di Sergio Bevenuto 

 

[Quella che segue è la versione italiana di un articolo scritto per la rivista tedesca «Lettre international» (“Ist es so oder tut es nur so?”, 153, Sommer 2026)].

 

1. Roma, un capitolo chiuso 

Da decenni questa rivista [Lettre International] mi chiede di scrivere su Roma, la città dove vivo da 45 anni. Ho sempre declinato l’invito dato che ci vivo, quindi non la vedo. Sin da bambino sono ipermetrope, vedo male ciò che mi è troppo vicino. 

E poi, la storia recente di Roma è quella di qualsiasi altra metropoli occidentale. Che palle!  

I nativi romani sono una minoranza. È stato detto che gli unici romani a Roma siano gli ebrei, relegati per secoli nel loro splendido – per noi oggi – ghetto, Portico d’Ottavia. È da loro che viene la cucina romana. Una cucina “torbida e insolente” (Giorgio Manganelli) ricca di indigeste fritture, che offre spudoratamente interiora animali, pajata, trippa, coratella, coda alla vaccinara, abbacchio, ecc. 

 

Tanti romanacci, il popolo minuto, non abitano più nel centro, sono stati sospinti verso le periferie. Il centro storico in Italia si chiama ZTL, Zona a Traffico Limitato, dove possono penetrare solo auto dei residenti e taxi. La ZTL è ormai un outlet zeppo di ristoranti, fast food, negozi di moda, e residenze di sedi vaticane, di media, dei ricchi e dei potenti. A Roma, come in quasi tutte le grandi città occidentali, il voto della ZTL premia la sinistra, quello delle meste periferie premia rabbiosamente la destra. Anche io sono un ZTL, e mi chiedo se vivo al Centro perché voto a sinistra, oppure voto a sinistra perché vivo al Centro. 

Ma questo non avviene in tutte le metropoli moderne? 

 

Anche a Roma vanno sparendo i deliziosi negozietti del pigro mondo artigianale – il corniciaio, il riparatore di orologi o di bambole, la drogheria che vende prodotti esotici, la boutique specializzata in guanti e quella specializzata in bottoni, e così via. I negozi all’antica che resistono sono diventati tappe di visite cadenzate da parte di drappelli turistici stranieri, guidati da qualche giovane marpione che fa visitare “la vecchia Roma”, da distinguere da quella “antica”. In una norcineria – il termine arcaico per salumeria – del mio quartiere l’aitante guida ripete in inglese lo stesso ritornello nostalgico varie volte al giorno. Segnala un salumiere affaccendato gran tifoso della Roma, la squadra di calcio cittadina. La guida precisa che tutti i “romanisti” – tifosi della Roma – odiano la Lazio, l’altra squadra romana ma “per i burrini”. Burrini, da “burro”, sono quelli che vivono in provincia. Il salumiere è istruito per borbottare rabbioso “Che schifo la Lazio! Che schifo!” Ripete sb adatamente questo anatema varie volte al giorno. 

Eppure “i migliori abitanti di Roma sono i turisti” – diceva Jep (protagonista di La grande bellezza di Paolo Sorrentino). 

Le nicchie di specializzazioni pre-industriali sono sostituite man mano dai grandi cosmopolitici empori “dei cinesi”. In questi magazzini d’ammasso puoi trovare tutto, anche spazzolini per cani e bambin Gesù di plastica per il presepio. 

Ma questo non avviene in tutte le metropoli moderne? 

 

E poi, cosa c’è da aggiungere di originale su Roma, città descritta per amore o per odio tante volte da tanti scrittori per tanti secoli? Le vecchie sottili arguzie su Roma sono ormai cliché, le conosciamo tutti.  

In particolare, si perpetua lo stereotipo di Roma città-teatro, le piazze come palcoscenico in cui si recita una vita accidiosa, nichilista e vitale. E poi il tema tanto coccolato di Roma come città mortuaria, disseminata di cimiteri, alcuni illustri. Con ruderi che appaiono pareti di roccia, solenni concrezioni geologiche (Goethe). “Si diceva che Roma è morta. Questo è il motivo per cui, stringi stringi, è il posto migliore del mondo per viverci” (Sorrentino). Roma come “crollo: di rovine, palazzi, nuvole gonfie” (Cristina Campo). Roma come Pantheon di idee defunte (Raffaele La Capria) che contagia i suoi abitanti. “Vivere a Roma è perdere la vita” (Ennio Flaiano). Vari scrittori hanno aggiunto la loro personalissima perla a questa effigie della Roma morta perché “simula un’eternità che non esiste” (Mario Soldati). Chi più ne ha, più ne metta. 

 

E cosa dire di nuovo sui colori pastello di Roma, sul suo “gialletto” che evoca la roccia e la terra? E sul colore verdastro e oleoso del Tevere, torrente melmoso scarsamente navigabile, limaccia ben lontana dall’immagine di una Roma serena, imperiale, solenne.  

