di Enrico Capodaglio

 

[L’Associazione “La Luna” di Casette d’Ete (FM) ha da poco pubblicato Dante creaturale (Grafiche Fioroni, 2022), di Enrico Capodaglio. Ne pubblichiamo un estratto].

 

Fede poetica

 

Jorge Luis Borges ha tenuto una lezione sulla Commedia al teatro Coliseo di Buenos Aires, una sede della casa d’Italia, nel 1977, la prima e forse la più bella di una serie. Egli sorride su coloro che si domandano se Dante credesse davvero di essere andato, almeno in spirito, nell’aldilà e mette a fuoco il concetto decisivo di fede poetica, grazie alla quale l’autore entra con tutto l’essere nel suo mondo nel quale noi lettori siamo chiamati, vivendolo come reale, senza dimenticare affatto perciò la differenza dei piani di realtà.

La poesia può integrare la fede per tutti? È un tema affascinante. Quante credenze, storie, leggende, superstizioni religiose sono intimamente poetiche, costituiscono una forma di poesia popolare, senza voler dire che ciò significhi che sono favole, fole, mitologie: tutt’altro. In Dante, che in ciò rappresenta come modello alto e raffinato una sensibilità collettiva di origine molto antica e di potenza molto durevole, la poesia è una dimensione costitutiva dell’esperienza spirituale comune, così compenetrata in essa che non possiamo più quasi distinguerla.

 

Penso alla bellezza poetica di rappresentare lo Spirito Santo con una colomba e il Cristo con un agnello. Persino nelle forme di superstizione popolare, e quindi ai bordi più bassi e facilmente sconfessabili dell’esperienza religiosa devota, si smuovono sentimenti collettivi profondi. Se diciamo per esempio che la Santa Casa non è mai stata portata da Gerusalemme a Loreto da angeli del cielo, bensì dalla nobile famiglia Angeli, circostanza senz’altro più verosimile, sentiamo nondimeno di perdere e far perdere qualcosa di un mondo che è fantastico, ma per vie misteriose si radica non già nelle fantasie giocose del popolo, il popolo che ancora sopravvive in ciascuno, bensì nella sua anima segreta e ispirata. Con fede poetica, adottando l’espressione in modo diverso ma non contrario, rispetto a quello di Borges, che forse risale anche a Coleridge (Biographia literaria, cap. XIV), possiamo ancora far finta di crederci.

 

Quella di Dante non è, in senso concettuale, una teologia, parola che non compare mai nella Commedia e che nel Convivio è nominata una sola volta: “ed al cielo quieto risponde la scienza divina, che è Teologia appellata” (II, 13); e un paio di volte come aggettivo. Io interpreto il passo nel senso che è una scienza che soltanto Dio, nell’Empireo, conosce e possiede. Il suo poema è semmai una “tëodia”, una Theou odè (Paradiso, XXV, 73), un’espressione che il poeta riferisce ai salmi di David e io oso attribuire a tutta la Commedia, nei suoi passaggi più ispirati: un canto a Dio, un canto di Dio, non una teologia, perché per lui non v’è scienza umana di Dio.

Così Dante orienta l’immaginazione della sua fede poetica verso la “bella verità” (Paradiso, III, 2), sempre intessuta con quella religiosa e filosofica, e sempre mediata dalla donna amata, in modo che possa spingersi verso la felicità. Non solo la poesia infatti per lui ha un orientamento globale, non è mai frammentaria, d’occasione, locale, ma anche l’immaginazione, terapeutica e salvifica, va orientata, con gioia energica, verso il bene divino.

 

Quando più sono coinvolto nell’attitudine creaturale di Dante verso Beatrice divento indifferente ai fatti della biografia, non già perché non siano importanti, al contrario, ma lo sono soprattutto per Dante stesso. Quello che mi interessa non è se Beatrice fosse davvero la Portinari, morta nel 1290, come si fosse dipanata la loro storia nella realtà terrena, ma il fatto che Dante, dopo la sua morte, continua ad amare una donna per decenni. Egli scrive gli ultimi canti del Paradiso a ridosso della propria morte nel 1321 e ancora colei che nella Vita nova, scritta tra il 1292 e il 1294, è detta morta, dopo quasi trent’anni, è vivida nella sua memoria.

