di Italo Testa

 

 

[Riprendiamo questo intervento da un numero monografico della rivista InOpera (III, 5, dicembre 2025, pp. 94-105) dedicato all’opera di Alessandro Broggi]

 

 

Quattro attraverso il paesaggio

 

I sofisticati strumenti metaletterari e narratologici con cui Alessandro Broggi ha costruito il tracciato di Noi hanno fondamentalmente a che fare con la questione dell’esperienza, di un’esperienza possibile, in prima persona, anche se plurale, di un’ecologia del «noi» e del suo dileguare. Seguendo questa pista, non affronterò qui Noi con categorie letterarie ma cercherò di darne una descrizione fenomenologica e cognitiva, per capire che tipo di esperienza possibile convochi, e quali siano gli strumenti che utilizza, o meglio riusa.

Di cosa parla Noi? Di due uomini, due donne, di cui apprendiamo i nomi – Maurizio Tania Eleonora Norberto – ma non molto di più. Restano piuttosto indeterminati, non caratterizzati, se non accidentalmente – fanno alcune cose pratiche, manifestano emozioni, inscenano addirittura alcuni riti, ma non hanno una struttura psicologica definita. Uno, Norberto, è a un certo punto dilaniato da un orso, quindi riappare incongruamente alla fine del libro dove «l’uomo chiamato Norberto Orci,  nel cui nome si era aperta e si chiuderà questa breve rassegna di fatti, sarà seduto di fianco a noi»[1], come figura che la/le voci narranti collocano al loro fianco, e come probabile estensore della storia stessa:

 

Da qualche tempo, forse da qualche istante, un uomo è seduto al tavolo dove ha l’abitudine di leggere i suoi libri; sta mormorando qualcosa a una donna, davanti ha un quaderno aperto”.[2]

 

 

Una passeggiata immersiva

 

L’unica cosa che sappiamo dei quattro, il solo tratto ricorrente, è che sono camminatori, che vagano nel paesaggio. L’«atto di camminare»[3] è come il telos fondamentale cui tendono – a partire dalla citazione di George Perec con cui si apre il libro: «credevano che bastasse loro camminare perché il cammino fosse felicità»[4]. Camminare è la modalità attraverso la quale entrano nel paesaggio, si formano i  loro tratti e si delinea qualcosa come un carattere evanescente – «questo nostro camminare produce abiti mentali, pregiudizi, conoscenza»[5]. Fondamentalmente non hanno una psicologia, una struttura del sé, che preceda l’atto di inserirsi nel paesaggio stesso camminando.  Come iniziassero così ad esistere, ad avere un’esperienza.

Questo entrare nel paesaggio che li costituisce ha la forma della distrazione, della traiettoria eccentrica. Addentrandosi nel paesaggio, si distraggono, si disperdono in esso – non a caso la prima menzione – «Stiamo entrando nel paesaggio e cominciamo a distrarci camminando»[6] – viene ripetuta ricorsivamente verso la fine: «Entreremo nel paesaggio e cominceremo a distrarci camminando»[7].

La cifra di questa distrazione è legata al motivo della passeggiata, non tanto all’escursione urbana del flâneur di Walter Benjamin, quanto al movimento ironico e dispersivo della Spaziergang di Robert Walser[8]. «La direzione si sarà prodotta nell’atto di camminare, le cosce piegandosi ritmicamente avranno reinventato la passeggiata»[9]. Siamo però all’interno di un’escursione nella Wilderness, che’ l’ambiente circostante non è quello idilliaco delle alpi svizzere, ma uno spazio in continuo mutamento, che assume a tratti la connotazione del fantasy e a tratti della natura selvaggia. E siamo collocati in una  passeggiata immersiva. La distrazione immersiva è un aspetto chiave del tipo di esperienza convocata da Noi.

 

Non avere un confine è la più basilare fra tutte le proprietà del paesaggio, l’abbiamo compreso: siamo una sua proiezione, siamo immersi. Siamo da sempre immersi in un contesto condiviso […] siamo sprofondati nel suo orizzonte[10].

 

Il paesaggio non è lo sfondo su cui si stagliano le figure dei quattro, ma la figura centrale, l’orizzonte da cui i quattro affiorano, di cui sono proiezioni evanescenti, concrezioni vaporose. L’immersione nel paesaggio è emersione ecologica da esso.

