di Daniela Brogi
– Miss Violence (Alexandros Avranas)
– Tracks (John Curran)
– Via Castellana Bandiera (Emma Dante)
– Child of God (James Franco)
– Philomena (Stephen Frears)
– Joe (David Gordon Green)
– Die Frau des Polizisten (Philip Gröning)
– Parkland (Peter Landesman)
– Kaze tachinu (Hayao Miyazaki)
– Night Moves (Kelly Reichardt)
Chissà se tra qualche decennio qualcuno rileggerà le rassegne della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica in corso; e chissà, come ci auguriamo, che questi ipotetici futuri lettori non possano registrare come una postura ormai datata il rilievo con cui stiamo discutendo della forte presenza di storie di donne, tradendo un senso dell’inatteso paragonabile allo sconcerto euforico con cui durante l’estate è stata annunciata la scoperta della specie animale dell’olinguito. Del resto, questo è il tempo e queste sono le forme di discorso dentro cui viviamo, e così la ricorrenza di narrazioni con protagoniste femminili, almeno tra i primi dieci dei venti film in competizione finora presentati, è una circostanza che fa notizia. Ma a questa prima costante, ne accosterei almeno altre due: la tendenza a raccontare un tessuto sociale smagliato, dove gli individui sono tanto più attaccati alla trama dei bisogni primari (la famiglia, il territorio dove sono nati) quanto più sono fragili sul piano delle relazioni intersoggettive; e, ancora, l’attenzione forte per le storie di “mostri”, di esseri umani che minacciano la comunità.
Ripartendo dal primo dato, due tra i film più interessanti affrontano il tema della violenza fisica subita dalle donne tra le pareti domestiche, ed entrambi scelgono di evitare i moduli del vittimismo in soggettiva, vale a dire le didascalie lamentose o gli psicologismi logori, ma usano forme di racconto che, per esempio attraverso la ripetizione ossessiva e talvolta estenuante delle medesime scene e situazioni, descrivono la violenza della vita che scorre ai confini delle pareti di casa nostra: quella impercepibile e impercepita, quella che non vogliamo vedere. Il film più bello, uno dei migliori, è Die Frau des Polizisten [La moglie del poliziotto], di Philip Gröning, che racconta la storia di una giovane famiglia normale (marito, moglie e bambina), senza farci identificare con la vicenda, ma sfidandoci a guardarla e basta, arrivando a forzare i tempi di resistenza dello sguardo su inquadrature sempre uguali; la distanza è favorita anche dalla scansione in cinquantanove capitoli, nell’arco dei quali alle scene da un matrimonio si alternano riprese della natura e, in quattro momenti, la presenza di un uomo anziano, che “sta”: in silenzio, ora guardando in macchina, ora da solo, nella sua anonima cucina, forse cercando insensatamente di ricapitolare, a distanza di anni, la sua vicenda. Man mano che il racconto va avanti sale la tensione, e con essa l’uso straniante di filastrocche, di giochi, di espedienti favolistici che stonano con quello che vediamo. La moglie del poliziotto narra molto bene come il femminicidio non sia mai semplicemente l’effetto di un gesto di improvvisa e imprevista follia consumato fuori dalla durata dell’esistenza circostante; e racconta pure che dove c’è un femminicidio, se ci sono dei figli, c’è anche un infanticidio, letterale o metaforico che sia: la distruzione di una possibilità di sguardo magico e sereno («E sono forte forte forte come una tigre. E sono forte forte forte come una tigre» canticchiano in vari momenti la piccola e la madre che sta cercando di preservarla nell’illusione). La frase «mamma, puzzi!» pronunciata con involontaria aggressività dalla bimba verso la fine (cap. 45) crea molto più disagio di tanti discorsi autoriali da cinema educativo. Anche l’altro film dedicato al medesimo tema – Miss Violence, di Alexandros Avranas – si sofferma sulla quotidianità della violenza («qui è come se non fosse successo mai nulla»), con un’ambientazione claustrofobica (si rimane quasi sempre dentro l’appartamento dove abitano i personaggi), che pare ispirarsi anche agli spazi chiusi dei film di Haneke; ma in questo caso la storia dà più attenzione, forse talvolta caricando troppo i toni, al delirio di onnipotenza che può scaturire dal piacere di esercitare il controllo su persone addomesticate alla dipendenza psicologica.
