a cura di Alessandro Brusa e Sonia Caporossi

[Esce oggi per Marco Saya Edizioni Distorsioni. Poesia italiana Queer dell’ultracontemporaneità, a cura di Alessandro Brusa e Sonia Caporossi. Proponiamo la postfazione di Franco Buffoni e una scelta di testi].

 

Postfazione di Franco Buffoni 

 

Negli anni della mia formazione, quelli come me, a destra venivano considerati degli sporcaccioni, al centro dei peccatori, a sinistra una degenerazione borghese. Non era così, naturalmente: la classe operaia, di quelli come me, ne contava tanti quanto le altre classi sociali, solo che stavano nel closet. Come diceva il mio amico Mario Mieli, chi frequentava i vespasiani si rendeva conto di quanti proletari arrapati si potessero incontrare.

La situazione, almeno nel mondo occidentale, cominciò lentamente a cambiare con gli anni settanta, in un crescendo culminato vent’anni più tardi (il 17 maggio 1990) nella dichiarazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che definì l’orientamento sessuale di quelli come me “una variante naturale dell’umana sessualità”. Dunque nessuna malattia e di conseguenza nessuna cura: e tanto meno, nessuna terapia riparativa. Non a caso ogni 17 maggio, nei paesi civili, si celebra la giornata mondiale contro l’omo-bi-trans-fobia.

 

E tredici poete e poeti nat* tra il 1970 e il 1996 sono qui oggi a testimoniare come il costume – anche letterario e artistico – si sia evoluto negli ultimi decenni, stabilizzando in una dimensione queer gli esiti di quella che ormai da anni vado definendo “una società post gay”. Cioè quella società in cui un* adolescente possa innamorarsi del compagno o della compagna di banco senza che nessuno si stupisca, perché la famiglia, la scuola, gli stessi compagni e compagne, sono pronti ad accogliere quella propensione, come pure il suo esatto contrario. Poesia queer, quindi – non gay, o peggio ancora omosessuale – quasi in un ideale ritorno a un passato classico.

 

Perché i Poetae Novi, detti anche cantores Euphorionis o neoterici, del I secolo a.C. a Roma, come Valerio Catone, Licinio Calvo, Furio Bibaculo, Elvio Cinna – e sopra a tutti Catullo – potevano permettersi di ardere d’amore per Clodia, alias Lesbia, ma anche per Giovenzio, come nel catulliano Carme 48, cantando entrambe le attrazioni con la stessa intensità e la medesima dignità letteraria. Poi, con l’irruzione di Saulo nelle lettere greche, la situazione cominciò a cambiare, fino a giungere all’editto di Costantino, e poi, con Giustiniano, all’inizio delle persecuzioni per i Giovenzio’s lovers, costretti a mimetizzare i loro amori sub specie di amicizia. L’ultimo a cantare tale specie di amori ormai proibiti – come ricorda anche Leopardi – fu Nonno di Panopoli: poi su quel tipo di legami per oltre un millennio calò ufficialmente il sipario. Tanto che i Poeti del Dolce Stil Novo di fine Duecento – Guinizelli, Cavalcanti, Cino da Pistoia, Dino Frescobaldi, Guittone d’Arezzo, e sopra a tutti Dante – pur non essendo le loro pulsioni e i loro desideri diversi da quelli dei Poetae Novi latini, non poterono che mostrarsi unidirezionali nella narrazione poetica dei loro amori. Avevano ben interiorizzato, nella civiltà culturale in cui si trovarono a vivere, la differenza tra amicizie amorose e passioni dicibili, e amicizie amorose e passioni indicibili.

 

Proseguendo con l’efferata sintesi, da novi a novo a neo, ricordo come – dopo le folgori rappresentate da Saba e Penna – fu con la Neo-Avanguardia che poeti e scrittori cominciarono a fuoruscire palesemente dagli esiti dell’irruzione di Saulo. Difatti insieme a Eco, Pagliarani, Sanguineti, annoveriamo Arbasino, che scrisse libri quali Anonimo lombardo e Piccole vacanze, reimmettendo in circolo ufficialmente la tematica dell’attrazione per i Giovenzi catulliani. Pur se ancora in una situazione elitaria.

