di Matteo Scifoni

 

L’11 ottobre di cento anni fa nasceva (a New Orleans, dove ambientò uno dei suoi romanzi più divertenti, Bandits) Elmore “Dutch” Leonard, destinato a diventare uno degli scrittori più influenti della letteratura statunitense dell’ultimo mezzo secolo, che oggi ci manca più che mai. Almeno a me, che soffro di ciclici periodi di astinenza. Avevo ventidue o ventitré anni quando lessi il mio primo libro del “Dickens di Detroit” (copyright di Martin Amis, suo sfegatato ammiratore). Avevo visto diversi film tratti dai suoi lavori, ma non avevo mai letto niente di suo. Un giorno, mentre bighellonavo in libreria, mi imbattei nella fresca edizione Einaudi di Cat Chaser, in una bella traduzione di Wu Ming 1 – avevo visto il film, un dimenticabile noir di Abel Ferrara –, aprii il libro e rimasi folgorato dalla frase di apertura: “Prima impressione di Moran vedendo Nolen Tyner: tipo rischioso, il genere di persona che si addormenta a letto con la sigaretta accesa”. Bene, pensai, ecco un tizio che sa scrivere. In due righe c’era già il patto col lettore: se mi segui, ti racconterò una storia senza fronzoli. In due righe c’era già un mondo – ironia, pericolo, personaggi, atmosfera – ma soprattutto quell’elemento che tanti scrittori non hanno nemmeno a pagina trecento: la voce. E la voce di Leonard era inimitabile: un tocco speciale che rendeva i suoi romanzi unici. Una voce che parlava come i suoi personaggi – carismatici, disillusi, ridicoli – e che ti restava nelle orecchie.

 

Leonard inizia la sua carriera scrivendo western (romanzi come Hombre e racconti come 3:10 to Yuma, entrambi adattati per il cinema) che già mettono in luce le sue ossessioni per dialoghi asciutti, situazioni tese e personaggi ambigui, ma è negli anni Settanta, quando si sposta verso il noir, che trova la sua voce definitiva: Detroit e Miami diventano i paesaggi delle sue storie, abitate da una vivace fauna di piccoli criminali, rapinatori dilettanti, poliziotti corrotti, uomini e donne che tentano il colpo della vita e quasi sempre si schiantano contro la realtà. Oggi che le librerie traboccano di thriller procedurali, true crime, gialli a sfondo storico, è diventato raro trovare il tipo di noir eccentrico, laterale, sovversivo che praticavano autori come Leonard (e altri irregolari come Charles Willeford, Donald Westlake, Jim Thompson, Charles Williams), quel modo di scrivere che non sembra mai letteratura che si mette in posa, dove c’è sempre movimento, anche nelle pause, dove un dialogo può farti ridere e un momento dopo farti paura, quel senso di libertà, onestà e fatalismo.

 

Si può imparare moltissimo leggendo Leonard con l’occhio dello scrittore: la straordinaria economia narrativa (su quasi cinquanta romanzi, nessuno supera le novantamila parole), il modo di caratterizzare un personaggio con poche pennellate precise facendolo agire, reagire e soprattutto parlare, quello di gestire il ritmo di una storia alternando con sapienza ellissi e accelerazioni, l’uso della terza persona “in soggettiva” (per cui ogni volta che va in scena un personaggio, il capitolo è raccontato dal suo punto di vista), la fusione perfetta di umorismo e violenza (senza però gli eccessi splatter del suo discepolo Quentin Tarantino: in Leonard la violenza è sempre secca, antispettacolare, qualcosa che succede all’improvviso e senza fanfara: come deve essere in un vero noir), l’assenza di sentimentalismo, il tono asciutto, senza sbavature. E ovviamente l’uso dei dialoghi, di cui Leonard era considerato un maestro (Stephen King lo cita come esempio virtuoso nel suo saggio sulla scrittura On Writing). Nei suoi dialoghi torrenziali, a volte botta e risposta brucianti, a volte monologhi di una pagina, che devono molto della loro riuscita a una scrupolosa cadenza quasi musicale e che paradossalmente giocano molto sul non detto, Leonard rielaborava il realismo in un modo che poteva esistere solo in forma letteraria. Ogni battuta è calibrata, spesso interrotta, sempre verosimile; il ritmo e la naturalezza sono quelli della conversazione quotidiana. È un dialogo che non solo caratterizza i personaggi, ma muove l’intreccio, ed è sempre teatro di negoziazione: i suoi personaggi parlano sempre come se scherzassero, ma tra le righe stanno contrattando qualcosa di serissimo, proprio come nella vita vera.