E che dire ancora della gente romana, “dalla vitalità rozza e fracassona”, che concede “all’altro un’attenzione dimezzata, un ascolto semidistratto”?  Della “saggezza menefreghista dei suoi abitanti, presuntuosamente convinti di aver già visto tutto” (Filippo La Porta)? 

Che cosa dire ancora? 

 

Una parola che si usa solo a Roma e dintorni è coatto. Termine molto usato ma dal significato fluttuante, negoziabile. Viene da “domicilio coatto”, ovvero quando uno, avendo commesso un reato, evita la prigione restando chiuso in casa e guai se ne esce. Indica insomma il pesce piccolo oggi tatuatissimo che nuota nelle acque basse dell’illegalità, un bullo – altro termine romano divenuto globale per persona violenta, attaccabrighe – sempre in odore di incipiente galera. Per estensione coatto indica chiunque non sia “fine” ma fanfarone e ignorante, un poveraccio che vorrebbe commettere crimini ma non riesce a far bene nemmeno quelli. Per molti sprezzatori, il romano paradigmatico è coatto. 

Su Roma, tutto è già stato detto. 

 

2. Roma purificata 

 

Dal 1984 in poi abito sempre nello stesso palazzo del quartiere Trastevere. Prima degli anni 1990 Trastevere – la rive gauche di Roma – era ancora “popolare”, come si chiama in italiano una zona abitata in gran parte da straccioni. In questo quartiere teatro di sagre plebee che Fellini descrisse con sarcastico affetto nel film Roma, si trovano vari gioielli: la leggendaria Villa della Farnesina con capolavori di Raffaello e del Sodoma, piazza S. Maria in Trastevere con la facciata della chiesa medievale splendente di mosaici d’oro, il palazzo dell’Accademia dei Lincei, villa Sciarra disseminata di malinconiche statue e fontane barocche nelle quali si bagnano quantità sempre crescenti di cani domestici.  

 

Negli anni 1970 un mio amico di Trastevere a piazza S. Maria mi indicò col dito in cerchio i vari palazzi alquanto fatiscenti che fanno vibrare quello spiazzo dicendo: “Conosco tanti che abitano in queste case. Quasi tutti sono dediti ad attività illegali”. All’epoca passeggiare per Trastevere era pericolosissimo, soprattutto se si era vecchi o donne, causa scippatori. Lo scippo era fonte di reddito essenziale per gran parte della popolazione romana che viveva nelle favolose borgate che si accalcavano fuori la città, celebrate da romanzi e film di Pier Paolo Pasolini. Il poeta assassinato da un coatto. Una motoretta sfrecciava a gran velocità tra la folla e il giovane bullo seduto dietro il conducente sfilava al volo con destrezza il borsello che la vittima portava a tracolla. Ho assistito a tanti di questi furti fulminei, a tante grida e pianti disperati di turisti che vedevano così svanire tutti i soldi della stupenda vacanza in Italia.  

 

Oggi tutto questo è scomparso, come stanno sparendo le edicole di giornali. Trastevere, come Roma in generale, si è gentrified. È un quartiere sicuro. Le ragazze in minigonna la sera escono sole senza problemi, i furti negli appartamenti sono rari. Trastevere ormai è un quartiere protetto come Disneyland.  

Ma questo non avviene in tutte le metropoli moderne? 

 

Le sere del venerdì e sabato Trastevere è invasa da quella che in Italia si chiama movida. Termine spagnolo ripreso dalle Partyszene di Madrid e Barcellona, movida è il coagularsi debordante di adolescenti post-almodovariani che con felpe e tatuaggi affollano il quartiere fino a tarda notte. Bevono birra, consumano nei ristoranti meno cari, ballano nei night club e non raramente pischelli sbronzi si battono per strada a colpi di cocci di bottiglie.  

Trastevere vanta poi santuari noti a tutti i turisti del mondo che si vergognano di essere turisti.  

Uno è una vecchia pizzeria di viale Trastevere L’obitorio, così chiamata perché ha mantenuto i vecchi tavoli di marmo grigio che ricordano irresistibilmente quelli dove si stendono i cadaveri per l’autopsia, e conserva sgraziate luci al neon stile primo Dopoguerra.  

 

L’altro è un fatiscente bar un po’ puzzolente (solo di recente gentrificato), S. Calisto in piazza S. Calisto. Si protende in piazza con scomodi tavoli e seggiole di legno, i suoi prezzi stracciati ne fanno un accalappia-morti-di-fame. (“Morto di fame” è un’iperbole per dire “povero”.) Una folla immensa, sia di giovani che di anziani a caccia di giovani, circonda i tanti tavoli ai quali è un privilegio sedersi, perché coloro che restano in piedi sono molto più numerosi di coloro che godono del privilegio di sedersi. Un perenne odore di canapa indiana avvolge questa folla un po’ hippy, un po’ bohème, molto cool, dove si intrecciano effimeri amori inter-etnici e trans-atlantici. A piazza S. Calisto la lingua più parlata è l’inglese. Di fronte c’è la Curia romana, ovvero l’amministrazione mondiale della Chiesa, anch’essa area extra-nazionale.  

