di Walter Di Chiara
Il 25 febbraio scorso BUR ha ripubblicato Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Con le sue 1257 pagine, il romanzo, uno dei più ingombranti della nostra storia letteraria, era uscito in quella stessa data cinquant’anni prima per Mondadori dopo una travagliatissima gestazione. Questa ultima edizione del libro, arricchita da fotografie e documenti inediti, è corredata dall’introduzione di Walter Pedullà, uno dei principali critici del secolo scorso e amico di D’Arrigo, da uno scritto di Giorgio Vasta, autore palermitano interessato ai linguaggi e alle forme sperimentali del Novecento, e dalla postfazione di Siriana Sgavicchia, una delle massime studiose dell’opera darrighiana. La ripubblicazione del libro si associa al palinsesto Horcynus Orca 50, la serie di celebrazioni per il cinquantenario dell’opera promosse dalla Fondazione “Arnoldo e Alberto Mondadori”, con la collaborazione di BUR Rizzoli e Taobuk. L’anniversario e le celebrazioni connesse sono l’occasione per riprendere in mano Horcynus Orca e riscoprire uno dei più importanti, ma ancora ingiustamente meno noti, autori di quella stessa stagione letteraria che ha visto la pubblicazione o l’elaborazione di altri grandi romanzi di impronta sperimentale come Il porto di Toledo di Ortese, Corporale di Volponi, Petrolio di Pasolini, L’arte della gioia di Sapienza e La Storia di Morante.
La storia nel romanzo
Il romanzo racconta gli ultimi cinque giorni di vita, dal 4 all’8 ottobre del 1943, di ’Ndrja Cambrìa, nocchiero semplice della Regia Marina. La narrazione si apre con l’arrivo del protagonista al Paese delle Femmine, sulla sponda della Calabria che guarda la Sicilia. È l’ultima tappa del suo percorso, cominciato dopo l’armistizio dell’8 settembre, prima di ritornare a Cariddi, il villaggio di pescatori in cui è nato e cresciuto. In Calabria, ’Ndrja cerca per diverso tempo qualcuno che possa traghettarlo di là dal mare, fino a quando non trova Ciccina Circè, una femminota, una donna del posto, che nottetempo riesce ad accompagnarlo oltre lo Stretto a bordo della sua feluca. La comunità dei cariddoti che ritrova al suo rientro è una comunità «straviata», sbarellata dalla Guerra, privata della pesca, la sua principale fonte di sostentamento. La modernità sembra avere stravolto quel mondo antico con violenza. Anche ‘Ndrja è cambiato, sulle prime il padre Caitanello, quando se lo rivede davanti, non sembra volerlo neppure riconoscere.
Il ritorno a casa del ragazzo coincide con un evento straordinario: lo Stretto di Messina viene invaso da una moltitudine di fere di ogni tipo e da ogni mare. Sono i delfini, i nemici naturali dei pescatori locali, i pellisquadre, per via delle scorribande che fanno ai danni delle loro reti. Mentre in mare davanti allo sguardo dei cariddoti si agita il finimondo, l’orca, «la Morte stessa», riemerge dagli abissi. L’animale ha una piaga enorme e putrida su un fianco, sembra la vittima di una lunghissima agonia. Riporta con sé dagli abissi la cicirella, i neonati dell’anguilla che le donne del luogo si affrettano a raccogliere per poter nutrire il villaggio. Alla paura per il mostro che sembrava solamente l’emblema della ferocia e della morte, subentra così la gratitudine per quella manna degli abissi. La morte si fa portatrice di vita, è un mondo che sta per collassare su sé stesso. Di lì a poco, infatti, l’«orcaferone» verrà attaccato dalle altre fere che gli daranno il colpo di grazia riuscendo a strappargli via la coda. Il fatto sconvolge ancora una volta i cariddoti che dibattono su cosa fare dell’immensa carcassa.
