di Paolo Febbraro

 

Una premessa necessaria. Fra il 1939 e il 1945, per sconfiggere i nazisti e i giapponesi, ovvero i due eserciti più ferocemente organizzati della Storia, fu necessario dispiegare una forza superiore che, nutrita di ideali di libertà, giustizia e uguaglianza di fronte alla legge, arrecò danni devastanti a Germania, Giappone e Italia. Il bombardamento a tappeto di Dresda e le due atomiche lanciate dagli Stati Uniti sono il simbolo di quell’orrore necessario. Morale: per distruggere la ferocia estrema occorre una violenza che ci assimila ad essa. Perdiamo la nostra innocenza sia se ci sottomettiamo alla sopraffazione (subentra infatti la vergogna per l’atto mancato) sia se vi rispondiamo proporzionatamente. La nonviolenza di Gandhi fu efficace contro i britannici ingentiliti del XX secolo, non contro quelli del XIX; e tanto meno lo sarebbe stata contro i nazisti. Nei confronti di Hitler e dei suoi criminali, sei milioni di ebrei si comportarono in modo fondamentalmente nonviolento, e vennero sterminati.

 

Quasi sempre, tutti noi abbiamo – naturalmente – rimarcato i “metodi” nazisti, che con la loro gelida crudeltà sono stati il Male assoluto. Ma abbiamo riflettuto meno sul merito. Fra tutti gli eventi relativi al complessivo suicidio dell’Europa, lo sterminare proprio gli Ebrei ha rappresentato quello peggiore. Già al termine della Grande guerra il nordamericano Wilson si era applicato a indebolire il Vecchio continente, eliminando – grazie al principio di autodeterminazione dei popoli – i due tradizionali bastioni antirussi, l’Impero Austro-Ungarico e quello Ottomano. Il tutto era stato completato dalla proposta della libertà di commercio e di navigazione, che torna sempre a beneficio degli imperi nuovi e rampanti, come quello statunitense. Ma col successivo espandersi dell’odio antiebraico le nazioni europee hanno creduto di reagire a quel parziale ridimensionamento, e invece lo hanno drasticamente accentuato. Le pulsioni suicide sono arrivate al culmine. Fascismo e Nazismo hanno individuato negli Ebrei la quintessenza di ciò che è borghese, sovranazionale e inteso esclusivamente al profitto. Qui la questione non è l’evidente condizione psicotica di alcune migliaia di dirigenti, ma le leve politiche che essa ha utilizzato. Capitalismo e Comunismo sono entrambi indifferenti allo ius sanguinis, alla solidarietà intra-etnica. Sono teorie “universali” e sconfinate. Il Capitalismo rivendica il fatto di tradurre in sé l’assetto esistenziale dell’essere umano (proprietà privata, scambio, valore), il Comunismo quello di superarlo definitivamente, con intenti messianici. L’affarismo di alcuni ebrei e il messianismo di altri hanno volgarmente motivato l’avversione nazifascista. Per abbracciarla, però, occorreva gettare una cortina di oblio su tutte le forme di convivenza solidale che il giudaismo aveva nel frattempo elaborato: basti pensare al Bund, e alla sua impostazione laico-socialista e mutualistica, senza sogni di Terra promessa ma anzi radicata nel territorio di appartenenza. È l’esperienza che Primo Levi ha rappresentato nel romanzo Se non ora, quando? L’altra dimenticanza voluta dell’odio antigiudaico ha riguardato il genio profuso dali Ebrei nelle professioni liberali, l’eccellenza in campo scientifico, letterario e filosofico.

Grazie a questa voluta dimenticanza, l’espulsione e poi l’annientamento degli Ebrei sono stati una catastrofica bancarotta non solo dal punto di vista umanitario, ma anche politico-ideale.

 

Dopo il 1945, l’Europa rimasta (è il caso di dirlo) è stata sottomessa da due imperi extraeuropei, Stati Uniti e Russia. Il primo ha imposto un regime sbagliato (se non altro ecologicamente) e indefinitamente accettabile, l’altro un regime sbagliato e a medio termine inaccettabile. Difesa e offesa sono state appaltate dagli Europei agli extraeuropei dominanti. Francia e Inghilterra (non parlo di Regno Unito) hanno coltivato ancora per un po’ i vecchi sogni coloniali, per poi vederli infrangersi miseramente. A lungo, la stessa Unione Europea è stata un’operazione commerciale e (nei confronti dell’est sovietico) propagandistica. Ancora oggi è riuscita a diventare solo poco più di questo.

 

Quanto a Israele, sappiamo che è nato nel secondo dopoguerra affinché ogni fatalistica passività “gandhiana” divenisse un ricordo. Territorio, forze armate, lavoro e progresso economico sono stati gli strumenti per rispondere alla delirante “soluzione finale del problema ebraico”. Fra gli Ebrei, chi avesse voluto restare nei paesi di adozione avrebbe potuto farlo, ma con una libertà di scelta mai sperimentata prima. C’era infatti l’alternativa del sionismo, cioè l’organizzazione nazionale e statale del popolo ebraico. Sappiamo anche, tuttavia, che quella risposta ha creato un’altra, scottante e irrisolvibile “questione ebraica”: Israele ha fallito nel tentativo di assicurare pace e sicurezza, generando in risposta minacce, guerre, attentati e un risorgente antisemitismo. Allo stesso tempo, l’emigrazione ebraica verso Israele ha privato l’Europa di molte persone insostituibili per intraprendenza, cultura e mentalità progressista. Tutto il bene che per decenni il laburismo israeliano ha prodotto in terra di Palestina è stato automaticamente sottratto alle società occidentali e slave, che dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale ne avrebbero avuto estremo bisogno.

