «residuo di me simulacro», «mia quotidiana guerriglia / lama che mi assottiglia»; mentre il linguaggio si abbassa, si disgrega, si ricombina raso-terra in quello che Zanzotto chiamava «petèl» (pēue è il senhal della bambina che reinventa il linguaggio, e così si rivolge a suo padre), «parlasìa» ridotta a protoplasma cellulare e balbettio siderale: in quella che si rivela la più conseguente risposta italiana alla sfida di Paul Celan. I «pupazzetti» mulinati da quelle micro-mani fatate sono gli astri figurati «nell’ordine sacro del mio firmamento»: come sporgendosi da un atlante stellare, la bimba infinita osserva la vita di noi piccoli sublunari da una lontananza interminabile – non meno incantata di noi che osserviamo la sua.
In queste pagine incantate e incantanti, il linguaggio si fa davvero radicale: perché sprofonda sino alla propria materia minima e fondante, reinventando etimologie e deviando semantiche. Anche le fonti letterarie esplodono e si reinventano: un’intera sezione “sviluppa” un singolo verso di Petrarca, «quel rosignuol, che sì soave piagne», scomponendolo e disseminandolo, mentre le parole – con lapsus à la Amelia Rosselli – si svincolano e si rifondano da sé stesse (trovano conio per esempio il verbo «splenere», che splende nello spleen, i sostantivi «panpavero», che effonde i suoi sinistri effluvi per ogni dove, ed «esilità», che designa l’impalpabile condizione di chi è «andato in esilio / con gli dèi», o l’aggettivo «irregale», perfetto sovrano del suo nulla). E appare un avatar inaggirabile: quello Scardanelli in cui regredì Hölderlin nel relegarsi nella «torre» di Tübingen. Tutta l’ultima, formidabile sezione è rivolta a una «maestà» (come cerimonioso il poeta folle si rivolgeva ai suoi visitatori) rispetto alla quale ci si dispone «con umiltà» («Mit Untertänigkeit»). È la maestà dell’inconsutile nulla, della realtà tutta nella sua beltà, della bianca vita che, impavida e implacabile, s’inoltra più forte della morte.
Vito M. Bonito, Firmamento (1990-2025), Argolibri, 2026, pagg. 293, € 16
Una versione più breve di questo articolo è uscita sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»