di Roberto Falconi

 

[E’ da poco uscito per Casagrande il nuovo numero (2/2025) di Nuove lezioni bellinzonesi, l’Annuario multidisciplinare a cura della commissione Attività culturali del Liceo cantonale di Bellinzona. Il numero celebra il cinquantenario della fondazione del Liceo e ospita, tra gli altri contributi, questo saggio di Roberto Falconi su La vita nascosta (Il ramo e la foglia edizioni, 2022) di Raffaele Donnarumma].

 

Sin dalla prima lettura, addirittura sin dalle prime pagine, il romanzo d’esordio di Raffaele Donnarumma, che festeggiamo questa sera, a me è parso prima di tutto e più di tutto un’ampia e variamente declinata riflessione sul concetto di distanza. Proverò dunque a seguire questa linea per tentare di descriverlo un po’.

 

Ora, giusto per sgombrare immediatamente il campo da una questione che altrimenti rischierebbe qui di aleggiare di continuo, è ovvio che in un romanzo come La vita nascosta – in cui c’è un protagonista e io narrante le cui iniziali sono R. D., che è professore associato di letteratura italiana contemporanea in un’università che ha tutta l’aria di essere quella di Pisa, che ha scritto un libro su Gadda, ecc. – la tentazione di misurare, a proposito di distanza, quella che intercorre tra autore e personaggio appare tanto facile quanto fuorviante, a meno che non si decida di accostare il testo con gli specifici strumenti che richiede quel fenomeno che abbiamo ormai largamente (e temo anche un po’ semplicisticamente) imparato a chiamare autofiction. E sarà questa, pertanto, tra quelle che ho identificato, l’unica forma di distanza di cui non dirò nulla.

 

La trama è presto raccontata. Arrivato alla soglia della mezza età, R. deve fare i conti con il fallimento di una lunga relazione. Lasciato dal suo compagno S. per un gioco di tradimenti reciproci (viene tradito da S. e lo tradisce a sua volta con G.), R. cerca di riappropriarsi di una vita che lo spaventa. Si fa prendere dalla ossessione prima per la cura del corpo, poi per i siti di incontri. Proprio in rete conosce L., un ragazzo di cui si innamora e con il quale vivrà una storia lacerante.

La distanza cui facevo accenno poco fa credo sia anzitutto quella che separa R. dagli altri personaggi, in particolare da S., G. e L., i tre uomini con cui ha delle relazioni affettive.

 

Non è del tutto irrilevante partire dalle diverse modalità con cui R. entra in contatto con i propri tre uomini. La relazione con S. risale ai tempi dell’università e dura da diversi anni: affonda quindi le proprie radici in un tempo fuori dalla storia. L’incontro con G. avviene invece alla spiaggia di Torre del Lago, quindi in un luogo frequentato da gay ma non necessariamente frequentato con l’obiettivo di un incontro. Infine, il primo contatto con L. è possibile grazie alla piattaforma di incontri ‘gaydudes’, a cui R. si iscrive su suggerimento del collega Nicola, pure omosessuale. Da un primo incontro (apparentemente) casuale, si passa pertanto a un incontro (forse almeno inconsciamente) cercato, a un incontro innegabilmente desiderato sin dal momento dell’iscrizione al sito.

 

Cominciamo dal rapporto con S. Dopo diversi anni di relazione, i due si confessano i rispettivi tradimenti. Il sesso è il terreno divisivo che li allontana: «Tu credi che a trentotto anni la mia vita sessuale debba essere finita? Tu credi che io non possa più scopare perché tu hai da pensare ai tuoi libri?» (p. 18), rinfaccerà S. a R. al culmine della discussione che sancirà la separazione. Anche R., del resto, aveva ritrovato la passione nella relazione clandestina con G. Oltre a ciò, i due appaiono diversi anche perché alla perenne insoddisfazione con cui S. vive (e dipinge) ogni cosa – e che porta a crisi depressive di cui soffre sin dall’adolescenza – corrispondono la razionalità e la ponderazione nelle decisioni da parte di R. E non credo sia slegata da questo anelito alla perfezione l’inclinazione di S. per la pittura iperrealista, di cui si ha traccia (oltre che alle pp. 12 e 226) sin dalla copertina del libro.

 

Le pagine successive alla separazione tra i due sono tra le più belle del romanzo e vibrano dell’autenticità del dolore e della perdita, come dimostrano, icasticamente, due scene. La prima è quella in cui R., dopo aver cercato di difendere un uomo che viene pestato in strada e aver ricevuto per tutta risposta uno sputo in faccia dall’aggressore, rientra a casa, ormai piena dell’assenza di S.:

 

Fu allora che, entrato, guardando meccanicamente per le stanze e scoprendo l’ovvietà del loro vuoto, sentii tutta insieme l’assenza di S., e scoppiai, una volta di più, a singhiozzare. Non era la scena cui avevo assistito a farmi piangere, e neppure la minaccia del coltello: non mi importava nulla di quei due, andassero alla malora l’ordine pubblico, l’immigrazione, la piccola criminalità, i rom o quel che diavolo erano, l’accoglienza o la tutela dei confini, i conflitti di culture, le lingue, il razzismo. Nulla era pari alla mia sofferenza; niente poteva mutarla o scalfirla. Non c’era cosa che, avvenendo, potesse toccarmi. Ma se ci pensavo, sentivo lo scandalo e la ribellione. Seduto sul divano, guardavo la libreria come se fosse quella di un altro. Ed era vero. Non ero io quell’imbecille con le braccia penzoloni, la faccia stravolta dalle lacrime, gli occhiali sporchi. Forse, per un po’, avevo potuto credere di essere quel mucchietto di dolore: sbagliavo, mentivo. Anche quando ci illudiamo che una passione ci esaurisca, e che risucchi la nostra identità senza lasciare residui, non è così: da qualche parte, comunque, stiamo già scappando, come un’emorragia il corso dei nostri pensieri ci dissangua e, per una volta, sta lì la nostra salvezza. Non potevo fare nulla per riguadagnare S., aveva avuto ragione a lasciarmi. Vidi allora che la condizione in cui mi trovavo era quella che mi spettava: ma bisognava che la smettessi di piagnucolare, che mi sbarazzassi se non dei rimpianti, della stupida superstizione che, soffrendo, espiavo, mi rendevo degno del suo ritorno. Quanto tempo avevo perduto a equivocare le mie colpe? L’avevo amato, lo amavo, ma il tradimento non era stato, come avevo voluto credere, una diversione per tornare da lui: ero io. Adesso, nel salotto di casa mia, sul divano dove ci eravamo seduti insieme tante di quelle volte che c’era da stupirsi non conservasse la forma del suo corpo, lui non c’era più. Era giusto così. I legami che ancora conservavo con S. erano sfilacciati e resistenti come la corda che un aspirante suicida annoda senza trovare un gancio per impiccarsi, andavano tagliati. Così, con l’intelligenza confusa e irragionevole delle emozioni, fatta di svolte improvvise, di dubbi risolti con risposte perentorie e fasulle, di pensieri interrotti e messi a tacere, mi dicevo che non ero solo abbastanza, dovevo trovare il coraggio di diventarlo davvero. (pp. 52-53)