 

 

Possibilità, vincoli, riuso

 

Quest’esperienza immersiva, dispersiva e manifestativa, in cui consiste Noi, è un chiasmo di possibilità e vincoli. Da un lato nel libro, sia per come viene meta-teoricamente descritto nella «Nota» conclusiva dell’autore, con il riferimento a Jorge L. Borges[11], sia per come si svolge nel suo andamento interno, c’è come una proliferazione di possibilità, di biforcazioni dell’esperienza, che si ramifica, si articola, anche in modo incoerente, su più livelli, si squaderna in una gamma di variazioni. Il libro pullula di asserzioni del seguente tipo, che non sono più descrittive, ma di tipo para-teorico: «L’identità che ci costituiva era un gioco di sedimentazione e innovazione composto da variazioni immaginative potenzialmente illimitate»[12].

 La variazione esperienziale è isomorfica rispetto alla tecnica compositiva del libro, che è costituito dalla trasformazione e ricombinazione  potenzialmente illimitata di una serie di frammenti testuali campionati da altri testi, e quindi rimontati dall’autore di Noi. Ma questa tecnica di riuso non è un semplice artificio, una mera combinatoria astratta. In un certo senso la novità del libro rispetto al lavoro precedente di Broggi consiste nel fatto che tale procedimento non è più concettualizzato come una tecnica fredda, una forma di astrazione concettuale, formale. Infatti, questa serie di variazioni, nel corso del libro, tende a manifestarsi come una forma di riuso, anche in senso biologico evolutivo,  di «exaptation»[13], dove un carattere, uno strumento, un organo, precedentemente modellato per una certa funzione, viene adottato per un nuovo utilizzo.  Vale per la struttura compositiva del libro ciò che dicono di sé i quattro, quando iniziano a forgiarsi degli strumenti di sopravvivenza: «Siamo in grado di conferire una sagoma determinata a ciottoli e schegge ricavate da ciottoli, trasformandoli morfologicamente in vista nel loro impiego»[14].

Riformulando Perec, La vita, istruzioni per il riuso potrebbe essere un sottotitolo per il tipo di operazione che Broggi ha compiuto. Ma questo aspetto ci apre il chiasmo di Noi, che’ qui il campo delle possibilità, nel corso dell’esperienza, si rivela vincolato, non solo per l’irruzione della morte, del tragico. La morte di Norberto sembra abbassare l’orizzonte delle possibilità, costringerlo nell’orlo della finitezza, introdurre un elemento di décalage, di discronia tra esperienza, «noi» e paesaggio: «[…] quando moriremo anche l’ultima differenza tra noi e il paesaggio sparirà»[15].

 

 

Incoerenza, gaming, iperrealismo

 

Le variazioni immaginative dell’esperienza, cui Noi ci sottopone, danno luogo a un paesaggio spesso incoerente e non realistico («C’è qualcosa che è coerente con qualcos’altro?»[16]). Molte delle descrizioni naturalistiche sembrano giustappore ambienti e specie animali che in natura non possono coesistere. Ci sono dei buchi e delle incongruenze narrative, come la morte di Norberto che poi riappare a fianco del narratore. Siamo catturati in un processo di continua trasformazione, come se ad ogni istante si potesse aprire «una moltitudine di livelli»[17]. Però la moltiplicazione di livelli, il gaming fantasy cui in certi momenti si allude – e che trova un corrispettivo lessicale in una proliferazione verbale calda e lussureggiante – tende a diventare piuttosto una forma di esperienza interattiva, immersiva. Una specie di realtà estesa sui generis, iperrealistica («[…] un panorama digitale, un’immensa foresta planiziale, iperrrealistica, che si espande all’orizzonte»[18]), sottoposta a vincoli fisico-corporei, per quanto mediata dall’immaginazione, e fatta oggetto di un’esperienza incarnata.

Da un lato proliferazione di possibilità, dall’altro di vincoli, limiti a queste eventualità. Perché la stessa storia è fatta in modo che fino a un certo punto, con un’apertura di futuro, sembra crescere con un insieme di variazioni. Mentre successivamente l’intera vicenda conosce come un ripiegamento, nel senso che queste possibilità risultano limitate, dall’orizzonte della mortalità, dal paesaggio stesso con la sua ambivalenza polare.