’Ndrja, intanto, viene ingaggiato per una regata. Vincerla gli frutterebbe le mille lire sufficienti all’acquisto di una nuova imbarcazione con cui la gente del suo villaggio potrebbe tornare nuovamente a prendere il largo. I cariddoti accettano la proposta del ragazzo, ma tra molti dubbi: sentono di avere perduto il loro vecchio mondo. Quando più tardi nel porto di Messina ’Ndrja proverà il percorso della gara con i suoi compagni, il suo destino verrà improvvisamente spezzato da un colpo di arma da fuoco: si era avvicinato troppo alla portaerei inglese che avrebbe dovuto essere il suo traguardo. Così, nel buio, la fucilata di avvertimento di una sentinella messa in allarme dall’arrivo dell’imbarcazione sconosciuta aveva finito per prenderlo in mezzo agli occhi.
Alcuni dei modelli con cui si confronta D’Arrigo emergono già tra le righe di quanto raccontato fino a qui. C’è l’Odissea di Omero come nostos, l’epopea del ritorno, c’è Moby Dick con il suo gigante marino e il suo mondo marinaio, ci sono I Malavoglia di Verga e la loro sorte senza scampo, c’è Proust con i suoi tempi dilatati, il suo soffermarsi, reiterare, approfondire narrativamente i modi e significati di un singolo gesto o evento, la sua prosa che assorbe e fa propri elementi tipici del linguaggio poetico come la similitudine. Ma ci sono anche le Anime morte di Gogol’ come romanzo-poema in funzione ironica e antiepica di cui D’Arrigo, proprio negli anni precedenti all’inizio della stesura di quello che sarebbe diventato Horcynus Orca, aveva elaborato una libera riduzione dal titolo Il compratore di anime morte – pubblicata nel 2024 da Rizzoli a cura di Sgavicchia – per un trattamento destinato forse al cinema o al teatro.
La storia del romanzo
La stesura di Horcynus Orca deve avere avuto inizio poco dopo la metà degli anni Cinquanta. Nel ’46, D’Arrigo aveva lasciato Messina e Alì Marina, dove era nato nel 1919, per stabilirsi a Roma insieme alla compagna Jutta Bruto che avrebbe sposato due anni più tardi. Aveva manifestato la sua propensione alla scrittura fin da giovane. Il suo primo testo letterario, il dialogo teatrale Due scene, era stato pubblicato il 15 aprile 1942, quando non aveva ancora ventitré anni, sul mensile del Gruppo universitario fascista di Palermo «L’Appello». Dopo il suo trasferimento nella capitale, portava avanti la sua attività di giornalista e critico d’arte e, verso la fine del ’56, aveva cominciato a scrivere un romanzo che aveva per titolo provvisorio La testa del delfino. Nel ’58, a un anno dalla prima edizione della sua raccolta poetica Codice siciliano, si era trasferito con la moglie nel quartiere di Monte Sacro, al terzo piano di un palazzo in via dell’Assietta 4, e, grazie ai primi due capitoli del romanzo che stava ancora scrivendo, si era aggiudicato un premio per opere inedite, non necessariamente ancora compiute, promosso da Cino Del Duca. Nella giuria di quella edizione sedevano Elio Vittorini, che si era già potuto interessare al lavoro di D’Arrigo per intercessione dell’amico comune Renato Guttuso, e Vittorio Sereni.