Poi, col tempo, avremmo assistito alla ricaduta pop della fuoruscita dalla irruzione di Saulo. Anche solo vent’anni fa, infatti, a Sanremo Mahmood e Blanco non avrebbero potuto cantare insieme Brividi, o Achille Lauro performare Stripper da San Marino, o Nemo vincere l’Eurofestival.

 

Se con il termine queer si designano tutti gli stati del desiderio, dell’esistenza e della performatività di genere che oltrepassano la nostra capacità di dar loro un nome – come scrive Alessandro Brusa citando Judith Butler – i poeti e le poete queer qui antologizzati non solo dicono cose queer, ma le dicono in modo queer, come replica loro Sonia Caporossi.

Certamente questa non è un’antologia generazionale: poeti e poete che già conoscevo da anni, e che magari ho contributo a fare esordire, si affiancano ad altr* che ho imparato a conoscere su queste pagine, come è auspicabile che avvenga per ogni nuova antologia. Con una diversità di stili e di approcci, di poetiche: perché l’essere si dice in molti modi, come sosteneva già Aristotele.

Oggi, con il potere esecutivo italiano che cerca ignobilmente di soffocare un corso su “Teorie di genere e queer” impostato scientificamente da uno studioso rigoroso come Federico Zappino all’Università di Sassari; oggi, con il potere legislativo italiano ansioso di definirmi colpevole di reato universale se a Montreal decido di procreare, affermo con ancora maggiore convinzione la necessità che questa antologia circoli e si innervi nei percorsi formativi delle nuove generazioni.

 

 

Selezione di testi

 

 

Luca Baldoni

 

Violently happy

 

Una volta mi hai raccontato con gli occhi attenti che

nel tuo periodo di più sfrenato sballo psichedelico

ti ritrovasti al “Trade” nelle prime ore di una domenica

mattina col tuo gonnellino blu oltremare

e gli stivali alti di cui andavi tanto fiero

a ballare strafatto

tra uomini sudati

 

quando dal cerchio caldo

che ti si appressava addosso

venne avanti un ragazzo

che intercettò i lembi della stoffa

dopo averti leccato in uno sguardo

e t’infilò piano ma con decisione

la punta del medio dentro al culo;

allora – mi hai detto – ti schizzò dentro

un razzo, non ci furono veli

da strappare, la musica continuò

fuori inascoltata

e tu ruotavi disperso

intorno a un punto fermo.

 

 

*

Alessandro Brusa

 

Caffè s’impunta

   in su            per le narici

   mentre disteso e nudo

   appoggio il capo sulla maglia        che mi hai sollevato

   oltre la testa

   e che resta        così      attorno alle spalle

                                         dietro il collo

 

poi sottile sudore s’abbassa

dai capezzoli al ventre             e più giù

                           dove meno mi interessa

                                       essere uomo

 

*

 

Sonia Caporossi

 

Hermaphrodito

 

primo giorno della creazione

 

sto per nascere alla carne che mi informa e al sangue

che mi pigmenta le membra                       ancora diafane e slabbrate.

ricerco tra gli arcani          la forma nella materia,

                                             setacciando il fagotto del matto.

vi trovo oggetti esterni al mio corpo, appendici dolorose

               che preludono all’estroflessione,

come artigli urlanti           dai fori vivi              delle nocche.

il dolore sorge e si spande tra le molecole d’aria attraversando

le fibre sfilacciate della mia

                     sostanza in formazione.

questo parto sarà dolore per il feto più che per la madre.

se non raggiungo l’acme della follia                       impazzisco.

nello stadio in cui mi trovo,

il mio equilibrio termodinamico s si misura ancora in j/k.

entropia del corpo,            fuga di gas dell’anima.

                                                                                 chi sono io?

non so ancora dirmi, definirmi, contraddirmi; sono un enigma che pongo a me stessƏ.

                 la mia anima gioca a dixit, variante mysterium.

 

*

 

Giorgio Maria Cornelio

 

Sì, che si sappia:

non c’è creatura che

non sia un popolo.

Il dolore è collettivo.

