di Alessandro Pozzolo

 

[E’ uscito da poco per Ensemble Edizioni Briciole, il primo romanzo di Alessandro Pozzolo. Ne proponiamo l’inizio].

1

 

La mia sedia vola indietro e c’è lo stridio del legno sulle piastrelle. «Dove cazzo credi di andare?» urla il papà e io ho già la mano sulla porta. La sbatto così forte da far scricchiolare la cornice. Sto marciando a grandi passi per il corridoio. Sono in camera, sto salendo le scale del soppalco. È l’unico posto dove posso andare e anche quello è loro, lo scaffale coi quaderni di scuola, il cassone con dentro le mitragliette giocattolo di quando ero piccolo, i muri, il letto, il soffitto e pure l’unica finestra sulla strada. Apro il portatile e clicco su un video YouTube di graffiti, pischelli nel più gelido inverno che tranciano reti di depositi ferroviari con le tenaglie. Si infilano tra vagoni che sono belve con gli occhi che sanguinano nella nebbia, gli spray che tintinnano nelle buste di plastica. Voglio tornare indietro nelle generazioni, le prime età dell’uomo, niente studio o soldi, solo sopravvivenza. Omoni scalzi nell’umido di una grotta, il fuoco che barbaglia arancione sulle pareti, a tracciare bisonti in carbone. Sullo schermo una mano alza lo spray al treno e respiro la paura semplice e incontaminata.

Si apre la porta della stanza sotto. «Scendi» dice il papà.

Io dico no.

 

Sta salendo per le scale del soppalco, i passi che fanno vibrare l’asse di supporto. La sua ombra cresce sulla parete. Raggiunge la cima e non so perché mi alzo in piedi. Mi ha afferrato l’avambraccio. Mi sta tirando verso le scale. La mamma è sotto, credo, a urlare. Afferro il parapetto e punto i piedi, lui tira e io mollo e l’onda d’urto mi fa volare in avanti. Atterro coi palmi sul parquet e il naso così vicino al cassone che riesco a distinguere i nodi nel legno. Mi rialzo col fiatone. Il papà è in piedi a fianco alla parete, immobile. Ha visto quanto poco ci è mancato a farmi male.

Gli piazzo due pugni in pancia e parto giù per le scale. «Non mi volete in questa casa? E io me ne vado. Cosa vi credete? Non ci voglio stare più un minuto in questa cazzo di CASA». Passo oltre la mamma in fondo alle scale che mi sfiora la spalla con una mano. Ha le guance lucide ma non mi importa, anche lei è complice, anche l’aria è complice, ogni centimetro di questo spazio è in combutta contro di me. Attraverso il corridoio e ora ho le mani dentro il portascarpe. Afferro le Etnies, due metri e spalanco il portone proprio mentre il papà appare in fondo al corridoio con gli occhi strabuzzati e il mento a coltello. «Dove credi di andare, stronzetto». Mi sbatto il portone alle spalle con una forza tale da separare in globuli il sangue. Sto accelerando giù per le scale coi piedi freddi sul marmo. Il papà urla qualcosa dal pianerottolo ma ora il peso delle scarpe mi lascia le dita. Guardo giù e mi sono riapparse ai piedi, solo che ora non sono più vecchie e consunte, sono nuove, i lacci di un blu elettrico, gonfi e non logorati. I pantaloni che avevo addosso non sono più jeans, ma i miei pantaloncini cargo estivi. Mi tocco la testa e ho il cappello della Obey che ho perso nel tombino in metro il mese scorso. Dalla finestra coi vetri ambra che dà sul cortiletto interno, un fascio inizia a tagliare in diagonale gli scalini. Scendo l’ultima rampa di scale, attraverso l’atrio, pigio il bottone ed esco, e la luce bianca sorride tra gli alberelli, accendendo le foglie come crisalidi. È settembre, la scuola non è manco iniziata, e sto andando a beccare il mio amico Leo.