Il tempo materiale passato è tanto ma quello spirituale è ben diverso, e non dico che esso sia tutto contemporaneo, ma in certi momenti lo penso. La sua morte anzi è addirittura necessaria perché la sua opera di vita sia compiuta e il suo senso trasfuso in poesia. Ricordo infatti, a me stesso prima che ad altri, che Dante riconsidera tutte le sue esperienze di vita come preordinate e correlate, senza che nulla di decisivo vi fosse casuale. Avesse ragione o no, senza questa cognizione, si perde una parte viva della sua spiritualità artistica, nonché del senso di molte delle sue invenzioni e  rielaborazioni letterarie. Tale convinzione è intimamente legata alla sua fede in Dio, al quale egli si abbandona e dal quale si fa guidare, attraverso le donne che egli incarica di orientarlo e istruirlo: nella Commedia, la Vergine, santa Lucia, Beatrice.

 

Non sorprende allora che il poeta non abbia mai sconfessato nessuna opera né alcun periodo della sua vita, come invece ha fatto Agostino nelle Confessioni, tranciando il periodo che precede la conversione, corrotto e demoniaco, da quello che inaugura la sua di vita nuova. Niente di tutto ciò in Dante, che riassorbe e riassume ogni opera precedente nella successiva, senza con ciò fingere di non cambiare.  Egli semmai rigenera la fonte della sua ispirazione alla luce delle nuove conquiste conoscitive e poetiche. Faccio un esempio clamoroso: i versi 52-54 del Purgatorio, XXIV:

 

E io  a lui: “I’m son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’e’ ditta dentro vo significando”.

 

Essi sono espressione della sua poetica, di quello stile che pochi versi dopo (57) fa definire ‘dolce stil novo’ da Bonagiunta da Lucca, e sono ispirati a quelli di un mistico, Frater Ivo, noto solo come autore di una Epistola ad Severinum de caritate, prima conosciuta come De gradibus caritatis e già attribuita a Riccardo di San Vittore, risalente alla seconda meta del XII secolo. Vi si legge infatti che parla in modo degno d’amore solo colui che “secundum quod cor dictat interius exterius verba componit”: colui che compone le parole secondo ciò che il cuore gli detta dentro. Intendo così che già nell’amore stilnovistico Dante viene a sentire un’intima radice mistica rivolta verso Dio, giacché è di quest’amore che Frater Ivo scrive (vedi Enciclopedia dantesca, alla voce).

 

In questo senso egli fin da giovane è riuscito a immaginare tutta la propria vita come obbediente a un piano divino, in certa misura predestinato, ferma restando la sua libertà del volere. È indubbio che egli si senta, e di fatto sia, un beniamino, un eletto, un chiamato, ma è quasi altrettanto vero che ciascun uomo, in gradi diversi, potrebbe esserlo. Fin dai tempi della Vita nova in ogni caso la capacità di Dante di immaginare la felicità comporta di necessità l’immaginazione della donna.

 

Da Guinizzelli a Cavalcanti

 

Guido Guinizzelli, inserito tra i lussuriosi del Purgatorio (XXVI, 82-93), è l’autore di Al cor gentil rempaira sempre amore. L’amore è il cuore gentile sono congeniti e coetanei né l’uno può esistere senza l’altro. La nobiltà non consiste in una dignità ereditata ma nel cuore innamorato, grazie alla sua natura eletta, oltrepassando la mentalità feudale. La donna splende con i suoi occhi, che non sono soltanto fisici, nel cuore del poeta, come Dio splende più attraverso le intelligenze angeliche che non nel sole.

Ma in questo amore puro e luminoso grava un’ombra, che Dante ha percepito bene come mortale: l’amante sostituisce Dio con la donna, amando lei in modo sommo, e cadendo così nell‘idolatria, seppure seducente, perché ne fa una dea al di sopra e al di fuori di Dio, mistificando il suo amore in forme religiose. Alla  condanna di questo genere d’amore, che Guinizzelli immagina gli rivolga Dio stesso nel corso del Giudizio universale, egli risponde come segue (vv. 51-60):

 

Donna, Deo mi dirà: “Che presomisti?”,
sïando l’alma mia a lui davanti.