 

 

Polarità del paesaggio e ecologia della percezione

 

Il chiasmo tra possibilità e vincolo fisico-corporeo è la polarità fondamentale del paesaggio di Noi. L’antinomia inestricabile, di cui si parla nel frammento 15, tra due diversi «intendimenti» di fronte al paesaggio. Quello per cui il paesaggio è «un frammento incorniciato della nostra visione»[19], messo in prospettiva dai nostri schemi percettivi e concettuali, dalla prospettiva del «noi» interno che si muove del libro. E l’intendimento per cui il paesaggio è invece il nostro risuonare rispetto a qualcosa in cui siamo immersi:

 

Tutto considerato, due diversi intendimenti si sono idealmente manifestati finora di fronte al paesaggio: il primo l’ha giudicato un frammento incorniciato della nostra visione, un piano staccato di forme e toni di colore messo in prospettiva dal nostro punto di osservazione; l’altro, all’opposto, segue l’erba da sotto i piedi fino alla lunga distanza, sente il risuonare del vento nelle orecchie, odora il suolo, sincronizza le pulsazioni corporee con la vita interna alle vedute. Una netta polarità che la riprova dei fatti rivela invece inestricabile.[20]

 

È  questa polarità a fare di Noi non tanto un romanzo ecologista quanto un paesaggio ecologico. Perché appunto l’ambiente immersivo di Noi è insistentemente caratterizzato secondo le modalità dell’ecologia della percezione di James J. Gibson[21], e in particolare in termini di affordances, stimoli, inviti, cioè quelle possibilità di azione che un oggetto o un ambiente offre a un determinato organismo. L’ambiente non ci offre solo stimoli da incorniciare nella nostra visione, nei nostri schemi concettuali preformati, ma ci presenta una serie di inviti, di provocazioni, che generano delle reazioni al cui impatto i nostri schemi si modificano.

Sono numerosi i passi di Noi ottenuti dal riuso di testi di ecologia della percezione, che descrivono questa relazione ecologica di codipendenza tra sistemi e ambiente in termini di affordances. D’altra parte, l’esempio basilare di affordance nel capitolo 8 di  The Ecological Approach to Visual Perception di Gibson è proprio il supporto che la superficie della terra offre all’animale che cammina su di essa. L’esperienza fondamentale di cui parla Noi è quella dell’entrare camminando in un paesaggio che prende forma in questo stesso movimento. In tal senso Noi non parla di altro che della struttura di affordances dell’esperienza, di una risonanza ecologica con un ambiente più che umano[22].

Questa reciprocità tra organismi e ambiente, in cui si costituiscono vicendevolmente e non preesistono a tale processo, riprende, riusa, del resto, un’altra nozione dell’ecologia della percezione: la «risonanza»[23], intesa come attività relazionale, bidirezionale, di sintonizzazione tra organismo e ambiente:

 

Magari le volte che avremo visitato tutti i possibili habitat integrandoci tra le specie, e in risonanza con essi avremo tentato di dissolvere la grande illusione separatrice in cui viviamo[24].

 

E sempre in questo senso Noi attinge a piene mani a quelle che oggi vengono chiamate concezioni enattive, incarnate, situate, ed estese dell’esperienza e della sua manifestazione ecologica nell’ambiente[25], come nel seguente passaggio:

 

Si rappresenta la reciprocità di rapporti con ogni sistema vivente. Esistiamo nell’interazione con ciò che ci circonda, nella continuità tra creature soggette alle richieste dell’ambiente, alle vicissitudini del tempo e alle vulnerabilità del corpo. Pur riconoscendo loro la natura selvaggia, le nostre vite e quelle delle piante e degli animali ci sembrano ormai vicendevolmente costituite[26].

