di Rebecca Ley

 

[E’ uscito da poco per Tlon Dolce il frutto, aspra la terra di Rebecca Ley, un romanzo pubblicato in Inghilterra nel 2018 e ambientato in un futuro devastato dalla crisi climatica e dal collasso sociale. Pubblichiamo il Prologo e un estratto della prima parte].

 

Prologo

 

Ieri ho trovato un limone. Era vecchio e raggrinzito, abbandonato nell’angolo di un armadietto della cucina al lavoro, ma aveva ancora un po’ di vita. Avrei voluto fartelo vedere, perfino adesso. Sono rimasta in cucina per i quindici minuti della mia pausa e ho aperto la buccia. L’ho stesa e srotolata, spremendo quel poco di polpa che c’era e strappandola via. Ho schiacciato la scorza, ne ho grattato l’interno bianco e l’ho annusato; sapeva di agrume andato a male. L’ho lavata e l’ho incisa con le unghie, cercando di capire – con l’olfatto, con la lingua – se l’aroma c’era ancora. L’ho sciacquata sotto il rubinetto e ho tenuto intatta la base, dove la buccia si unisce al picciolo (ti ricordi com’erano fatti?), e l’ho lasciata ad asciugare.

Ho preso ago e filo dalla mia postazione. Il filo era nero, ma andava bene lo stesso. Ho ricucito insieme tutta la buccia che avevo strappato, e il risultato era piuttosto bello; sembrava di nuovo un frutto intero. Ma poi Mathilde è entrata in cucina e si è messa a ridere. Era per nascondere lo shock di vedere un limone, si capiva.

 

«Arte contemporanea?», ha detto. Non pensavo fosse arte. Arte sarebbe stata l’espressione che avresti fatto tu, se avessi potuto vedere cosa ne avevo fatto. Quella sì che sarebbe stata arte: la tua faccia, se solo avessi potuto vederlo.

Nei giorni peggiori mi viene voglia di chiamarti. La nostra padrona di casa ha un telefono, se ci puoi credere. Sta acceso tutto il giorno, visto che i telefoni non consumano molta elettricità. Lo sapevi? A volte, durante le sere più silenziose, vado a casa sua. Le dico che vorrei fare una chiamata, ma poi sollevo solo il ricevitore e rimango in ascolto del segnale. Mi piace quel rumore metallico. Tengo la cornetta appiccicata all’orecchio e continuo a sentirlo anche dopo che l’ho rimessa giù. Mi immagino di fare il tuo numero. Sto cercando di dimenticare i numeri, uno a uno. Penso di averne dimenticati la metà, anche se non so quali di preciso.

 

A volte guardo tutta questa pioggia che cade e mi chiedo se anche a te capita ogni tanto di guardare la pioggia. Penso alla barriera del Tamigi e a tutte le piccole salite e discese di Londra, e mi sento lontanissima. Qua c’è pochissimo sole, quindi i pannelli solari sono praticamente inutili. Non come a Londra, dove qualcosa riuscivano ad alimentare.

Se il sole avesse qualche tipo di coscienza, vorrei chiedergli scusa. Se si ricorda la nascita della Terra, forse si ricorda anche la nascita dell’uomo e di tutto quello che è arrivato insieme a noi. Vorrei chiedere scusa per ciò che abbiamo fatto. O forse stiamo chiedendo scusa pagandone le conseguenze ora.

 

Penso agli inizi perché sono meglio del presente. Penso a tutti gli avocado che avevamo. Una marea. Il gelato alla vaniglia che ci mettevamo insieme; lo zucchero; il latte. Mia nonna che mescolava il composto e ce lo porgeva dentro ciotole di ceramica. Il modo in cui teneva in mano l’avocado e lo sbucciava, il modo in cui lo schiacciava nel frullatore mentre noi la guardavamo impazienti lì vicino. Sogno spesso Mama Boga e il suo cestino di avocado. Sogno il sole di Nairobi e il caldo secco e gentile. Mi immagino di prendere l’avocado dalle mani di Mama e tenerlo nelle mie. Una cosa che non potrei nemmeno sognare di toccare, adesso; quella pelle ruvida; il suo peso, nato dai campi come un piccolo seno dell’agricoltura, una divinità paffuta.

Che strane cose si finiscono per venerare, non immagineresti mai.

