di Tommaso Tuppini
All’inizio fu Napster e il file–sharing. Infatti fino a qualche anno fa i più coraggiosi dicevano anche: sharare. Una canzone, un film, un foglio di Word. Una volta scoperchiato, il vaso della condivisione non si è più richiuso. Al consiglio di classe arriva il preside: «care colleghe, cari colleghi, sono qui oggi per condividere una proposta». È da un pezzo che i sindacalisti, se non lo dicono ogni due per tre, stanno male: «Partecipare significa condividere le scelte tramite il confronto, in una dialettica costruttiva che definisca linee guida e comportamentali esigibili…». Da una sentenza della Corte di Cassazione: «ai fini dell’acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, l’obbligo di motivazione del provvedimento acquisitivo è soddisfatto anche con espressione indicativa della loro condivisione da parte dell’autorità giudiziaria». C’è poi una banca il cui slogan è: Formazione Inclusività Condivisione. Alla riunione di condominio c’è uno che si lamenta perché (cito dal verbale) «nell’area sita al pian terreno, dove i bambini giocano, il cane di proprietà dell’inquilino dell’interno 6 condivide i propri escrementi». Andando a pescare in situazioni più frou-frou, la musica non cambia, anzi, c’è un’inflazione: su internet una tipa in latex con in mano la frusta dice di «aver coltivato questa passione condividendola con amici e amiche, ed eccomi qui a decidere di condividere questa esperienza con te. Sì… condividere la mia passione, il mio bagaglio di esperienza, la mia personalità…». Sei una mistress o un’assistente sociale? Non c’è differenza, perché mistress, presidi, sindacalisti, cani, magistrati, banchieri, fanno tutti la stessa cosa: condividono.
Alle volte, quando una parola smette di essere come le altre e diventa parola d’ordine, vuol dire che la cosa non c’è. Non si parla così tanto di tradizione come tra i gazzettieri, né di libertà come tra i servi. La promessa di condivisione fatta dal preside si riduce a una lista di punti che le colleghe e i colleghi devono approvare in blocco, pena la crocifissione in sala mensa. La mistress più che altro vuole essere pagata. Ma l’uno e l’altra hanno ragione più di quanto credano: perfino il più tiranno dei presidi prima o poi si rimette la coda fra le gambe e riferisce al ministero anche il numero di volte che si è soffiato il naso, la mistress fa parte di un’associazione bdsm con statuto e carta etica, alla quale deve rendere conto. L’ipocrisia del preside, la pruderie della mistress, le fumisterie del sindacalista e del magistrato, la comicità involontaria della banca, dicono una verità sostanziale: al di là delle astuzie più o meno consapevoli di qualcuno, la condivisione è diventata l’unica massima che devi volere come principio di legislazione universale.
Il caso del preside è il più rivelatore. Se uno sta parlando e anticipa che vuole condividere, non è pleonastico? Prendere la parola non è di per sé mettere sulla pubblica piazza? Sì, ma in realtà la premessa aggiunge qualcosa. Dire “adesso condivido”, “sto per condividere”, è come il giuramento del testimone in un processo penale: mi impegno a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza. Quidquid latet apparebit, nil inultum remanebit. Il segreto, agli occhi del giudice e di Dio ha un nome preciso: crimine, peccato. Il giorno del giudizio non ci saranno più segreti. Per allenarsi, i primi puritani avevano il rito del public grovel, l’antesignano del talk show: la comunità si riuniva e ognuno confessava ad alta voce le sue malefatte, a quanto pare con la stessa foga che di solito ci prende quando possiamo dare per primi le cattive notizie. Più tardi, quando Dio non c’è, Dio sono gli altri e il public grovel da mezzo si trasforma in fine. Il giorno del giudizio è tutti i giorni e la vita diventa da cima a fondo condivisione. A noi sembra una cosa desiderabile e controcorrente perché guarisce dalla sciagura del secolo: l’individualismo.
Anche quando la dissezione dei cadaveri li metteva davanti ai propri errori, i medici del medioevo continuavano a credere nel sistema cardiovascolare di Galeno. Non c’era prova o argomento che potesse scuoterli. Noi ci sentiamo molto superiori a questi equivoci, poi però facciamo lo stesso: dal mattino alla sera siamo impastoiati nelle maglie di un collettivismo burocratico d’acciaio ma –interrogati sulle ragioni del nostro malessere – puntiamo il dito contro l’individuo e il suo amor proprio. Che la nostra età veda il “trionfo dell’individuo” è una baggianata accademico-giornalistica. Gli aspetti più grotteschi del collettivismo (dittatura del proletariato ecc.) sono scomparsi dall’orizzonte ma il sole del progetto gregario non è mai tramontato e oggi manda i suoi raggi ovunque.