 

Fino ad incorniciare quest’ecologia della percezione anche con un linguaggio che usa materiali dalla biologia evoluzionista  – i taccuini di Charles Darwin sono una delle fonti dichiarate da Broggi[27] –  e dalle ontologie relazionali e processualiste e postumaniste, per cui non ci sono sostanze che preesistono ai processi in cui i termini del processo entrano in relazione tra di loro:

 

Non ci sono esseri che hanno poi relazioni tra loro, ma sono tutti il prodotto di quelle stesse relazioni, non c’è niente al di fuori, esistiamo solo suggerendoci la battuta l’uno con l’altro, siamo reciproche conseguenze[28].

 

Camminando nel paesaggio in un certo senso i quattro risuonano con esso, non più sostanze separabili ma movimenti integrati in un processo ecologico che si configura attraverso il tracciato di quest’esperienza.

 

 

Disidentificazione e non separatezza

 

A cosa tende questo processo, il corso dell’esperienza che si fa, in cui il paesaggio accade? Non si tratta di un’esperienza pura, che non appartenga a nessuno, neutrale rispetto alla distinzione tra soggetto e oggetto, come nell’empirismo radicale di Ernst Mach e di William James. Invece da Noi emergono delle prime persone singolari – i quattro personaggi – e una prima persona plurale[29] – il «noi» di cui si parla. Un’esperienza possibile che ha un tratto, non eliminabile, umbratile, di soggettività emergente – la differenza tra «noi» e il paesaggio che a un certo punto interviene con la morte di Norberto. Ma insieme avviata verso un processo di disidentificazione. Se torniamo alla citazione di Perec – «credevano che bastasse loro camminare perché il cammino fosse la felicità» – ci rendiamo conto che il telos cui tende il movimento stesso, il fine, per quanto credenza magari illusoria, e la sua fine,  la fine della camminata, ha a che fare con la distrazione, la dispersione immersiva, o ancor meglio, con la disidentificazione.

 

Guardiamoci intorno: dove siamo? Siamo al chiuso o all’aperto? Siamo un uomo o una donna? Qual è la nostra lingua? In che anno siamo? Cosa stiamo facendo? Disidentificarci da questo luogo e da questo tempo ed essere qualcun altro – possiamo essere chiunque altro, qualsiasi elemento e aspetto della nostra vita potrebbe essere in qualunque altro modo.[30]

 

Qui la disidentificazione è richiamata nei termini del «poter essere chiunque altro», ma non nel senso della combinatoria astratta. Il «poter essere chiunque altro» rinvia piuttosto a ciò che in altri luoghi del libro risuona come la «liberazione dalla separatezza», quel là fuori in cui «non c’è dolore, non c’è un io separato che vive questa vita».

 

Liberandoci per sempre dalla separatezza siamo stabilmente a contatto con lo spazio in cui ci troviamo, diventiamo l’altro. E cosa succede adesso?[31]

 

 

Malinconia e canto del dileguare

 

È come se in Noi vi fosse un piano esoterico, sapienziale, che si connette a qualche non meglio forma di specificata di sapienza orientale, peraltro presente anche nelle correnti enattiviste di ecologia della percezione cui Broggi ricorre[32]. Se in qualche modo la felicità del processo sembra richiamare questo nucleo, è però in una sorta di felicità malinconica – la malinconia del dileguare – che si avverte la tonalità fondamentale del libro. Leggiamo il finale:

 

Al più presto questo intreccio di percorsi ci preparerà – noi speriamo – a perderci tra la folla. Sporadicamente qualche stella brilla attraverso le fronde dei noci: brucia gli occhi. Non abbiamo bisogno di sapere, ci sentiamo pronti per ridere: è quasi ora. Su, ce ne andiamo.[33]

 

Cogliamone la risonanza con questo brano dal frammento 57:

 

Siamo lanciati verso la nostra stessa fine a prescindere da come tutte le cose debbano evolvere, e quando moriremo, l’ultima differenza tra noi e il paesaggio sparirà – perderemo la forma coerente  di un corpo, abbandoneremo l’energia di cui avevamo bisogno per sostenere la vita e diventeremo finalmente polvere. Non ci aspettiamo più nient’altro.[34]

 

