di Nicola D’Altri
Da diversi anni, parallelamente al rinnovato interesse verso le cosiddette “aree interne”, l’Appennino ha assunto un ruolo centrale nella scena culturale italiana.
Tra le altre cose, lo dimostrano i numerosi festival, sorti in località collinari o montane considerate periferiche, dove prima le iniziative di ambito artistico avvenivano solo in via eccezionale.
Al contrario, ora le rassegne appenniniche sono diventate una consuetudine. Alcune di esse, poi, costituiscono oggi piattaforme di spicco, dove la sperimentazione trascende i contenuti proposti dalle personalità presenti, per esplorare nuove strategie di relazione, rappresentazione e divulgazione.
L’attenzione verso l’Appennino si manifesta poi nella comparsa sempre più frequente di opere e pubblicazioni che trattano di tematiche legate a questo territorio, sotto molteplici punti di vista.
Infatti, anche se è innegabile che esso non sia meno eterogeneo delle regioni che attraversa, è altrettanto vero che l’Appennino presenta, lungo tutta la sua estensione, molti elementi in comune. Peculiarità che trascendono le ovvie differenze (come quella che riguarda il patrimonio linguistico), tra cui diversi fattori di ambito geografico, socio-antropologico e storico.
A questo proposito, i processi migratori, prima limitati a certe zone, a partire dagli anni ’60 del Novecento hanno assunto una dimensione strutturale, determinando da Nord a Sud conseguenze analoghe. Fenomeni epocali, avvenuti però a un ritmo e in circostanze che ne hanno compromesso la narrazione, impedendone una percezione coerente con la loro portata. La memoria collettiva non ha saputo – o voluto – registrare quello che stava accadendo.
Anche se solo a titolo suggestivo, voglio riportare qui una breve storia che credo sia capace di rappresentare tale spaccatura meglio di qualsiasi analisi teorica.
A. è nata in un paese dell’Appennino tosco-romagnolo, dove ha passato l’infanzia e l’adolescenza, prima di trasferirsi a Roma insieme alla sua famiglia. Già anziana, da qualche anno è tornata a vivere stabilmente nel suo luogo di origine. A. è una donna vivace e socievole, a cui piace stare in compagnia, quindi è normale incontrarla nei bar o a spasso per il paese.
Purtroppo, a causa dell’evidente deperimento subito dalle sue facoltà cognitive, A. adesso è disorientata e confusa. Come accade in questi casi, ci sono delle frasi che pronuncia regolarmente. Quando si ferma a parlare con qualcuno, ad esempio, spesso si congeda dicendo: «Tornate, vero?». Di frequente, poi, si lamenta: «Non c’è più nessuno».
Senza nulla togliere al peso imposto dall’età e dalle sue condizioni di salute, non posso non vedere nella storia di A. una versione convessa del mito di Cassandra: invece di essere costretta a vedere il futuro, A. non riesce a dimenticare il passato.
Spesso mi chiedo cosa può voler dire varcare l’uscio di casa ogni mattina, senza sapere che in strada non c’è più la moltitudine di un tempo, ma solo un grande silenzio. In questo senso, A. non è mai entrata a patti con la Storia, e ne rileva quotidianamente lo scandalo.
Così, ciò a cui si assiste oggi è un processo di autodeterminazione, una presa di coscienza che investe sia gli individui che le collettività. Come afferma la studiosa Elisa Veronesi, L’Appennino «è un luogo di rovine, e la necessità di dirne i resti ne conferma la sparizione» (Atlante Appennino, Piano B edizioni, 2024).
Anche la poesia, in questo scenario, mostra esempi di grande rilievo.
Tra di essi va compreso certamente Cosmic Latte (Marcos y Marcos, 2025), l’ultimo libro di Azzurra D’Agostino. Un’opera composita e articolata, dove convive una gamma molto ampia di stili espressivi, e che per questo può essere considerata un vero e proprio canzoniere.
Infatti, al suo interno vi sono passaggi caratterizzati da una grande leggerezza formale, nei quali la voce poetica sfiora il discorso parlato, e altri dove il tono è decisamente più rigoroso e simbolico.
Per dirlo con il lessico dei trovatori provenzali, in Cosmic Latte D’Agostino si muove nell’intero spettro compreso tra il trobar clus e il trobar leu, senza che ciò comprometta la tensione complessiva della raccolta.
Nel panorama attuale della poesia italiana, tale eterogeneità non rappresenta di certo la norma. Al contrario, spesso ciascuna autrice o autore mostra la tendenza a spingersi fino alle estreme conseguenze della propria cifra espressiva, producendo tessuti lirici più uniformi.