 

La seconda scena, nel romanzo molto distante dalla precedente, è quella del congedo definitivo tra i due, dopo che S., trasferitosi a Milano, fa ritorno in città e invita a cena fuori un R. ormai già impantanato nella relazione con L.

 

Aveva sempre esercitato la sua intelligenza nella forma del sospetto: era cauto e perplesso davanti a ogni cosa, e anzitutto davanti a sé. Però era capace di entusiasmi autentici, infantili.

Riconoscevo il suo tono; e c’era quasi da stupirsi che, per tradirmi, fosse riuscito a mentire a lungo, visto che il suo modo abituale di parlare, senza enfasi e sempre un po’ dubbioso, era un’onestà che mi metteva alle strette, o mi disarmava.

– Quando mi fanno sapere qualcosa di preciso te lo dico: mi fa piacere se vieni. E tu?

Prima incerto, poi trovando forza in quello che era meglio tacere, mi misi a parlare, come un torrente segnato a stento sulle mappe che, per l’eccesso delle piogge, si gonfia, tracima, esonda nelle strade e nei campi, coprendo tutto con una sola distesa di fango e di detriti. Raccontai dell’università, dei miei corsi, della commissione sviluppo, del convegno di Roma senza dire che lì avevo capito davvero la mia mediocrità; e poi di Anna a Berlino, e di Nicola che era sempre uguale; gli spiegai che ormai da un bel po’ andavo in palestra, gli esposi tutte le mie teorie su quelli che la frequentavano; gli elencai le mostre a cui ero stato, qualche film che avevo visto e che aveva visto anche lui; e ancora i negozi che erano cambiati in città, le persone che conoscevamo e di cui non sapeva più nulla, una nostra vicina di casa aspettava un bambino. Affogata dall’affanno e dalla fatuità delle mie chiacchiere, l’unica sostanza vera di quello che mi era successo nel periodo in cui non ci eravamo visti era respinta giù, lontano, perché non ne emergesse neppure una traccia. Omettevo: mentivo. Non so se lo facessi perché, cancellando L., facevo spazio nella mia testa alla possibilità di un ritorno di S., e lasciavo pensare a lui che tra noi non si fosse chiusa definitivamente, visto che non c’era nessun altro; o forse al confronto, e per effetto di quello che mi aveva detto Anna, la storia con L. iniziava a sembrarmi mancante, falsa, ed L. stesso, di fronte a lui, non reggeva il paragone. Ma forse, stavo facendo male i miei conti, visto che niente mi assicurava che S. non si fosse messo con qualcuno e avesse un nuovo compagno. Bastò questo dubbio a gelarmi; ed ero così spaventato dall’ipotesi di aver ragione, che per tutto il resto della sera (neppure molto, a dire la verità) schivai in ogni modo qualunque discorso mi costringesse a verificarla. Accompagnai S. al ponte, perché l’amico che lo ospitava abitava dall’altra parte della città, ma non oltre: quando stavamo insieme, era lui che rimaneva a casa se dovevo andare da qualche parte, ma io lo seguivo tutte le volte che potevo, non ricordo quanto spesso lo abbia portato in macchina ai suoi impegni, non volevo che si sentisse solo. Adesso, dopo esserci sfiorati le guance senza baciarci davvero, a essere solo, a non saper cosa fare, ero io. Avrei dovuto voltarmi, ma S. esitava a sua volta; fece un piccolo cenno alzando le sopracciglia, per invitarmi a restare, e aggiunse:

– Mi ha fatto piacere rivederti, anche se eravamo un po’ agitati tutt’e due. Però lo capisco, se ci sono delle cose che non te la sentivi di dirmi e ti sei rifatto la tua vita. Ora vado.

D’un tratto, pensai che non si era lasciato ingannare dai miei discorsi e che aveva intuito tutto, tranne che non ero riuscito a rifarmi proprio niente, perché di fronte a lui l’abbandono mi toglieva il respiro, avevo consumato ogni sforzo per darmi un tono, fallendo. Scossi la testa, e non so se il mio gesto doveva essere preso come una negazione, o una richiesta di scuse; ma anche quello era inutile, e lo salutai. (pp. 226-228)

 

R., come detto, tradisce S. con G., con cui ritrova intesa e passione. Ma G. è un entusiasta, a cui tutto piace troppo, che non ha mai sensi di colpa, e che infatti finirà con lo stancare abbastanza in fretta R., così oculato e selettivo. Un dettaglio appare sintomatico della distanza tra i due: mentre G. ricorda e saluta con calore tutti quelli che incontra, chiamandoli col nome giusto (p. 22), R., come vedremo, i nomi tenderà a dimenticarli o a rimuoverli. La relazione con G., per molti versi, fa da ponte tra la storia con S. e quella, che seguirà, con L. Non a caso, R. definirà G. quasi sempre sulla base del confronto, per similarità o per opposizione, con gli altri due uomini. La storia con G. appare opposta a quella avuta con S., considerata come l’unica autentica (e anche la relazione con L. sbiadirà a confronto di quello storico amore giovanile): G. è un entusiasta, mentre S. è un depresso; G. è rapido nel cogliere le cose, di cui però si stanca e si disfa subito, mentre S. afferra i problemi per non mollarli più (p. 24). Anche la relazione con L. sarà caratterizzata dall’attrazione fisica e dall’intesa sessuale, ma pure L. è un depresso, e in forma più grave rispetto a S. La distanza tra R. e i due uomini può essere idealmente illuminata dalla spia linguistica della congiunzione ‘anche’: G. dice al protagonista che è ‘anche’ lui a dargli energia (p. 25), lasciando intuire una pluralità di altri amanti (che infatti ci sono e che saranno in parte la causa della separazione); L. gli dirà che ‘anche’ lui lo ama (p. 314), manifestazione che appare depotenziata dal fatto che si pone come la risposta di rimando alla dichiarazione dell’altro. Con la propria uscita di scena, G. chiude la seconda parte del romanzo e apre alla terza, dedicata alla relazione tra il protagonista e L., con cui la distanza appare ancor più dolorosamente incolmabile.