 

Relegato nella nicchia del noir – come spesso accade con gli autori popolari – Leonard era un grande scrittore tout court, che intendeva il romanzo criminale come radiografia spietata – ma spesso comica, grottesca – delle relazioni umane. Non gli interessava la disperazione compiaciuta tipica di certo noir, preferiva osservare i suoi personaggi con affetto sornione e disincanto, ma senza sconti, raccontando un mondo ambiguo popolato da persone che si credono furbe e cercano di fregarsi l’una con l’altra. I suoi romanzi, in fondo, non sono altro che commedie di costume mascherate da noir. In questo non era solo un autore di genere, ma un cronista del suo tempo, capace di fotografare con precisione antropologica il lato minore del Sogno Americano, la periferia umana dei perdenti, dei marginali, di chi cerca scorciatoie e trova guai. Scrittore che non aveva paura di prendersi dei rischi, Leonard si toglieva spesso lo sfizio di affrontare in filigrana temi politici e sociali (la politica estera degli Usa in America Latina in Bandits, dove una scalcinata banda di truffatori cerca di rubare soldi destinati a finanziare segretamente i Contras in Nicaragua; addirittura il genocidio del Ruanda in uno dei suoi romanzi più scatenati e bizzarri, Pagan Babies; i pirati somali e la guerra al terrorismo in Gibuti) e di farsi due risate su diversi oggetti di culto del Novecento (la satira della controcultura degli anni Sessanta in Freaky Deaky, quella di Hollywood in Get Shorty, quella della mercificazione della religione in Touch, il suo romanzo più eccentrico). Tra la miriade di duri ammazzasette, psicopatici logorroici, truffatori di mezza tacca, killer dementi, rapinatori gentiluomini e adorabili canaglie da lui creati, spicca la galleria dei suoi personaggi femminili, mai vittime né decorazioni: Robin Abbott, Jackie Burke, Karen DiCilia, Lucy Nichols, Jean Shaw, tutte centrali e attive, piene di sfumature e ambiguità, sempre più sveglie dei maschi, rivelando una sensibilità in anticipo sui tempi e un interesse per il noir come arena di conflitti di potere, più che come semplice storia di gangster.

 

Scrittore molto amato dal cinema, delle decine di adattamenti dei suoi lavori quelli riusciti si contano sulle dita di una mano (Jackie Brown, Out of Sight, Get Shorty, il sanguigno 52 gioca o muori): perché un film è una questione di struttura e plot, i romanzi di Leonard sono una questione di personaggi e tono. Nei suoi lavori migliori, quelli in cui Leonard era in stato di grazia (come Freaky Deaky, Cat Chaser, Rum Punch, LaBrava, Tishomingo Blues), la sua voce è così precisa e intrisa di ritmo – un’amalgama prodigiosa di realismo, zone d’ombra, malinconia, umorismo, digressioni e follia – che senza quella voce la storia nuda perde metà del suo senso. Il che lo rende molto più letterario di quanto sembri: ci vuole una mano autoriale fortissima (come quella di Tarantino o Soderbergh) per “ricreare” Leonard al cinema. Forse il migliore adattamento di Elmore Leonard della storia del cinema è una sceneggiatura non tratta da Elmore Leonard: True Romance di Tarantino, diretta da Tony Scott (e non a caso ambientata a Detroit).

 

Scrittore popolare ma non facile da tradurre, Leonard non ha avuto un successo sensazionale in Italia (uno dei suoi capisaldi, Swag, è a tutt’oggi inedito): troppo sbilenco rispetto ai commissari, troppo raffinato e imprevedibile per il grande pubblico. Autore prolifico (ma non ha mai fatto un personaggio seriale, altro punto a suo favore), ha raggiunto il grande successo a sessant’anni e continuato a pubblicare fino alla morte (avvenuta nel 2013): scriveva ogni giorno, a mano su fogli gialli, senza fare scalette e lasciando che fossero i personaggi a guidare la storia. Celebre il suo decalogo di regole sulla scrittura (buttate giù in un pomeriggio, per non annoiarsi, mentre aspettava di presenziare a una conferenza), che termina con un geniale: “Cerca di lasciare fuori le parti che i lettori tendono a saltare”.

 

Cento anni dopo, Elmore Leonard rimane l’autore che ha insegnato a togliere più che ad aggiungere. A non fidarsi dell’effetto letterario, ma della voce dei personaggi. A mostrare come il crimine non sia solo violenza, ma anche goffaggine, ironia, improvvisazione. A ricordarci che la letteratura può nascere dal linguaggio quotidiano, se trattato con rispetto e precisione, e che la narrativa funziona quando l’autore scompare e sulla pagina restano solo le persone, vive, contraddittorie, destinate a sbagliare. Proprio come nella vita.

Tra le iniziative che celebrano il centenario della sua nascita vale la pena di segnalare il lavoro di Gregg Sutter, suo storico ricercatore personale e archivista, che sul suo blog Substack sta tirando fuori inestimabili chicche come filmati inediti e retroscena sulla lavorazione dei romanzi, di grande interesse per ogni drogato di Leonard come me.

 

Ci mancano scrittori così, che lo fanno e basta, senza compiacersi, gonfiarsi di retorica civile, trasformare ogni romanzo in un selfie narrativo. Almeno mancano a me. Rileggere Leonard è anche un modo per ricordarci come si dovrebbe scrivere: con semplicità e leggerezza, divertendosi, senza prendersi sul serio. Come diceva lui: Be cool.

 

Matteo Scifoni è uno scrittore e regista. Ha pubblicato tre romanzi e diretto il film Bolgia totale (2014). Il suo ultimo romanzo Le Diomedee è uscito nel 2025 per Edizioni Efesto.

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