di Paolo Puppa
Sta qui, in questo campo grande, davanti a due edifici enormi e antichi, mentre lo scalda un sole intenso, strano per la stagione. Il fatto è che sente un colpo sul petto, come se qualcuno lo stesse colpendo con feroce accanimento. E infatti c’è gente che vuole trattenerlo, impedirgli di salire in alto, movimento misteriosamente naturale e inevitabile. Tant’è vero che ce la fa, perché con uno strappo violento si libera da tante mani, e vola su, su, sì, verso i tetti all’inizio, e poi si avvicina all’azzurro freddo, ancora più freddo non appena scorge sotto di lui i tetti che rimpiccioliscono in fretta. Una vertigine. Un’ebbrezza autentica. Poi lo invade la paura di elevarsi troppo, di sparire in zone più alte del volo di colombi, e ripiomba così giù, a terra. Atterrando, non si fa male, altro aspetto incongruo. E si affretta ad entrare nell’edificio aperto. Vuole infatti tornarci dentro, a riassaporare il tremendo dolore provato poco prima. Non ricorda bene perché, o per chi quel dolore lo faceva poco prima versar lagrime in silenzio, e di nascosto. Passa davanti a varie stanze, ci sono segni sopra le porte che non sa spiegarsi, vede in compenso sagome che aprono la bocca, ma non ne capisce più i suoni. Si fa largo comunque, e nota che se li sfiora nel passaggio costoro lo ignorano. Lo fanno però non con disprezzo ma con naturalezza, come se non avvertissero la sua presenza, e dunque non potessero subirne alcun contatto. Poi vede all’improvviso un chiostro tranquillo, dove tra cespugli ben curati sonnecchiano grossi gatti. E allora si ricorda con qualche disagio di un letto là vicino. Sì, ci deve essere una camera, basta spingere una porta, attraversare un lungo corridoio e in fondo, in fondo una stanza gialla, e appunto un piccolo letto. Una donna vi giace, addormentata, una flebo sul braccio sinistro che la collega a un macchinario astruso. La guarda e riprova un misto di imbarazzo e di senso di colpa. Chi è quella anziana figura, il volto disfatto dalla stanchezza e dalla solitudine, rassegnata all’abbandono di ogni speranza? Entra una ragazza grassa in veste bianca che si avvicina a quel corpo e poi alla macchina a controllare alcuni dati. Lui si alza dalla sedia al fianco del letto per agevolarne il passaggio, ma quella ignora del tutto il suo gesto. E anche stavolta non c’è alcun disprezzo nei suoi riguardi. Solo indifferenza come lui non fosse presenta. Quando la ragazza esce, lui ricomincia ad osservare la donna e cerca con un grande sforzo di ricordare i motivi dell’oscuro legame che l’ha portato là, nella stanza silenziosa dalle finestre alte. La ragazza dopo un po’ rientra con un uomo, anche lui rivestito da un candido camice. Gli mostra la macchina e apre la bocca. Di nuovo suoni strani, incomprensibili. Un borbottio confuso, vagamente ostile. Quando i due alla fine escono dalla camera, lui si risiede (si era di nuovo levato di scatto, desiderando invano di essere notato) e rivede in maniera nitida una scena forse recente, in cui con quella donna stavano seduti in un salotto. Era lei, non c’è dubbio, molto più vitale e quasi bella rispetto alla postura misera in cui è costretta in quel momento. E lei gli diceva qualcosa, a proposito di un altro, una terza persona assente, e lo invitava a chiarire, a confessare cosa provava per quello. Lui intanto gridava, sì ne è sicuro, e negava con foga e insultava persino quella creatura trasformata adesso in un corpo immobile, collegato alla macchina. Già, rivede bene l’episodio, specie nella sequenza in cui la malediceva. Poi la donna si era seduta su un divano rosso, tra morbidi cuscini dal tessuto pieno di fiori, e l’aveva fatto come crollasse di schianto. E gli aveva dichiarato di avere un male terribile, senza speranza. E che lei sola sapeva quanto lui era crudele, perché nessuno era cattivo come lui. E soprattutto bugiardo, tanto bugiardo, da sempre. Aggiungeva piangendo che doveva solo vergognarsi. Lui era rimasto senza voce, arrossendo di colpo. Non capisce una simile scenata, ma sa che è successa. Sicuro. E nondimeno di quale vergogna si trattava? Non ne ha nessuna idea. E non c’è modo di saperlo. Eppure vorrebbe, avrebbe bisogno di un aiuto, in quanto continua a provare vicino alla donna quella strana sofferenza. Entra all’improvviso un vecchio, che ostenta autorità e arroganza, anche lui in camice bianco, seguito dalle persone di prima. Vanno a curiosare sulla macchina che pulsa e manda un ronzio fastidioso. Gli viene l’impulso di tornare sul chiostro, a controllare se i gatti stanno sempre là, accucciati ad assaporare la luce del sole. Tanto sa che se vuole può innalzarsi di nuovo. Gli basta battere col piede sul suolo, sollevare le braccia a darsi una scossa e poi via. Sul chiostro non c’è soffitto, ovviamente, e il volo sarebbe agevole. Alzandosi, va a sbattere sul vecchio. Gli viene da scusarsi, con la consueta sicurezza di fronte a gente sicura di sé, ma quello non se ne cura. Insomma, tutti gli ricordano che lui ora è nessuno, non conta nulla. E se magari prendesse a calci il vecchio, a contrastare la sua evidente abitudine a comandare? Poi rinuncia, e si dirige in fretta verso i gatti. Nel tragitto si chiede chi mai potesse essere l’altro, quello del sentimento nascosto secondo l’accusa della donna. Anche qua il vuoto assoluto. Si rende conto nel frattempo che il dolore acuto, nato nei pressi della donna che giace sul letto con macchinario, comprende pure quest’altro, fonte in qualche modo di ansia e di angoscia, al centro di un sospetto che la straziava, deturpandole i lineamenti. Ma anche oggetto per lui di nostalgia, certo, se sente gli occhi inumidirsi, mentre le labbra si tendono in una smorfia nervosa. Rinuncia a raggiungere il chiostro. Ha troppa confusione dentro di sé. Rientra così nella stanza. La tentazione di continuare a negare, ne ha il diritto. Negare cosa, però? Il gruppo dei camici bianchi, per fortuna, non c’è più. Si sono defilati dunque e lui può restarsene seduto, accanto al letto. C’è una piccola porta socchiusa, in compenso, nell’angolo posto all’ingresso, di cui in precedenza non si era accorto. Va a curiosare, inquieto. Un bagno in ombra. Accende la luce, appare uno specchio, dietro il lavabo. Apre l’acqua, senza capire la ragione del gesto, si bagna la mano ma l’acqua non è chiaro se è calda o fredda. Non ha consistenza. Alza gli occhi a guardarsi. Subito, una gran fitta al cuore quando si accorge che di fronte a sé non c’è nessuno.