 

L. appare immediatamente distante da R. Lo è anagraficamente (L. ha ventinove anni, mentre R. ne ha quarantasette); lo è dal punto di vista delle gerarchie accademiche (L. si è non da molto addottorato, senza essere stato suo diretto studente, al dipartimento in cui è professore associato R.); lo è dal punto di vista dell’area di studi (L. è uno studioso di Leopardi, mentre R. è un contemporaneista); lo è culturalmente (L. ha una cultura frammentaria, mentre la biblioteca di R. è ben più solida); lo è nel giudizio sulla fedeltà nelle relazioni (L. è un libertino, mentre R. è molto più severo sull’argomento); lo è, infine, da un punto di vista strettamente identitario, dal momento che l’iniziale con cui si nomina il protagonista è autentica, mentre l’altra è falsa, affinché, dirà R., «il distacco da lui si consumi e cada nella dannazione della memoria» (p. 170). Ora, benché queste distanze sembrino inizialmente precludere qualsiasi rapporto intimo, tra i due nasce una passione che travolge R., destabilizzandone le certezze e rompendone freni inibitori e sin lì ferree regole di condotta. Tanto per cominciare, egli invia a L., quando è ancora e solo un profilo immateriale confinato nella virtualità di un sito internet, una fotografia con il proprio viso; poi accetta di fare con lui sesso non protetto, assumendo inoltre un ruolo passivo, da attivo che è sempre stato. Grazie a L., R. riscopre entusiasmi giovanili (ad esempio nel parlare dei libri amati) sopiti dalle pose ingessate indotte dal ruolo accademico. L. fa dunque perdere l’identità a R., oppure ne svela quella autentica e profonda, come peraltro testimonia la struttura a climax su cui sono costruite le pagine che, significativamente, si trovano nel centro geometrico del romanzo, e di cui cito un estratto con diversi tagli:

 

Non sapevo più chi ero […] dopo avergli ceduto la mia identità […] ero pronto a capitolare, aprivo le porte della città al nemico perché, finalmente, la devastasse. Neppure io, allora esistevo più […] Disarmato, […] mi davo a lui e lo seguivo sperando che mi spazzasse via, che facesse di me l’oggetto del suo desiderio, il mio diventato ormai solo una funzione di quello. (pp. 158-159)

 

Ciononostante, il rapporto è asimmetrico: L. appare sempre distante. Anzitutto perché ha una relazione fissa con un altro ragazzo, molto giovane; poi perché non si fa né vedere né sentire per lunghi periodi e senza fornire giustificazioni; infine, e soprattutto, perché sembra che non gli interessi nulla e nulla lo tocchi. Appare tanto distante da risultare incomprensibile al protagonista, che riesce (quando ci riesce) a definirlo solo attraverso il confronto per opposizione con S. e con G.

 

L. svela, con la propria distanza, i conflitti e le lacerazioni interiori a R. (ci tornerò), costretto a guardarsi con paura e sgomento e a prendere in considerazione la possibilità di chiudere la relazione:

 

Il vuoto che era dentro di me, e che non avevo mai avuto il coraggio di misurare: quello mi esponeva alla dipendenza. E stavolta ero messo proprio male, se chiedevo che lo riempisse uno che ne portava in sé uno persino più grande del mio, e sempre sul punto di impantanarsi nella noia. Un po’ alla volta, mi avrebbe trascinato con sé; o forse, si sarebbe presto stufato, tutto si sarebbe esaurito stancamente, distrattamente, e non potevo pensare a una tristezza peggiore. Se era così, allora tanto valeva troncarla subito. (p. 176)

 

La separazione però non avviene. L. torna a farsi vivo e confessa a R. di soffrire di depressione, una condizione che lega in un vincolo sempre più dolorosamente stringente il protagonista, rivelandone il bisogno di riconoscimento e la dipendenza dal desiderio. Appare a questo proposito emblematica la scena notturna che si svolge durante un breve viaggio in Trentino, e che di fatto prefigura la separazione definitiva tra i due. Di fronte allo spettacolo delle stelle, che R., abituato alle luci di città, non ha mai visto con tale pienezza e nitore, L. ha una delle sue crisi e se ne va, costringendo il protagonista a rientrare da solo all’appartamento preso in affitto. E l’allontanamento tra i due e dalle stelle suggerisce, forse non casualmente, qualche rimando proprio all’etimologia di ‘desiderio’, parola che, con i propri derivati, occorre ben cinquantanove volte nel testo.

 

Il viaggio nel buio di L. coincide pertanto con un viaggio alla scoperta di sé da parte di R., obbligato per la prima volta a fare i conti con la malattia dell’altro (cosa che non aveva mai fatto fino in fondo con S.). Ed è una condizione così indicibile da rendere inerme R. proprio nella sua facoltà più acuta, la capacità di fare aderire le parole alle cose; mentre L., a confermare l’insanabile distanza tra i due, non sa parlare né del mondo, né di sé, né tantomeno di R., che, significativamente, non ricorda di avere mai sentito il proprio nome pronunciato dall’altro. Come se per il protagonista tutta la storia fosse una progressiva discesa verso l’inesistenza (p. 186), tanto che solo le battute finali, nell’unica impennata narrativa di tutto il libro, gli garantiranno una via d’uscita.

