di Vanni Santoni

 

Ci troviamo a Basilea nel 2006, a una festa psytrance su una barca sul Reno, a margine di “The Spirit of Basel”, il primo storico convegno organizzato per il centesimo compleanno di Albert Hofmann – scopritore dell’LSD, ancora vivo, pimpante e presente tra i relatori – e momento in cui convenzionalmente si fissa l’inizio del Rinascimento psichedelico, ovvero la riscoperta delle molecole visionarie da parte di scienza, medicina e cultura¹. Dopo le giornate di studi, la nottata è dedicata, come è ovvio, all’esplorazione interiore, e non sono poche le figure di rilievo di scienza, medicina e mistica che troviamo, con le “porte della percezione” opportunamente spalancate”, a ballar sottocoperta, o a guardare incantati il cielo coperto di stelle, o ancora a ridere come matti in gruppetti dell’assurdità intrinseca al mondo… “E buon non compleanno,” grida a un certo punto uno scienziato ancora in camice bianco. E giù risate.
Nove anni dopo, 2015. Contesto del tutto differente ma tasso lisergico medio paragonabile. Festa tekno in un grosso spazio occupato romano. Un piccolo gruppo di raver, un po’ straniti dagli acidi e un po’ dalla vastità del complesso, si aggirano tra le varie stanze, finché non arrivano in una dove la musica è tranquilla e l’arredo un po’ retrò. “Dove siamo?” Chiede uno di loro, sbalordito per il cambio improvviso d’ambientazione, buttandosi su una poltrona a motivi paisley.
“Eh, nella sala da te”, risponde una ragazza al banco. Subito parte una salva di risate al limite dell’isterico.
Perché tante risate? Il motivo è ovvio a chi conosca l’opera di Carroll. L’assurdo esperito in quei momenti trovava uno specchio immediato in un certo e specifico assurdo letterario.
Sono solo due casi emblematici che è capitato di vedere a chi scrive, ma qualunque psiconauta d’esperienza potrebbe citarne infiniti altri, del resto lo hanno fatto anche di celeberrimi, come i Jefferson Airplane, con la loro immortale White Rabbit, ricolma di riferimenti carrolliani, o i Beatles col loro Walrus, riferito al poemetto Il tricheco e il carpentiere contenuto in Alice attraverso lo specchio.

 

Blotter di LSD ispirato a “Alice attraverso lo specchio” (la firma è di Timothy Leary)

Il fatto è che Alice “chiama” psichedelia quasi per vocazione naturale, e da quando la cultura psichedelica occidentale è uscita dai salotti intellettuali degli anni ’30 per farsi cultura di massa negli anni ’60, il legame tra Alice² e psichedelici³ è andato a comporsi in una catena di rimandi e controrimandi (chiunque abbia realizzato opere “aliciane” ha poi fatto riferimento alla psichedelia) tanto lunga, strutturata, interallacciata da far sì che le due cose risultino, oggi, per lo più inscindibili. Anzi, Alice è, oggi, praticamente la madrina della psichedelia.

 

Certo, Alice è anche la madrina del fantasy moderno, la madre delle sue omologhe Dorothy e Wendy, e la nonna di tutte le successive esploratrici di mondi altri e più o meno allucinanti, dalla Lyra Belacqua del Queste oscure materie di Pullmann alla Daisy del Crawl Space di Jesse Jacobs fino alla mia stessa Ailis (il nome è già un omaggio) in Terra ignota.
Chiariamo subito il campo storico: quando Lewis Carroll scriveva le sue opere, l’inventore dell’LSD Albert Hofmann non esisteva ancora nella mente degli dei (sarebbe nato nel 1906 e la sua creatura nel 1938, per essere poi testata nel 1943), la mescalina dei cactus del tipo San Pedro e Peyote era ancora un segreto custodito dalle popolazioni indigene delle Americhe, dell’ayahuasca nessuno aveva ancora sentito parlare, e mancava quasi un secolo al momento in cui la curandera mazateca María Sabina avrebbe rivelato il segreto dei niños, ovvero i funghi del tipo psilocybe cubensis a Valentina Pavlovna e R. Gordon Wasson, i primi occidentali a partecipare a una velada psichedelica.

