di Matteo Bianchi
[Esce oggi per Interlinea Cristopher, di Matteo Bianchi (prefazione di Giancarlo Pontiggia, nota critica di Tommaso Di Dio. Proponiamo in anteprima alcuni testi].
Once perky red, the wall outside
the “Chez Madame Arthur” theatre,
now houses dead flies and faded photos
behind cracked glass. Falling apart.
Weak legged, stomach-cramped crying.
I’m back in Paris after ten years.
With me is Matteo, my friend the poet.
He waits. There’s room for sobbing.
Parisians probably pass us by,
not looking the other way;
the French live emotion in their stride.
We move on, I say. But, «the past is like
that, it doesn’t go away».
My un-mourned separation explodes.
I implode. Dust and dead flies.
«The past is like that, it festers».
Christopher Channing
Sul fondo di un jazz club
scavato in una grotta medievale,
sotto i souvenir e il Quartier Latin
gli dava il fianco una copia
di Toulouse-Lautrec.
«Vedi, questo è un teatrino:
c’erano di certo un ballerino,
un nano, una cantante
e forse anche un mimo».
Disperava per le strade di Pigalle
con i teatri chiusi e vacui,
dietro gli spioncini in malora
e gli artisti scomparsi.
*
I suoi vestiti sono sporchi,
ma sono i suoi.
Li ha sistemati in una camera d’albergo
dove oggi chi ci vivrebbe più.
Apriva la finestra della stanza
per sentire il mondo di fuori,
ma con i suoi stessi fantasmi.
Dietro gli occhi di vetro
i vapori degli anni passati.
*
Si distraeva per non farsi sbranare.
«Il passato è così, non se ne va»
si ripeteva ripiegato.
Alle speranze non c’è rimedio.
Non c’era leggerezza insostenibile,
se non in una bolla di sapone.
Da piccolo, persino adesso
gli veniva da piangere a vedere
quelle che restavano per metà
attaccate al tavolo
in attesa di scoppiare, di sparire.
*
Casa sua non aveva fondamenta.
Saliva umidità dalla terra,
annientava i tessuti,
stucchi esalavano stagioni.
Aspettava che la pioggia
motivasse il suo vizio:
teiere dappertutto
e nessun affetto trattenuto.
Parigi non era Londra.
*
Viveva dietro Père Lachaise
e vedeva oltre il suo muro di cinta
in rue du Repos – via dei Riposi –
sarcasmo del caso.
Le statue degli angeli
di guardia cambiavano volto
a seconda dell’ombra, le nubi.
Sapeva la vita accanita.
*
Di solito era la paura
di portarsi dentro ogni speranza,
i semi di una vita più pura.
A meno che non fosse timore di sé
che lo obbligasse a ripiegarsi
a una mera sopravvivenza.
O trascendenza o morte
nell’acqua delle lapidi:
che l’affetto l’abbia vinta, oramai
dipende solo da chi guarda.
*
Stanze di cocci, distese di cocci
sui pavimenti, lungo le pareti
o sotto le porte del magazzino disperso
nel cemento. E schiere di teste chine
sui rispettivi drammi aspettavano
che si sedesse in fondo al rullo
e che trovasse l’oro, lo sciogliesse
e facesse brillare tutte le loro crepe.
Ancora una volta mondava la paura
che cadessero ancora.
Ogni volta che cercava la verità,
prendeva la porta sul retro.
*
Era un mestiere assoluto il suo,
una vocazione dimessa.
Se sceglieva una maschera
l’aveva già incubata: angelo e demonio,
felice e infelice allo stesso modo.
*
The artist’s job is to find the sidewall cracks and squeeze through.
The main door’s for everybody else.
C.C.
[Immagine: Chris Channing].