 

Detto delle distanze che caratterizzano le relazioni che R. intrattiene con i propri tre uomini (e peraltro meritevoli di ulteriori approfondimenti), sarà ora necessario sostare per qualche istante sul rapporto che il protagonista intrattiene con Anna, l’amica dei tempi dell’università trasferitasi a Berlino dopo aver vinto un posto come ricercatrice in storia dell’arte. Con lei R. si confronta per tutta la durata del romanzo, confidandole (quasi) tutto delle proprie difficoltà relazionali, alla ricerca di sostegno e consigli. Anzitutto, andrà almeno marginalmente notato come il personaggio di Anna svolga un ruolo strutturale di notevole importanza, determinando in modo involontario le dinamiche sentimentali che caratterizzano il quadrilatero formato da R. e dai suoi tre uomini. È infatti la separazione dal suo compagno Roberto, che R. comunica a S. nelle prime pagine del libro, a innescare la discussione che porterà alla rottura tra i due. Una separazione di cui G. verrà a conoscenza proprio grazie alla fotografia scattata da Anna a R. e a S., e che lo stesso G. prenderà tra le mani a casa del protagonista in chiusa al capitolo secondo. Anna dà pertanto indirettamente avvio alla separazione tra R. e S. e poi la sancisce informandone G., che la ignorava. Né mi pare del tutto irrilevante, in un romanzo in cui i nomi dei personaggi (detti, omessi, rimossi, o ridotti all’iniziale) svolgono una funzione così cruciale, notare come Anna sia l’unica a pronunciare per esteso quello di R., e che lo stesso

 

  1. non svela («Allora Anna pronunciava il mio nome con dolcezza»,
  2. 220; «pronunciòil mio nome per esteso», p. 291).

Ora, al di là di questi aspetti tutto sommato laterali, Anna appare personaggio distante da R. Lo è fisicamente, dato che i due dialogano solo attraverso Skype e dato che, quando si reca a Berlino, il protagonista alloggia nella casa vuota che lei gli lascia a disposizione. Ma Anna è, soprattutto, emotivamente distante, dal momento che si prodiga in una serie di consigli che hanno tutta l’aria di imperativi categorici: R., a sentire lei, dovrebbe andare in palestra; dovrebbe scopare e divertirsi; dovrebbe provarci con il ragazzo cui, nello spogliatoio della palestra, è caduta dal borsone una copia di Madame Bovary; dovrebbe farsi avanti con uno dei propri studenti, conosciuto in rete, ecc. Insomma, una lunga sequenza di suggerimenti che vorrebbero essere materni. Salvo che Anna assolve questo compito in modo perlomeno maldestro (compito che, ambiguamente, sarà proprio lei stessa a negare di voler assumere: «E poi non ti perdono che tu mi costringa a farti domande come se fossi tua madre», p. 119). Si dimostra infatti assente proprio nel momento di maggiore bisogno, ossia quando R. è alle prese con la depressione di L., occasione in cui, anziché entrare empaticamente in relazione con l’amico, si dilunga in una tirata sull’inopportunità delle relazioni con persone già impegnate. Si ha insomma l’impressione che le chiacchierate virtuali con R. svelino come sia lei ad aver bisogno di lui, e non il contrario; e che, anzi, pretendere di indirizzare i comportamenti dell’amico sia più che altro una strategia per non affrontare i propri fantasmi, che a volte non riesce tuttavia a non fare affiorare. E andrà notato, infine, come Anna smorzi (castri?) in gola a R. un tentativo di similitudine, nel momento in cui egli cerca di descrivere il proprio dolore per l’abbandono da parte di S.: questione tanto più rilevante per un personaggio abituato a fare «risuonare la realtà» di correlazioni cui dare forma attraverso l’uso sistematico della similitudine e della metafora. Ecco il brandello di dialogo:

 

– E poi mi sento ridicolo.

– Eh, un po’ lo sei, ma ti voglio bene anche per questo.

– È come se…

– Non è come se niente. Ti sembra di morire, ma non morirai per questo.

(p. 41)

Se Anna appare come una madre distante, lo sono in modo ancor più doloroso i padri (al plurale). Nessuna delle undici occorrenze del termine si riferisce al padre biologico di R., che non dedica una sola parola ai propri genitori, se non per indicare che non avrebbero potuto provvedere al suo sostentamento negli anni del precariato, prima cioè che assumesse una posizione stabile all’interno dell’accademia («i miei non sarebbero stati in grado di mantenermi», p. 201 – corsivo mio –, frase tra l’altro riportata tra parentesi, marginale rispetto alla riflessione che il protagonista sta conducendo in quel momento). Ed è una reticenza ancora più significativa se si considera che R. fornisce invece informazioni più dettagliate sui genitori di L.:

 

Suo padre era ingegnere, sua madre insegnava storia dell’arte alle superiori, e di certo non se la passavano male: erano loro che, senza troppi problemi, lo mantenevano da quando aveva finito il dottorato. Dalla finestra della sua camera si vedevano l’Adige e il campanile del Duomo. (p. 177)

 

Al ruolo di padre sono tuttavia dedicate pagine cruciali, che muovono dall’affermazione, netta e lapidaria, per cui «un omosessuale è anzitutto un uomo che ha deciso di non essere padre» (p. 266), e di cui riporto solo un passo:

 

– I padri vanno uccisi, anzitutto in sé stessi.

La paternità non è un istinto, ma una costruzione culturale. Presso gli animali, e ancora nei mammiferi, solo le femmine si prendono cura della prole che, altrimenti, non sopravviverebbe. I maschi, invece, non hanno legami, non conoscono famiglia, se ne vanno o tornano dal branco, non dai cuccioli e neppure da quella che li ha generati. Così, i gay sarebbero l’arcaico, il primitivo che torna e che rivela, inaspettatamente, la natura vera, spoglia, del maschio egoista e amorale – il grado estremo, emancipato e distruttivo della nostra specie. (pp. 267-268)

 

Appaiono altresì distanti i colleghi di università di R. (quello di Donnarumma è anche un romanzo sull’accademia). Varie sono le forme di questa distanza: dai rapporti di reciproca stima e cordialità che non riescono mai a trasformarsi in una relazione più stretta, al sarcasmo con cui è descritto un collega con l’alitosi che si vorrebbe evitare durante un viaggio in treno (p. 192); dalla critica a coloro che compiacentemente tendono a sedurre i propri studenti, «anche solo per via intellettuale» (p. 45), al linguista che si diverte a umiliarli (p. 91); fino al tentativo di dissuadere un ricercatore intenzionato a partecipare a un concorso che R. vorrebbe vincesse L., faccenda sulla quale il protagonista costruirà la propria strategia di uscita da una relazione ormai mortifera. Tranne Nicola – che insegna in un’altra città ma abita nello stesso quartiere di R. – nessuno dei colleghi sembra peraltro svolgere un ruolo narrativamente rilevante, aspetto che ne conferma la distanza rispetto al protagonista. Credo vada tuttavia fatto un discorso a sé per la figura di Andrea, studioso da poco addottoratosi che in occasione di un convegno romano dedica la propria relazione a Svevo, e con cui R. si intrattiene e dialoga brevemente. Il giovane svolge la funzione di specchio nel quale il protagonista può rivedersi negli anni da precario, smuovendone i sensi di colpa (qui per la posizione acquisita) che, in modo più o meno latente, lo caratterizzano per tutto il romanzo.