 

María Sabina ritratta da Brian Blomerth in “Mycelium Wassonii”

Certo, Carroll si muoveva in un’epoca in cui l’alterazione della mente cominciava a far capolino negli ambienti creativi, si pensi alle sperimentazioni con l’oppio di Thomas de Quincey o a quelle con l’etere di Jean Lorrain, e anche sostanze all’apparenza più tranquille come tabacco, tè e caffè avevano già cambiato il modo in cui ci rapportavamo alla nostra percezione, ma per quanto l’oppio e l’etere possano indurre visioni, di certo non espandono la coscienza, e anche il tipo di visioni che causano, più simili a quelle di un sogno che a quelle raccontate dai mistici d’ogni tempo, sono ontologicamente differenti.
Se i funghi messicani erano ben lungi dall’essere scoperti dagli occidentali, era pur vero che i loro non meno potenti cugini psilocybe semilanceata esistevano da sempre in Europa (con una diffusione peraltro endemica in tutti i prati dell’arcipelago britannico), e da sempre, sia pure in circoli selezionatissimi o in nicchie erboristico-magiche sopravvissute alle persecuzioni, si conoscevano i loro effetti “speciali”, che tuttavia venivano ascritti più alla dimensione del blando avvelenamento (o a quello dell’incontro coi folletti) che a quella dell’espansione interiore.
Si sa, del resto, che un’esperienza psichedelica non è definita soltanto dalla sostanza e dal suo dosaggio, ma anche da set, setting e framing⁴, ovvero lo stato interiore e il grado di riposo dell’assuntore, la compagnia e il contesto di assunzione, nonché il contesto storico-sociale in cui avviene l’esperienza. La stessa esatta quantità di psilocybe semilanceata può quindi produrre effetti visionari molto diversi in due persone d’umore diverso, che hanno diverse aspettative sugli effetti, che li assumono in luoghi diversi e in compagnia di persone diverse, e gli effetti possono essere addirittura diversissimi se si parla di un villico del medioevo, di un pastore ottocentesco, di un hippie degli anni ’60, o di un neurologo contemporaneo.

Esiste dunque una plausibile possibilità che Lewis Carroll, come tanti suoi contemporanei, avesse sperimentato i buffi effetti dei funghetti, ma dall’altro lato non esiste alcuna prova scritta o anche solo testimoniale che ciò sia avvenuto. Tuttavia, quando la psichedelia è arrivata nella cultura inglese e americana, l’associazione con Alice è stata immediata. Questo può essere spiegato anche con la ricerca, in una società secolarizzata, di punti di riferimento simbolici che aiutassero a venire a capo di esperienze che potevano essere affrontate solo con le categorie dello spirito⁵. Dello spirito, e dell’immaginazione. Ma non qualunque immaginazione. Visione e sogno sono, appunto, ontologicamente differenti: non sarebbero bastati i surrealisti per fornire appoggi ai nuovi psiconauti.
Per cominciare, l’esperienza psichedelica è sempre anche un’esperienza iniziatica, un percorso con specifiche tappe, e il viaggio di Alice, come quello di Pinocchio, ne ha tutte le caratteristiche⁶: il luogo di passaggio (tana del coniglio o specchio) la katabasi, le prove da superare, l’incontro con figure archetipiche, i passaggi di crescita interiore, i “guardiani tremendi”, come quelli del Libro tibetano dei morti o delle Lamine d’oro orfiche, eccetera.
Come se non bastasse, le storie di Alice sono ricolme di riferimenti anche diretti a certe pratiche d’uso: il brucaliffo col suo narghilè; i funghi che, se ingeriti, hanno effetti immediati; gli animali che “risuonano” in modo diverso; i balletti improvvisi; la percezione delle istituzioni ufficiali come ostili al “cercatore”; le chiacchiere esilaranti e prive di senso (ma ricche di calembour) come quelle che avvengono al tavolo del Cappellaio Matto e della Lepre Marzolina (e il tè, sostanza che varrà la pena ricordare esser stata catalogata dallo scrittore e psiconauta tedesco Ernst Jünger tra i phantastica, ovvero assieme agli psichedelici, e non tra gli stimolanti); le caratteristiche prettamente matematiche delle visioni carrolliane, anch’esso un dato che le avvicina molto più ai frattali della psichedelia che ai sogni del surrealismo; il risintonizzarsi su un mondo in qualche modo animistico, in cui ogni cosa può riscoprirsi viva o comunque reattiva; il mondo archetipico – e quindi risuonante allo psiconauta – di carte da gioco o scacchi; l’idea che i bambini abbiano una capacità di vedere il mondo con occhi “più veri del vero” che si perde poi con l’età adulta (e si recupera brevemente con la psichedelia)… Come scrisse il critico Thomas Fensch, “Quando mangi qualcosa che sa contemporaneamente di torta alla cliegia, crema, ananas, tacchino arrosto, caramella mou e toas, e ti fa diventare enorme o minuscola, be’ ragazza, mi sa che sei in acido.”