In effetti la Città del Vaticano, stato nello stato italiano, non si limita al palazzo del Vaticano: Roma è disseminata di angoli “esteri”, come macchie sparse sulla pelle di leopardo della città, ritagli che corrispondono a edifici del governo dell’impero cattolico.  

 

La bonifica della criminalità urbana è fenomeno anch’esso internazionale. Cosa che assilla i sociologi incapaci di spiegare questo fenomeno, strano in un’epoca brutalista come la nostra. Ma questo non avviene in tutte le metropoli moderne? 

Comunque, a Roma prospera una teoria ad hoc: Trastevere e altri quartieri turistici sono stati sanati dalla mafia. La malavita grande ha eliminato la malavita piccola, così come i supermarket hanno sostituito i negozietti di quartiere. I “padrini” hanno capito che per fare soldi attraverso il turismo bisognava eliminare la piaga della piccola criminalità, così rubare a Trastevere è diventato rischiosissimo. La mafia punisce i delinquenti senza processo. Dico mafia, ma dovrei dare a ogni malavita la sua dignità regionale, la camorra (Campania), Cosa Nostra (culla siciliana), la ‘Ndrangheta (Calabria), la Sacra Corona Unita (Puglie).  

 

3. “Roma è una bugia” 

 

E poi, perché parlare di Roma?  

Perché parlare di una città che non è mai riuscita a essere una grande capitale mondiale della cultura e dell’arte, come lo sono tuttora Londra, New York, Parigi, Berlino, Los Angeles, San Francisco? Forse perché mai l’Italia negli ultimi tre secoli ha avuto un vero posto tra le grandi potenze, che sono sempre anche potenze culturali. Roma è tra le città attrattive molto più per il loro passato che per il loro presente, al pari di Atene, Istanbul, Gerusalemme, Venezia, Lisbona, Kyoto.  

Perciò molti pensano che “Roma sarebbe forse più bella se disabitata, una città d’arte congelata in una sua perfezione classico-funerea” (La Porta). Come la Parigi primo Novecento fotografata del tutto priva di esseri umani da Eugène Atget.  

 

Chi scrive ha potuto vedere Roma deserta una volta sola, durante il lockdown del 2021. Allora ho potuto ammirare con malesseri stendhaliani lo splendore dei monumenti liberati finalmente dal brulichio sgraziato e caduco degli umani. Uccelli cinghiali e altre bestie passeggiavano tranquillamente per le magnifiche piazze romane con fontana, il cui scroscio sontuoso non veniva più smorzato da folla e traffico. O l’immagine alla Magritte del papa che celebrava imperturbato la messa davanti alla chiesa di San Pietro di fronte a una piazza completamente vuota. 

Insomma, che cosa c’è di speciale oggi da dire su Roma?  

A parte ovviamente il pozzo senza fondo dei tesori artistici della città, ma per quelli bastano buone guide artistiche.  

 

Che c’è da dire su una capitale piena di impiegati dei Ministeri, di banche e bancari, sempre più intasata da una massa crescente di visitatori come in tutte le grandi città turistiche nel mondo? 

Nel palazzo Finocchi dove vivo, costruito un secolo fa nella quieta e serpeggiante via Dandolo, in passato vi abitavano romani di varie classi sociali. Fino a mezzo secolo fa le città italiane erano ancora in gran parte inter-classiste, il morto di fame incontrava il gran signore sul pianerottolo, dato che abitavano nello stesso palazzo: il signore nell’attico, il povero a pianterreno. Poi le sperequazioni di reddito si sono spazializzate in superfici urbane. Per anni il mio palazzo è diventato soprattutto sede di “psico” – psicologi, psichiatri, psico-consulenti, psico-yogi, psico-buddisti, psicoterapeuti – tra cui me stesso. Da qualche anno però si è riciclato come struttura da Airbnb o Tripadvisor. Vi entrano ed escono ragazze e ragazzi che per lo più non parlano italiano, provenienti da vari paesi ricchi ma che vestono tutti sportivamente, ovvero poveramente. Chi possiede anche una casa in periferia o fuori Roma ha deciso di raccogliere la manna turistica che cade dal Cielo aeroportuale, trasformando il proprio appartamento ZTL in B&B. 

Ma questo non avviene in tutte le metropoli moderne? 

Tante città sono invase dalla barbarie turistica, ogni invasione è barbarica. 

 

4.

 

A un certo punto ho capito però che Roma qualcosa di speciale ce l’ha. Come forse ce l’ha qualsiasi grande città storica.   

