di Mario Farina

Negli anni Ottanta è iniziato, in Italia, il cosiddetto recupero a sinistra della figura di Carl Schmitt. Fatto di per sé sconcertante. Carl Schmitt non è un esponente tra gli altri del mondo conservatore: Carl Schmitt è stato il giurista più autorevole del III Reich, un imputato (sebbene assolto) al processo di Norimberga, l’architetto delle basi giuridiche del nazionalsocialismo. Eppure, eminenti figure come Carlo Galli hanno pensato che sì, in fin dei conti avesse senso recuperare alcune delle sue argomentazioni nell’impianto ideologico della sinistra europea. Le cose non sono andate molto bene, come ha spiegato Federico Zuolo su “Le parole e le cose”: in teoria, si sarebbe dovuto usare Schmitt per mostrare che il re è nudo, che il diritto internazionale aveva fallito e andava ripensato in modo concreto. Si è invece finito per mettere sotto accusa l’istituto stesso del diritto internazionale e per dare ragione a Schmitt (che l’ultima volta che ho controllato era uno che aveva lavorato per Adolf Hitler).

 

Tra le tante cose che ha detto, Schmitt ha attirato su di sé l’interesse della sinistra per una ragione precisa: la tesi secondo cui i sistemi giuridici non possano essere intesi come auto-fondati. In poche parole, contro ciò che andava sostenendo il positivismo giuridico (Hans Kelsen su tutti), Schmitt è convinto che esista sempre un elemento esterno al diritto stesso che ne fonda il sistema: un esercizio politico di sovranità, un elemento teologico, un atto, in poche parole una decisione.  Questa cosa suonava molto familiare a una sinistra cresciuta nello schema struttura/sovrastruttura, ma orfana ormai (negli anni Ottanta) delle armi marxiane.

 

Ecco, quest’idea di Schmitt può tornare utile, oggi, per affrontare uno dei problemi che più assillano il dibattito pubblico italiano: cosa ne dobbiamo fare di questo benedetto VAR? Il VAR (Video Assistant Referee) non è altro che l’applicazione, in campo, di quell’esercizio ermeneutico collettivo che gli appassionati di calcio svolgevano un tempo dal lunedì al mercoledì: l’interpretazione (ossessiva) della moviola. Oggi, la moviola è a disposizione dell’arbitro che può essere richiamato a consultarla mediante un barocco sistema di norme con cui non è qui il caso di annoiarci. Ma allora, domanderà chi è a digiuno di calcio, dove starebbe il problema? Il problema è che, ahimè, il VAR funziona male. Il suo occhio meccanico, che come voleva Benjamin è in grado di slatentizzare l’inconscio ottico, dà l’impressione di esagerare un po’ in fatto di slatentizzazione. E da questa impressione, condivisa, nasce il dibattito: come mai il VAR non funziona? A mio modo di vedere la risposta a questa domanda è lì a portata di mano, ha a che fare con la filosofia del diritto, e attende solo di essere portata allo scoperto.

 

Perché non funziona, ci si domandava. Torniamo per un momento a Schmitt e vediamo come fa a dimostrare che i sistemi giuridici non possono essere considerati come auto-fondati. Lo fa in modo piuttosto intuitivo: li mette alla prova, istituendo una sorta di stress test. Si chiede cosa accade nel momento in cui i sistemi giuridici entrano in quello che viene definito “stato di eccezione”. Ad esempio, una guerra, un’invasione (una pandemia?). Quello che accade è il ritiro delle garanzie giuridiche e il reclamo della sovranità da parte di un organismo politico. Ecco la risposta alla domanda su chi sia realmente sovrano: colui che decide nello stato di eccezione, cioè quando il diritto non è più efficace a coerentizzare una situazione. Il fatto è che il VAR, in quel piccolo sistema giuridico in vitro che è il regolamento del calcio, ha posto il gioco in una condizione che richiederebbe di dichiarare lo stato d’eccezione: una decisione extra giuridica che fermi l’attuale incapacità decisionale della classe arbitrale, che procede in modo meccanico ripetendosi che va tutto bene.