Per un verso c’è in Noi un camminare ecologicamente nel farsi dell’esperienza, una dinamica di integrazione in cui siamo elementi di un processo che ci ricomprende e ingloba, piuttosto che sostanze separabili. Ma c’è insieme un altro elemento che interviene nel libro, nella seconda metà soprattutto, cioè il fatto che questa risonanza, quest’immersione, che è insieme disidentificazione e dispersione delle sostanze individuali distinte, si produce lasciando un resto, e in qualche modo fallisce. Un elemento di differenza, di disallineamento, tra «noi» e il paesaggio che si introduce in particolar modo con l’esperienza della morte, ma anche con i diversi effetti di discronia e gli spostamenti ironici che intervengono nel testo. «La velocità del paesaggio va fuori sincrono rispetto alla percezione che ne abbiamo»[35]. L’incorporazione immersiva nel paesaggio – Norberto divorato dall’orso – dà luogo ad un’ulteriore disidentificazione dal paesaggio stesso. Nella seconda metà del libro, in particolare, ad esempio nel frammento 57 sopra citato, questo elemento di distinzione emerge come un residuo ex negativo, l’ultima differenza che si manifesta e spegne nell’attimo della «nostra stessa fine».

Il tema della differenza, del fuori sincrono, dello scarto tra «noi» e il paesaggio, ha a che fare con gli effetti di soggettività, con la prima persona, magari plurale, ma sempre prima persona. Quest’esperienza possibile, con le sue proliferazioni, diramazioni, non è pura, neutra, un evento che non appartenga a nessuno. È invece l’esperire di un «noi», per quanto vago, un dispositivo testuale e ambientale in cui, quali labili effetti di disidentificazione residuale, emergono delle prime persone, pluralmente composte ma anche in parte singolari, per quanto evanescenti, fuori sincrono. E d’altra parte, anche il «noi», per quanto plurale e pragmatico, è un soggetto. E un libro come Noi è impensabile senza questi effetti di soggettività, che sono costitutivi già del suo titolo. È  nella malinconia del dileguare, di questa traccia di soggettività, individuale e plurale, che si manifesta e si spegne, di questa differenza che si disegna e cancella, che sono rintracciabili alcune delle pagine più belle del libro, quando «[…] la chiara visione della nostra sorte, la più crudele di tutte le cose»[36],  risuona come canto, voicing, distorsione vocale di una soggettività che traluce nella dispersione in un paesaggio ormai più che umano:

 

   “Là fuori non c’è luce e non ci sono colori, ci sono solo onde elettromagnetiche. Non c’è né caldo né freddo, ci sono solo molecole in movimento con minore o maggiore energia cinetica. Infine, sicuramente, là fuori non c’è dolore,  non c’è un io separato che vive questa vita, perché questa non è la nostra vita ma vita che vive attraverso forme sempre diverse, eppure equivalenti”. Prima di terminare incomincerà a distorcere gradualmente la propria emissione vocale, biascicando sempre più vistosamente, fino a rendere incomprensibile il proprio discorso. [37]

 

 

[Questo scritto rielabora un intervento tenuto in occasione della presentazione di Noi alla Finestra di Antonio Sixty nell’aprile 2021, e successivamente ripreso nel maggio 2024 in occasione di un incontro dedicato al libro presso il Salotto Lombardini]

 

 

Note

 

 

[1] Alessandro Broggi, Noi, Tic edizioni, Roma, 2021, p. 105.

[2] Ivi, p. 106.

[3] Ivi, p. 96.

[4] Ivi, p. 5.

[5] Ivi, p. 16.

[6] Ivi, p. 7.