 

Scendo per via del Boschetto, i palazzi color pastello avvolti nell’edera, motorini che ballonzolano sui sampietrini. Svolto per piazza degli Zingari ed ecco le scalette di Monti che si srotolano tra palazzi cenciosi. Due pischelli stanno seduti là in pizzo. Il ciuffone è Leo, ma c’è un altro tipo. E chi sarà mo’ questo? Sta tutto rattrappito in avanti. Come li raggiungo butta un sorrisone da venditore ambulante. C’ha due occhietti neri allungati in fuori a goccia, labbra rotte con le lineette verticali di sangue rappreso. Inspira da un drummino, poi sputa fumo. «Ao, che dici zi’?» mi fa mentre mi ci siedo a fianco. Parla con un accento che pare ogni lettera sia intinta capo a piedi e riesumata dal fango, ogni sillaba marcita dal dentro verso fuori, e io tipo boh, che ti giuro, vivo a Roma da diciassette anni, e possa morì ammazzato se l’ho mai conosciuto uno che parla così. A parte gli “operatori ecologici”, come direbbe la mamma. Leo si sporge con gli occhi affossati in una palude bluastra di occhiaie (la sera si vede serie a ripetizione sull’iPod Touch rubato alla madre) e mi dice che Sandro l’ha appena beccato in fermata, viene nientemeno che dar Quadraro.

 

Abbasso i lati della bocca ammirato. Sai cosa, già l’ho sentito ‘sto posto, tipo quando c’hai una sostanza scivolosa in fondo in fondo alla mente che manco ci vuoi pensare troppo, perché non sai bene cos’è, e alla fine la dimentichi, ma poi qualcuno passa la scopa come per rispolverarti il pavimento della capoccia e eccola che le setole si appiccicano, e è quella cosa là, quella parola, quelle tre sillabe gutturali che combaciano perfettamente col marciume zigrinato dei denti di Sandro, che spuntano a tratti mentre parla tipo gioco di prestigiatore. Sandro viene dal Quadraro, nientemeno. Robba che pure il papà ne parla sottovoce. Quando ero piccolo ci passavamo vicino in macchina andando verso la piscina. Mi ricordo ancora il modo circospetto con cui la mamma attraversava il piazzale del benzinaio per andare a pagare, tipo che poteva calare uno pterodattilo ogni momento a acciuffarla e portarsela via. Era la Roma brutta, quella. Non c’era da scherzare.

«E te, de do’ sei?» mi fa Sandro.

«Ehm… de Termini» gli faccio, con gli occhi a terra. Spero che se la beve.

 

Sandro annuisce, più o meno soddisfatto, poi zompa in piedi. Va verso il muro che fa angolo, a fianco alla fontanella, arancione appena riverniciato e già con una serie di scarabocchi a pennarello sopra, numeri di telefono, stelline e liste di nomi a fianco a una data, una grata a fianco tappezzata di adesivi mezzi spellati di sgombero cantine. Ha qualcosa in mano, un cilindro trasparente con un liquido nero che si agita dentro. Leva il tappino e prima che possa dire niente sta tracciando sul muro in arcate spugnose, scie nere lucenti e spesse che ricoprono in maniera uniforme le frastagliature e gli altri segni, allungandosi in gocce che scendono verticali e si fermano a diverse altezze, come per cercare di colmare la distanza enorme col terreno. Il polso di Sandro calca e le scie appaiono e ora fa un passo indietro e lo spazio intorno perde colore, e c’è solo la sua scritta, coi tratti che sembrano pulsare, e il rombo della città è il fluire infinito del liquido in quei ventricoli che sono diventati il muro, e il muro non è niente senza di loro. «Ci sta uno!» fa Leo. Sandro bisbiglia «fughiamo fughiamo» e in un attimo scompare dietro l’angolo in cima alle scale.

 

Ora siamo io e Sandro e Leo, tutti a correre, e i palazzi color pastello parono vibrare come cartapesta che riflette una fiamma, la strada si è fatta lucida e come appiccicosa, solo che quando ci atterra il piede neanche fa attrito, sprizza via leggero e siamo proiettati in avanti, e su in cima c’è la cupola di Santa Maria Maggiore, immensa, venata in verticale come dalle zampe di un ragno. Io però non le vedo queste cose se non sfocate perché impresse sulla retina in azzurro sfumato, con degli abbagli verdi agli angoli, non le vedo perché in capoccia ho le forme che ha tracciato sul muro Sandro, avviluppate e intricate, piccole nuvolette e isolotti collegati da arcate trasversali, concrezioni di nero e spazi ondulati al centro, brillii che le staccavano dal ruvido dell’intonaco, e il tutto a leggere per chi sapeva decifrare la parola «ERPES».