 

Israele, dunque, è diventato uno Stato, e di uno Stato ha assunto la postura: politica estera, difesa, offesa. Così, gli Ebrei sono diventati finalmente un popolo qualunque, e hanno praticato – insieme a molte azioni virtuose – le usuali nefandezze cui gli Stati sono inclini al fine di conservarsi. Non stupisce che, per dirigere e direi amministrare quelle nefandezze, la maggioranza del popolo israeliano abbia scelto, ormai da tempo, i dirigenti politici più idonei: i partiti di destra, gli estremisti della Bibbia. Non più il kibbutz, ma le bombe, l’apartheid e ora la pena di morte. Il problema è circolare: uno Stato aggredito deve rispondere proporzionatamente, e la risposta a una volontà di annientamento è l’annientamento. Ecco ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania, con la guerra eterna in Libano e in Iran. Chiederci se sono nati prima la destra israeliana o Ayatollah/Hamas/Hezbollah è futile: si sono creati a vicenda, come forme estreme di controllo ed espropriazione dei territori.

 

A lungo, fra le due realtà ho preferito quella di Israele: una liberaldemocrazia capace di mediare fra l’impulso alla vendetta e la creatività sociale e culturale. Israele sembrava, non solo a me, esistenzialmente assimilabile alla mia Europa. Ma la mia Europa era finita in un angolo di mondo, amministrato da altri, in una contrapposizione totalitaria, al tempo stesso armata e ipnotica, fra capitalisti e comunisti. Israele, invece, era in piena Storia: quella contemporanea e anche quella antica, perenne, messianica: la lotta per la Terra santa. A lungo andare, l’Europa laboriosa e consumista, svagata e apolitica non avrebbe più potuto riconoscere e sopportare un paese che lotta. Di qui, il tragico solco tra stati europei e Israele. Il quale sta diventando davvero un paese mediorientale: democrazia virtuale e “partiti di Dio”.

 

Non c’è soluzione? Forse no. Da parte europea, è difficilissimo tornare in vita dopo un suicidio. Magra consolazione è l’evidenza che, anche senza le risse periodiche dei popoli europei, il pianeta non ha smesso di combattere. L’Europa dovrebbe lasciar andare al loro destino gli Stati troppo caratterizzati come tali, cioè come macroculture espansionistiche e totalitarie: Stati Uniti, Cina, Russia. In questo, aver costituito una Unione plurilingue dovrebbe garantirle l’elasticità e lo scetticismo necessari a non credere mai troppo a una missione, a un destino, a una centralità. (Anche in questo l’ebraicità, più ancora che l’ebraismo, sarebbe un fattore importantissimo). Come partner commerciali e culturali, l’Europa dovrebbe proseguire quanto già intrapreso, il dialogo con l’America latina, l’Indonesia, il Giappone, e con i pochi paesi africani che non abbiano già svenduto le proprie ricchezze e la propria lingua alle più o meno tiranniche plutocrazie di cui sopra. Dal punto di vista energetico, poi, tornare al nucleare civile contentirebbe di sganciarsi anche dal Golfo di Hormuz e dal ricatto persiano o arabico.

 

Tutto questo è necessario anche allo scopo di reagire all’invasione dell’Intelligenza Artificiale, che nebulizza ulteriormente la borghesia delle decisioni e dell’impresa. Il Capitalismo ha sempre prosperato grazie all’induzione dei bisogni; con l’IA cerca di prosperare con l’induzione degli appagamenti che precedono i bisogni. Invece che moltiplicare i bisognosi ora li si ferma sul nascere. L’obiettivo è un’umanità che non abbia niente da fare (neppure la guerra, combattuta dalla tecnica), immersa in una perfetta anestesia parassitaria, che concederà all’essere umano solo un’intelligenza “pura”, distaccata dal fare, quindi attorcigliata su sé stessa. Ad esempio: se i due ambiti che oggi attirano i maggiori investimenti sono l’IA e la Salute, ciò è dovuto all’intento di prolungare l’esistenza in vita e contemporaneamente di sottrarle ogni potenziale creativo, antagonistico, alternativo. Si annacqua il vino, per togliergli pericolosità e sapore. Non essendoci nulla per cui valga la pena di morire, non varrà più la pena vivere.

 

Anche in questo l’Europa ha dalla sua una concordia discorde che non corrisponde né alla concordia piatta dei tutti uguali né alla discordia radicalizzata tra concorrenti. Una combatttiva solidarietà, una laicità dialogante e risentita, una pluralità orgogliosa mi sembrano gli unici atteggiamenti per non assimilarsi all’imbecillità violenta di chi ha desiderio o nostalgia di dominio.

 

[aprile 2026]

 

1 thought on “Contro lo Stato-Missione

  1. Mah, diverse osservazioni condivisibili, ma un tono enfatico e perentorio che confonde alcuni aspetti, ne dimentica altri, elude proposte concrete. Intervento utile per il proprio narcisismo, meno per risolvere qualcosa.

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