di Jean-Charles Vegliante (trad. di Mario Pezzella)
[E’ stato appena pubblicato Chansons douces – et quelques nuages, un libro di Jean-Charles Vegliante fabbricato artigianalmente e illustrato con foto di cieli nuvolosi dello stesso autore. Ne pubblichiamo alcuni testi, seguiti da una nota di Mario Pezzella, traduttore delle poesie].
Quello che senti è un corvo che cammina
sul margine del tetto in cerca d’acqua
rimasta dopo le piogge notturne
nel muschio (non l’abbiamo, per fortuna,
raschiato). O sono i colombi maldestri
del biancospino nel suo cespuglio,
il suo profumo t’aveva sorpresa.
Non sono ladri, né lupi mannari
né ratti. Tra le mie pagine dormi
mio piccolo ghiro, potremo presto
lasciarci andare sereni nel sogno.
Già la tempesta è vicina e il cielo
ha una sbarra bianca ed accecante
a filo d’orizzonte e il resto è notte.
Sembra che il vento su di noi infierisca,
ma si diverte invece allo scroscio
della pioggia sui vetri che i genitori
hanno dimenticato di lavare.
Al mattino quel vento mormorava
al tuo orecchio e lo accoglievi amico.
Le parole s’allineano e sono
la tua assenza o di te un sogno vago
senza oggetto; di noi che non vogliamo
che s’incida di te la nostra attesa,
nascosta vena d’acqua che si spera
nell’incerto cammino di trovare
sotto i rami. Ed è voce mentale
che disseta sicura che nessuno
mai la pronuncerà, pegno d’infanzia
duro come il ferro e mai negato.
Puntiamo a andare via dalla foresta!
Come andresti leggera, un nulla quasi,
inquieta di sentire sotto i passi
il muoversi del suolo inesplorato
di migliaia di muschi, colorati
dolci celando un fango nero
dove il giorno sospeso svanirebbe
insieme a te fasciata nella torba
dolcemente serbata ad un futuro
lontano e sconosciuto – discendenti
lontani, noi non potremo vederli.
Io lo ricordo, ciò che di te immagino.

(So che sei solo in me, tu piccola anima
invisibile, che non appartieni
né a me né ad altri, ma sentirti
viva a sopravvivere m’aiuta.
Come altrimenti sopportare i giorni
che lentamente annullano i ricordi
ed i sogni non più riconosciuti,
come Noodles, tu sai, in quel vecchio western
che spiava piangendo la bambina amata
e la guardava oltre il buco nel muro.
E dov’è, dove è scomparso l’altro?)
Dormono i tuoi sogni dove svanisce il sole,
attendono pazienti che tu accolga
il loro caos nell’acqua quieta e immobile
dal cui fondo spia un’ombra. Ti faranno
ridere anche, con l’alba che verrà,
risuscitando il sole, che raggiunge
il canto del merlo piroettando
e i suoi fischi fitti e divertenti,
che ti svegliano, subito già pronta
a un altro giorno che sia senza armi.
Scrivo solo per te, voce perduta,
assente ninfa dei boschi e dei prati
di un’infanzia irrisoria – e la conoscono
bene i tuoi occhi ridenti anche tra lacrime
l’origine svanente, Eco o sorella
o mamma sotto la terra dei giochi
che sembrano non aver mai una fine.
Si parla di giocare seriamente,
consumarsi fino a mancar di voce.
Denti di latte, ape dorata, boccio
di bucaneve, non essere inquieta,
tu crescerai, e presto sul tuo volto
incideranno gli anni delusioni
e gioie, che più sono brevi e più
profondo scavano; e poi la sorpresa
d’essere ciò che sei, lascia presto
il ricordo come d’un’orma pallida
sul cielo bianco della fugace estate:
in una pausa di tempo sarai stata.
Nella notte qualcosa assedia i muri.
(Traduzione di Mario Pezzella)
Chansons douces
Ce que tu entends c’est un corbeau qui marche
sur le rebord du toit. Il cherche un peu d’eau,
que retient la mousse après les pluies nocturnes
(nous avons bien fait de ne pas la racler).
Ou bien des ramiers balourds dans le buisson
d’aubépine, dont l’odeur t’avait surprise.
Il n’y a pas de rôdeur, ni loup-garou,
ni rat ; nous pourrons sans crainte tôt rêver.
Dors entre mes pages, mignon petit loir…
C’est la tempête qui approche, le ciel
a une barre blanche aveuglante au ras
de l’horizon et le reste tout de nuit
vêtu. Le vent semble s’acharner sur nous
mais ce n’est pas ça. Il s’amuse à rabattre
la pluie contre les vitres que tes parents
ont oublié de laver. C’est bien ce vent
qui murmurait le matin à ton oreille,
le même, et que tu accueillais en ami.