 

E che vuol dire, ‘sta parola? Sta là, appiccicata al muro, e chiunque passa la vede, con la colatura rappresa come la patina sopra il latte caldo che fa la mamma la mattina. Erpes, erpes, e mi viene a mente mo’ che l’ho vista già, ‘sta scritta, l’ho vista su serrande e secchioni e pali della luce in giro per Roma, e non ci stanno cazzi, ognuna di quelle scritte è stata fatta dalla stessa persona, da Sandro, da quello là che corre avanti, coi lacci che gli strusciano neri sui lastroni crepati del marciapiede. Ora Leo scompare e siamo solo io e lui, la strada che si sfibra, si aprono crepe tra le lastre che si espandono e da sotto sale un bagliore arancione, calmo, quasi placido, e ora Sandro si è rimpicciolito, è diventato un puntino in lontananza, e io sono qui a zompare di lastra in lastra. Alla finestra di un palazzo avanti c’è qualcuno, una persona anziana che si affaccia e urla a squarciagola al palazzo dirimpetto, e c’è un cavo elettrico che si allunga a U a unirli, e dall’altro lato c’è un tipo più giovane che lo guarda in silenzio, e ora il cavo elettrico inizia a gocciolare al centro, sono gocce nere, e mentre ci passo sotto una mi sbatte contro la spalla e ci passo una mano sopra e mi accorgo che è sangue. Il tramonto cala, sono al buio in un posto vuoto, mi sto sfregando la maglietta alla fontana della casa in montagna di mia nonna, come le vecchie signore prima che ci fosse l’acqua corrente. Aggiungere acqua non fa altro che espandere l’alone, e ora l’intera maglietta è zuppa. Non ce la faccio, sto tremando. La visuale mi si appanna. Allora mi arrotolo la maglietta intorno al pugno, mi chino e inizio a scrivere sul vecchio marmo della fontana, rosso sbiadito che cola e risplende trasparente nell’arancione dei lampioni, come la lacca da unghie di qualche ragazza poco sicura di sé, e le lettere sono quelle del mio nome.

 

2

 

Sandro mi chiama due giorni dopo, mi fa: «Beccamose in zona mia». Scendo in metro e mi allontano da casa fermata dopo fermata, e ogni volta che fa beep beep e le porte si chiudono c’è come uno strappo dentro di me. Mi giro dietro a spizzare oltre il riflesso dei finestrini il buio del tunnel, le pareti bucherellate come un contenitore per le uova, e per un attimo le vedo come cariche di cicatrici, strati e strati di marchi dipinti sulla superficie da buzzurri scalzi tra l’odore di calcare delle stalattiti. Ma poi chiudo gli occhi e li riapro e c’è solo il susseguirsi rude del muro del tunnel, e ogni nuova stazione è un respiro che mi prende spazio dentro al petto, come l’obiettivo di una polaroid che si apre piano piano lasciandosi inondare di luce.

 

Becco Sandro in fermata, a Ponte Lungo, busta di spray alla mano. Eccolo che parte ghignante, giù per una via tra palazzi nuovi già assediati da scritte che si allungano come artigli sulle facciate, e bancarelle cariche di cianfrusaglie di pezza in vari colori con sopra un cartello giallo «TUTTO A UN EURO». Dove mi sta portando? Sandro io non la conosco questa parte della città, i miei non mi vogliono qui. Sandro io vengo da via Nazionale e questi posti non sono giusti per uno come me. Sandro mi senti? Io devo andare bene a scuola, prendere buoni voti perché così posso andare all’università. Il papà dice che devo studiare una materia scientifica, ma non importa quale, la scelta sta a me. «L’importante è che fai qualcosa che ti piace», dice con la faccia seria e le sopracciglia abbassate tipo gufo. E ora di nuovo il marciapiede lampeggia arancione, vibra come un formicaio visto da lontano. Si muove a onda, e non te lo immagineresti mai che dietro a questo movimento unico ci sono milioni di formiche. Si accalcano e corrono una sopra l’altra. Non c’è spazio ma loro continuano a divincolarsi, altre emergono dal terreno, si riversano sull’asfalto. Ora anche l’asfalto è fatto di loro. Ma alzo gli occhi e Sandro no, Sandro è solo lui, e gli parto appresso prima che pure lui si smaterializza.