 

Il motivo è semplice: come tutti i sistemi giuridici, anche il regolamento del calcio dispone di una normatività, la cui fonte va ricercata in ciò a cui il calcio serve: la piacevolezza del gioco. Le regole non servono alla giustizia, servono a costruire i limiti di un gioco che sia bello da giocare e da guardare. E questa normatività, a fianco alla propria fonte, dispone di una serie di condizioni di possibilità. Se gli esseri umani fossero animali acquatici, è chiaro che il regolamento sarebbe differente. Ad esempio, il pallone non potrebbe essere pieno d’aria. Lo stesso accadrebbe se la Terra non fosse piana ma inclinata e via dicendo. Quando il regolamento è stato scritto, una di queste condizioni era: gli esseri umani non possono vedere le cose a rallentatore, ma le vedono in tempo reale. Ed è per questa ragione che nel regolamento del calcio l’espulsione è motivata dal fatto che un giocatore intervenga su un altro giocatore (cito dal regolamento FIGC a pagina 89) con “vigoria sproporzionata”.

 

Ora, tolta la maschia rudezza che sprizza dal termine “vigoria”, sembra piuttosto evidente da dove derivi una regola scritta in quel modo: dal fatto di vedere a occhio nudo un intervento a velocità di gioco, magari a sei o sette metri di distanza (“gli è entrato duro”: rosso). Ma dal momento in cui si modificano le condizioni di base – cioè, dal momento in cui l’essere umano diventa dotato di “rallentatore” – si modifica anche il tipo di normatività alla base del gioco. E questo vale per qualunque tipo di infrazione. Si pensi alla regola del fuorigioco: è evidente a tutti che l’alluce del piede oltre la linea di un difensore non è un “vantaggio” che l’attaccante si è preso. Lo è quello che viene visto a velocità di gioco, dove l’alluce non lo si nota nemmeno e ci si accorgere solamente di reali vantaggi territoriali.

 

Sia chiaro, questa non è una questione che riguardi solamente il gioco del calcio. Immaginiamo per un istante che le nostre vite siano riprese esattamente com’è ripresa una partita di calcio. Buona parte di noi commette, quotidianamente, piccole infrazioni dei codici giuridici. Ad esempio, la diffamazione, oppure la violazione della riservatezza di un qualche procedimento quando si trova a cena con il proprio partner. Cose piccole, sciocche, che se venissero portate all’attenzione del sistema giuridico da un ipotetico VAJ (Video Assistant Judge) universale dovrebbero essere sanzionate. A quel punto, per mantenere l’ordine sociale, sarebbe necessario fare un passo indietro: dichiarare una condizione di crisi della normatività giuridica e riscrivere, quantomeno in parte, i codici.

 

Ecco. Questa è la condizione nella quale si trova oggi il gioco del calcio, cioè nella necessità che il suo regolamento venga riscritto, perché sono state modificate le condizioni di possibilità delle sue regole, con una conseguente crisi della loro normatività: il gioco sta diventando noioso e non è ormai possibile tornare indietro, come se il VAR non fosse mai esistito.

Nel momento in cui esiste una tecnologia che mira a una sorta di oggettività, non si possono più mantenere descrizioni vaghe: “vigoria sproporzionata”, “negligenza”, “saltare addosso”, tutti termini che ricorrono nel regolamento, descrizioni che non hanno senso se lette al microscopio del VAR. Si finisce per punire contatti e azioni che sono coerenti con il tanto sbandierato “spirito del gioco”, che altro non è se non una normatività che ne consenta la piacevolezza.

 

Non sono un addetto ai lavori e non intendo abbozzare un nuovo regolamento; mi limito a qualche esempio illustrativo: il fuorigioco potrebbe essere ricalcato sul modello dell’hockey, cioè tracciando una riga sul campo. Le infrazioni andrebbero definite in modo preciso, prendendo una posizione netta sul fallo di mano, quantomeno dentro l’area di rigore: probabilmente, occorrerebbe inserire la determinante della volontarietà, che non è oggettivabile, ma sarebbe apertamente demandata all’interpretazione dell’arbitro.

L’analisi filosofica riconosce dunque questo: il fatto che il calcio si trova nel pieno di una crisi normativa. Ciò a cui assistiamo è un’applicazione (ottusa) di regole che stanno via via rendendo più palese la crisi della loro stessa normatività. Nella classe arbitrale, ci vorrebbero un po’ più Schmitt e un po’ meno Kelsen: dichiarare la crisi, reclamare sovranità politica e riscrivere le regole sulla base delle nuove condizioni (del nuovo strumento): è lo stato d’eccezione, bellezza!

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