 

Lo iato che separa R. dagli altri attori della vicenda da interpersonale tende sempre più a farsi intrapersonale; a caratterizzare cioè l’interiorità del protagonista, vieppiù lacerata da una serie di elementi difficilmente conciliabili: il dolore si dà proprio nel campo di tensione tra queste polarità. Oltre alla vita che egli conduce di nascosto, c’è dunque una ‘vita nascosta’ che si consuma nella profondità di R. Le opposizioni mi paiono essenzialmente tre.

La prima è quella tra desiderio e autocontrollo, tra pulsione alla trasgressione e funzione normalizzante del Super-io, tanto più problematica per un personaggio che dice di doversi sempre assumere le proprie responsabilità di fronte agli altri (p. 288) e che tende a reprimere il desiderio, riportandolo «dal buio della vita psichica al giorno della responsabilità morale» (p. 283). Se ne ha manifestazione, ad esempio, nella preoccupazione di non svelare l’attrazione per gli uomini più giovani, in particolare di fronte ai propri studenti; o nel senso di colpa provato dopo aver eccessivamente assecondato le pulsioni di alcuni interlocutori durante le conversazioni online (‘colpa’ e derivati appaiono trentotto volte). Tensioni che mi sembrano emblematicamente fissate dalle strutture avversative e attenuative che attraversano le pp. 108-109, di cui riporto un estratto:

 

Così, se andava bene, mi buttavo nella ricerca in uno stato di sospensione della coscienza e delle emozioni, ma non ero leggero perché gli istinti e le pulsioni, anche quando mettono a tacere i pensieri, ti trascinano comunque, e se l’assenza di gravità ti dà la percezione di non avere peso, non ti libera dalla certezza di avere un corpo. (pp. 108-109)

 

Si assiste a una sorta di cortocircuito tra pulsione e giudizio morale nei momenti in cui il protagonista tende ad autoassolversi, ad esempio quando si industria affinché L. possa vincere un posto da ricercatore e per giustificarsi si dice che si tratta in ogni caso di un giovane di talento; oppure quando mette fuori dai giochi un altro potenziale concorrente e cerca di convincersi che in fondo questi sta meglio in Belgio, dove si trova; oppure ancora nella scena che di fatto sancisce la liberazione da L. A R. il desiderio appare a tal punto indispensabile da portare all’autoinganno, alla faticosa forzatura della realtà affinché questa coincida con l’idea, con conseguente delusione nel momento della presa di coscienza della loro più o meno ampia discrepanza, come accade quando il protagonista scopre che l’L. reale non coincide con quello a lungo vagheggiato. Un dolore che non potrà tuttavia mai eguagliare quello determinato dalla scoperta di non essere amati, poiché «per quanto duro e ostinato possa essere il nocciolo dei nostri desideri, niente riesce a frantumarlo quanto il bisogno di essere desiderati» (pp. 279-280). E andrà aggiunto, infine, che la specificità del desiderio tra omosessuali, profondamente diverso da quello tra eterosessuali, è accuratamente indagata anche attraverso la descrizione e l’analisi delle varie categorie di ‘gaydudes’.

Il secondo conflitto, che da questo deriva direttamente, è proprio quello tra realtà e virtualità, sviluppato in pagine forse indagabili anche alla luce dell’esergo pascaliano («Bisogna amare solo Dio e odiare solo sé stessi»), e che qui mi è permesso solo accostare.

 

Internet è lo spazio privilegiato per la costruzione del desiderio e della dipendenza dal desiderio, ben resa dall’anticlimax che costituisce il titolo del secondo capitolo (Virtù, potestà, dominazioni). È il luogo «che apre davvero ai paradisi» (p. 107): non so se i ‘paradisi’ di Raffaele Donnarumma siano sitianamente ‘troppi’, ma l’uso del plurale pare significativo. Ed è questa, peraltro, una delle tre occorrenze di ‘paradiso’ all’interno del romanzo, termine sempre associato alla rete o alla pornografia, quindi a mondi non coincidenti con la realtà. Tuttavia, Internet permette proprio di smorzare e di normalizzare le pulsioni e i desideri più inconfessabili. La frequentazione delle piattaforme di incontri online si rivela problematica soprattutto per chi, come R., si ritrova a vivere in una sorta di età di mezzo, nella quale le vecchie categorie analitiche si rivelano insufficienti (se non addirittura causa di vergogna o senso di colpa) per descrivere compiutamente i mutamenti in atto. Mondo reale e mondo virtuale non sono dunque tra loro impermeabili, ma regolati da una serie di rapporti complessi. Tanto per cominciare, creare un profilo Internet è un modo per sottrarsi alla realtà, ma senza che questa possa essere completamente cancellata (e, specularmente, non va dimenticato che anche il profilo meno menzognero è comunque una costruzione lacunosa, tanto che l’insieme dei profili social potrebbe essere considerato come una gigantesca opera di autofiction scritta a più mani). Per tacere del fatto che

 

chattando con uno sconosciuto al quale diciamo cose di noi che, oltretutto, inventiamo, finiamo per provare passioni discontinue e distratte ma vere, che non è detto si spengano chiuso il computer e non covino in noi aspettando di manifestarsi di nuovo con un’aggiunta d’intensità e di simulazione. (p. 106)

 

I comportamenti nell’immaterialità della rete possono rimodellare profondamente la realtà, come forse potrà accadere (o è già accaduto) – giusto per tornarci – al concetto di paternità. R. viene infatti contattato da uomini più giovani, che ne sono attratti proprio perché vi proiettano i propri desideri più indicibili:

 

Mi sfuggiva se istituissero qualche legame fra me e i loro padri reali: ma credo proprio di no, tanto vaghe, simili e ripetitive erano le cose che scrivevano tutti quanti e che, proprio per questo, riuscivano a placare un poco la mia inquietudine. Alla fine, il più perverso, il più proibito dei desideri si trovava ridotto a un giochetto certo non innocente, ma innocuo in modo sconfortante; e le parole terribili come padre, sostituite dai loro vezzeggiativi infantili, per lo più storpiati per renderli meno gravi (papy, pa’, paparino, babbino) o sostituiti, come dicevo, con una lingua straniera (dad, daddy), si scollavano dalle loro etimologie, che non cancellavano, ma con le quali intrattenevano un rapporto sempre più fragile e analogico – motivo per cui forse un giorno, come il latino testa è passato a significare, da «vaso», «capo», papy vorrà dire, nella sua prima accezione, amante.

Protetti dall’anonimato e dalla distanza, protetti dalla loro incoscienza, dalla simulazione, dalla scissione che la rete concede a tutti, permettendoci, se solo lo volessimo e ne avessimo l’animo, di dichiararci alti prelati vaticani o antropofagi, i ragazzini riducevano a farsa secoli di tragedie, odoravano lo zolfo dell’inferno e ne facevano combustibile per i loro mortaretti: dimostravano con esattezza didascalica che il web può essere il più potente esorcismo del reale. (p. 104)

 

Ora, se è vero che si è molto discusso e molto scritto (e con molte ragioni) sul cosiddetto regime dell’immediatezza, sulla capacità cioè di Internet di contrarre, fino ad annullarle, le distanze spazio-temporali (per cui un’azione svolta ‘qui e ora’ determina conseguenze ‘là e ora’), mi pare che Raffaele Donnarumma insista piuttosto, rovesciando la questione, sulla dilatazione dei tempi che caratterizza le comunicazioni virtuali. La chat, in particolare, rende drammaticamente sproporzionato il rapporto tra tempo investito e «bottino della conversazione» (p. 114), estendendo gli intervalli tra domande e risposte, e sottraendo pertanto spazi e attenzioni alla realtà. Una realtà che per R. è anche fatta di libri, ormai frequentati con minore assiduità: il senso di colpa non nasce (o non nasce solo) dall’aver trascurato un’occupazione culturalmente più nobil(itant)e, socialmente più accettata, moralmente migliore, ma anche e soprattutto dalla presa di coscienza di avere perso l’occasione, attraverso il libro, per un destabilizzante incontro con l’altro (mentre la rete ci fa magicamente trovare proprio ciò che cerchiamo; e più siamo monotoni nella ricerca, più la istruiamo sulle nostre ossessioni).

 

R. riesce tuttavia sempre a salvare la realtà (continua ad arrivare puntuale alle riunioni, continua a essere brillante a lezione), ma a costo di sforzi che non possono essere retti per un tempo prolungato. Ed è significativo che il protagonista riesca a sottrarsi alla forza seduttiva di Internet grazie a due elementi indipendenti dalla sua volontà: l’oneroso incarico all’interno della commissione sviluppo del suo dipartimento e un guasto alla connessione di casa, che egli non si affretta a far riparare. Anche se basterà un inciampo nella realtà (la delusione che segue l’ultimo incontro con G.) a spingere nuovamente il protagonista verso il computer, perché «magari su gaydudes c’erano dei messaggi da sbrigare» (p. 134).

 

Il terzo motivo di dissidio (altro aspetto sul quale saranno necessari ulteriori accertamenti) è quello tra realtà e tentativo di definirla appieno, il cui scacco è peraltro esplicitamente ammesso dal protagonista quando dice che ogni narrazione, essendo falsa, «è incapace di rendere gli sbalzi aritmici e i vuoti di cui siamo fatti» (p. 143). Come detto, la volontà di dire il mondo si manifesta anche attraverso il costante uso che R. fa del paragone (similitudini, metafore, analogie) e delle strutture elencative, spesso trimembri. Valga almeno il passo in cui il protagonista descrive il fenomeno del culturismo:

 

Quando l’allenamento si perfeziona, la persona si scompone in un montaggio di fasci, di globi, di placche piatte o increspate da vene, divise tutte da solchi profondi, irriducibili a unità come in un lego malriuscito e provvisorio. Buttando all’aria le norme vetuste del buon gusto, secondo cui le parti devono convivere nell’armonia del tutto, sono i singoli muscoli a essere sviluppati con l’unico principio di ordine della simmetria, inflessibile, elementare e oltranzista come in quei disegni di computer grafica che sono insieme iperrealistici e puerili. Ma a differenza di quei disegni, ghiacciati nella loro eternità bidimensionale, il corpo dei culturisti richiede cure costanti, interminabili, e detta avvertenze, precauzioni, scrupoli, divieti, ingiunzioni, minacce. Ce n’erano un paio che si allenavano insieme e che vedevo tutte le volte che andavo in palestra, a qualunque ora, come in quelle gag in cui lo stesso personaggio entra due volte dalla stessa porta: a volte, davanti allo specchio, guardando ciascuno sé stesso, o l’altro solo nel riflesso, discutevano preoccupati di un particolare che non tornava e che io neppure riuscivo a vedere, nello sfacelo conclamato del tutto – la pelle bruna e bruciata dai raggi uva per far risaltare le striature, il peso insostenibile dei bicipiti, la schiena trasformata in un paesaggio di bozzi e colline che chissà che impressione dovevano fare, a sentirli sotto le mani. (pp. 59-60)

 

L’almeno parziale fallimento del tentativo di dire la realtà attraverso il paragone è enunciato dallo stesso R., quando riflette sulla difficoltà di comprendere compiutamente i rapidissimi mutamenti della rete. Il passo appare significativo perché il ruolo della similitudine e della metafora, in un gioco di moltiplicazioni progressive, è indagato proprio attraverso il ricorso a queste due figure:

 