 

Il retro del blotter di cui sopra.

Ma c’è qualcosa in più. Alice sceglie di fare tutto ciò che fa. Alice mangia i cibi dove c’è scritto “eat me”, beve le pozioni dove c’è scritto “drink me”; non ascolta il buonsenso o tantomeno le regolette che sicuramente le erano state somministrate in quanto bambina. Alice osa, esplora, procede, affronta e supera soglie, mette in discussione le autorità e vuole sempre vedere tutto con i propri occhi. La persona che torna dalla breccia nel muro, per dirla con Huxley, è un’altra persona rispetto a quella che è entrata. Per dirla con le stesse parole che Alice, veridica Ulisse dell’era moderna, rivolge al Grifone e alla Falsa-Tartaruga, “Non avrebbe senso raccontarvi di ieri, perché allora ero una persona del tutto diversa.”

 

Note

 

¹ Sì, incidentalmente lo stesso evento da cui prende le mosse il recente Dopo il rinascimento psichedelico, appena pubblicato da chi scrive.

² In questa sede parleremo sempre solo di “Alice” e non di Alice nel paese delle meraviglie perché la sua epopea si distende anche su Alice attraverso lo specchio (e nel proto-paese delle meraviglie Alice sottoterra), testi non meno utilizzati come fonte da chi ha realizzato opere derivate a partire dal libro più noto tra quelli che Carroll dedicò alla piccola Alice Liddel.

³ I cosiddetti “psichedelici maggiori”, dotati di effetti visionari e di espansione della coscienza relativamente simili, che, assieme all’assenza di dipendenza e alla scarsa tossicità, li collocano in una categoria a parte rispetto alle altre sostanze che alterano la mente, sono l’LSD (estratto dalla muffa della segale claviceps purpurea), la psilocibina (principio attivo dei funghi messicani psilocybe cubensis, di quelli europei psilocybe semilanceata e di altre varietà meno note), la mescalina (principio attivo dei cactus peyote e San Pedro) e il DMT (molecola presente in migliaia di piante e animali, umani compresi, e resa popolare dal decotto amazzonico ayahuasca).

⁴ Sul concetto di framing si veda appunto Dopo il rinascimento psichedelico, Quanti Einaudi, Torino, 2024

⁵ Si noti che quando la “trimurti psichedelica” di Harvard, ovvero i professori Timothy Leary, Richard Alpert e Ralph Metzner si misero alla ricerca di testi adatti a essere usati come “regolatori” dell’esperienza psichedelica, finirono per ricorrere al Libro tibetano dei morti, un manuale della tradizione buddista che fornisce le indicazioni per muoversi nello spazio liminale tra la morte e la rinascita (o l’uscita dalla ruota del karma).

⁶ “Il Pinocchio di Collodi ha una profondità esoterica quasi intollerabile,” cfr. Zolla; “Il viaggio di Alice è a ogni effetto una quest iniziatica, cfr. Nurdiana, Evyanto

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[Una prima versione di questo articolo è uscita sul primo numero delle “Cronache Carrolliane“: ringraziamo la Lewis Carroll Society per la gentile concessione.]

2 thoughts on “Continueremo a chiedere ad Alice

  1. Io vedo “Alice in wonderland” come una parodia del carattere femminile, sempre pronto a credere in ogni cosa, e ad amare sino in fondo le esperienze che le si propongono; ammesso non si tratti di estranei a farlo, naturalmente! C’è anche l’aspetto negativo di questa parodia, che può scivolare nell’atteggiamento critico, portato alle estreme conseguenze dall’avversione verso l’altro sesso e che porta una luce negativa sulla personalità femminile; tanto che la misoginia è lo sbocco patologico di tali estremismi, in un’identificazione del fantastico femminile con la volontà di potenza maschile. Quest’ultimo risvolto inquietante pone la “debolezza” femminile come diretta superiorità maschile, che si estrinseca in atteggiamenti ipercritici sulla credulità!

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