[7] Ivi, p. 96. Cfr. anche i seguenti passaggi legati al motivo del camminare: «La strada è accidentata. Piove, stiamo entrando nel paesaggio e cominciamo a distrarci camminando» (Ivi, p. 7); «Questo nostro camminare produce abitudini mentali, pregiudizi, conoscenza» (Ivi, p. 16); «Pensiamoci camminando» (Ivi, p. 32); «Camminiamo. Imperterritamente» (Ivi, p. 35); «Nessuno ci avrà più atteso al traguardo con gli altri camminatori» (Ivi, p. 91); «[…] entreremo nel paesaggio e cominceremo a distrarci camminando» (Ivi, p. 96); «[…] la direzione si sarà prodotta nell’atto di camminare, le cosce piegandosi ritmicamente avranno reinventato la passeggiata» (Ivi, p. 97); «Non staremo ai nostri camminamenti, ai nostri riconoscimenti» (Ivi, p. 98); «”Avrebbero dunque passeggiato un po’, camminano volentieri”» (Ibid.); «[…] ogni volta che alziamo il piede da terra camminiamo davvero nel cielo» (Ivi, p. 103). Tra le possibili fonti, campionate e rimanipolate in questi passaggi, un ruolo a mio avviso importante è giocato dalla riflessione di Tim Ingold. Si confrontino ad esempio questo passaggio di Ingold – «Breathing with every step they take, wayfarers walk at once in the air and on the ground. This walking is itself a process of thinking and knowing» (Tim Ingold, Footprints through the weather‑world: walking, breathing, knowing, «Journal of the Royal Anthropological Institute», 16, 1, 2010, p. 121) – con i due seguenti brani di Noi: «Questo nostro camminare produce abitudini mentali, pregiudizi, conoscenza» (Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 16); «[…] ogni volta che alziamo il piede da terra camminiamo davvero nel cielo» (Ivi, p. 103). I motivi dell’articolo di Ingold sono ripresi anche in Id., Siamo linee. Per una ecologia delle relazioni sociali, trad. italiana di Daria Cavallini, Treccani, Roma, 2024 (ed. or. Routledge, London, 2015), che dedica un capitolo, molto consonante con Noi, al camminare inteso come linea lungo un percorso che emerge nel lasciare tracce, e che porta a intrecci con altre linee. Il nome di Ingold compare peraltro esplicitamente nella lista della “fonti” del libro che Alessandro Broggi ha pubblicato su Facebook in un post del 16 giugno 2021.

[8] Robert Walser, La passeggiata, trad. italiana di Cesare De Marchi, Adelphi, Milano, 1976 (ed. or. Huber & Co., Frauenfeld, 1917).

[9] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 96.

[10] Ivi, p. 45.

[11] Ivi, p. 109.

[12] Ivi, p. 9.

[13] Per la nozione di «exaptation» cfr. Stephen Jay Gould, Elisabeth S. Vrba, Exaptation: A Missing Term in the Science of Form, «Paleobiology» 8, 1982, pp. 4–15. Per la nozione di riuso, cfr. Heinrich Lausberg, Elementi di retorica, trad. italiana di Lea Ritter Santini, il Mulino, Bologna, 1969, pp. 21-22 (ed. or. Hueber, München 1949); Franco Brioschi, Costanzo Di Girolamo, Elementi di retorica letteraria, Principato, Milano, 1990, pp. 10-16; Laura Neri, Il ri-uso: condizione del discorso retorico, «ACME», LIX, II, 2006, pp. 335-345; Italo Testa, Teoria della poesia, in Laura Neri e Giuseppe Carrara (a cura di), Teoria della letteratura. Campi, problemi, strumenti, Carocci, Roma, 2022, pp. 179-207. Per il legame tra ripetibilità, riuso, e strutture anaforiche nel lavoro di Alessandro Broggi cfr. Italo Testa, Anafore. Per una teoria della poesia, in Paolo Giovannetti, Andrea Inglese (a cura di), Teoria & Poesia, Biblion, Milano, 2018, pp. 57-79.

[14] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 68. Cfr. «Guardiamo il cielo – quale è per noi l’intero campo delle possibilità?» (Ivi, p. 7); «L’identità che ci costituiva era un gioco di sedimentazione e innovazione composto da variazioni immaginative potenzialmente illimitate» (Ivi, p. 9);  «Abbiamo perso la direzione, potremmo essere ovunque» (Ivi, p. 19).

[15] Ivi, p. 78.

[16] Ivi, p. 84.

[17] «[…] saremo catturati in una fase di continua trasformazione come se ogni momento potesse aprire una moltitudine di livelli. Non ci sarà nulla da raggiungere, tutto sarà in perenne mutazione» (Ivi, pp. 96-7).

[18] Ivi, p. 90. Filippo Pennacchio nota giustamente come quello di Noi sia una sorta di «iperspazio, o spazio aumentato, nel senso che sovrappone uno sull’altro elementi provenienti da diversi ecosistemi». Cfr. Filippo Pennacchio, Qualche idea intorno a Noi di Alessandro Broggi, «la balena bianca», 11 ottobre 2021 <https://www.labalenabianca.com/2021/10/11/qualche-idea-intorno-a-noi-di-alessandro-broggi-filippo-pennacchio> (u.c. 4.10.2025).