Senza più criteri di giudizio fermi, il confronto è la prima risorsa che abbiamo per comprendere; e poiché non ci basta, accumuliamo similitudini su similitudini e le metafore, moltiplicandosi, diventano la carta moschicida del reale: ne raccattano quanta più possono, prediligono gli insetti importuni, gli scarti e la polvere; come quando sul computer da una pagina si aprono finestre a ripetizione, e nel tentativo di afferrarlo meglio, l’oggetto della nostra prima ricerca va perduto, noi stessi ci smarriamo. (pp. 107-108)

 

Le strutture elencative svolgono funzioni diverse: dall’esigenza di definire meglio un aspetto attraverso l’aggiunta di progressive sfumature, all’amplificazione di un concetto, come nel caso in cui R., per dimenticare L., si butta nel lavoro e in una serie di controlli non necessari e spossanti a proposito di un saggio:

 

[…] la punteggiatura di una terzina di Dante, che variava da un’edizione della Commedia all’altra; la sede di un editore straniero, che poteva essere Londra, o New York, o tutt’e due le città insieme; le norme redazionali poco chiare su dove mettere gli apici delle note […]. (pp. 309-310)

 

Ancora: alcune situazioni possono essere addirittura mimate da strutture asindetiche, come accade nella descrizione dell’ossessione di R. per L.:

 

[…] mi accorgevo che cercavo qualche traccia di lui: e invece non mi aveva lasciato nulla, il suo odore si era dissolto, il suo sudore era evaporato, la sagoma del suo corpo sul letto o sul divano era stata cancellata via subito, era restata meno della sua presenza. (p. 169)

 

In altre circostanze, gli elenchi, proprio perché costituiti da elementi semplicemente giustapposti e quindi irrelati, denunciano l’indicibilità del dolore, come accade quando R. prende coscienza dell’errore della relazione con L.:

 

Rientrai in casa. La porta si apriva male, avrei dovuto chiamare qualcuno per farla riparare, strattonandola i residui da spazzare si erano agitati sul pavimento, in fuga, una delle lampade era fulminata, e la polvere si posava dappertutto, sul nero delle mensole ormai opache, sugli scaffali bianchi della libreria e fra libri che da troppo tempo non aprivo, sui cumuli di fogli vicino alla stampante, sulle piante che chiedevano acqua, e il letto se ne stava lì sfatto, in una luce svogliata, con il pigiama rosso buttato tra le lenzuola, simile a una macchia enorme di sangue – ero io che mi dissanguavo, l’emorragia dei giorni mi portava via, L. era stato un errore, un errore. (pp. 314-315)

 

Ancora a proposito di distanze: alla luce di quanto detto (e, soprattutto, letto) sin qui, appare abbastanza ovvio che l’esordio narrativo di Raffale Donnarumma andrà senza indugio iscritto a quella che Gianluigi Simonetti ha definito «la letteratura di una volta»,[1] trattandosi di un romanzo sideralmente lontano da quanto oggi si scrive per la maggiore. Lo è per la lingua e per lo stile; lo è per la caratterizzazione dei personaggi; lo è per la profondità e la finezza con cui sono trattati alcuni topoi o alcune situazioni di lunga tradizione. Insomma: per misurare lo scarto rispetto a ciò che oggi scala le classifiche delle vendite, basterà il confronto con un romanzo di uscita quasi contemporanea, della stessa lunghezza e con un titolo analogo come La vita intima di Niccolò Ammaniti.

 

La vita nascosta non vuole solo intrattenere, esaurendosi con la trama, bensì destabilizzare il lettore, chiedendogli una partecipazione intellettualmente vigile. Il libro trova la propria cifra peculiare nella relazione tra narrazione e riflessione saggistica, in un inesauribile movimento tra l’esperienza individuale dell’io, narrata al passato, e la legge universale del noi, espressa al presente. Bastino questi due passi:

 

Nessuno poteva sospettare di me e di L. e anzi in pubblico, dopo tanto tempo, a me tornava da fare il professore, a lui l’allievo o, come diceva un mio collega un tempo, il «giovane amico» che ascolta, fa domande, resta al suo posto. Strano con quanta facilità, contro tutti gli sconvolgimenti della nostra vita interiore, appena abbassiamo la guardia ricadiamo in abitudini vecchie e che credevamo scadute, come se qualcosa in noi proprio non ce la facesse a stare al passo con quello che ci accade e che è, bene o male, la nostra storia; e c’è da chiedersi cosa, in questa sfasatura, viviamo davvero, se le novità che ci cadono addosso, come semi che non si capisce se attecchiranno, o il tempo inerte e statico senza il quale, però, non saremmo. Guardavo L., e non gli dicevo nulla di questo. (p. 240)

 

E in realtà, tutto era di poco conto, e io non dovevo preoccuparmi perché lui non si preoccupava di nulla – neppure di me. Teatralizziamo le nostre angosce innalzandole al rango di sofferenze, perché quelli che amiamo si prendano cura di noi: non occorre che risolvano qualcosa, basta stiano lì, a scongiurare lo spavento della solitudine. Ma di fronte allo spettacolo del mio cattivo umore, L. cambiava canale. (p. 244)

 

È una dinamica che mi pare ben mostrata dall’arco disegnato tra la frase incipitaria («Niente mi fa paura come il sesso», p. 7) e la sua ripresa, significativamente senza il pronome personale («niente fa paura come il sesso», p. 159).

La vita nascosta è un romanzo che non teme di essere letterario, anche attraverso la presenza dei nomi e delle opere che compongono la vasta musico-biblioteca di R., ma senza che ciò determini l’esibizione snobistica del professore (personaggio e autore) che guarda dall’alto al basso i propri interlocutori (personaggi e lettori). Andranno semmai indagate le relazioni tra quei nomi (Leopardi, Sereni, Svevo, Roth, Houellebecq, Pasolini, Siti, …; Wagner, Händel, …) e l’orizzonte culturale e il modo di agire e di pensare del protagonista R.; così come sarà premura di chi si dedicherà compiutamente al romanzo identificare i modelli musicali e letterari che determinano le strutture profonde del testo e non solo quelli che ne increspano la superficie.

