di Davide Nota
[E’ uscito ieri per Prufrock spa Demotape, il nuovo libro di poesia di Davide Nota. Proponiamo in anteprima quattro testi].
Into the wild
Poco dopo la laurea (breve, in Lettere
Moderne, quanto basta per svignarmela
Da un posto che non mi appartiene) trovo
Un lavoro ad Ascoli in un call center
Ma mi licenzio perché torno fuso
E col cervello intriso di stronzate.
Io voglio lavorare per permettermi
Di scrivere la notte (ai tempi sogno
Di essere un poeta) ma è impossibile
Col fischio nelle orecchie concentrarmi.
Cerco un lavoro semplice, un custode
Notturno, ai confini della via lattea,
Ma non si trova altro che la merda
Pubblicitaria o cazzate del genere.
Poi a un certo punto mi chiamano a un multiplex.
È un lavoro bello, è un lavoro che amo,
E a un certo punto ho pensato davvero
Di aver trovato un piccolo mestiere
In tutto e per tutto a me somigliante.
Amo la gente che vuole sognare
Oppure distrarsi per un paio di ore.
Monto le pizze poi chiedo i biglietti
Spengo le luci e faccio andare il film.
Poi scendo nelle sale a controllare
La qualità dellʼaudio e il radiatore.
Un giorno proiettavo Into the wild
La storia dice Franco in un volume
Sui dipinti di Kerouac della fine
Del sogno francescano di On the road.
Lì scendo in sala e mi metto a sedere
Tra i miei fratelli che pregano al buio
Le stimmate nel corpo del fedele.
Il capo mi parla nellʼauricolare:
Come è la sala 8? Dopo sali.
Io gli rispondo a monosillabi: Sì
Va bene, certo, è tutto ok. Ma affondo
Nel canto di Eddie Vedder e la vita
Mi appare allʼimprovviso una galera.
*
Il furgone blu
Non ho speranze. Non sogno. Non credo
Che vivrò nei boschi. Lavoro molto.
E del sacro amo solo il sacrificio.
Questo svegliarmi a notte e caricare
Di merci il mio furgone blu oltre mare
E non avere più nulla da dire
Per molti anni. E non credere a niente.
È tutto ciò che chiedo. E non lʼho chiesto.
*
I miei giochi
Sono anni che non leggo una poesia
In un naufragio di garage e furgoni
Da scaricare e mercanzie da vendere
Possibilmente in nero per difendere
La mia famiglia devo curare i miei affari
Come diceva Coolio in un pezzo rap
Che solo ora capisco. E la mia scrittura
Assomiglia sempre più a un dialogo.
A volte ho un flash e ho come lʼimpressione
Di essere un bambino che sta giocando
A fare lʼadulto col suo furgone giocattolo
E una bancarella di pietre colorate a mano.
Ma sono buone pietre e il loro prezzo
È trattabile sì ma fino a un certo punto
Perché conosco il valore dei miei giochi.
*
Un posto segreto
Unʼamica mi ha scritto (intendo dire su Instagram)
Unʼamica di tipo millemila anni fa
Che è bello risentirmi che combini sei vivo
Io le ho risposto il solito non ti sei persa niente
Scrivi ancora poesie? Ogni tanto, per vizio.
Eri bravo. Non credo. Piuttosto mi piaceva
Avere un posto segreto, tipo un luogo invisibile
Dove nessuno avrebbe mai potuto raggiungermi.
Ce lʼhai ancora? No, dico. Adesso mi hanno preso.
Lei mi dice una cosa a quanto pare mia
Una cosa che ai tempi le scrissi in una lettera
Amare la poesia è avere smesso di odiarla
Io tipo odiavo il mare dice e adesso ci vivo
Proprio ora che scrivo mi ci trovo davanti
Io neanche più capisco cosa volevo dire
Ma le chiedo del mare e ne avverto il silenzio
Frusciante tra i sassi che scricchiolano e le sue scarpe.
Caro Davide, grazie per la citazione nella poesia Into the wilde!
“Un lavoro semplice, un custode / notturno, ai confini della via lattea” è il lavoro che tutte le persone di buon senso vorrebbero, e che tutte le persone di cattivo senso hanno accuratamente eliminato. Ha vinto un’orgiastica comunione di mali, una comunicazione perenne, come se avessimo 8 miliardi di microscopi puntati su di noi e tutti fossero miopi. Nell’ultima poesia qui presentata, quel “Un’amica mia ha scritto (intendo dire su Instagram)” affida tutto ciò che dalla poesia possiamo aspettarci alla parentesi, all’esplicitazione del medium. In tutti i finali però c’è il colpo di reni, ritmico ed esistenziale. In un mondo in cui il lavoro è così degradato, la vera domanda non è più “Che mestiere fai?”, ma “Come passi il tempo libero? Ed è libero?”. Grazie a Davide.