di Anna Toscano

 

[Esce domani per Nottetempo Brava Giulia, il romanzo di Anna Toscano. Ne proponiamo l’incipit]

 

 

Giulia

 

“Papà, io voglio tornare a casa subito”.

“Giulia, ti prego, non parliamone più. Sappiamo entrambi che non è il caso”.

“Ma ora è tutto diverso, non voglio lasciarvi soli in questo momento”.

“Ti assicuro che non c’è nessun pericolo. Lo sai che tua madre esce sì e no una volta al mese, e io sono molto attento”.

“Sì papà ma non voglio che stiate chiusi in casa da soli, senza vedere mai nessuno e chissà per quanto tempo”.

“Giulia, siamo da sempre soli, lo sai, non è un problema”.

“Papà non giriamo intorno alle cose: con le restrizioni che ci sono adesso, tu non andrai in studio e a fare le spese e in piscina e a fare i tuoi giri, sarete giorno e notte soli”.

“Appunto, non voglio che in una situazione simile ci sia anche tu. Basta con questa storia”.

“Ma saremo tutti e tre papà, possiamo farcela insieme”.

 

 

“Giulia senti, ora chiudiamo questa conversazione. La nonna ti ha mandato dei soldi in più, la tua residenza rimane aperta e tu hai la tua stanza singola protetta. Se accadesse qualcosa anche lì fai come noi: fai le spese e ti chiudi in casa e studi. In fin dei conti sei lì per studiare e dunque non cambia niente per te”. “No, sono qui perché mi hai mandata qui, io avrei potuto studiare anche lì”.

“Ma ora sei a Londra e ci rimani. Punto. Di tua madre mi occupo io, come ho sempre fatto. Stai tranquilla. Ciao”.

Giulia guarda lo schermo del telefonino, col pollice cerca la chat con suo padre e gli scrive “per favore”, lui non risponde. Non ci rimane male, a ben vedere di rado hanno avuto una conversazione così lunga: lui comunica facendo e lei risponde agendo. A Giulia mancano molto le parole, le parole nella sua lingua madre, le parole così assenti nella sua casa ma così tante nelle altre case; le case in cui la gente ride, gli oggetti cadono facendo rumore, lo stendino della biancheria sta per giorni nelle stanze, il bagno è pieno di calcare e in cucina ci sono piatti nel lavello. Quelle case in cui i letti sono sfatti ed entra la luce dalle finestre a cui si affacciano Piera, Costanza, Matilde, Francesca e si tirano l’acqua e le pantofole e ridono accaldate con i vestiti zuppi. Le mancano le compagne di scuola e quelle della pallavolo, la gran parte rimasta in città, solo alcune sparse a studiare in Europa.

Le mancano non per confidarsi, perché non ha mai imparato a farlo, ma per ascoltare il loro fiume di vita, le loro narrazioni e ridere, ridere con loro.

Da piccola Giulia era convinta che gli uomini non parlassero, che lo facessero solo le donne. Lei faceva un gran chiacchiericcio con sua madre; quando erano sole loro due, avevano tutto un codice loro: si parlavano con gli occhi, facendosi delle smorfie, disegnando sui muri della cucina, cantando.