Sempre rimanendo all’interno della prima costante riscontrata, una seconda e diversa declinazione è il racconto di un eroismo al femminile, come nel caso di Philomena, di Stephen Frears (interpretato da Judi Dench che abbastanza indubitabilmente conquisterà il titolo di miglior attrice), Via Castellana Bandiera, di Emma Dante, e Tracks, di John Curran. Tracks è un riadattamento del best-seller omonimo di Robyn Davidson, l’eccentrica camel-lady che negli anni Settanta attraversò il deserto australiano con quattro cammelli e un cane, e ha tutti i vantaggi e i limiti del film mainstream – comprese le grandi inquadrature d’effetto e gli ammiccamenti al grande mito orientalista del brutale Calibano ammaestrato da Prospero («give me money! Give me money!»).
Anche Philomena è tratto da una storia vera – nel secondo Dopoguerra migliaia di bambini irlandesi partoriti da ragazze madri furono sottratti e venduti dalle suore a famiglie americane; e racconta la disperata e umoristica vitalità con cui, a cinquant’anni di distanza, una donna si mette in testa, con l’aiuto di un giornalista, di ritrovare suo figlio e di non perdere, malgrado tutto, la fede in Dio. È un film facile difficilissimo da realizzare, per l’equilibrio – nella sceneggiatura, nella recitazione, nel montaggio – di toni alti, tragici, e comici.
Un altro film che racconta il mondo attraverso un eroismo tutto al femminile è Via Castellana Bandiera, tratto da un romanzo di Emma Dante e trasformato in sceneggiatura assieme a Giorgio Vasta. La situazione narrativa potrebbe ricordare alcuni libri dello scrittore egiziano Nagib Mahfuz (per esempio Vicolo del mortaio), perché anche in questo caso la narrazione si svolge quasi interamente in mezzo all’umanità corale di un vicolo di quartiere; come due gentiluomini del Seicento spagnolo due donne alla guida di una macchina e provenienti da direzioni opposte si scontrano a metà strada, e nessuna delle due vuol cedere il passo («guarda che io ho le corna più dure di te»). Ma, sia pure usando i codici del puntiglio, ciascuna delle due non va soltanto incontro e contro all’altra, perché ognuna delle due (l’anziana Samira, che ha perduto la figlia, Rosa, che è in perenne conflitto con la madre e in quel quartiere ha abitato da piccola) procede a testa bassa anche contro i fantasmi della propria storia – e in questo senso il finale, di cui qui si tace, potrebbe essere più ambiguo di quanto sembra. Anche se è un esordio, Via Castellana Bandiera fa tesoro di tutta l’esperienza teatrale della regista, per esempio nella capacità di realizzare un film fondato sulla drammaturgia del silenzio e degli sguardi. E ha pure il merito, non così scontato in Italia, di raccontare con naturalezza, cioè senza enfasi o espedienti moralistici, una relazione sentimentale tra due donne (Rosa e la sua compagna Clara).