Da quel momento il romanzo ancora inedito diventa un capolavoro annunciato. Vittorini ottiene la pubblicazione delle prime cento pagine sulla sua rivista «Il Menabò» (1960, n.3) di questa versione dell’opera che va sotto il titolo I fatti della fera e di cui Rizzoli ha pubblicato un’edizione restaurata da Siriana Sgavicchia e Andrea Cedola nel 2000. Niccolò Gallo, curatore editoriale per Mondadori, comincia nel frattempo a marcare stretto D’Arrigo e, al prezzo di un contratto molto vantaggioso per l’autore, riesce ad assicurarsi la pubblicazione del libro e a sbaragliare la concorrenza congiunta di Einaudi, Feltrinelli e Garzanti. L’impegno preso era quello di inviare il testo completo all’editore entro la fine del ’60, ma è solo un anno dopo che le 1305 cartelle del dattiloscritto arrivano a Mondadori. Così, quando D’Arrigo riceve poco dopo le bozze con le modifiche da apportare, sembra che debba mancare poco alla pubblicazione. L’andirivieni tra la casa di D’Arrigo e la casa editrice, però, è destinato a durare ancora quasi quindici anni prima che Horcynus Orca riesca finalmente a vedere la luce. D’Arrigo si perde in un lavoro di riscrittura tra i più ossessivi e affascinanti del secolo scorso. Modifica la struttura del romanzo, inserisce episodi, ne modifica altri, lavora di cesello sulla lingua che ha creato per assicurarsi la coerenza narrativa e stilistica di un’opera difficilissima da dominare per via della sua mole. La vicenda della Testa del delfino era, per quanto più stringata, già simile a quella della redazione finale, ma la lingua presentava solo di rado alcune marche dialettali. Era ancora ben lontana dalle «impennate espressionistiche», come le definisce Sgavicchia, che caratterizzano l’opera compiuta. La struttura narrativa del romanzo, inoltre, ha finito per ingigantirsi sempre di più. La trama si è andata arricchendo di episodi nuovi e quelli già esistenti hanno finito per occupare più pagine: la tensione che ha ossessionato D’Arrigo è stata quella di restituire al pubblico un’opera-mondo in grado di evocare sulla pagina un universo il più possibile completo e concluso tanto sul piano della lingua, quanto su quello dello stile. Alla fine di questo lungo travaglio, Horcynus Orca veniva distribuito nelle librerie il 25 febbraio del 1975, al prezzo di 7.500 lire per copia.
Le grandi aspettative riposte per anni in D’Arrigo e la massiccia campagna pubblicitaria messa in campo da Mondadori hanno contribuito all’importante numero di vendite del romanzo: 80.000 copie solo tra la prima e la seconda edizione. Considerando che oggi libri di una certa letterarietà, come l’ultimo di Sandro Veronesi, non superano le trentamila copie, per un’opera di non facile approccio come questa si direbbe un successo. Negli ambienti della critica, però, si solleva un dibattito accesissimo: Horcynus Orca si fa subito il caso editoriale più importante della metà degli anni Settanta insieme alla Storia di Elsa Morante. Se voci autorevoli manifestavano il proprio sincero apprezzamento per l’opera compiuta da D’Arrigo, diverse altre non gli risparmiavano critiche severe. Per esempio, Maria Corti riconosceva subito una connessione tra la lingua formidabile in cui il libro era stato scritto e «la Sicilia stratificata e cinta di alone epico» che evocava, un «unicum nella tradizione espressionistica italiana», quando d’altro canto le stroncature, in certi casi non motivate dalla lettura integrale e consapevole del testo, dichiaravano l’illeggibilità o la sopravvalutazione dell’opera da parte dell’editore. Non per tutti lo sforzo di lettura richiesto veniva premiato dalla gratificazione di un vero capolavoro. È il caso di Enzo Siciliano che intitolava il suo articolo sul «Mondo» del 13 marzo 1975 Quest’Orca la cucino in fritto misto. Oggi, lontano da pregiudizi e timori che un’opera d’arte non dovrebbe suscitare, il libro può essere letto e riconosciuto per ciò che vale veramente.
Leggere «presi per incantamento»
Più che la mole del volume, la prima cosa che può scoraggiare ancora oggi chi prende in mano Horcynus Orca e ne legge anche solo la prima pagina è la lingua in cui è stato scritto; eppure, insieme alla coerenza e alla portata dell’architettura narrativa, è uno dei meriti principali dell’opera. D’Arrigo ha lavorato a questo aspetto nel segno di una ricerca estrema, lunga quasi vent’anni. Basti pensare al suo ultimo “capriccio”: imporre, quando il romanzo stava quasi per andare in stampa, la sostituzione delle voci del verbo prendere con quelle del sicilianizzante pigliare in tutto il testo. Il risultato di questo sforzo immenso è una prosa quasi poetica, ricca di neologismi, anafore, allitterazioni, dialettismi esemplati sul messinese, latinismi, arcaismi e tecnicismi del lessico marinaresco, che fonde i registri tradizionalmente più elevati a quelli più infimi e volgari. La sintassi è spesso articolata, i periodi complessi e sinuosi. È una lingua esemplata sull’oralità, che si ripete, si dispiega e spiega da sé stessa a mano a mano che si procede con la lettura. Così i tempi si dilatano in favore della tensione utopica a voler coprire del tutto l’arco dei cinque giorni in cui si verificano gli eventi narrati. Nel testo abbondano le visioni, le parabole, le similitudini e le metafore; elementi, questi, volti all’affondo sempre più a fondo nella storia e nella mente dei personaggi. È una parola nuova o, meglio, altra, capace di evocare un universo narrativo altro. Per tentare di penetrarlo tento la lettura di un episodio.