Ma i momenti in cui erano sole, o potevano stare sole, erano pochi; in realtà all’inizio, quando era piccolina, erano molti, ma man mano negli anni erano divenuti sempre meno. Lei, Giulia, ha un vago ricordo della mamma che l’accompagnava alla materna a poche calli da casa e poi arrivava a prenderla, poi quel ricordo è stato soppiantato dal padre che la portava alla materna e la andava a prendere. Lei, Giulia, ha delle immagini nella memoria, quelle della mamma che le preparava la pappa in cucina, che nei negozi la infilava in qualche abituccio colorato e poi la metteva in piedi davanti a uno specchio. “Ma quanto sei bella, amore mio,” le diceva sempre. Ma questi ricordi si riferiscono a eventi rari, era quasi sempre suo padre a farle da mangiare o a portarle a casa i vestiti acquistati in sua assenza. La voce di sua madre era un flauto, usciva melodica da quelle labbra carnose sempre colorate col rossetto rosso, le parole erano alle sue orecchie la gioia. Ma gli uomini no, si era convinta da bambina che non potessero parlare per una sorta di blocco alla mandibola. Suo padre parlava di rado e spesso digrignava i denti, lo vedeva seduto a tavola davanti a lei nel chiaroscuro della cucina, lui le porgeva una forchettina con del cibo e man mano che la forchettina avanzava verso la sua bocca diventava sfocata e lei allora metteva a fuoco la guancia di lui, guancia che nonostante le labbra serrate e immobili si muoveva e faceva un rumore come la ghiaia sotto le ruote della bici. Suo nonno invece da un certo punto non aveva parlato più, stava su un divano in una stanza confinata sul retro della casa in campagna, nemmeno le rare volte che pranzava con lei e con la nonna profferiva verbo. Capiva che il nonno avrebbe pranzato con loro se la cameriera si affrettava a chiudere le tende perché la luce lo infastidiva; si sedeva con grandi sospiri e se aveva sete faceva tintinnare il bicchiere con il coltello messo di taglio. Quanto a mangiare, il fatto lo interessava molto poco.

 

La conferma che gli uomini non potessero parlare la aveva avuta al primo anno delle medie, quando incontrò un dottore. Fino a quel tempo nessuna maestra si era accorta o aveva fatto notare che lei, la bambina, Giulia, non parlava con gli altri ragazzini, qualche veloce parola di saluto con le ragazzine e con le maestre ma poi il silenzio. Per la verità aveva frequentato la materna dietro casa, una scuola privata gestita da suore canossiane, un bellissimo palazzo dove lavorava Roberta, una donna adorabile dai grandi occhi tondi e azzurri, con cui Giulia stava quasi tutto il tempo: parlottavano e giocavano più loro due che Giulia con le altre bambine e gli altri bambini. Era un rapporto preferenziale nato dalla simpatia e dalla conoscenza nel tempo di Roberta con la madre di Giulia. In quel periodo ovattato di attenzioni non era emerso nulla di particolarmente problematico agli occhi di maestre e istitutrici. Le scuole elementari erano state un tempo di relativa serenità, Giulia vedeva solo ai pasti suo padre, sua madre si divideva tra il negozio di Parigi e quello in città dove Giulia la seguiva spesso. Erano anni in cui ancora il nonno si muoveva, si faceva portare dall’autista in laguna e stava qualche giorno a visionare con la figlia stoffe e filati nell’atelier di famiglia. Era un tempo colorato quello, erano anni colorati, in cui Giulia guardava incantata un mondo quasi sonoro, tra velluti e botteghe di vicinato, clienti eccentriche della madre e amici strani, in cui tutti passavano con una certa disinvoltura dallo champagne allo spritz, dal francese al dialetto, dalle bestemmie pronunciate con la erre moscia ai “vivaddio”. Quando ripensa a quel periodo, nell’atelier della madre, con suo nonno così diverso e sua madre immersa nella vita con gli altri, si domanda se fosse davvero così o se sta edulcorando ogni cosa. Nel ricordo di quel periodo, come di tutti i periodi, il padre rimaneva quella costante silenziosa, spesso vestito di marrone o di grigio, in estate abbronzatissimo, che non cambiava mai.

 

Verso la quinta elementare però il silenzio di Giulia divenne sempre più evidente − la madre in quel periodo si era molto incupita, il nonno si faceva vedere sempre meno. Ha il ricordo vivido di cosa accadde un pomeriggio di fine estate, quasi uno spartiacque non dalla felicità alla tristezza, perché felice lo è sempre stata in qualche modo, ma dal colore al grigio, dal sonoro al silenzio.

 

[Foto di Anna Toscano (particolare)]

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