a cura di Franco Buffoni
[Esce oggi per Marcos y Marcos il XVII quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni, con testi poetici di Silvia Atzori, Luca Ballati, Stefano Bottero, Ilaria Crocchini, Diletta D’Angelo, Marco Falchetti, Giuseppe Nibali e testi critici di Tommaso Di Dio, Umberto Fiori, Carmen Gallo, Massimo Gezzi, Alfonso Guida, Fabio Pusterla. Anticipiamo un testo per ogni poeta].
Silvia Atzori, da Appunti per un sacrificio
Il cortile squassato dalla luce e
cucciolate di gatti da madri troppo magre
per dare vita e non lasciarsi in altre viscere.
I nuovi nati trasportati dalle mani
da un liquido a un altro, il secchio
che immaginiamo rosso
o nero incandescente come il centro della terra,
il ventre disastrato dalla nascita.
Lì galleggiare alcuni minuti. Pochi.
Inalare l’acqua in perle da narici
ancora disabituate al respiro. Lasciare
il mondo prima di esserci entrati, fare
le prove per il sacrificio.
Con coscienza o senza coscienza
questa come altre storie, vera.
Più di tutte.
Luca Ballati, da Danni marginali
«Ci siamo io e te che rubiamo una locomotiva, facciamo un bel pezzo di strada.
All’entrata di una galleria, ci ferma un blocco di sovrintendenti delle ferrovie, con una donna.
Tutti senza barba, solo il capo c’ha un barbone, la divisa fregiata e le mostrine. Ti dico
“Vai tu e sii diplomatico, digli che l’abbiamo presa in prestito per parcheggiarla,
non l’abbiamo mica rubata”. Tu vai da quello col grado più alto, che s’infuria, si fa tutto rosso.
Ci ordina di parcheggiare la locomotiva poco prima della galleria. Tu risali, ma mi accorgo
che c’è anche tuo padre vicino al carbone, che dice “andiamo, che il paese dove dobbiamo andare
si raggiunge solo in locomotiva”
(ma io mi ricordo che c’è anche una via alternativa, tra le montagne)
Finiamo a una festa. Ma perché? Io odio le feste. Poi c’è quell’altra, che dice
“ci facciamo un affresco qui” e se la tira. Con i bagni sporchissimi.
Sembrava un film di Wes Anderson»
Stefano Bottero, da Kisa
prima di fasciarlo. le ripetizioni svuotano il corpo bianco sporco il reflusso
pensano alla carne dei supermercati. oltre la plastica
nei quadri di plastica ti portano a dormire dopo averla stesa.
sciolta – usano la ferita come una cuccia e bevono. bevono.
sulle pareti i cerchi diventano sterili, preme negli allevamenti e ancora
nel nero Tàhlequah – senza sguardo la carne dei supermercati. le coperte
sono un liquido che si avvita e nega.
nega.
Ilaria Crocchini, da Misura d’aria
Quando mi sento tenuta su
in un qualcosa che comprende l’essere circondata,
che si avvicina al sentirsi contenuta,
è dominante il senso di una protezione che mi si dà
nelle mura di casa anche se adesso ne parlo
e sono fuori, nel giardino che di mura ha
solo quelle che gli stanno davanti delimitando camere e stanze
uno spazio che giardino non è più e in cui sto tardando a entrare.
Diletta D’Angelo, da Mind-Wandering
Da bambina facevo gli scout anche se odiavo stare in chiesa, ma non avevo amici. Sopportavo
le filastrocche e i giochi di squadra, i nomignoli, le regole assurde, gli stemmi
da cucire, la gonnapantalone di velluto a maggio, le preghiere della sera e i pranzi al sacco,
stare in cerchio, il tipo col cappello che continuavo a chiamare BadenPower come una bratz dai superpoteri.
Sopportavo cose che non capivo, per l’illusione di non essere sola, barattavo.
C’erano gerarchie e gradi, dovevo fingermi grande, esperta, far credere di sapermi muovere,
di sentire tutto il corpo crescere.
In gita al fiume provo a nascondere la paura, tengo la fune dei gommoni scorrono
impazziti per la corrente sull’acqua gelata. Non mi trattengo, la lascio andare
anche se sono ancora sulla sponda e le gocce mi scivolano sulle gambe, prego
che si confondano con l’acqua.
Non so perché, tornata a casa mento, dico a mia madre che fare gli scout mi piace, che mi fa sentire
indipendente. Ancora in divisa prendo una fetta di pane, ci schiaccio un pomodorino che esplode.
Marco Falchetti, da La Linea del ghiaccio
Senza controllo
Pettini, zaini e collane, buste della spesa.
Sandali di gomma, tende, un gallone d’acqua
scura.
Qui si registrano gli emarginati,
gli oggetti privati di memoria:
tutto quello che nominate pietà,
ma osservate con sospetto.
Qui è parlata la lingua dell’inutile:
sono questo sono il niente sono l’ombra,
conosco il segreto delle strade sbarrate.
Sono il volto senza nome,
il mai nato che resiste nella cenere,
sono quello sfiorato dall’artiglio
e ora senza controllo: parlerò.
Giuseppe Nibali, da Esempi Del Dominio
In banchi ci muoviamo nel buio quando salgono
il primo e il secondo, il primo dietro al secondo
e questo che dice io sterza
e l’altro che dice io prosegue.
Stiamo andando verso un punto preciso
vogliamo trovare la foce, risalire verso
il tetto del dove siamo eppure quando
cambiano il primo e il secondo è la vita
nuova per tutti quelli che dicono io.
Una moltitudine ci sembra da dove
possa farsi buono il mondo
possa ricostituirsi il dominio.