Alla mia età (classe 1948), si ha avuto modo di assistere all’evoluzione di varie metropoli nel corso dei decenni, e certamente esse cambiano, eppure… Eppure, quando ritorno in città che ho conosciuto bene, c’è un qualcosa di fisiognomico che sfida la loro corsa a essere come tutte le altre, ovvero solo città moderne. Spesso sono proprio coloro che vi abitano da tempo a non accorgersi di questa impronta perenne. Chi vi torna ritrova un attrattore strano – come si dice in matematica – di ogni città, ovvero una figura a farfalla che si delinea solo attraverso gli spassionati cicli del tempo.  

 

La temporalità delle città moderne è inversa a quella umana: nella seconda si invecchia, nella prima si ringiovanisce. Così, le vecchie foto o video delle metropoli nel passato ci danno il Sehnsucht [il sentimento struggente] di un’atmosfera fatiscente, sporca, cadente. Le moderne si presentano invece tutte laccate e nuove. Captare la singolarità di una città che sfidi il maquillage del tempo è sesto senso di chi non ci vive. 

Questa unicità di Roma può essere detta da un’espressione in uso solo in area romana: “c’è o ce fa?” In italiano: “lo è davvero o finge di esserlo?” Per esempio: “ma quello è veramente scemo o ce fa?”  

“Roma è una bugia” è il titolo di un libro di Filippo La Porta. Ovvero, Roma non è mai veramente sé stessa. C’è, o ce fa a esser Roma? 

 

5. Conservata o conservatrice? 

 

Esistono cliché sulle varie città e regioni italiane che si tramandano da generazioni, talvolta fin dall’Antichità. È nella differenza di questi stampini che emerge l’immaginaria peculiarità di ogni città o regione.  

Secondo la voce immemoriale, i siciliani sono “arabi” ossessionati da un sesso che per lo più a loro manca per loro stessa reticenza. I napoletani sono furbi, imbroglioni e ladruncoli. I genovesi, molto ricchi cinque secoli fa, sono particolarmente avari. I piemontesi (Torino) “falsi e cortesi”. Bologna è città sfarzosamente orale: vi si mangiano tagliatelle e tortellini grassi e succosi, le donne sono molto esperte in fellatio. I veneti ferventi cattolici e i maschi discretamente alcolizzati, soprattutto se alpini. I toscani amano scherzi e beffe. I romani sono particolarmente arroganti, sfacciati. E così via stereotipando.  

 

Ho capito la mezza-verità dei luoghi comuni sulle città italiane quando anni fa parlai con una regista teatrale d’avanguardia, che portava i suoi spettacoli in giro per l’Italia [Lucia Poli]. All’epoca, dopo la recita si doveva dar vita al famigerato ma doveroso “dibattito col pubblico”. La regista diceva che gli spettatori a Milano di solito chiedevano alla troupe quale fosse il significato politico dello spettacolo e quale la sua “valenza anticapitalista”. A Roma invece nel dibattito si voleva capire nel fondo “la cifra stilistica” dello spettacolo, il suo “specifico estetico”. A Napoli, invece, il dibattito col pubblico durava poco, perché a un certo punto qualcuno diceva “andiamoci a magnà na’ pizza”. E tutti, troupe inclusa, ci andavano. 

Propongo il mio cliché sui romani: non si capisce mai fino a che punto siano ‘veri’ o stiano recitando una parte.  

 

È quel che ha colto il napoletano Paolo Sorrentino in La grande bellezza, che si svolge sul palcoscenico romano. Il motivo centrale del film è la falsità della “bellezza”: nulla è autentico, tutto è finzione. Dall’arte contemporanea più provocatoria fino alla santa tipo madre Teresa di Calcutta che vive in povertà. Nel film, anche le monache si fanno “rifare” per apparire più monache. Roma viene presentata come una mostra di tesori che resta esibizione mirabolante scollata dal “reale”. James Joyce, che detestava Roma, diceva che la città era come un uomo che si guadagnasse da vivere esibendo ai turisti il cadavere di sua nonna. All’inverso, Zola aveva scritto «Roma non moriva: si accumulava.» 

 

Roma va conservata, questo è l’assiona dell’urbanistica di oggi. La quale è tutta di sinistra ovvero super-conservatrice. Quest’urbanismo lamenta il trucco imperiale imposto a Roma dal fascismo, e rimpiange la Roma papalina indigente e sgarrupata, quando le capre giravano per le strade e le case medievali senza argini si piegavano stancamente nel Tevere come a volersi sciogliere in esso. Per l’urbanistica di sinistra, il moderno è per definizione brutto. Bisogna far vivere bene i romani moderni in un museo antico.  

A Roma non ci sono grattacieli, anche uno sarebbe inconcepibile. Non c’è, per esempio, qualcosa come la tour Montparnasse che svetta su una Parigi appiattita come un dente solo rimasto in una bocca sdentata. Si sogna di infilare la Roma moderna negli interstizi dei ruderi antichi.  