“Lo ciel passasti e ’nfin a Me venisti
e desti in vano amor Me per semblanti:
ch’a Me conven le laude
e a la reina del regname degno,
per cui cessa onne fraude”.
Dir Li porò: “Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza”:

 

La risposta di Guinizzelli è una battuta di spirito irriverente, anche se lui si sente disinvolto, che non segnala un’anima profonda rispetto al divino, benché magistralmente artistica: ho amato una donna perché l’ho scambiata per un angelo, non è colpa mia se ho peccato. Guinizzelli non dico che lo porti in giro ma si prende una bella confidenza rispetto al suo “Deo”.

 

Guido Cavalcanti scrive in Fresca rosa novella (vv. 19-31):

 

Angelica sembranza

in voi, donna, riposa:

Dio, quanto aventurosa

fue la mia disïanza!

Vostra cera gioiosa,

poi che passa e avanza

natura e costumanza,

ben è mirabil cosa.

Fra lor le donne dea

vi chiaman, come sète;

tanto adorna parete,

ch’eo non saccio contare;

e chi poria pensare – oltra natura?

 

La sua donna è angelica, dea tra le altre donne, comparabile a non si sa che cosa di sovrannaturale, sovrana per essenza (vv. 34-35), ma sempre nel gioco radicale della passione. Cavalcanti non crede in un’anima razionale immortale quindi lo sguardo della donna, pur sempre penetrante, non vi può giungere, per cui il suo effetto satura l’anima materiale, diventando fonte di angoscia, dolore, senso di morte, nel subire un potere affascinante e micidiale al quale l’animo, sia pure quello di un uomo fiero e combattivo come quello di Guido Cavalcanti, non può che cedere, temendo per sé la fine:

 

Voi che per li occhi mi passaste ’l core

e destaste la mente che dormia,

guardate a l’angosciosa vita mia,

che sospirando la distrugge Amore.

E’ vèn tagliando di sì gran valore,

che’ deboletti spiriti van via:

riman figura sol en segnoria

e voce alquanta, che parla dolore. (XIII; 1-8)

 

La donna quindi con il suo “amoroso sguardo spiritale” non ti spinge verso l’alto, non ti fa aprire il cuore verso Dio ma, senza affatto volerlo, ti getta a terra, distrugge la vita, sia pure nel piacere doloroso d’amore:

 

Questa vertù d’amor che m’ha disfatto

da’ vostr’occhi gentil’ presta si mosse:

un dardo mi gittò dentro dal fianco.

Si giunse ritto ’l colpo al primo tratto,

che l’anima tremando si riscosse

veggendo morto ’l cor nel lato manco.

 

Nel circolo dei fedeli d’amore, Cavalcanti si ispira anch’egli, oltre che all’esperienza, al De amore di Andrea Cappellano, nelle sue rime per Monna Vanna, che egli antepone a Beatrice, facendo rivivere l’amor cortese secondo le norme della cavalleria, infondendo però in esse un sentire originale, giacché la sua angoscia sottile e sofisticata, che neanche in Baudelaire trovo così estrema, era assente, o meno persistente, nei romanzi cavallereschi. Fa quasi immaginare che chi crede la vita terrena l’ultima per sempre, viva poi per forza l’amore per la donna in modo tragico, benché se ne ecciti fantasticando quasi all’infinito.

 

Il bene nel bello

 

In Donne ch’avete intelletto d’amore (in Vita nuova XIX, 4-14, a cura di D. De Robertis, Ricciardi, 1984), scritta una decina d’anni prima del Convivio, Dante pensa il valore della sua donna, del suo “stato gentile”, ed esso invece è già allora proiettato in una sfera celeste, non più soltanto di virtù e gentilezza mondana, come invece in Guinizzelli. Anche Dante gode di un’estetica raffinata, ma non legata soltanto ai sensi e all’anima materiale, com’è invece l’amore in Cavalcanti; anch’egli vive una passione così forte che diventa spirituale, ma non per potenza angosciante, come nell’amico, in questo campo almeno, ben poco epicureo, ben poco incline a una piacevole quiete dell’animo. Così infatti scrive Dante:

 

Angelo clama in divino intelletto

e dice: “Sire, nel mondo si vede

maraviglia ne l’atto che procede

d’un’anima che ’infin qua su risplende”. (15-18)

 

L’angelo chiama Dio segnalando l’avvistamento meraviglioso di un’anima che risplende fino all’alto cielo. La trovata è di un candore audace, giacché quella donna l’ha creata Dio, che quindi la sa bene, eppure l’angelo, anch’egli deliziosamente ingenuo, gliene segnala non la bellezza fisica, bensì l’anima sua. Quella donna è in ogni caso “cosa mortale”, un’espressione che Dante riprende nella Commedia proprio per metterla in bocca a Beatrice stessa, che così si definisce (Purgatorio, XXXI, vv. 49-60), in versi così belli da citarli di nuovo:

 

Mai non t’appresentò natura o arte

piacer, quanto le belle membra in ch’io

rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;

e se ’l sommo piacer sì ti fallio

per la mia morte, qual cosa mortale

dovea poi trarre te nel suo disio?

Ben ti dovevi, per lo primo strale

de le cose fallaci, levar suso

di retro a me che non era più tale.

Non ti dovea gravar le penne in giuso,

ad aspettar più colpo, o pargoletta

o altra vanità con sì breve uso.

 

La natura o l’arte non ti hanno mai dato un piacere comparabile a quelle belle membra nelle quali fui rinchiusa io, che ora sono un’anima beata, mentre esse non sono più che spoglie mortali. E se il sommo piacere, che non è quello sessuale, bensì quello di contemplarmi e convivermi, e sapere che sono viva, è venuto meno, è fallito, in seguito alla mia morte quale altra ‘cosa mortale’ avrebbe dovuto attrarre il tuo desiderio? Quando già ti aveva colpito lo strale della delusione per le cose fallaci, avresti dovuto far volare la tua anima verso di me; né ti doveva gravare il corpo in basso, ad aspettare un altro colpo anche peggiore del primo, o una giovane ragazza sensuale, una “pargoletta”, quasi bambina per difetto di ragione, o un’altra vanità terrena, che avresti potuto usare per così breve tempo.

 

Beatrice rimprovera Dante, che in realtà, in qualità di autore, rimprovera se stesso, facendogli una scenata che si direbbe di gelosia, e in effetti lo è, oltre che un richiamo morale e severo di condanna del suo sbandamento dopo la propria morte, per seguire quella ‘pargoletta’ di cui Dante scrive pure in due o tre delle sue Rime dei bei versi ma senza gioia, perché incompreso e ferito. Il poeta quindi se lo rimprovera perché per trarne così poco bene ha tradito non solo la sua donna, ma il suo destino.

 

Ecco in sintesi in che cosa consiste il passaggio oltre il dolce stil novo: nell’amore che fa volare attraverso i cieli grazie alla donna amata, facendo diventare un viaggio spirituale reale quello che era un gioco allegorico di gran finezza, in equilibrio acrobatico tra l’arte e la vita. Ma è un passaggio che sembra già incubato e preformato dall’inizio, quasi non si svolgesse prendendo l’autore stesso di sorpresa, in base alle esperienze e ai casi della vita, e facendolo reagire alle urgenze del contesto vissuto, ma si sviluppasse invece come un organismo secondo la sua genetica interna. È solo una sensazione ma quanto profonda e aderente. Già nella Vita nova infatti la donna è musa celeste e guida verso l’alto e il divino, benché nella camera del cuore e non nel viaggio nell’aldilà, mentre l’amore, proprio dell’intelletto, punta nel suo grado sommo verso Dio. L’amore per la bellezza della donna, anche spirituale, ne è grado nonché via energica di stimolo e di rilancio.

 

Idee non convenute

 

Ecco perché Dante è filosofo poeta: la bellezza resta decisiva per lui fino al sommo del paradiso, senza che mai debba o voglia abbandonarne la spoglia. Beatrice è “cosa mortale” ma che rinasce immortale, come la poesia. È il viaggio della poesia che da arte metrica, rimica, figurale, scenica, teatrale, diventa sempre più arte di salvezza del bene nel bello.