 

Tagliamo e siamo in un posto strano, una via senza palazzoni che pare quasi di campagna, stiamo andando lungo un muro sbrecciolato coperto di muffa e altri marchi a bomboletta. Fosse scavate nella roccia riempite da buste di plastica, fazzoletti giallognoli che svolazzano tipo bandiere di resa, lame d’erba che emergono quasi perpendicolari. Ogni mattina prendo l’auto e in fondo a via Nazionale vedo le mattonelle color terracotta dei Mercati Traianei, e sopra il bianco opalescente e cubico della torre di piazza Venezia, ma quella Roma incornicia il tempo e gli smussa i contorni, li leviga e te li presenta luccicosi come un cioccolatino. Questa Roma è più nuova e anche vecchia, e se la guardo bene ci vedo il papà che ghigna coi sopracciglioni abbassati. Allora la realtà si rompe e viene tagliata da lineette orizzontali nere e grigie come nelle vecchie tv, e quando Sandro mi confessa che mi sta portando a dipingere un treno manco gli dico niente, vedo solo le mie lettere sul rivestimento madreperlaceo del vagone, e non importa cosa scrivo, basta che i pigmenti si avvinghino alla lamina di metallo, ci entrino dentro e la corrodano, le cambino la composizione chimica, e questo treno giri per gli strati di Roma e cambi i paesaggi.

 

Passiamo un cancello e siamo in un enorme piazzale polveroso, davanti a file e file di binari con sopra cavi elettrici intrecciati, tralicci con nomi che si arrampicano per il metallo arrugginito, e in fondo due treni risplendono come una concrezione visiva, un miraggio sotto il cielo intonso, crepato come negli affreschi rinascimentali. Sandro si para e le sue Reebok scricchiolano nella polvere. «Ma che cazzo» dice. «Ma che cazzo s’entra ‘a ggente senza manco spizza’. Poi se lamentano che ‘a yard è bevuta. E te credo. ‘Sti schifosi». Come lo dice pare che gli debba uscire un rospo dalla bocca, verde scuro e obbrobrioso, e debba zompare oltre la rete e attraverso i binari e andarsi a accalappiare chiunque ha osato entrare nella yard. Ma di chi parla? Non ci sta nessuno. Poi allungo gli occhi e becco ‘sta sagoma che corre accucciata, saltando di binario in binario. Un Frecciarossa taglia a tremila e lo copre, tu-tum tu-tum e vortice d’aria, poi la vista si riapre e il tipo ha raggiunto il treno. Gira la capoccia a destra e sinistra, poi prende a tracciare con arcate enormi nere. «BOSI» scrive, «BOSI BOSI BOSI». Le lettere sono squarci che tagliano il vagone, sfibrano il metallo, sono segni lasciati da unghie di rapace che si allargano e ci vedo dentro quel bagliore arancione, e c’è uno scoppiettio elettrico dai cavi, e ora sono di nuovo lì che corro per le scale di casa con il papà che mi urla appresso. Sto correndo scalzo e lui mi urla «non ti azzardare a farti più vedere qua dentro, coglione» e il tuono della sua voce si unisce al rombo del cielo, e le scale si allungano sempre più, non ci sono pianerottoli, poi inciampo e volo giù e atterro su una pila di libri ammuffiti. L’odore è leggermente acre, piacevole, ma so che non devo fidarmi: è l’odore delle piante carnivore. Poi qualcosa mi sbatte sulla spalla, è Sandro, dice «aò ma che sei scemo, damose, frate’ – che n’ee senti ‘e guardie? Cor cazzo che me faccio beve appresso a questo» e infatti ecco le sirene in lontananza e sprizziamo via per il viale con le foglie che ci fanno mulinello intorno e l’aria che già sa di metallo.

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