Car les mots qui s’alignent sont ton absence
ou un rêve de toi sans objet, sans rêve,
sans vouloir inscrire de toi notre attente,
comme une veine d’eau cachée qu’on espère
le long du chemin incertain sous les branches.
C’est une voix mentale qui désaltère,
aussi sûre de n’être pas prononcée
qu’un gage jamais dénié de l’enfance
(dur comme fer). Pointer hors de la forêt !
Comme tu marcherais légère, un peu rien,
inquiète de sentir bouger sous tes pas
le sol inexploré de milliers de mousses
douces colorées cachant une boue noire
où le jour suspendu pourrait disparaître
avec toi, langée doucement dans la tourbe
pour un lointain futur que l’on ne sait pas –
lointains descendants, nous ne pourrons les voir.
Ce que je t’imagine, je m’en souviens.
(Je sais que tu n’es que dans moi, petite âme
invisible, sans m’appartenir, ni d’autre,
mais de te sentir vive m’aide à survivre.
Comment supporter sans cela chaque jour
qui emporte peu à peu les souvenirs
mêlés aux songes qu’on ne reconnaît plus,
comme Noodles, tu sais dans ce vieux western
qui voyait sa chérie enfant par un trou
du mur, pleurant. Où est l’autre disparu ?)
Où disparaît le soleil dorment tes rêves.
Ils attendent patiemment que tu accueilles
leur bousculade imprévisible en l’eau calme
immobile sous laquelle une ombre guette.
Mais ils te feront rire aussi avec l’aube
qui viendra là, ressuscitant le soleil
dont la pirouette rejoint le chant du merle
et ses sifflets drus qui drôlement t’éveillent,
prête aussitôt pour un autre jour sans armes.
Je n’écris que pour toi voix perdue, absente
nymphe des bois et des prébois d’une enfance
dérisoire bien sûr – et tes yeux rieurs
même dans les larmes la connaissent bien
cette disparaissante origine, Écho
ou maman ou petite sœur sous la terre
des jeux qui sembleraient n’avoir pas de fin.
Car c’est de jouer gravement que l’on parle,
s’user jusqu’à ne plus pouvoir dire un mot.
(dents de lait, bouton de perce-neige, abeille
dorée, tu grandiras, ne t’inquiète pas,
et puis très vite les ans sur ton visage
imprimeront les déceptions et les joies
qui profondément creusent d’être trop brèves,
et la surprise de ce que tu es laisse
bien tôt le souvenir comme d’un sillage
pâle sur le ciel blanc du fugace été
mais tu auras été, le temps d’une trêve)
Mais la nuit quelque chose assiège les murs.
Sulle «Chansons douces – et quelques nuages» di J.-Ch. Vegliante
di Mario Pezzella
Si tratta di un piccolo libro, «leporello» (in arabo Kitâb muraqqà), fabbricato artigianalmente e illustrato con foto di cieli nuvolosi (dello stesso autore) le cui didascalie formano a loro volta un testo poetico parallelo. Il pretesto sembra fosse, attraverso un dipinto di Felice Casorati del 1912 (Bambina che gioca su tappeto rosso), soprattutto un verso di Dante – tradotto dallo stesso autore –, tratto dal XVI del Purgatorio: “l’anima semplicetta che sa nulla” (l’âme toute simplette ; et ne sait rien), paragonata in rima a una “fanciulla”. Ma la realizzazione si rifà forse di più alla lettura della Commedia proposta da Vegliante, nel suo saggio Comme celui qui voit (ed. Tarabuste, 2024), dove si descrive un’ascesa del poeta viandante verso il riconoscimento e la conquista del “femminino”, dentro di sé e nell’animo del lettore. Le figure femminili fantasmatiche della “petite fille”, di una bambina immaginaria, o – come altrove in Vegliante – della ninfa, sono esplicitamente indicate come inesistenti e per sempre distanti; esse hanno la consistenza delle immagini di sogno, che vivono nell’apparenza di pure parole. Queste però sono messe in rapporto con sensazioni e percezioni fisiche che appartengono, per contrasto, a un reale dimesso e quotidiano, attraversate da un sentimento di nostalgia verso quella figura incolmabile e lontana, che prende presenza nella realtà interiore della poesia.
[Immagine: Felice Casorati, Bambina che gioca su tappeto rosso, 1912].
Grazie tante, al sito e al traduttore! Merci de tout cœur, et à présent bonnes (douces) fêtes de fin d’année !
– Complimenti per il sito, spesso molto interessante, e bello davvero,
J.-Charles