Qui, invece, il controllo esercitato dall’autrice sulla stretta formale sembra calibrato a partire dal contenuto di ciascun componimento e, ancor più nel dettaglio, di ciascuna immagine.
In qualche modo, tale fenomeno si collega anche alla struttura compositiva stessa dell’opera. Infatti, come è evidente dalle Note su alcune poesie di cui è corredato il libro, Cosmic Latte è stato costruito a partire da testi di varia natura: poesie già pubblicate altrove, poesie scritte su invito o in occasione di progetti culturali a cui l’autrice ha preso parte, o ispirate a fatti di cronaca recente.
A questo proposito, vale la pena ricordare il testo intitolato Saga operaia, che descrive e ripercorre un presidio operaio avvenuto presso una fabbrica di Gaggio Montano (BO) nel 2021, a cui D’Agostino, nelle note finali, conferma di aver partecipato: «Vorrei scrivere una poesia / che fosse capace di dire come ci si sente / dopo essere stati a un presidio davanti a una fabbrica / una fabbrica di montagna».
In tal senso, una raccolta come Cosmic Latte è in grado di mettere sotto scacco il celebre assioma di Octavio Paz, secondo cui «I poeti non hanno biografia; la loro opera è la loro biografia».
Infatti, dal punto di vista di chi legge, risulterebbe forzato – se non addirittura pedante – stabilire una distinzione netta tra l’autrice e la sua opera. Qui, realizzare una simile scissione non sarebbe molto più di un mero esercizio di rigore critico. Del tutto in contrasto, peraltro, con l’intenzione fortemente comunicativa che caratterizza il libro.
Infatti, in Cosmic Latte D’Agostino si fa carico di un ruolo, se non politico certamente civile, che restituisce centralità alla presenza fisica di chi scrive. Se la forma dei testi risulta spesso subordinata al contenuto, non è a causa di un’ingenuità stilistica, ma per una precisa scelta autoriale.
A dichiararlo è anche il primo testo della raccolta, omonimo della sezione in cui è contenuto (Questo tempo), che si conclude affermando: «non è come quella volta / la vecchia in fila per il pane che chiede / “Lei potrebbe dire tutto questo?” / e il poeta che risponde “si, io potrei”. / Non è quel tempo. Eppure scrivo».
La poesia, secondo quanto si deduce da Cosmic Latte, determina una responsabilità, della quale chi scrive sceglie di farsi carico. Consapevolmente, grazie a uno slancio che si sporge aldilà di ogni possibile anacronismo.
Come ho già detto, all’interno del libro vi sono anche altre cifre espressive, che spostano ciclicamente l’attenzione su temi dal carattere più universale.
In questo senso, il titolo stesso della raccolta, che proviene dal gergo astronomico (Cosmic Latte è infatti il nome assegnato al colore medio dell’universo) ne dimostra l’ambizione complessiva.
Pur correndo il rischio di affidarsi a un bias di conferma, è possibile applicare a questo versante dell’opera una lettura “appenninica”.
Tali passaggi sarebbero infatti la rappresentazione di un rapporto profondo e privilegiato con il paesaggio, che diventa così uno strumento di comprensione della realtà.
La lezione che esso impartisce determina una nuova postura esistenziale, che trascende la corona di spine del quotidiano, portando l’attenzione su elementi meno transitori: «Pensare cose da grandi, normali: / figli, lavoro, le solite parole che ci sono / per dire il mondo che succede / mentre qui, nel centro del bosco / affinando il cuore fino all’orecchio / arrivano cascate, torrenti, le rose / dei venti disegnate dagli antichi».
Suggestioni analoghe scaturiscono dall’osservazione degli animali, come descritto in Voltare le spalle, dove i protagonisti del componimento sono la voce narrante e un coniglio: «La sensazione di essere vivi è animale / mescola paura, meraviglia, potenza / e questo spazio immenso accade dentro / il coniglio, che non sa dove andare, non ha / progetti, sensi di colpa, pensieri / ma sangue, zampe sulla zolla, fili d’erba / remoti mugolii, una sorgente sotterranea / e filoni, strati pieni di ossa macerate e radici».
Come emerge da questo testo, in Cosmic Latte gli animali non vengono descritti esaltandone solo ciò che li differenzia dagli esseri umani. Al contrario, l’attenzione di D’Agostino si volge anche su quello che li accomuna. Così, viene reso possibile un riconoscimento, un affratellarsi che permette alla voce poetica di rintracciare i fondamenti della condizione stessa dell’essere in vita.