 

Un’altra distanza sulla quale vale la pena di soffermarsi è quella, incalcolabile (p. 320), che separa il tempo dell’esperienza del personaggio R. dal tempo del resoconto che ne fa il narratore R., e che apre alla cruciale riflessione sul ruolo della memoria (le occorrenze di ‘ricordare’ e derivati sono sessantatré). La distanza temporale permette a R. anzitutto di confermare alcune intuizioni (il protagonista ribadisce come a L. non interessasse nulla, p. 173; e afferma che non è riuscito a impossessarsi della propria vita né vivendola, né scrivendone, p. 315), se non addirittura di rafforzarle (l’impossibilità di ricordare alcuni dettagli della storia con L. ne moltiplica la distanza affettiva, pp. 211, 223 e 232). Soprattutto, però, il tempo che intercorre tra esperienza e racconto garantisce conoscenza ulteriore (solo ora alcuni dei gesti di L. provocano fastidio a R., p. 245) o la presa di coscienza di uno scacco (solo ora R. capisce che «la virtualità non può essere raccontata davvero», p. 111). Tuttavia, sulla scorta del libro di Giobbe, R. ammette che «non sono gli anni a dare la sapienza, né sempre con l’età si distingue ciò che è giusto» (p. 135). La problematicità del ruolo della memoria è peraltro già data dal fatto che essa rappresenta il luogo della rimozione, che per R. assume forme diverse. Può infatti rivelare un latente senso di colpa (R. dice di non ricordare perché non abbia comunicato subito ad Anna la propria relazione con L., p.164; o dice di avere dimenticato la scusa per giustificare il proprio ritardo al convegno romano, p. 190); oppure la rimozione è il tentativo di cancellare un dolore (R. dice di non ricordare la risposta di L. alla propria dichiarazione d’amore, p. 160), questione che investe in particolare i nomi dei personaggi (R. dice di non ricordare quello del compagno di L., sempre indicato come «il ragazzino», p. 187; e peraltro i nomi dei suoi tre uomini sono, come visto, ridotti alla sola iniziale, p. 321).

 

Un’ultima forma di distanza, su cui vorrei concludere, è quella che separa la città in cui la trama in larghissima parte si sviluppa (molti indizi portano a Pisa: pp. 13-14, 19, 192, 223, 297, ecc.) dagli altri luoghi del romanzo. Se si eccettuano gli spostamenti a Roma, a Berlino e in Trentino, R. appare come un personaggio poco mobile, e andranno semmai notati i suoi brevi tragitti verso la spiaggia, su cui il romanzo si chiude e la cui importanza è peraltro segnalata anche dall’esplicito riferimento all’omonima poesia di Vittorio Sereni.

Una scena mi pare tuttavia emblematica della topografia, anche simbolica, del romanzo. Quella in cui R. cerca invano su ‘googlemaps’ la casa di S., trasferitosi a Milano, e poi dice di non riuscire più a orientarsi nella periferia della propria città:

 

Non sapevo bene come S. vivesse a Milano. Mi aveva scritto di aver trovato un lavoro provvisorio in un «esercizio commerciale» (non l’avevo mai sentito usare un’espressione del genere) che gli lasciava tempo per dipingere. Si stava guardando in giro. Condivideva un appartamento di studenti dalle parti di viale Monza, ma non mi aveva dato l’indirizzo preciso: vagavo su googlemaps attraversando ore e stagioni, perché le foto sono state scattate in tempi diversi, e nella continuità illusoria del loro montaggio si può passare in un istante dalla luce piena di una mattina primaverile alla foschia umida dell’inverno; guardavo gli incroci, le macchine con le targhe cancellate, i passanti dal volto offuscato e bloccati in pose che non decifravo; mi fermavo davanti alle vetrine dei negozi, ai portoni, all’entrata dei cortili (passo carrabile, scarico merci), e non avevo accesso a niente, restavo sempre fuori. Poi quando, per un movimento del cursore, svoltando, l’immagine si ingrandiva improvvisamente, l’asfalto della strada invadeva lo schermo con le sue macchie di chewing gum calpestati e cartacce, tutto si ribaltava, mi ritrovavo sbalestrato di nuovo davanti al mio computer, ma con uno stordimento in più, un po’ di senso della realtà in meno. Se anche in quelle vie, ora, camminava, se entrava in quei negozi, se, per un caso che comunque non avrei mai colto, era in una di quelle porte che infilava la chiave per entrare, non lo potevo sapere, non avevo nessuna percezione del clima, degli odori, dei suoni – era tutto perduto, la distanza non si sarebbe colmata più, e quelle immagini false, perché non lo contenevano e creavano solo l’illusione risibile di quello che lo circondava (forse proprio adesso, forse con una luce non così diversa), decretavano una volta di più la sua perdita.

Allora, immaginavo di prendere un treno, di arrivare a Milano, di iniziare a vagare davvero da quelle parti senza farglielo sapere, e lo vedevo, ci incontravamo, finivamo uno tra le braccia dell’altro come in un film sentimentale – e invece era nelle strade della mia città che mi smarrivo, avevo preso a battere zone periferiche, dove non conoscevo nessuno, e a un certo punto le case si sperdevano in una campagna incerta, le macchine suonavano per scansarmi, vedevo gli svincoli dell’autostrada che non portavano da nessuna parte. (pp. 47-48)

 

Nel passaggio senza soluzione di continuità tra virtualità e realtà, R. perde S. e si perde a sua volta. Anche la geografia, reale e virtuale, del romanzo appare incisa dalla distanza e dall’incolmabilità.

 

 

Nota

 

[1] Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante, Bologna, Il Mulino, 2018.

1 thought on “Distanze incolmabili. Su “La vita nascosta” di Raffaele Donnarumma

  1. 1.
    «Andranno semmai indagate le relazioni tra quei nomi (Leopardi, Sereni, Svevo, Roth, Houellebecq, Pasolini, Siti, …; Wagner, Händel, …) e l’orizzonte culturale e il modo di agire e di pensare del protagonista R». (Roberto Falconi)
    *
    2.
    «non mi importava nulla di quei due, andassero alla malora l’ordine pubblico, l’immigrazione, la piccola criminalità, i rom o quel che diavolo erano, l’accoglienza o la tutela dei confini, i conflitti di culture, le lingue, il razzismo. Nulla era pari alla mia sofferenza» (La vita nascosta)

    Sì, sì, indagate tutte le relazioni che vi piacerà indagare, ma questo “caschi il mondo ma io ho a cuore solo la «mia sofferenza»” (punto 2) cosa nasconde (o cosa svela) del personaggio, dell’autore, di noi che troviamo il tempo per leggere questa recensione?

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