di Tommaso Tuppini
Il primo film a mostrare i soldati della Wehrmacht come marines – non i soliti cani idrofobi con la bava alla bocca, ma fegatacci – è stato La croce di ferro di Sam Peckinpah, uscito nel 1977. Nel 1981 arrivò Das Boot di Wolfgang Petersen, ambientato quasi interamente dentro un sommergibile tedesco che incrocia nell’Atlantico, con gli spettatori di mezzo mondo che facevano il tifo per la ciurma (il director’s cut dura quanto Via col vento, ma va bene così, perché è uno dei tre, quattro film di guerra più belli di sempre). Quest’anno tocca a Der Tiger. Viaggio all’inferno di Dennis Gansel, regista classe 1973. Tiger è il carrarmato messo in produzione nell’estate del 1942 per rispondere allo shock del T-34 sovietico e restituire ai tedeschi un vantaggio sul fronte orientale. L’azione si svolge nell’autunno del 1943, dopo le sconfitte di Stalingrado e di Kursk, quando la Germania se la stava passando malissimo.
I cinque dell’equipaggio devono salvare un ufficiale rimasto intrappolato dietro le linee nemiche. Il contrario di un’anabasi: mentre il grosso delle truppe deve ripiegare per contenere l’Armata Rossa, il Tiger avanza. I suoi occupanti sono descritti come quelli di qualunque altro esercito, con paure e speranze abbastanza comprensibili: la volontà di sopravvivere, il cameratismo, il pensiero che corre alle fidanzate lontane. Quando la situazione sembra senza scampo, chiedono al tenente se non è meglio tornare indietro, ma lui risponde che un soldato non ha niente tranne gli ordini, e la missione continua.
Per settimane Der Tiger è stato il film più visto su Amazon, in Germania e in Europa, e i maestrini dalla penna rossa hanno alzato il sopracciglio. “Il film è moralmente ambiguo”, “un’epopea discutibile”, “una vittimizzazione dei tedeschi”. Siamo davanti a un rigurgito tipo AfD? È una strizzata d’occhio a von der Layen e al programma di riarmo? Hanno ragione i maestrini? In realtà Der Tiger non è un film sul nazismo più di quanto Lawrence d’Arabia lo sia sul colonialismo britannico o Apocalypse Now! sul Vietnam. Sfrutta gli ingredienti del film storico ma per andare a parare altrove. Il perno non è la strategia militare né la politica, ma il fuoco e l’aria. Il fuoco è quello sputato e ricevuto dai carrarmati, quello degli aerei in picchiata, i ponti fatti esplodere, i lanciafiamme delle SS contro le baracche stipate di civili, fino all’eco delle bombe incendiarie su Amburgo. L’aria, invece, si materializza nella nebbia che copre la pianura e soffoca i suoni, nell’umidità fredda dei boschi che danno riparo, nelle cortine fumogene dentro le quali sparire e dileguarsi. Il carrarmato è forte ma il fuoco lo trasforma in una torcia, l’aria nebbiosa lo accieca. Der Tiger mostra gli uomini alle prese con le potenze elementari della natura e della tecnica.
I protagonisti, più che combattenti, sono degli allucinati, prigionieri in una scatola di metallo attraverso le cui fessure assistono impotenti al disastro. Sonnambuli che procedono per inerzia e passano la maggior parte del tempo nascosti tra gli alberi oppure nel letto di un fiume, mutando il carro in un sommergibile, aspettando che il nemico passi oltre. Il racconto è segnato dalla claustrofobia. Siamo quasi sempre dentro l’abitacolo, intrappolati con l’equipaggio come sardine. La sequenza più lunga è il disinnesco di una mina. Il torpore viene interrotto da pochi, spettacolari duelli. L’inizio, con il Tiger che tiene testa a un’intera compagnia di tank russi, è da urlo. Ma non sono le battaglie a dare il ritmo al film: è l’attesa, l’attrito, i guasti, il procedere a tentoni. Il Tiger è una barca di Caronte che risale controcorrente la palude.
