di Beppe Salvia
[Esce il 4 novembre per Interno Poesia Editore, a cura di Sabrina Stroppa, la riedizione di Cuore di Beppe Salvia (1954-1985), originariamente apparso postumo nel 1987. Presentiamo alcune poesie del libro di Salvia, uno dei fondatori della rivista romana «Braci» (1980). In calce una nota biobibliografica].
come di stelle non sofferte cielo
lieve e corrusco d’ombre e di neve,
a me svelato a me non detto, chiaro
regno dei giorni, vero, e che non ha
saper d’inganno, umile perduto –
tal mi sapevo e non son ora
mutato se il corpo m’innamora la
mano mi dispone disegno dolo
d’un nome, e non so io seguitare
la mia vita che la vera somigli
altra vera, e se d’archi vane onde
ove sofferta vaghi d’ombra, e ombra,
ansia del nome il doloroso lido
d’acque alla cieca l’animo tentando.
*
A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.
*
(Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
su la mia schiena, faticavo tanto,
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m’affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l’animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)
*
Adesso io ho una nuova casa, bella
anche adesso che non v’ho messo mano
ancora. Tutta grigia e malandata,
con tutte le finestre rotte, i vetri
infranti, il legno fradicio. Ma bella
per il sole che prende ed il terrazzo
ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,
e perché da qui si può vedere quasi
tutta la città. E la sera al tramonto
sembra una battaglia lontana la città.
Io amo la mia casa perché è bella
e silenziosa e forte. Sembra d’aver
qui nella casa un’altra casa, d’ombra,
e nella vita un’altra vita, eterna.
*
Voi sognerete l’ombra –
Non rigorosa morte io vi cedo,
non vetro che v’abbagli dietro un muro
silenzioso, vaglio quel peso e credo
d’offrire all’ozioso il bisogno, curo
altrimenti di donare al muto,
che sempre muto s’affannò per dire,
verità d’intesserne la trama e quei
molteplici sogni e quei disegni,
ghirigori che possano azzittirvi,
non dirvi, e farvi credere, imporvi
l’inutile sapienza che possiate
risolvere in un soffio, cima lata
di foglia del cui credito dunque vi
sia puro il limite soltanto, l’arsi,
non dove s’apre diletto di clausura.
*
il raggio la polvere il foglio
Un raggio ha dimorato tra misure
rigorose e chiare di calici, e
senza chiudersi in pigre filature
tra i vetri ha brillato un segno d’oro, e
l’ho sentito il tinno sonoro di quel
lume e il coro, come uno specchio avanti
al primo grido dei mille vetri del
prisma che pur frange acque indolenti
dell’iride di lumi, non parenti
siamo noi di luci che riposano,
livida limatura d’ardesia note
quadrettature d’un foglio ha rese
metro imperativo e falso di vita
che non valse a far pittura scoperta
di quell’ombre di polvere ferrigna.
*
Beppe Salvia nasce nel 1954 a Potenza. Nel 1972 si trasferisce a Roma con la madre e il fratello, cambiando spesso casa e alternando la vita romana con alcuni viaggi in Sicilia. Inizia a pubblicare poesie in rivista nel 1976 (su «Lettera» e «Nuovi Argomenti»), diventando ben presto protagonista di quel clima vivace e alternativo animato nella capitale da poeti e pittori suoi coetanei. Frequenta i laboratori di poesia di Elio Pagliarani, occasione fondamentale per i giovani poeti sul volgere degli anni Settanta. Fonda nel novembre 1980 la rivista “Braci” insieme a Claudio Damiani, Giuseppe Salvatori, Arnaldo Colasanti e Gino Scartaghiande, ma allo stesso tempo, fin dall’ottobre del 1980, pubblica sulla rivista “Prato pagano” di Gabriella Sica le sue Lettere musive e partecipa a riunioni redazionali. In entrambe le riviste vengono pubblicate sue sillogi poetiche o ‘corone di sonetti’, che si distinguono subito per la spiccata individualità, alternante elegia e tragedia. Muore tragicamente il 6 aprile 1985. Alcuni degli amici più stretti ne ricordano la figura, qualche giorno dopo, sulla pagina culturale del «Paese sera», dando inizio a una sua tenace leggenda che in tempi recenti si è nutrita di studi e pubblicazioni di taglio anche accademico. Nel 1985, dopo l’improvvisa scomparsa, esce subito il suo primo libro, Estate, con lo pseudonimo di Elisa Sansovino, nei “Quaderni di Prato pagano”. Alla fine del 1987, presso Rotundo, esce Cuore (cieli celesti); nel 1989, nelle Edizioni romane della Cometa, il diario poetico Elemosine eleusine.