Venendo invece alla seconda tendenza riscontrata nei film finora proposti, tre film americani privilegiano il racconto di un mondo sempre più orfano di grandi narrazioni sociali capaci di contenere gli individui in un progetto comune – questa perdita ha un riscontro tematico anche nel motivo (ossessivo) dell’assenza e della ricerca di un padre; un mondo, di conseguenza, abitato da personaggi che, come cani malati, o alla catena, consumano vite isolate e ai margini della collettività. A questo collasso di civiltà l’immaginario sembra dare due risposte opposte ma vicine nella scelta di far saltare le mediazioni: il machismo e la guerriglia. Il primo caso è quello di Joe, di David Gordon Green, tratto da un romanzo di Larry Brown e riambientato in Texas, la patria degli uomini duri e delle storie in cui quando qualcosa non funziona si apre il cassetto e si prende la pistola (« – Hai un sacco di cicatrici – || – Sì, ma tutti gli altri sono morti – »). Joe è, senza alcuna ironia, un’orgogliosa epopea “maschia”, e a questo punto il discorso di inizio sulla prevalenza delle donne si fa più complesso, perché il dato forse più marcato non è solo la prevalenza di un genere, bensì la contrapposizione radicale tra due mondi sempre più assoluti, dove esistono soltanto donne o soltanto uomini, o per meglio dire, visto che si regredisce a schemi basici, o femmine o maschi. Joe, per esempio, racconta una società tutta virile, dove le donne acquistano diritto di presenza in scena solo se stanno in silenzio, se vengono picchiate, o stuprate, o fanno le puttane (« – che colore preferisci? – || – il rosso – || – fammi un pompino – »).
Sull’altro versante, con risultati narrativi e formali certamente più interessanti, la risposta al disastro della mediazione sociale è l’ambientalismo radicale raccontato da Night Moves, di Kelly Reichardt, attraverso la vicenda di tre guerriglieri ecologisti che fanno esplodere una diga idroelettrica. Ma l’ideale, che ormai non è più ideologia e non sa dove fermarsi oltre i limiti dell’individuo, implode, come le vite dei tre personaggi; le mute espressioni di Josh (Jesse Eisenberg), che interpreta il volto più autentico della militanza, non preservano il film da una certa noia, ma ne salvano la coerenza.
«O trovi un altro modo di vivere qui, o trovi un altro posto dove farlo»: la frase, pronunciata da uno sceriffo, non è in Joe, ma in Child of God, il film di James Franco tratto dal romanzo di Cormac Mc Carthy, ambientato in un paesaggio naturale e sociale a tinte estreme molto simile a quello del film di Green. Il film di Franco mette in scena la vicenda di Lester Ballard, uno psicolabile trasformatosi in assassino e collezionista di cadaveri. Child of God, che è un film ostinatamente costruito per far vincere al protagonista (Scott Haze) la Coppa Volpi come miglior attore, si apprezza per la capacità di trasfigurazione visiva di alcune scene del romanzo; ma esagera, corre il rischio del caricaturale – e talvolta fa perfino venire in mente il frate gobbo e scemo de Il nome della rosa. Questa attenzione morbosa ai meccanismi malati della società, alle figure e alle situazioni portatrici di caos, è, come si accennava all’inizio, un motivo che attraversa più di un film: oltre che in Die Frau des Polizisten, o in Miss Violence, si affaccia per esempio anche nella figura del padre alcolizzato in Joe, e, indirettamente, in Parkland, di Peter Landesman, dedicato a uno dei giorni più apocalittici della storia dell’America moderna, il giorno in cui fu assassinato John F. Kennedy – il film sarà trasmesso su Rai 3 il prossimo 22 novembre, in occasione del cinquantenario di quell’evento. Ma il film non è interessante solo per il lavoro di ricostruzione di quella giornata, ma perché è una narrazione attorno alla memoria storica mediatica di quell’evento, visto che lavora sulla ripresa dell’uccisione realizzata involontariamente da un sarto passato alla storia: Abraham Zapruder.
« Le vent se lève, il faut tenter de vivre»: con le parole di Valery tratte da Il cimitero marino Hayao Miyazaki ha siglato il suo film, Kaze tachinu, collocando la frase nei titoli di testa e usandola come leitmotiv dell’intero film, dedicato, attraverso la storia del progettista aeronautico Jiro, alla storia del Giappone, dal grande terremoto degli anni Venti all’entrata in guerra. Miyazaki ha annunciato proprio al Festival di Venezia di volersi ritirare. Speriamo che menta.
