di Emanuele Franceschetti

 

[Esce in questi giorni per le Edizioni Volatili Diabàllo di Emanuele Franceschetti, un monodramma in prosa senza personaggio: chi parla è assente dalla scena e si rivolge – con voce e parole non sue – a qualcuno che non c’è. Ne pubblichiamo un estratto]

 

Non c’è più nulla. C’è un universo di parole che non riconosci. Progettualità, riqualificazione, grande investimento, triangolazione. Tavola rotonda. Campagna elettorale. Responsabilità. Comunità. Nuove tecnologie. Devi conoscere le regole. Devi abitare l’ingranaggio. Non sai farlo. Racconta una storia. Una storia di tutti. Così che possano leggerti. Non sai farlo. Tu stai nella fulminazione, nel trapasso, nel segreto. Non hai durata né sviluppo. Sei forma breve. Non hai il coraggio di Giuda: il tuo nodo è intonso, in bella vista. Sei memoria del non accaduto.

 

E quindi una caduta: l’anima è un pesce scuro, un meccanismo. Oppure un’altra donna penetrata contro il muro con una mano al collo. E poi la corda stretta,  la vergogna, la mandibola. La corsa in sala operatoria, i gas la carne marcia, i resti da occultare. Traduci una creatura come questa, bestemmia chi perdona. I pesci fanno a pezzi gli altri pesci. Il tradimento è  l’unica misura.

 

Il coro degli altri. Le voci di tutti. Nomina ciò che vedi, ciò che ascolti. La stessa panchina, un metro  tra te e lei. Guarda il figlio che gioca, lo maledice, scatta foto. Trucca la raggelante solitudine. Tu non hai un figlio che ti riconosca. Non hai una figlia che ti chieda dove va la luna quando è giorno. Allora perdona il cedimento dei corpi, documenta i fenomeni. Sfiora  la superficie. L’opera non esiste. Nessuno dice niente. Guarda il geco che punta la falena. Risale la grondaia, sente l’attimo, fallisce, ricomincia. Benedici la regola del mondo. Non esiste il destino. Esiste il maremoto, esiste la cancrena.

 

Fuoco su Odessa, fuoco sulla gente. Il legno non respira, il legno brucia. E’ l’estate più calda del millennio. Sono arroganti, gli automobilisti. In corsa verso il    mare. Bruceranno anche loro, pelli scure. Bruceranno di sonno e di piacere. Hanno ammazzato un negro sulla spiaggia. Li hanno fotografati, preda e predatore. Tu eri nascosto, resterai nascosto. Farai la conta dei mostri. C’è un fiore di cent’anni nella foto che hai trovato. Ti guardano, li guardi. Come vetri che vanno in mille pezzi. Ti dicono che esiste un altro tempo. Eppure non c’è tempo. Esistono le prede e i predatori. Esiste questo corpo. Questi tendini, questi succhi. Cose che spariranno.

 

La soglia. Oltrepassare. Anche la mosca esiste, ruba, uccide. Scrivi come una lettera a nessuno e poi ritorna. Alla puntualità delle ossessioni, alle finzioni naturali, ai morti alle scritture. E poi colpisci. L’immagine è violenta, ma non conta. Dopo diranno che era inevitabile, saranno forti come un animale gigantesco. Nel duemilatrecento saranno ancora in tempo per la fine. Chissà quale preghiera, quali intossicazioni. Con altra lingua cantando gloria al padre, proteggete i figli, la guerra era davvero necessaria.

 

[Immagine: Foto di Jane Fulton Alt].

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