di Claudia Mirrione

 

Esercizi di lettura, rubrica a cura di Francesco Brancati

 

Tra l’argine del fiume e la corrente

un dettaglio respira

soltanto se viene notato.

 

«Un dettaglio respira / soltanto se viene curato». Il recente volume in versi di Matteo Bianchi, Christopher (Interlinea, 2025, pp. 112, euro 16), si presenta fin dalle prime pagine come un libro che conduce un’indagine radicale sull’uomo – sul sesso maschile, più precisamente – e sulla sua postura nel mondo contemporaneo. Se la poesia è da sempre il luogo della fragilità dell’individuo, qui questa si concentra su figure che hanno smarrito il centro della scena: uomini non più sulla cresta dell’onda, lontani dal successo e dalle acclamazioni. Uomini, insomma, che rifuggono le porte principali e sopravvivono negli anfratti e nelle macerie del vivere.

 

Il libro si sviluppa come un viaggio scandito da stazioni, fermate, soglie di riflessione. Un percorso che attraversa vite accomunate da uno stesso sentire: l’abitare gli interstizi, l’esistenza laterale, forme di sopravvivenza che si consumano nel raccoglimento e nella sottrazione, lontane dalla grandeur mediatica e sociale. In questo senso, Christopher si inserisce con precisione in una linea ben riconoscibile della poesia italiana contemporanea che, negli ultimi anni, ha interrogato la crisi della soggettività maschile, sottraendola ai modelli dominanti e restituendola in una dimensione dimessa, spesso vulnerabile. In tutte queste esperienze emerge un tratto comune: l’abbandono dell’eroismo e della centralità, sostituiti da una presenza che trova proprio nella sua marginalità una nuova possibilità di sguardo. Il libro di Bianchi si colloca con nettezza in questo contesto, ma lo fa scegliendo una figura estrema e insieme paradigmatica: quella dell’artista di strada, portando alle conseguenze più radicali questa perdita di centralità.

 

Nella raccolta, infatti, Christopher è senza dubbio la figura che emerge con maggiore intensità. Incarnazione di una dimensione queer parigina, artista di strada, corpo votato al vagabondare e al lasciarsi attraversare, sembra non conoscere alcuna forma di trattenimento: cedere diventa una postura, non opporre resistenza una modalità istintiva di sopravvivenza. Londinese, Christopher assume i tratti dell’ultimo dei maledetti. Ma qui la dimensione del maledettismo si carica di un significato ulteriore e decisivo: non è un semplice atteggiamento estetico, né un finto anacronismo, né tantomeno un anacronismo effettivo. È piuttosto una tensione verso un mondo perduto, una rievocazione di una grande stagione dell’arte parigina – quella evocata, tra gli altri, da Charles Baudelaire e restituita iconograficamente da Henri de Toulouse-Lautrec – in cui l’arte di strada poteva avere un senso e un compimento.

 

In questa prospettiva, il riferimento implicito alla tradizione dei poètes maudits non si traduce in imitazione, ma in evocazione di un’epoca in cui la marginalità era ancora carica di valore simbolico, in cui l’artista poteva abitare la periferia senza essere del tutto espulso dal sistema culturale. Nel contemporaneo, invece, questo spazio è stato progressivamente eroso: la marginalità non è più una scelta esistenziale dotata di aura, ma una condizione spesso svuotata, priva di riconoscimento. Christopher incarna precisamente questo scarto: è ciò che resta di quella tradizione, ma privato delle sue condizioni di possibilità. Non cerca più una compensazione nella capacità intuitiva di cogliere le corrispondenze; non sublima la propria esclusione in visione. Si limita a lasciarsi attraversare dagli eventi, a trasformarsi nelle emozioni dei passanti che si fermano a contemplare le sue maschere. Non interpreta il mondo, né è superiore ad esso: lo assorbe, lo riflette, lo restituisce.

 

Sul fondo di un jazz club

scavato in una grotta medievale,

sotto i souvenir e il Quartier Latin

gli dava il fianco una copia

di Toulouse-Lautrec.

«Vedi, questo è un teatrino:

c’erano di certo un ballerino,

un nano, una cantante

e forse anche un mimo».

Disperava per le strade di Pigalle

con i teatri chiusi e vacui,

dietro gli spioncini in malora

e gli artisti scomparsi.

 

In questa atmosfera parigina decadente si avverte la stratificazione dei luoghi, come un tempio che nasce sempre su un sito già sacro: il jazz club, la grotta medievale, le viscere della terra animate un tempo da artisti di cabaret. Il gioco delle rime e delle assonanze costruisce un ritmo che richiama l’oralità delle esibizioni, la cadenza di una serata di varietà, la vibrazione di un microfono acceso davanti a pochi spettatori. Le prime risonanze – jazz club, Quartier Latin, Toulouse-Lautrec – operano quasi come una Murmelvokal, una vocale mormorata e straniante, che trasporta il discorso in un altrove linguistico e culturale, segnalando il viaggio, la contaminazione, l’amore per il vagabondaggio. La scelta di questi suoni non è ornamentale: è un modo per scardinare l’italiano dall’interno, per farlo risuonare in un registro meticcio, da cabaret cosmopolita.

 

Poi arrivano le rime baciate e l’assonanza (teatrino-ballerino-mimo), che riportano alla dimensione scenica ma in scala ridotta. È un teatrino, non il grande teatro. Un luogo di improvvisazione, un sottoscala dove artisti lavoricchiano, cercano di sbarcare il lunario, restando fuori dai canali del mainstream. L’imperfetto è decisivo: se questo «è» un teatrino, questi artisti «c’erano». C’erano un ballerino, un nano, una cantante, forse anche un mimo. La comicità evocata è quasi clownesca, da piccolo cabaret di quartiere, da bugigattolo lontano dai circuiti altisonanti. Il presente certifica lo spazio; l’imperfetto registra la scomparsa.

 

Il riferimento alla commedia umana è evidente: attori che impersonano una parte, che recitano nel grande teatrino della vita. Ma il testo va oltre la metafora consueta. Qui si riflette su un’arte che sta scomparendo. Gli artisti dei quartieri, quelli di strada, quelli che hanno incarnato il loro mestiere fino alle midolla, quelli che non si sono venduti, che animavano teatri senza puntare all’arricchimento, sono svaniti. Restano gli spioncini in malora, i teatri chiusi, le luci spente. Christopher, che si aggira disperato per le strade di Pigalle, è l’ultimo di una specie quasi estinta: l’uomo che vive per l’arte, l’uomo che accetta la precarietà pur di rendere felici, anche solo per un attimo, i passanti.

 

Sul piano formale, questa sezione rivela uno dei tratti più interessanti del libro: uno studio delle rime prezioso e fortemente sperimentale. La ricerca fonica non è mai esibita come virtuosismo fine a sé stesso; è un dispositivo di senso. La Murmelvokal, le rime baciate, le assonanze leggere, l’alternanza di registri e lingue costruiscono una partitura che imita la scena evocata: un cabaret sotterraneo, un sottoscala pieno di voci dove ogni eco conta.

 

«Un dettaglio respira / soltanto se viene curato»: la dichiarazione iniziale trova qui la sua piena attuazione. Bianchi cura i dettagli minimi – una copia di Toulouse-Lautrec, uno spioncino, un teatrino – e li trasforma in emblemi di una condizione maschile non più dominante ma capace di un’altra forma di resistenza: restare, anche quando il pubblico è andato via. Non c’è enfasi, ma un’elegia nitida e concreta, che punta a salvare – nella disperazione – ciò che sta ai margini.

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