[Immagine: Philip Gröning, La moglie del poliziotto].
I film non sono solo la storia che raccontano; sono il modo in cui la raccontano, i codici che impiegano per farlo, inquadrature, suoni, fotografia, montaggio, lo specifico filmico insomma. Ma queste cronache, come la gran parte di quelle che escono in questi giorni festivalieri, tralasciano proprio la parte più importante. A che serve fare i festival del cinema? Tanto varrebbe che i registi ci raccontassero il loro plot in un paio di tweet.
Vero è che in taluni casi c’è poco da spiegare, e altrettanto vero è che nessuno educa alla ricezione di un film (come della musica, del resto). E poi non c’è abbastanza spazio, e poi alla gente non interessa che si parli di campi e controcampi, di musica diegetica e filtri freddi.
Tutto vero. Ma non sarebbe più corretto premettere allora un bel disclaimer: “qui non si parla di cinema” ?
@un lettore
Sono molto d’accordo – anche se qui non si parlava soltanto di plot. D’altra parte penso anche che lo specialismo, se applicato in maniera assoluta, uccida le opere; e, soprattutto, credo che i festival dovrebbero servire a far circolare notizie sui film, a far andare al cinema insomma, dunque chi scrive rassegne, recensioni e cronache in tempo reale deve avere anche l’umiltà di fare un passo indietro rispetto a tutto quello che avrebbbe e potrebbe dire, per dare anzitutto informazioni e favorire il piacere di andare al cinema.
@alcor
ho letto il suo commento sul sito. è vero.
ma via, su, non vorremo mica che per segnalarci qualche film interessante (in una rubrica che si chiama peraltro “Cronache da Venezia”, da cui ci si aspetta un assaggio di cosa accade, non un saggio didattico) ci si venga a dire dello “specifico filmico”, con l’elenco dei piani americani, dei campi lunghi o che so io? invece questa nota libera, in cui si riferiscono in presa diretta registri e atmosfere, e si delineano già motivi e sintomi comuni, mi piace molto: a me che non sono potuta andare rinfranca sentire quest’aria festivaliera al netto della pubblicistica kitsch, poi – non dubito – non mancherà modo di approfondire.
Le recensioni di Daniela Brogi sono sempre molto articolate, ricche di riferimenti culturali e letterari, e,soprattutto, competenti nell’ambito del linguaggio cinematografico. Ma ancor di più mi colpisce la capacità di relazionare il testo con le idee del tempo che stiamo vivendo. Un visione storica, non storicista, ,inoltre sociologica e antropologica , che è però in grado di non rifarsi ai topoi del sociologismo e delle facili sintesi delle culture dei gruppi umani. E non è da tutti analizzare in tal modo un’opera cinematografica. Infatti, per quanto riguarda La grande Bellezza, io ero molto contrariata da tutte le critiche semplicistiche, con facili riferimenti, che però non avevano mai colto il senso del fim di Sorrentino. Mi sono trovata subito d’accordo con la sua interpretazione.
Ora mi viene da chiedere a Daniela se le interessa dedicare qualche sua riflessione alla narrativa o alla poesia. Già ho gustato l’accenno che ha fatto a Nadja di Breton. Anche nelle recensioni letterarie sarebbe fuori dal coro e darebbe un forte contributo alla misera e banale critica letteraria attuale
Pezzo decisamente gradevole, anche se devo ammettere che non condivido il giudizio positivo su Emma Dante, la quale trovo da diverso tempo ripetitiva come l’autarchia sulla quale si fonda il suo teatro: ora dolore, ora silenzio, ma mai teatro. Sempre laboratorio abbozzato – esempio eclatante ne fu “Le pulle”.