Carichiamo in noi

ogni cosa estinta,

ogni debito,

ogni incandescenza

nel    limo opaco di

tutte  le vite negate.

 

*

 

Lella De Marchi

 

II.

 

perché si è soli dappertutto si è soli in mezzo

alla gente o chiusi e soli in una stanza. anche

in mezzo alla gente che più ci assomiglia

si è soli. inseguiti dal rischio di diventare

un clan, uno strano ghetto, una setta,

una debole razza destinata all’estinzione.

è la strana storia di una strana gente di una

solitudine differente, la casa di chi tenta

l’impresa di essere mentre si diventa.

 

*

 

Angelo Néstore

 

Porntube

 

“Il Branco”, “Branco”, “San Fermín” e “stupro” sono di tendenza nella versione spagnola di Porntube. (Público, 30 aprile 2018)

 

Un adolescente che apre Porntube in una finestra in

                                                                 incognito

non sta pensando alla morte,

preme insistentemente il mouse

per caricare il video e aspetta.

 

Apre le sue cosce immacolate,

si tocca con la mano sinistra.

Sullo schermo una donna geme in loop circondata da cinque

uomini,

 

tiene gli occhi chiusi,

ma il ragazzo non se ne accorge.

Con lui cresce il numero dei visitatori:

il bambino aggiunge un altro bambino,

a migliaia di bambini, la sua solitudine,

accetta i cookies con la fede cieca di chi accetta l’Eucaristia,

si sente parte di una comunità,

di un tutto, un unico occhio Polifemo,

un pugnale che penetra la stessa donna.

 

Il bambino che apre Porntube in una finestra in incognito

e che vede una donna circondata da cinque uomini,

e che non pensa alla morte,

e che non vede in quella scena una sepoltura,

un giorno mi venderà il pane,

mi chiederà i documenti,

mi porterà a casa con l’autobus,

firmerà condanne, schioccherà le dita,

vorrà sputarmi addosso quando mi sentirà parlare di me al

femminile,

mi guarderà sempre con quel pugnale brillante

nel codice binario dei suoi occhi.

 

*

 

Francesco Ottonello

 

Sogni da finire

 

Lascialo ai campi e ai sogni da finire,

non portarlo con te con la forza

di una parola che rapisce o innalza. Per farne cosa?

Un servo alla mensa dei padroni. Dovrà darlo via

dite voi, tutto il suo orgoglio. Non solo il corpo

cedere tutto sé stesso, fin dentro le midolla

svendere la sua isola per un fischio di treni.

Ecco che arriva camuffato con ali piumate

lo porta via in un binario verticale.

Vedo una macchia nel cielo. Sono solo e mi basta.

 

*

 

Sacha Piersanti

 

Il soldatino di piombo

 

Prima del cappio, del deserto,

ben prima del bacio e dei danari,

lo chiamò dall’alto d’altro tempo

un omino in piombo rosso,

gendarme immobile, ma zoppo,

che teneva lungo il fianco

un’asta nuova per lo storpio

che era: aveva bocca

e lingua acuminata

di ferro morbido e sottile.

Fu prima quel fucile,

quel rosso e quella smorfia

di corpo imprigionato

nel calco del dovere,

nella costrizione del non dire,

fu prima di tutto quel dolore

di solitudine, e l’odore

di piombo disumano

a spingere il bambino

a diffidare dell’immagine

svilita, congelata

del suo cristo in croce e vetro.

Prima venne il soldatino

a guidarlo nel profondo

della carne, all’origine,

quando al tocco ignaro

delle labbra sopra il piombo

già più caldo di saliva

sentì che il corpo è altro

dal corpo nello specchio

che il corpo è soprattutto

il corpo che c’è dentro.

 

*

 

Valentina Pinza

 

Cosa c’è stato di mio nel tuo corpo

cosa ci ho messo   non con le dita la lingua i giochi

i piedi la pelle che ricopre tutte le giunture indurite   gli spigoli

delle ossa le cartilagini

le mucose i peli le pieghe i fluidi

lo spessore che cambia da parte a parte   nei minuti

nelle ore   nelle fasce muscolari che si gonfiano e rilasciano

spingono lo spazio di una stanza di un letto

di ogni microrganismo entrato

che c’era prima di noi   che ha lasciato tracce

dopo l’ingestione   la digestione   l’espulsione

cosa è nato di mio.