Gli abbonati Amazon che hanno deciso il successo del film sono prevalentemente venti-trentenni: uno zoccolo duro che la Seconda guerra mondiale l’ha conosciuta, poco e male, sui banchi di scuola. I loro ex insegnanti hanno fatto conoscere il proprio disappunto attraverso i giornali: il regista “trova solo in misura limitata immagini adeguate al tema della colpa” e “racconta la favola del buon soldato tedesco”. “Un film di guerra narrato dal punto di vista dei nazisti richiede cautela”. Possono pestare i piedi quanto vogliono, ma la fortuna globale di Der Tiger dice una cosa molto chiara: il fascismo, oggi, al cinema e nelle piazze, è un set come un altro. È diventato la Roma di Ben-Hur, il medioevo di Braveheart, una scenografia digitale alla Star Wars. È una salma che nessuna “lotta senza quartiere” o respirazione bocca a bocca può rianimare. Quando Reagan, nel maggio del 1985, volle rendere omaggio all’ex nemico visitando un cimitero militare della Wehrmacht, indicò al mondo l’unico luogo dove è possibile trovare il fascismo. Quarant’anni dopo, a riesumarne il cadavere restano i professori che scrivono “il fascismo è nell’aria”, con in mano gli ammennicoli dello scongiuro. Nella realtà, l’aria pullula dei loro discorsi da trincea contro un plotone di spettri: il fascismo, il patriarcato, il sesso non protetto, tra gli altri. Semplicemente, non permettono che i morti seppelliscano i morti.
La saggistica militante recupera il lessico e gli slogan degli anni Settanta, tali e quali, come se avessimo i NAR sotto casa e i sanbabilini che sprangano i passanti. Ci mettono in guardia contro la “vita fascista”, un’espressione interessante quando la coniò Foucault, cinquant’anni fa. Ma, come il monocromo in pittura, la prima volta è originale la seconda fa sorridere. È “fascista” il padre che a tavola non vuole sentire volare una mosca, il capoufficio che non sopporta le infrazioni al protocollo, l’insegnante che si irrita perché le suppellettili dell’aula “non sono al loro posto”. Per Foucault è “fascista” chi prova il piacere di comandare a bacchetta, il gusto di far pesare la sua posizione, il bisogno di sentirsi dalla parte giusta e giudicare gli altri. È vero, in giro ci sono un sacco di persone del genere. Ma più che fascisti sono dei rompipalle. Piccoli, meschini uomini di potere, identici a quelli di Foucault, c’erano già tra gli assiro-babilonesi. E molti di noi si sono comportati così, quando ne hanno avuto l’occasione. Oppure si sono sforzati di fare l’esatto contrario, che poi è la stessa cosa. Quindi? I fascisti spuntano fuori ovunque, come la gramigna? Il fascismo è “eterno”? Questi paradossi pensosi nascono quando si psicologizza tutto, facendo la tara dalle precise condizioni materiali che rendono possibile il fascismo e senza le quali diventa un concetto più vuoto di una categoria kantiana, un recipiente dove ciascuno versa il liquido che preferisce per poi ubriacarsi. Forse dovremmo leggere un po’ meno i francesi e un po’più Renzo De Felice.
Mettere il fascismo tra i punti all’ordine del giorno è grottesco. Senza pedanteria, vorrei ricordare un dato: un secolo fa in Europa l’età media era ventotto anni. Adesso sfiora i cinquanta. Non è un dettaglio. Un fenomeno politico ha bisogno di strumenti concreti per affermarsi. E quelli del fascismo, al momento, non ci sono. Senza milioni di teste calde, cioè giovani arrabbiati che non hanno nulla da perdere, il fascismo non esiste. Il “fascismo” di vecchi benestanti come noi, è un cerchio quadrato. Potrebbero nascere stati dirigistici, sul modello cinese, o stati polizieschi, come in Venezuela. Non sono prospettive rassicuranti, ma non c’entrano nulla con eja eja alalà.
Se non partiamo da qui, stiamo parlando del sesso degli angeli. È singolare che scivolino nell’astrazione quelli che per decenni ci hanno raccontato l’importanza delle basi economiche di qualsiasi cosa, dicendo che il resto è sovrastruttura. Adesso gli stessi, convertiti da due libri di psicanalisi, pontificano sulla rinascita del fascismo, prendendo per buone le impressioni e trascurando i fatti. E andando in crisi per un film. I ragazzi magari sono ignoranti come capre, ma la sanno più lunga dei professori. Guardano Der Tiger e gli piace. Hanno ragione loro.
Oggi va di gran moda la diagnosi che spiega ogni male ricorrendo al tumore fascista. È l’eterno fascismo a spiegare ormai ogni patologia sociale. Io allora suggerirei di applicare questa diagnosi all’intera storia dell’umanità, visto che il fascismo italiano, durato vent’anni, riesce ormai a spiegare tutto.
Il cosiddetto “eterno fascismo” è un semplice ectoplasma. L’ideologia fascista, almeno in Italia, è in realtà morta e sepolta da tre quarti di secolo. Esiste invece l’eterna “deteriore italianità” di cui diedero prova molti fascisti ma non tutti, e di cui danno prova invece tutti coloro che ricorrono all’eterna accusa di fascismo semplicemente per innalzarsi sugli altri.