A questo proposito, non è un caso se la poesia appena citata si conclude con la parola “radici”. Sono esse, infatti, che si rivelano grazie a questa pratica di osservazione.
A patto, però, che l’animale non ci sia soggetto: la poesia appena citata lo specifica fin da subito: «Libero il coniglio». In questo senso, ciò che si delinea qui è in evidente contrasto con il modello francescano, secondo cui gli animali sarebbero certo nostri simili, ma solo dopo essere stati addomesticati.
A tal proposito, il posizionamento ideologico che si mostra in Cosmic Latte è riconducibile al cosiddetto Animal Turn, un cambiamento di direzione collettivo – avvenuto a partire dagli anni ’10 del duemila in ambito filosofico, antropologico e artistico – che ha determinato nuove prospettive di pensiero in riferimento a ciò che differenzia gli esseri umani dagli altri animali.
Se da un lato, dunque, lo sguardo di D’Agostino si posa sulla Storia, su “questo tempo” e sugli eventi collettivi, altrove esso ne contempla il superamento.
Nonostante le apparenze, però, ciò a cui si assiste in Cosmic Latte non è un movimento bifronte.
Tale concezione è dovuta al peso della nostra tradizione culturale, dove spesso la Natura viene rappresentata solo in contrapposizione alla società. Come sostiene il filosofo Baptiste Morizot, infatti, questo dualismo è presente sia nel canone greco che in quello giudaico-cristiano, e costituisce così una delle basi della nostra visione ecologica.
Che si tratti di un luogo presso cui rifugiarsi, lontano dalle ipocrisie del mondo civilizzato (Henry David Thoreau) o di un’entità austera, glaciale e mortifera (Jack London) la Natura manifesta sempre un’alterità diametrale rispetto a noi. Il cui senso risiede unicamente nei valori morali o simbolici per cui viene invocata.
Qui, invece, come in altre voci della letteratura appenninica contemporanea (tra cui Franco Arminio e Francesca Matteoni, a cui in Cosmic Latte viene anche dedicata una poesia) l’interesse verso temi di carattere civile non esclude la presenza di cifre espressive più intimistiche.
Vi si riscontra, insomma, un’oscillazione tra solitudine e esperienza comunitaria, che sono forse anche ciò che contraddistingue l’orizzonte ambientale di chi scrive: «Noi, con un modo modesto, / quasi diffidente, noi come se niente fosse / stiamo giorno dopo giorno dopo giorno / sulla fossa di un mondo che muore, sul torpore / di montagne che intorbidiscono / smarriscono / svaniscono i borghi».
Da un lato, infatti, il paesaggio viene descritto attraverso immagini che evocano una condizione di profonda decadenza. Tuttavia, l’uso della prima persona plurale rivela anche un senso di appartenenza collettivo.
A questo proposito, viene alla mente l’asserzione di Maria Grazia Calandrone, secondo cui «Il poeta scrive da una solitudine corale, scrive mentre tenta di diventare tutti».
Tale tensione qui assume una dimensione specifica, esprimendosi nel rapporto tra gli individui e il loro territorio, e ricalca pienamente quanto sostenuto da Elisa Veronesi nel passaggio riportato all’inizio del presente contributo.
Se «l’Appennino è un luogo di rovine», «dirne i resti» rappresenta un passo fondamentale nel processo di appropriazione identitaria di cui è stato privato. La demarcazione si ottiene attraverso la presa di coscienza dell’avvenuto declino.
D’Agostino lo suggerisce anche altrove, in una poesia che prende spunto da uno spettacolo teatrale dal titolo Non sono le Alpi: «Non sono le Alpi, ha avuto / poi un senso preciso, che mi riguarda come / ci riguardano le cose che non capiamo. / Lo stare in mezzo a qualcosa / che non è propriamente / il grandioso, che non è in un certo senso / il meglio della serie. Della serie che qui la neve / non viene quasi più, e di perenne / non c’è che il lamentarsi di chi dice / che saprebbe fare meglio, se un ospedale chiude / una fabbrica fallisce, un treno su due non arriva».
A soffermarsi su questo punto è anche Veronesi: «Nella macro-geografia italiana l’Appennino è una terra di mezzo, non essendo né Alpi né pianura e, allo stesso tempo, è una terra alta, è montagna, per tutti quelli che ci vivono e per tutti quelli che la guardano dalla pianura. E questo suo carattere mediano, questa assenza commuovente di spettacolarità che lo caratterizza, lo ha tralasciato spesso ai margini di un’attenzione che si è focalizzata altrove».