Certo abbiamo alcune costruzioni di archistar a Roma: il Parco della Musica di Renzo Piano, il Museo MAXXI di arte moderna di Zaga Hadid, il Centro Congressi La Nuvola di Massimiliano Fuksas, la Chiesa di Dio Padre Misericordioso di Richard Meier e poche altre. Ma tutte o quasi si situano in periferia, sono sprazzi centrifughi di modernità avulsi dal formicolio urbano. È un’avanguardia fuori le mura, come fuori mura dev’essere uno zoo o una centrale elettrica. Rispetto al fervore architettonico di metropoli come Londra, Parigi, Milano – per non parlare di quelle americane o cinesi – Roma coltiva una sempiternità, una languida preservazione dei propri passati, perché ne ha molti di passati. Tutt’al più si aggiorna, il suo vólto non è vòlto all’avvenire. 

 

6. La sincerità come finzione 

 

Fino a non molto tempo fa a Roma prosperavano ristoranti noti per il fatto che i servitori insultassero i clienti. Costoro venivano apostrofati con epiteti volgari e derisori. Tutta finzione, insomma.  

Eppure ho frequentato un ristorante singolare scomparso oltre 25 anni fa, in cui il maltrattamento del cliente appariva autentico. L’autenticità può nascondersi dietro la prevedibilità turistica.  

Era un piccolo ristorante in una specie di trailer non lontano dal Senato italiano, insomma in una zona chic. In questa baracca non entravano più di cinque tavoli tra loro intersecati, ma si mangiava molto bene e a prezzo modico. Un solo uomo tozzo e sanguigno, Tino, faceva tutto: cuoco, cameriere, animatore, proprietario, tutto. Esponeva un volto burbero, che però poteva d’un tratto spalancarsi in una risata gioviale. Appena entravi, se eri uno nuovo, venivi subito sottoposto a un test: Tino ti faceva capire che eri solo una scocciatura per lui e ti redarguiva. Alcuni se ne andavano sbattendo la porta, e Tino ne sghignazzava con i clienti complici. Ma se passavi il test e quindi eri degno di essere cliente della bettola, non eri risparmiato per questo. Tino trovava sempre il modo di farti uscir fuori dai gangheri. Una volta, mentre guardava tutti che mangiavano buoni buoni, ruppe il silenzio esclamando ad alta voce: “Ma quanto siete brutti tutti quanti!” Rovesciava la massima d’oro: Il cliente ha sempre torto. E i clienti della Roma ZTL lo amavano. 

 

Perché Roma, e non la più ricca e industriosa Milano, è tuttora la capitale dell’industria cinematografica italiana? Perché il cinema è di per sé artefatto, illusione. Molto più del teatro, dove gli attori almeno sono in carne e ossa. Altro stereotipo: Milano, la capitale economica d’Italia, produce le cose serie, solide, sostanziose, grige, bulloni per le auto, giardini verticali, ecc. Mentre Roma produce l’apparenza colorata, opere d’arte squattrinate, il crogiolarsi estetizzante nella vecchia bellezza.  

È finta anche una certa aria stracciona rispetto alle grandi città del Nord che illude chi visita Roma. In realtà Roma è una città ricca, 4° per reddito in Italia dopo Milano, Bolzano e Bologna. Roma mente quando si presenta povera e vetusta dato che è ricca. E mente quando sfavilla di ricchezza, perché questa copre una papalina basilare miseria. 

 

7. La religione visiva 

 

Certo Roma – “città de li santi e de li peccatori” (Carlo Emilio Gadda) – è tuttora capitale del cattolicesimo, che è una cosa seria. Eppure da Roma è venuta la Contro-riforma o Riforma cattolica, che ha promosso il fastoso straripamento delle immagini multicolori. Rispetto alla sobrietà iconoclasta delle chiese protestanti, il cattolicesimo ha patrocinato il lusso sensuale delle effigi, i corpi sornionamente attraenti del nudo San Sebastiano e della discinta e prosperosa Maria Maddalena. Mentre la cultura protestante si è concentrata sulla spiritualità della musica, il cattolicesimo romano ha dato il primato alla seduzione visiva.  

Non la musica, appunto. Il Bel Canto è nato e prosperato a Napoli, Venezia e Milano, non a Roma. Rispetto a La Scala di Milano, l’Opera di Roma è un palazzotto di basso profilo privo di fascino. Roma non è sonora, è visiva. A Milano si cantavano opere, a Napoli canzonette, a Roma si dipinge. Oggi si girano film.  

 

Insomma, il cattolicesimo romano si è voluto chiesa della liturgia opulenta e della caterva di santi, del violento profumo d’incenso fumante che da bambino mi inebriava, mi stordiva in un eccesso di dolcezza. È il trionfalismo cattolico, un’esibizione di forza e supremazia. Trionfalismo oggi anacronistico in una fase di ripiego della religione in Occidente. Il papa sarebbe più a suo agio se si trasferisse a Yamoussoukro in Costa d’Avorio. 