Meno gradevoli i commenti:
@unlettore: come già stato segnalato, il titolo ha il nome di “Cronache da Venezia”, e non credo che Lei si cimenti in lunghe trascrizione meteorologiche durante i suoi viaggi. O forse segna venti e pressioni atmosferiche? In quel caso ha tutta la mia stima.
Vorrei segnalarle per altro che il pezzo non mi sembra così asciutto del tecnicismo da lei reclamato, e per altro desumibile da frasi come “[…]senza farci identificare con la vicenda, ma sfidandoci a guardarla e basta, arrivando a forzare i tempi di resistenza dello sguardo su inquadrature sempre uguali;[…]”. Siamo sicuramente ben distanti da un’analisi sulla variazione delle ortogonali in Wes Anderson, ma non sempre è necessario perdersi in fronzoli tecnici, soprattutto in un semplice pezzo di critica di gusto.
@GloriaGaetano: sarò malizioso io, ma leggo un certo sarcasmo fra le Sue righe, di quel sarcasmo poco elegante, non so se capisce.
Qualora volesse leggere “qualcosa riguardo la poesia o-che-so-io-qualcosa-di-letterario scritto da Daniela Brogi, posso assicurarle che potrà trovare materiale a quantità, sia in libreria che in rete. Ché la rete non serve mica solo a trovare presunte case editrici compiacenti che pubblicano con autofinanziamento.
-Postilla Off Topic-
Durante tutto il periodo di “pausa” sono state pubblicate interviste piene di spunti interessanti sul quale confrontarsi, non dovrei mica cominciare a pensare che anche gli scocciatori vanno in vacanza?
Meglio un po’ di vera poesia, così per recensire:
Finalmente un mascalzone!
i fronzoli tecnici fanno il cinema, così come le modulazioni fanno la musica, il segno e gli impasti fanno la pittura. E, sì, vento e umidità fanno una vacanza. Basterebbe altrimenti una bella foto. E, nel caso del cinema, basterebbe copiare le noterelle di regia che si trovano nel libretto del festival.
Se desiderassi specialismi esegetici cercherei in una rivista o in un blog di cinema (benché sia ugualmente difficile trovare qualcosa di decente).
Il punto è che, avendo 4 righe da spendere sul film di Emma Dante (lo scelgo perchè più volte rammentato nei commenti), potrebbero dirsi cose più significative di “fondato sulla drammaturgia del silenzio e degli sguardi. E ha pure il merito, non così scontato in Italia, di raccontare con naturalezza, cioè senza enfasi o espedienti moralistici, una relazione sentimentale tra due donne”. Che cosa dovrei capirne? un intimismo alla Bergman, un torbidume zeffirelliano? Conoscendo Emma Dante (purtroppo), non sarà né l’uno né l’altro, ma solo un’altra delle sue visioni pseudosacrileghe, primi piani atroci e musica struggente.
Ma insomma, chiedo troppo, lo so. Lasciamo il cinema ad anselma dell’olio.
@unlettore: non s’agiti così! Magari la prossima volta mandano lei a far le cronache veneziane, chi lo sa? Certo è che quattro righe – e anche più – di commento le aveva, ma le ha spese per lamentare il pauperismo dello “specifico filmico” e per parlare di Emma Dante – mi spiace la conosca, ma a ognuno le sue croci. Inoltre, sapendo che il film si basa sull’incontro/scontro fra due automobiliste, non ci vogliono certo grandi doti deduttive per azzardare i primi piani – sarebbe più corretto dire piani ravvicinati, desumibili dalla clip del film.
L’unico dubbio che rimane è: e la letteratura cosa la fa? Non c’è nessuno che lo sa, pàm pàm.
– In gossip we trust –
Col marito che si ritrova, credo l’Anselma abbia la casa fin troppo piena di siparietti per occuparsi seriamente di cinema al MiCAB. Musica struggente, zàn zàn