Seppur sorprendente, il fatto che due autrici siano giunte a conclusioni analoghe non è una coincidenza. Infatti, come già evidenziato, ciò a cui stiamo assistendo è un processo di ricerca collettivo.
Le voci che vi partecipano non sono svincolate tra loro, ma sono elementi di un organismo pensante diffuso, caratterizzato da una struttura eterogenea e reticolare.
Senza rinunciare alla propria unicità, le traiettorie che lo costituiscono sono spesso convergenti, evidenziando così un’urgenza comune.
Dalla storia di A., nella sua drammaticità e densità pressoché mitologiche, se ne può evincere l’origine e l’ossatura.
Ciò che rende valida, in riferimento a Cosmic Latte, la definizione di canzoniere appenninico, sono l’ampiezza e allo stesso tempo la specificità di questa raccolta.
Infatti, essa manifesta una spiccata variabilità espressiva, grazie a cui i contenuti presenti al suo interno assumono una valenza universale, a partire dalla realtà particolare da cui scaturiscono. Inoltre, la sua struttura compositiva multiforme ne rivela l’ambizione.
Tornano alla mente, in questo senso, le parole di Roberto Calasso, che definì il classico come «un ibrido fra il barbarico e il neoclassico».
Senza voler inserire Cosmic Latte in una categoria fin troppo solenne e ingombrante, la cui amministrazione spetta anzitutto al tempo, credo però che l’ambivalenza evidenziata da Calasso possa essere riscontrata anche qui.
Infatti, con Cosmic Latte Azzurra D’Agostino ci consegna un’opera complessa e elegante, se pur dotata di una profonda leggerezza.
Alcune poesie da Cosmic Latte
Voltare le spalle
Libero il coniglio. C’è odore di terra
smossa e si respira nebbia insieme all’aria nuova.
L’alba è l’ora degli addii, dei sentieri di sassi
che rasentano i burroni. I rumori sono pochi
stavo per dire nessuno è umano ma sospetto
che il battere dentro sia lo stesso. Ecco i campi
di ragnatele, ecco il cielo viola, il cervo che passa
e un freddo che rende felici sotto la pelliccia.
La sensazione di essere vivi è animale
mescola paura, meraviglia, potenza
e questo spazio immenso accade dentro
il coniglio, che non sa dove andare, non ha
progetti, sensi di colpa, pensieri
ma sangue, zampe sulla zolla, fili d’erba
remoti mugolii, una sorgente sotterranea
e filoni, strati pieni di ossa macerate e radici.
Tutto questo non è un ragionamento
e cercare le parole per dirlo è questo modo
che abbiamo di lasciar entrare il bosco
con tutta la sua ostilità, e poi città, mare,
quello che ci ha fatto male, ogni miseria, i morti
che non abbiamo seppellito, o pianto.
Un modo come un altro per ammansire
la tigre che abbiamo in petto, o così ci piace
credere. Per un secondo il coniglio mi ha liberata
non si gira indietro se non un’ultima volta
gli occhi rossi sbarrati su di me pieni di sospetto.
*
Baba Jaga
Quel che guida indica il buio
l’orbita vuota del teschio il rischio
di appoggiarsi al ramo secco.
Ecco i resti, il cielo viola,
l’anello della zingara la pelle
d’animale sulle spalle.
La morte è tutto il futuro
di tutti, una cosa che non finisce,
non smette, l’unica certezza
in forma di più difficile domanda.
Balliamo con lo scheletro
nulla di macabro nelle nostre ossa
sulla fossa del giorno dopo giorno
splende luna-sole-luna-sole
e ancora e ancora oltre i disegni
sulla grotta, oltre i grattacieli
pietra che si sfà, sfregio, croce
nel cimitero dei secondi
irricordati e irriconoscibili nelle foto
nello specchio, nell’occhio di un altro
nel cavo dell’altro che ci fa
ci scontorna, ci ritorna a volte
come un lampo, la vita che era nostra
e scopriamo il sogno che abbiamo
l’amore perduto, fosco, lo spazio
che si apre distruggendo, con la falce, il sottobosco.
*
Le campane della chiesa di là dalla valle
sono di quelle elettriche, brutte,
fanno una nenia
ai più insopportabile.
Nessun fascino, non potrebbero
mai essere le campane di una storia epica,
di un bel romanzo, il sottofondo
di una vicenda memorabile.
È solo il brutto suono di brutte campane,
che a dire il vero non sono nemmeno campane.
Ma da quando ho sette anni mi dicono
che ore sono
che tempo fa
mi dicono che sono a casa
e ciascuno ha la casa che ha.