 

Roma è degnamente capitale d’Italia anche perché si trova al centro del paese, in senso geometrico. Da una parte ha la prosperità e l’eleganza delle regioni del Nord, dall’altra ha la ruvidezza caciarona del Sud. Questa bipolarità Nord-Sud si riproduce anche all’interno del telaio ubanistico della città. I quartieri Nord (Parioli, Prati, zona Trieste) e i centri che si prolungano verso Nord (Formello, lago di Bracciano, Olgiata), sono di solito le aree patrizie o medio-alte. Invece, i quartieri a Sud-Est della città (Prenestino, Casilino, Tuscolano, Ardeatino) e i centri che si prolungano in direzione di Napoli verso Sud (Tor Bella Monaca, Zagarolo, colli Albani), sono di solito i più disastrati, insediamenti di basso profilo che assorbono immigrati poveri. A Roma, la bussola designa ranghi sociali. 

 

8. Il giornalista e la Bella 

 

Roma captale della cattolicità, Roma capitale erotica.  

L’Urbe gode della fama di essere la città giusta dove trovare l’amante, in particolare un Latin lover maschio. Mentre in altri paesi – come Brasile, Svezia, Thailandia – si va a cercare la donna da favola, in Italia si cerca l’uomo da favola. L’Italia è un sogno squisitamente femminile. E in effetti, in Italia conosco tanti uomini italiani con la compagna americana o inglese o tedesca o ucraina, ben poche donne italiane con un compagno straniero.  

La nomea di Roma città erotica è nata nel secondo Dopoguerra come ricaduta di Cinecittà al Tuscolano, per decenni la più importante fabbrica del cinema europeo, seconda solo a Hollywood. Fellini dipinse un grande affresco di questa età dell’oro in La dolce vita, così per decenni gli stranieri venivano a Roma per immergersi nella sognata “dolce vita”, in una sessualità facile e glamour. Insomma, la città dei papi divenne un polo di attrazione libertina che albergava orge immaginarie. Che poi divennero anche orge reali, perché, si sa, la natura imita l’arte. 

 

Gran parte degli stranieri che visitano Roma hanno visto Roman Holiday, il film di William Wyler del 1953. Qui Audrey Hepburn a 22 anni recita la parte di una principessa in visita ufficiale a Roma. La principessa nubile, stufa dell’etichetta regale, si avventura da sola per le strade di Roma fingendosi turista qualunque. La intercetta Gregory Peck, un giornalista americano di mezza tacca: lui ha capito chi lei davvero sia, e la porta in giro per Roma attraverso varie peripezie popolaresche non consone a una testa coronata. Il film non sfocia in un rapporto sessuale tra principessa e giornalista – non lo si poteva esplicitare a quei tempi – ma la storia è inzuppata di sottile sensualità grazie all’atmosfera trasgressiva dell’esperienza.  

 

La figura del giornalista intrallazzatore diventerà una figura emblematica di Roma a cinema. È stato descritto come “col capello ondulato lucido corvino, lo sguardo di ghiaccio, il ghigno maliardo, l’eleganza innata e l’affabulazione melliflua”. E così Peck evolverà nel giornalista Mastroianni – La dolce vita segue di sei anni Vacanze romane – belloccio di provincia che sguazza ai bordi del gran mondo dello spettacolo. E quindi arriviamo al Jep Gambardella di La grande bellezza, mondano giornalista blasé. Il giornalista e il fotografo Paparazzo incarnano la doppiezza di Roma: costoro dovrebbero documentare fatti, ma costruiscono finzioni. Il giornalismo, come Roma, intreccia in modo indecidibile fiaba e realtà. 

 

Roma si presenta come disincantata, “vissuta”, e offre luoghi e scenografie per le trasgressioni. Peck che abbindola la principessa prelude alle famose sequenze di La dolce vita in cui il pennivendolo Marcello segue e insidia la svagata e biondissima diva nordica fin dentro la fontana di Trevi – ma anche qui si tratta di uno stratagemma per fotografare la diva e scriverci un articolo gossip. La verità dell’eros e la finzione dell’arte – o la finzione dell’eros e la verità dell’arte – si intrecciano strettamente, e scolpiscono così l’immagine della Roma moderna: uno spettacolo che sembra vera vita, e la vera vita vissuta come uno spettacolo.  