Non soltanto i primi puritani, anche i letterati romantici, convinti che i poemi omerici e le cattedrali gotiche fossero usciti spontaneamente dalle gole e dalle mani del popolo, hanno dato un contributo decisivo al prestigio della condivisione. A scuola insegnano che “Serse costruì un ponte di barche” è una bugia, nella migliore delle ipotesi è una metafora, perché non fu il Re a costruire il ponte ma gli operai. Soltanto il formicaio è letteralmente vero. La tragedia di Serse, una pioggia di atomi nel vuoto, i canti che nessuna voce canterà, i libri che prendono polvere nel limbo delle biblioteche, un fuoco che brucia di notte senza essere visto, sono l’impartecipabile, il non condivisibile, brandelli di assoluto che ci danno fastidio con la loro semplice esistenza. Nell’Ottocento c’era l’amore che non osa dire il proprio nome e molti – illustri e meno illustri – sono rimasti schiacciati sotto il peso di quel silenzio. Ai nostri giorni la passione più indicibile è la solitudine. Il solitario è poco più di un alienato o un delinquente. Chi vive in nome proprio e per conto di nessuno farà la fine che la fatina prediceva a Pinocchio: prima o poi verrà accompagnato in carcere o all’ospedale (psichiatrico). “Una stanza tutta per sé” è già diventata un’affermazione delirante. Tutta per te? Ma che sei matto? E gli altri?
L’importante è sbarrare le vie di fuga. Chi rifiuta il proprio tempo al prossimo, potrà farlo solo a certe condizioni sennò verrà sanzionato. Il primo che viene piantato in asso senza un motivo valido, potrà denunciare la fidanzata per “ghosting”. Ci saranno multe per chi lascia una mail senza risposta per più di mezz’ora. I gatti avranno una pessima reputazione. Ma questo riguarda il futuro. Un paio di esempi scelti a caso che invece abbiamo sotto gli occhi. In nome della condivisione quattro funzionari con le pigne in testa si sono seduti attorno a un tavolo e hanno cambiato l’ortografia del tedesco, togliendo le asperità e semplificando le regole perché i nuovi arrivati lo imparino più velocemente. Era difficile trasformare il tedesco in una ciofeca ma ci sono riusciti. In nome della condivisione l’università è diventata il tre-più-due. Gian Luigi Beccaria aggiungeva: uguale a zero. Tutto per permettere, anche a chi non c’ha la fantasia di studiare, di inserire una riga in più nel curricolo e tranquillizzare mamma e papà. In nome della condivisione gli USA hanno rinunciato a quello che li rendeva un Paese unico al mondo. Fino a qualche anno fa da quelle parti funzionava così: c’è una cosa da fare, non m’importa come ti chiami o da dove vieni, se sei il più bravo la fai tu. Adesso la precedenza va ai più bravi fra afroamericani e ispanici. In nome della condivisione i pochi venti-trentenni rimasti in circolazione lavorano per pagare le pensioni dei settanta-ottantenni. Lo ha detto anche il Papa di recente: «pagare le tasse è condivisione». Va bene. Però se gli stipendi veleggiano verso il basso la colpa non è sempre degli imprenditori che mangiano i bambini. Nell’Europa del 1914 il prelievo fiscale si aggirava attorno al 4%. Lo sforzo ultracondiviso della guerra lo fece salire al 30%. Oggi lo Stato chiede più del 50%. Se questo è il comitato d’affari della borghesia, allora è una banda di autolesionisti.
Rimarrebbe da chiedersi chi è l’uomo senza condivisione, l’individuo solitario. Com’è fatto e cosa può fare. Com’è la sua vita. E noi non ce lo chiediamo più, o perché abbiamo letto quattro paginette di Nietzsche/Freud e, senza averci capito granché, liquidiamo la domanda con un non sequitur – “l’individuo non esiste!” – oppure perché ci vengono subito in mente giovinastri raskolnikoviani e hikikomori. Ci mancano le parole per capire la solitudine e tra un po’ non vorremo nemmeno più cercarle. L’errore è credere che tutte le cose e le idee sono come i file del computer oppure l’energia solare e che a spartirle non perdono nulla. Con un barattolo di Nutella, ad esempio, non funziona così. Non sempre la ragion d’essere e la destinazione delle cose sono gli altri. Ci sono cose che a essere moltiplicate e comunicate restano uguali a prima, altre si potenziano e arricchiscono, altre si assottigliano e spariscono.
Senza la decisione di Serse non ci sarebbe stato nessun ponte di barche. La nera Ate ha tentato lui, mica gli altri. Esistono solitudini capaci di abbracciare il mondo, grandi come il mondo perché sono il mondo e, dunque, non hanno bisogno né del mondo né degli altri. Se ogni tanto ci capita tra le mani qualche cosa di bello, è quasi sempre grazie a loro. Ma se non le lasciamo in pace, se ci ostiniamo a stanarle, le grandi solitudini smetteranno di creare e inventare e a perderci saremo tutti quanti.
«Quello che ho pensato non l’ho pensato da solo». È una frase che trovate dentro più o meno qualunque libro pubblicato negli ultimi cinquant’anni. Detta così o è un truismo – “la lingua materna!”, le note a piè di pagina – o è sbagliata. Non c’è pensiero degno di essere pensato che non è stato cucinato dentro il calderone della solitudine. In pieno mercato Epitteto borbotta a se stesso parole incomprensibili perché sta pensando. Se all’improvviso la testa gli si svuotasse, comincerebbe a condividere.
Ti leggo Tommaso. Sei straordinario