[19] Ivi, p. 27.

[20] Ibid.

[21] James J. Gibson, L’approccio ecologico alla percezione visiva, a cura di Vincenzo Santarcangelo. Mimesis, Milano–Udine, 2014 (ed. or. Houghton Mifflin, Boston, 1979).

[22]  Cfr. i seguenti passaggi: «[…] abbiamo notato che l’ambiente non è solo uno stimolo finalizzato a ottenere una descrizione, i nostri schemi si modificano in base alle sue descrizioni […] i pensieri obbediscono a quello che vediamo» (Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 17);  «[…] voltiamo lo sguardo a una provocazione proveniente dall’ambiente, poi rigiriamo la testa finché non si trova nuovamente al centro» (Ivi, p. 28); «Sempre più esperti e risoluti nel discernere le situazioni, sollecitati dalle opportunità che si rendono fruibili a ciascuna, nello sfruttare potenzialità calibrate nel modo in cui le cose ci appaiono: cogliere le circostanze per trovare l’azione è diventata per noi una seconda natura» (Ivi, p. 65); «Avremo simpatizzato con i mutamenti di abitudine indotti dall’ambiente – e con le caratteristiche della landa che influenzeranno la nostra volontà di entrarci, predisponendo ciò a cui saremo ricettivi» (Ivi, p. 93). Oltre ai diversi termini («opportunità», «cogliere le circostanze per trovare l’azione») che rinviano alla nozione di «affordance», si noti che l’espressione «caratteristiche della landa» sembra proprio essere una modificazione della nozione di «landscape of affordances» che Rietveld e Kiverstein, autori citati da Broggi nell’elenco delle fonti, hanno elaborato a partire da Gibson: cfr. Erik Rietveld, Julian Kiverstein, A Rich Landscape of Affordances, «Ecological Psychology», 26, 4, 2014, pp. 325–35. L’espressione «provocazione» sembra poi essere a sua volta una ripresa della nozione di «perturbazione» di Humberto R. Maturana e Francisco J. Varela, per i quali l’ambiente non istruisce, ma innesca cambiamenti strutturali nell’organismo durante l’accoppiamento strutturale organismo-ambiente (cfr. Humberto R. Maturana & Francisco J. Varela, L’albero della conoscenza. Le radici biologiche della conoscenza umana, trad. italiana di Giulio Melone, Garzanti, Milano, 1987 (ed. or. Santiago de Chile, Universitaria). Si osservi inoltre come il primo passaggio citato («[…] abbiamo notato che l’ambiente non è solo uno stimolo finalizzato a ottenere una descrizione, i nostri schemi si modificano in base alle sue descrizioni […] i pensieri obbediscono a quello che vediamo», in Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 17) richiama la configurazione del «ciclo percettivo» di Ulric Neisser, con l’idea che gli schemi che guidano le esplorazioni siamo modificati dall’informazione campionata, e a loro volta guidino ulteriori esplorazioni (cfr. Ulric Neisser, Cognition and Reality: Principles and Implications of Cognitive Psychology, W. H. Freeman, San Francisco, 1976).

[23] Cfr. ad esempio Thomas Fuchs, Ecology of the Brain: The Phenomenology and Biology of Embodied Mind, Oxford University Press, Oxford, 2017; Vicente Raja, A Theory of Resonance: Towards an Ecological Cognitive Architecture, «Minds and Machines», 28, 2018, pp. 29-51.

[24] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 91.

[25] Cfr. ad esempio Alva Noë, Action in perception, The MIT Press, Cambridge, Mass., 2004.  Noë risulta peraltro tra le fonti dichiarate del libro nell’elenco pubblicato su Facebook.