Quando ’Ndrja sta per montare sulla feluca di Ciccina Circè alla volta della Sicilia, nota che la femminota porta con sé una campanella che fa risuonare misteriosamente nell’aria e la rimprovera: ha paura che l’oggetto possa finire per richiamare l’indesiderabile attenzione degli inglesi o dei finanzieri a guardia della costa. Ma Ciccina sa il fatto suo. Una volta sulla barca, riesce a indovinare in poche rapide mosse il «bastardello», la corrente giusta da imboccare per il loro percorso fino all’isola. La campanella appesa a prua prende così presto a tintinnare seguendo il moto perpetuo delle onde, quando ecco che cominciano a saltare fuori dall’acqua prima una fera, poi un’altra e un’altra ancora:
A quel suono da nulla, d’unghia che batte sull’orlo di un bicchiere, lui, un poco sforzandosi cogli occhi stretti a fessura, un poco stando a sentire e immaginando, andava viavia scandaliandosi che le fere, l’una dietro l’altra, abbandonavano salti, ngangà e risa e se ne venivano come incantesimate ad attorniare la barca, porgendo orecchio al dindin che le adescava e ammutoliva. Solo quando la campanella si spegneva, come in una ovatta imbevuta dallo stesso mare d’olio sul quale per dei tratti scivolava, solo allora, sotto sotto si agitavano, come i vava quando allattano in sonno e gli levano il capezzolo di bocca: si spremevano, allora, lo scontento, s’inarcavano, intrecciando una ghirlandella di ngangà allagnati e di aliti stomacosi, fetenti intorno alla barca e c’era chi con la coda dava delle tastatine, là, a prora, come per dare la sveglia alla campanella.
(S. D’Arrigo, Horcynus Orca, BUR, 2025, pp. 346-47)
Così ’Ndrja e Ciccina vanno soli nella notte fra le risa delle fere, scortati da quegli stessi animali che i cariddoti insegnavano a disprezzare. L’incanto che Circè, nuova Circe, esercita con la sua campanella sulle fere non è tanto distante dall’effetto che la lingua di Horcynus Orca può fare su chi lo legge. Entrarci dentro, riprendere il libro in mano, significa seguire le fila di un «romanzo-destino», come lo definisce Vasta, e lasciarsi rapire da una lingua fatta acqua, che oscilla, si appiattisce, si increspa, si innalza, si infrange o accarezza a seconda della forza degli eventi che la muovono. È la formula prodigiosa che spalanca le porte a un mondo altro, estesissimo, se si vuole, ma conchiuso nel destino del protagonista e delle questioni esistenziali e politiche impresse sulla pagina. Quando qualche tempo dopo D’Arrigo si metterà a lavorare a Cima delle nobildonne, il suo secondo e ultimo romanzo che uscirà a dieci anni dall’Horcynus, dovrà fare lo sforzo di trovare una formula nuova proprio perché il mondo del suo primo romanzo era anche un mondo letterario che sentiva non poter essere più.
Analisi dell’opera di D’Arrigo davvero approfondita e interessante. La descrizione della lingua e dei registri linguistici utilizzati da un Horcynus Orca emana la raffinata e sensibile competenza di Walter di Chiara
Piera Sellaro
Walter Di Chiara complimenti per il prestigiosi articolo sul romanzo Horcinus orca. Analisi precisa e puntuale, non conoscevo l’esistenza di questo romanzo, ma dopo la lettura del tuo articolo mi è nata la curiosità di leggere questa storia ambientata in Sicilia. Non riesco a immaginare le fiere che si presentano nello stretto e trovo sorprendente che sia una femmina o meglio una femminota che con coraggio traghetta con la sua feluca Ndirja allontanando le fiere solo con una campanella. Mi piace molto l’uso della lingua dialettale complimenti proprio un bellissimo lavoro