 

*

 

June Scialpi

 

Scrittura esercizio da riporto. Da ritorno all’indietro. Esercizio di traslazione da un campo all’altro. Corpo riverso a terra, occhi chiusi, folla intorno. Visita nel museo dell’autocoscienza. «Oggi mi ha tirato su […] e parlare con te. Che disastro» ogni volta che ricorre nel mondo del testo. Disastro ogni volta che il testo fallisce, e si rompe. Il testo portato all’indietro, tornato dall’altrove. Uomini sul corpo riverso a terra, mani sul corpo riverso a terra, apparecchi sul corpo riverso a terra, occhi chiusi. Testo disteso. Scorrere la chat esercizio da riporto. Da ritorno all’indietro. Visita nel museo dell’autocoscienza. Tentativo fallito di ricorsività. Impossibilità di ristabilimento. Inefficacia del testo. Mondo che non combacia. Scosse sul corpo riverso a terra, grida sul corpo riverso a terra, spinte intorno al corpo riverso a terra, altre scosse, occhi aperti. Scrittura traslata dal campo di prima (disastro che occorre col fallimento) e riporta il testo all’indietro.

 

*

 

Marco Simonelli

 

La prima volta

saranno solo sillabe sul muro

vergate con lo spray

da mani strafottenti.

 

Ti guarderanno come una minaccia

sicure prima o poi di rincontrarti.

Tu volterai lo sguardo e imparerai

che le parole hanno vita propria.

 

Le rivedrai un giorno

schizzare dalla bocca di un compagno

sul campo di calcetto doposcuola.

Saranno trementina in pieno viso –

 

nonostante le tue vane proteste

ti rimarranno addosso come macchie

resistenti ai colpi di bruschino.

Ancora ti consideri un bambino.

 

Saranno le parole a ricercarti

le solite, affilate

taglienti nella loro noncuranza

svolazzeranno cupe dentro un bus

 

le sentirai per strada, al bar, a scuola

mentre fai la coda allo sportello.

Crescerai con la paura che

lo stiano dicendo proprio a te.

 

Non sono mai leggere le parole.

Hanno il peso di un corpo adolescente

che si lascia cadere dal balcone.

Finocchio. Frocio. Buco. Culattone.

 

*

 

Piero Toto

 

Incipit

 

sono un battito sconnesso

in spazi turbolenti

 

sinfonie a ritroso

concertate per vendetta

 

il piacere

nel terrore del piacere

 

il suono di una crepa tesa

diventata foglia

 

sono una maiuscola

labiale in crescendo

 

mentre il corpo sbanda

accecato dalla luce o percosso

 

un santuario

che vuol essere violato

 

*

 

Giovanna Cristina Vivinetto

 

Dentro ogni cosa cerchi l’aperto e l’estremo,
la parte insommergibile, la pietra ferma
nel fondale.

 

Dal centro di un tempo lontanissimo
ti sei sentita in difetto con la tua rabbia.
Eppure bastava fare qualche passo indietro,
spingere la schiena contro l’ultima barriera,
contro la sera – per vedere più nitidamente
il punto inevitabile dove ogni tormento svapora
e si confonde con il bordo più nero del mare.

 

Hai cercato per anni questa angolazione
e non ti sei accorta che era lì, conficcata
nel buio che hai attraversato per andartene.

 

Ora sai che non esistono luoghi
ma solo esitazioni dentro l’intollerabile
prospettiva di un’isola, tentativi che la mente
impone a se stessa per dire:
ti sei mossa da qui – ti sei mossa
ma non ti sei salvata.

 

1 thought on “Distorsioni. Poesia italiana Queer dell’ultracontemporaneità

  1. Ah, grazie, ben tre post di testi vivi in una settimana! La domanda che nasce spontanea (cit.) e farei a tutti quest* aut* e’: quando/come/perche’ scrivete i vostri testi? Se il massimo pensamento a tavolino e’ un testo diciamo di Frasca e il massimo insufflamento orfico e’ un testo diciamo di De Angelis, da dove vengono questi?

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