 

9. Maschere 

 

La sicumera romana è una prosopopea usa-e-getta. I romani non si sentono al centro del mondo come gli abitanti di Los Angeles, Mosca, New York o Parigi. È vero che molti ripetono ancora, ma ironicamente, un motto che risale all’Antichità: “tutte le strade portano a Roma”. Eppure i romani si considerano piuttosto al di sopra del mondo. Quando parlano, è come se ti dicessero: “dal terrazzo su tetti senza tempo di questa città sgangherata guardiamo ridacchiando la grande farsa del pianeta, le lotte tra ‘gente che ci crede’”. Non credere a nulla, o nascondere bene quello in cui si crede, è la maschera singolare del romano. Anche delle donne, che tendono ad avere con gli uomini che le desiderano un atteggiamento navigato, sprezzante, condiscendente. La barocca manovra del “vero romano” è atteggiarsi a persona spontanea, disinibita, ma proprio questa iattanza è trucco. A Roma essere senza maschera è il vero mascheramento.  

 

A Napoli invece non si porta mai alcuna maschera. Al napoletano non è possibile nascondere la propria intimità. Tutto va espresso sopra le righe con grida, litigi, pianti, esagerate risate. A Napoli, scordatevi ogni intimismo. 

Venezia invece è la città in cui si viene a morire, modulo Thomas Mann. A Venezia sono rimasti pochissimi veneziani, a parte i turisti ci vivono vecchi per lo più stranieri che hanno scelto quella città trasognata come loro RSA di lusso. 

Torino ha il fascino un po’ triste della nobiltà decaduta. Non più grande polo industriale dell’Italia, de-fiat-tizzata, in cui restano i vecchi austeri caffè felpati e fastosi, ha sviluppato al massimo il modulo dei portici che rendono passeggiabile questa città grigia. Torino ha l’onorificenza di aver fatto l’Italia nel XIX° secolo, ma di fatto è stata messa un po’ da parte dall’Italia, dato che i fiori all’occhiello dell’Italia sono oggi la Lombardia, il Veneto, il Sud Tirolo. 

Quanto alla ex-nebbiosa Milano, la città più industriale, europea e ricca d’Italia, mantiene tratti provinciali che fanno tenerezza. Come un villaggio, Milano ha ancora un unico centro da cui il milanese è calamitato per la passeggiatina: il Duomo goticheggiante con accanto la mitica Galleria e la Scala. Come nel corso principale di una cittadina, le persone deambulano sciorinando i loro vestiti migliori. Le milanesi sono certe di essere le donne più eleganti del mondo perché sono le più “firmate”. Solo a Milano qualche amico può farti notare imbarazzato che il colore dei calzini che indossi è assolutamente sbagliato. Milano è orgogliosa della propria eccellenza. Di Roma invece tutto si può dire tranne che sia provinciale. Roma si espone come caput mundi, anche se ride di questo esporsi. 

 

In effetti Roma è la città al mondo con più diplomatici. Perché accoglie ambasciate presso tre stati sovrani: Repubblica italiana, Santa Sede, Repubblica di S. Marino. Inoltre ha tre sedi ONU per agricoltura e alimentazione (FAO, WFP / PAM e IFAD) – come a voler compensare un inconfessabile passato di fame. Tutto ciò conferma una certa immagine di “Roma città aperta” ispirata dal titolo del film di Renzo Rossellini. Roma è aperta, il papato ha abituato i romani a vederne di tutti i colori. Quest’apertura è la “svogliata, un po’ canagliesca tolleranza” dei romani (La Porta). 

 

10. Enciclopedia Sordi 

 

Se un sociologo volesse conoscere la Germania del secondo Dopoguerra, credo che gli si consiglierebbe prima di tutto di vedere i film di Rainer Werner Fassbinder. Se volesse conoscere l’Italia del secondo Dopoguerra fino al 2000, dovrebbe vedere alcuni dei 160 film che ha girato, come attore o regista, Alberto Sordi. E soprattutto se vuol capire Roma, città dove Sordi è nato, vissuto e morto.  

Sordi ha avuto modo di scrivere col cinema un’Enciclopedia dei vizi e debolezze degli italiani comparabile alle gallerie di “caratteri” di Teofrasto e La Bruyère, o all’opera di Molière e di Goldoni. La sua serie: il moralista corrotto, il militare codardo, il seduttore vanesio, il cinico che viene sfruttato, il benpensante crudele, il truffatore truffato, il ladro generoso… Ma ognuna di queste missglückten Daseins [esistenze fallite] è calata con rigore nella realtà dell’Italia dell’epoca. Sordi dava volto e carne a viziosi e peccatori in cui gli italiani riconoscevano il vicino di casa, il vigile del quartiere, il capufficio, il bottegaio di fronte.  

 

Eppure, se delle persone “comuni” svela la piega malvagia o vergognosa, ne segnala anche i momenti sorprendentemente eroici. In Italia si dice “l’occasione fa l’uomo ladro”, ovvero, si pensa che chiunque ruberebbe se trovasse per strada un anonimo borsello con migliaia di euro – possiamo dire anche però che l’occasione fa l’uomo eroe. Questo accade non di rado ai personaggi goffi e malandrini di Sordi: d’un tratto, in modo imprevedibile, in una situazione straordinaria o cruciale, la loro esistenza fallita si riscatta. Il furfante si dimostra capace di martirio.  

