di Enrico Emanuelli
Nota
di Pietro Pascarelli
E’ uscito da poco per le Edizioni Grenelle, con una nuova edizione critica curata da Lorenzo Gafforini basata sul confronto con il manoscritto e gli appunti dell’autore, Curriculum mortis di Enrico Emanuelli, che fu inviato dei più grandi quotidiani italiani e scrittore anomalo quanto originale. La sua scrittura cerca e raggiunge uno stile essenziale, all’insegna dell’unificazione di saggio e opera letteraria. Il libro, considerato da Guido Piovene la sua opera più bella, uscì postumo da Feltrinelli nel 1968, perché la morte che l’autore già sentiva prossima, tanto da ispirargli il titolo, sopraggiunse subito dopo la prima stesura del testo. Dopo essere stato introvabile per molti anni torna dunque disponibile, ed è sottratto all’oblio, un testo audace e rivoluzionario, che permette di vedere in controluce il potenziale innovativo della ricerca di Emanuelli, e di immaginare le direzioni in cui si sarebbe diretto con la sua creatività e spregiudicatezza, se la morte prematura non glielo avesse impedito.
Di seguito un estratto da Curriculum mortis, in accordo con le Edizioni Grenelle.
Eppure sono testimonio
involontario. Io non chiesi; e una
legge che non conosco mi trascinò
qua. Tutti siamo tali: la mia volontà
non c’era all’alfa e, almeno spero
(così voglio sperare), non ci sarà
all’omega. Dal primo ossigeno rubato
al mondo ho formulato un grido;
e poi preludio, pavana, giga, gavotta,
passacaglia, rondò e, ora, altri suoni.
Persino concreti
*
Capitò, avvenne che il testimone
sentì lo scongiuro del giudice una
sera, giorno 17, mese d’aprile. Perché
dire l’anno? Gli anni fuggono e tornano,
come le lancette dell’orologio
che passano e ripassano — correndo
o tardando — sulla stessa cifra.
*
Razze, lingue, terre d’avventure
taciute (forse sognate soltanto).
“Ma no, sono italiano”. È proprio
il filo della ragnatela di cui si andava
alla ricerca. Il paradiso terrestre lo
rifacciamo noi in un attimo. “Well, I
am American, yes”. Ridiamo d’ogni
confine, oceano, montagna, paletto,
stanga, muro, fosso, fiume, ponte,
reticolato. Lì, a commuoverci perché
siamo soltanto uomini e crediamo di
avere la nostra comune mitologia.
Bene, fatemi volare a mio piacere,
ora in avanti ora all’indietro,
come un piccolo, nero colibrì.
*
La serata era giunta ad una piacevole
temperatura, deo gratias. Di
là della porta lavorava il polmone
roco della città, il gas degli scappamenti
accarezzava l’asfalto: un incenso
nuovo. Ed io là dentro, la vena
aperta della vita-morte, lasciavo una
traccia sull’arida sabbia degli anni.
*
Sono ai ricordi, catalogando su e
giù nodi di morte. Il colibrì che vola
in avanti e all’indietro… Aiuto. Fatevi
spiegare come funziona e come ci
si perde nel labirinto della memoria.
Sì, lo scongiuro del giudice l’ho captato…
per capire la mia anima dovrei
avere un’altra anima e poi una terza
per capire la seconda… ma a Cettigne,
una notte, la paura dell’agguato:
una paura come questa di stasera…
luminosi padiglioni del giorno che
crollano, ma è soltanto la guancia
della ragazza che si appoggia alla
mia spalla. Aiuto. La piccola morte
d’ogni sera ti fa paura? Amore, non
credere al poeta: senti, la morte non
ha occhi e non vede; siamo noi a vederla
un attimo, ogni sera
*
Nessuno ha visto quel che c’era:
il mio (anche il vostro) curriculum
mortis fabbricato da un dubbio
all’altro, tra ciò che sorge e che declina:
parole, sogni, ukase di filosofi, di
poeti, di politici. Il nodo, il nodo.
*
La ragazza dice, con gli occhi,
nel solito medianico nostro linguaggio,
che quel che resta da fare
qualcuno lo farà. Meravigliosa
uguaglianza: un uomo è un uomo.
Come: “Una rosa è una rosa”? Già
Aristotile ha detto: “A è A”.
E con questo? Il destino
è DESTINO? Eresia. Lo si potrà dire
quando il curriculum mortis toccherà
il giorno meno quotidiano
d’una vita: l’ultimo foglietto del calendario
personale, che annullerà il
futuro. Ma sino a quel giorno…
Infatti quanta gente, come noi,
naviga adesso con gli occhi all’orizzonte?
Noi e loro sappiamo che
ogni destino si può capovolgere
come con una pedata si rivolta un
sasso, mettendo al sole quel che stava
in ombra.
*
- Dans un happening.
Le happening di Jean-Jacques Lebel è
un libretto pubblicato a Parigi nei Dossiers
des Lettres Nouvelles.
Pagina 28: “In realtà, vogliamo far corpo
con le nostre allucinazioni. C’è in noi
una sensazione di apocalisse, per non dire
un disgusto insormontabile per la civiltà
del benessere con i suoi Hiroshima”.
Pagina 35: “L’happening tenta, di
sciogliere il nodo labirintico del Reale”.
Pagina 55: “Dunque, l’happening stabilisce
una relazione tra soggetto e soggetto.
Non si è più (esclusivamente) osservatori,
ma osservati, considerati, scrutati. Non
vi è più monologo, ma dialogo, scambio,
circolazione di immagini…”.
Pagina 58: “Entrare a far parte di un
happening pone subito problemi sociali…
È operazione molto delicata inserire, magari
loro malgrado, persone che non intendono
emettere o ricevere o comunicare e
che sono presenti soltanto per scherzare in
modo stupido”.
E, concludendo, a pagina 22: “L’happening
fa intervenire l’esperienza direttamente
vissuta nel mito. L’happening non
si limita a interpretare la vita, ma parteci-
pa al suo svolgimento nella realtà. Questo
postula un profondo legame tra il vissuto
e l’allucinatorio, il reale e l’immaginario”.
*
- Un piccolo, nero colibrì.
Stando a Rio de Janeiro, andai con alcuni
amici alle grotte di Furnas, lungo la
meravigliosa strada che attraversa le spiagge
di Copacabana, di Ipanema e di Leblon.
Intorno alle grotte di Furnas, formate
da ciclopici massi caduti l’uno sull’altro
e poi scavati dalle acque, è una fantasiosa
vegetazione. Dico così perché ogni albero
porta su di sé pianticelle, virgulti, erbe,
liane parassite, radici che vivono d’aria e
di luce, fiori tremolanti. E proprio intorno
a questi fiori, che nascono dagli alberi trasformati
in vasi, ronzava qualche colibrì.
Erano uccellini neri, dal becco allungato,
e si posavano come farfalle a succhiare
nelle corolle. Un amico mi fece osservare
che il colibrì sa anche volare all’indietro a
brevi scatti, con nervosismo pipistrellesco.