[26]  Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 34. Il riferimento nel lessico a «sistemi viventi» risuona con la teoria dell’autopoiesi di Maturana & Varela e con nozioni rese popolari da Fritjof Capra, La rete della vita, trad. italiana di Alberto Capararo, Rizzoli, Milano, 1996 (ed. or. Anchor Books, New York, 1996) circa i sistemi viventi intesi quali insiemi di reti di relazioni e interdipendenza tra organismi ed ecosistemi. Il riferimento, nel testo di Noi,  alla «vulnerabilità», risuona poi con l’idea che le vite umane e non umane siano forme di «vulnerabilità incarnata» co-costituite da relazioni «simpoietiche» e in «divenire-con», secondo quanto sostenuto in prospettiva post-umanistica da Donna Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, trad. italiana di Claudia Durastanti e Clara Ciccioni, Nero Edizioni, Roma, 2019 (ed. or. Duke University Press, Durham, 2016).

[27] Come risulta dall’elenco delle fonti e da comunicazione orale di Alessandro Broggi all’autore del presente articolo.

[28] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 26. Cfr. qui ad esempio le corrispondenze con Donna Haraway, The Companion Species Manifesto: Dogs, People, and Significant Otherness. Prickly Paradigm Press, Chicago, 2006, p. 6: «Beings do not preexist their relatings» e Ead., When Species Meet, When Species Meet, University of Minnesota Press, Minneapolis, 2008, p. 16 : «The partners do not precede the meeting; species […] are consequent on a […] dance of encounters». Cfr. anche la nozione del mondo come meshwork, intreccio di linee, sentieri, fili, impronte in Tim Ingold, Siamo linee, cit..

[29] Su diversi aspetti delle modalità di enunciazione plurale messe in gioco in Noi si sono soffermati alcuni importanti contributi. Sulla instabilità della deissi pronominale e le dinamiche conflittuali sottese cfr.  Lorenzo Mari, Forme del conflitto. Noi di Alessandro Broggi, «argonline», 13 gennaio 2022 <https://www.argonline.it/forme-conflitto-noi-alessandro-broggi> (u.c. 4.10.2025). L’alternanza di concreto e astratto nel gioco pronominale è messa in luce da Gian Luca Picconi, La prosa in prosa del mondo. Su “Noi” di Alessandro Broggi, «formavera», 14 febbraio 2022 <https://formavera.com/2022/02/14/la-prosa-in-prosa-del-mondo-su-noi-di-alessandro-broggi-gian-luca picconi/?fbclid=IwAR0CUBRITh641TPJWjWy8VfDsa5w6jcDmw0kHXWMKrvYVYtk-FZ9BrgN7s> (u.c. 4.10.2025). Su come la prima persona plurale evidenzi il carattere insieme «fusivo e fluido» della percezione propria dei quattro protagonisti, e la loro appartenenza a una specie vivente del pianeta, cfr. Chiara De Caprio,  Minime note linguistiche sulla prima persona plurale nella poesia di ricerca, «Le parole e le cose», 9 ottobre 2024 <https://www.leparoleelecose.it/poesia-prima-persona-plurale-13-chiara-de-caprio/#_ftn7> (u.c. 4.10.2025). Sulle dinamiche associative e dissociative nella gestione pronominale dei quattro personaggi cfr. Davide Colussi, Una prova di lettura per Broggi («Noi» 1-4), «Giornale di Storia della Lingua Italiana» 3, 1, pp. 121-132. Su come queste modalità di enunciazione si colleghino al tema della natura, e dell’utopia, cfr. rispettivamente Luca Lenzini, Noi, «Le parole e le cose», 8 aprile 2022 < https://www.leparoleelecose.it/noi-4> (u.c. 4.10.2025), e Andrea Inglese, Su “Noi” di Alessandro Broggi, «Semicerchio», LXV (2021/2) pp. 101-102.

[30] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 86.

[31] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 43.

[32] Per la linea enattivista/buddhista/fenomenologica, la cui eco si sente in Noi, e la concezione del sé come processo ecologico anziché come entità separata e fissa, cfr. ad esempio Evan Thompson, Waking, Dreaming, Being. Self and Consciousness in Neuroscience, Meditation, and Philosophy, Columbia University Press, New York, 2014.

[33] Alessandro Broggi, Noi, cit., p. 1056.

[34] Ivi, p. 78.

[35] Ivi, p. 77.

[36] Ivi, p. 74.

[37] Ivi, p. 105.

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