Oggi le biografie degli eroi tendono a svelare la donna e l’uomo mediocri che in loro non sospettavamo, invece Sordi talvolta fa emergere nell’italiano comune la scintilla nobile che non sospettavamo. 

 

Eppure è questo che manca a Roma, dalla fine dell’Antichità in poi: un intervallo eroico, un’estasi epica, un martirio collettivo di redenzione. La sua gente non è mai insorta, con cortei o barricate, contro qualche oppressore di turno, come è accaduto a Napoli, Milano, Parigi, Budapest, Varsavia; né ha mai resistito eroicamente all’invasore come Leningrado, Madrid, Firenze, Londra, Ginevra, Costantinopoli. Non c’è nessuna illustre epopea militare romana dal Medio Evo in poi, a parte la resistenza contro l’esercito francese nel 1849, battaglia guidata da Garibaldi ma combattuta da repubblicani che venivano da tutta Italia.  

Forse è questa mancanza di vera gloria che tinge di amarezza gli splendidi tramonti romani, quando il sole stempera i colori pastello delle case e dei tetti morendo calmo in un mare che mai si vede da Roma. 

 

1 thought on “C’è o ce fa? Roma illustrata ai lettori tedeschi 

  1. Questa descrizione di Roma è un incomparabile fuoco d’artificio di immagini, di idee, e di cultura. Vi manca invece, come sempre avviene (vedi “La grande bellezza”) un’espressione di cordoglio per il fatto che Roma tutto esprima, oggi, per noi italiani, fuorché l‘idea nobile della nostra Patria e del suo centro.
    Ammetterò che nel mio rapporto con Roma agiscono in me ricordi assai particolari. Alcuni dolci e direi meravigliosi: da bambino e da ragazzetto in provenienza da Napoli, dove eravamo finiti come profughi dall’istria, andavo in visita a un mia cara zia – anche lei originaria dell’Istria – e alle mie due cugine. Abitavano ai Parioli e mi accoglievano ogni volta con tanto affetto. Era per me una Roma magica.
    Devo confessare che la prima volta che mi ero trovato – ero un bambino – di fronte alle grandiose rovine della Roma imperiale mi vennero le lacrime, lacrime vere, pensando alla passata grandezza, e anche a quanto in basso fosse finita l’Italia. Ebbene, penso ormai di aver superato tutto questo. Ma forse non è così.
    Per me Roma è la capitale. La capitale, sì, di un Paese mal riuscito, travolto dalle chiacchiere, dagli scandali, dagli abusi. Ma una capitale che purtuttavia aveva fatto battere il cuore degli irredenti della sponda orientale dell’Adriatico. E un’ombra di questa grande Roma è rimasta nel mio cuore.
    Purtroppo il ritorno in questa Roma d’oggi ogni volta provoca in me un sentimento d’incredulità, di forte amarezza e di quasi disgusto. Quante volte arrivando in treno a Roma, dopo essere giunto in Italia dal Canada dove vivo, ho provato un senso di avvilimento e vergogna, vedendo che tutte le superfici, accessibili e anche quelle in teoria inaccessibili, sono lordate da giganteschi, luridi graffiti alla bomboletta. Inoltre, nei pressi di Roma Nomentana, sempre dal treno, è possibile scorgere, tra la vegetazione, una sorta di mercatino clandestino sporchissimo e con una fauna umana – che dio mi perdoni – difficilmente qualificabile. Non è certo snobismo il mio. Lascio lo snobismo a Sorrentino de “La grande bellezza”.…
    Temo che molti italiani, anche i migliori, si siano assuefatti allo sconcio di una capitale alquanto sfigurata, con muri, edifici, serrande imbrattate da giganteschi scarabocchi di vernice; e afflitta da un’illegalità e da un disordine quasi da Terzo mondo: vedi la stazione Termini. Avrei tanti episodi da raccontare: zingarelli borseggiatori che agiscono indisturbati, un indiano o pachistano che orina tra la folla della stazione, venditori ambulanti abusivi che ricoprono di paccottiglia aree e marciapiedi a ridosso dei più bei monumenti, simbolo della nostra identità nazionale; e stuoli di loschi perdigiorno e mendicanti giunti da ogni dove e che sono liberi di fare quello gli aggrada. Ed io stesso sono stato l’oggetto, l’anno scorso (giugno 2025), nell’arco di tempo di un’ora, di due tentativi di borseggio – nella metropolitana, -di cui uno piuttosto violento.
    Non vi è in Europa, non dico una capitale, ma una città che sia oggi ridotta così. Ebbene, il fatto che l’autore del mirabile pezzo su Roma, come anche il regista della “Grande Bellezza” non abbiano neppure accennato a questo degrado è il punctum dolens per me. Come ignorare, infatti, la realtà di una capitale – e che capitale – a questo punto degradata?

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