La poesia è infatti potenza costitutiva della salvezza. Si dice che Beatrice rappresenti la rivelazione, e di certo un senso allegorico e figurale come questo le spetta, ma riferito tutto a Dante e a chi condivide la sua antropologia poetica e amorosa. Abbiamo mai visto Beatrice dipinta o affrescata nelle chiese dopo la Commedia? Prima di tutto la rivelazione è espressa nella Bibbia e incarnata in Cristo e non può essere rappresentata da nessun personaggio, tanto meno da una stupenda donna fiorentina. La rivelazione non si rappresenta: è un’assurdità solo pensarlo, più grave del ritenere Virgilio, sia pure non senza motivo in virtù di qualche battuta di Dante, il simbolo della ragione. Forse che la ragione umana infatti ci porta mai a dimostrare l’esistenza dell’inferno e del purgatorio, quand’anche non del paradiso?

 

Virgilio non è la ragione concettuale. Perché? La ragione non potrebbe neanche intraprendere il viaggio nell’aldilà: “poi dietro ai sensi / vedi che la ragione ha corte l’ali” (Paradiso, II, vv. 56-57). Essa è legata, secondo il codice aristotelico, all’esperienza sensoriale che rielabora con induzioni e deduzioni. Ciò non significa di certo per Aristotele che essa precluda l’esperienza conoscitiva metafisica, della filosofia prima, dell’esistenza di Dio e dell’ordine cosmico, ma sempre facendo originare le prove, a posteriori, dai sensi. E in ogni caso la visione dell’aldilà della dogmatica cattolica nulla avrebbe a che fare con la ragione intesa in senso aristotelico. Come potrebbe allora Virgilio, pur detto il “mar di tutto ’l senno” (Inferno. VIII, 7), incarnarla? Si tratterà allora semmai di una ragione poetica, organica, intrisa di immaginazione e passione oltreché di senno, saggezza, sapienza di vita e pietas religiosa.

 

Sublimazione?

 

Freud sostiene nel saggio su Leonardo del 1910, sul quadro che raffigura san Giovanni della croce indicante, con un “lampeggiar di riso”: direbbe Dante, verso il cielo, che la tensione artistica o mistica possa essere una sublimazione dell’energia erotica. Si intende con questa parola un’inibizione di energie sessuali che allora si avviano verso l’alto, o in senso mistico, spirituale o in senso poetico, artistico. Ma già Platone nel Fedro (244a-257b) identificava quattro forme indipendenti di mania, di follia, di origine divina: la poetica, la erotica, la religiosa e la profetica, intendendo che ognuna ha una sua forma specifica e originaria, dico io, di energia vitale, non è il frutto della permutazione o trasmutazione di un’altra.

 

Vidi una volta, e una volta sola, nella chiesa di santa Maria della Vittoria a Roma, l’Estasi di santa Teresa di Bernini, riconoscendo che essa è più di un’opera d’arte: è un’esperienza spirituale. Un angelo le scaglia nel cuore un dardo infocato che le infligge un dolore mortale ed estatico: è la cosiddetta transverberazione. Dubitai allora e dubito ora che in ogni caso, come in questo assalto del Serafino, vi sia una radice erotica di tipo sessuale nell’esperienza mistica. Forse essa attinge ad altre fonti, altrettanto native ma assai più pure e segrete, anche se la lingua usata dalle mistiche è quella amorosa: si nomina il Cristo sposo, si desidera baciarlo, anche nelle ferite, o se ne viene trafitte.

 

L’amore mistico di Dante, un uomo dalla vita sessuale attiva fin da giovane, per altro, anche se non verso Beatrice, non sembra essere la trasmutazione di un desiderio erotico impossibile, di una pulsione irrisolta. C’è un’attitudine fortemente razionale e morale del poeta, il quale non perde mai la misura, neanche nell’eros, sublimato o non. I grandi infatti non perdono la misura in poesia, dovunque si inoltrino, nel bene e nel bello o nel dolore e nel male: vedi, per fare i due casi decisivi della poesia moderna, Leopardi e Baudelaire.

 

[Immagine: Dante Gabriel Rossetti, The Salutation of Beatrice (1859)].

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