 

Parte 1

Mathilde
morbido

 

1

 

Dopo che arrivammo a Londra, sognai di nuovo mia madre. Mi apparve tutta intera, con i capelli scuri avvolti nei bigodini e la bocca stretta in un piccolo sorriso. Allungai la mano verso di lei, desiderosa di toccare la superficie liscia della sua pelle, le pieghe delle sue palpebre e il peso delle sue spalle. Poi, come accade a tutti i sognatori, fui invasa da poteri sovrannaturali e divenni lei. Aprii la bocca e ne uscì la sua voce, guardai in giù e vidi sulle mie mani le sue unghie, ovali perfetti. Mi voltai verso la finestra con le nostre vecchie persiane verdi che dava su rue des Rosiers e sapevo, come si sa in sogno, che ero lei.

Ero una giovane donna che guardava la nostra stradina acciottolata. Aprii la finestra spingendo forte le ante di legno, e sentii l’odore dei myrtilles che cuocevano dentro le crostate nel caffè giù di sotto.

 

Andai nella nostra piccola cucina, al settimo piano sopra la strada, a un passo dal soggiorno e a due dalla finestra, e misi il bollitore sul fornello. Strappai le foglie di menta con la destrezza che aveva lei. Presi dall’armadietto in alto due tazze blu dipinte a mano, con dei fiorellini gialli intorno al bordo.

Il bollitore iniziò a gorgogliare e guardai di nuovo le mie mani, le mani di mia madre, e con la stessa allarmante consapevolezza capii che ero invecchiata, e di molto. Le pieghe intorno alle nocche erano pronunciate e lungo le mie braccia c’erano macchie marroni. Mossi le mani su e giù, come un uccello, e sentii la pienezza delle mie braccia muoversi con me. Ero invecchiata, e avevo paura, e l’acqua nel bollitore non era ancora pronta. Mi pulii le mani con un canovaccio macchiato di impasto per le crêpe – anche se non vedevo crêpe da nessuna parte – e mi sedetti sul letto, che era apparso in soggiorno. Non appena mi sedetti, scoprii che non sarei riuscita a rialzarmi. Provai varie volte, disperatamente, ma riuscii solo a stancarmi sempre di più, finché non dovetti sdraiarmi a guardare il soffitto. C’erano crepe e macchie di muffa e ricordai che avevamo passato anni a dire che avremmo voluto ridipingerlo. Ero sdraiata sulla schiena e la finestra era ancora aperta, e la crostata era ancora in forno, e il bollitore era ancora sul fuoco, ma potevo solo restare a guardarlo, e percepire che tutto andava avanti senza di me.

 

In balìa di un’altra abilità tipica dei sognatori, mi librai in aria e uscii dalla finestra – non saprei dire se con il corpo o con la coscienza – e mi lasciai alle spalle la Parigi dei caffè del Marais e delle piccole théières. Nel mio volo vidi Parigi come sarebbe diventata più tardi, dopo la morte di mia madre e la nostra partenza.

Vidi la famiglia del presidente che si nascondeva nella soffitta dell’alimentari italiano su rue des Écouffes. Vidi i ribelli appostati a ogni angolo con le loro armi: quelle gigantesche macchine infernali simili a quelle che un tempo avevano i gendarmes. E poi, seguendo i capricci del mio sogno, planai sopra tutto il Paese, e vidi ciò che era rimasto della mia terra: bruciata e tropicale, arida e spaccata, malata. Non so se lì, nei panni di mia madre, fossi sorpresa o sconvolta. In quello stato sospeso e onnisciente, percepivo soltanto di essere ormai lontanissima da tutto quanto, e di voler soltanto tornare nella mia cucina, rimettere la pianta di menta sul davanzale, chiudere le imposte, e bere il tè.

 

Tutti, nella comunità di francesi a Londra, dicevano la stessa cosa; tutti sognavano le case che avevano un tempo. E ipotizzavano che questi sogni volessero esprimere un senso di colpa per essere riusciti a fuggire, mentre altri avevano fallito. Lo dico, ma non ne sono sicura. Dopo essermene andata con mia nonna, ci trasferimmo più lontano che potemmo dagli altri francesi. Cercai di dimenticare la mia lingua, e tutti i piccoli vezzi francesi. Ci volle molta pratica per abbandonarli.

Avrei dovuto cambiare il mio nome, ma non riuscii a sbarazzarmene. Perché nei miei sogni, nei panni di mia madre, sapevo che stavo cercando la me stessa bambina. Nei sogni, dicevo il mio nome, proprio come lo diceva lei una volta, e una cosa del genere non si può dimenticare. Anni dopo, Mathilde era ancora il mio nome, e da adulta sognavo ancora mia madre. Anni dopo, quando eravamo ormai arrivate a Londra e fuggite da Parigi.

Anni dopo che avevamo tagliato i ponti alle nostre spalle.

 

2

 

I rami degli alberi di Hampstead Heath erano pieni di vestiti stesi. Se penso a qualcosa, ora, è all’odore del sapone di Londra e al rumore del cotone frustato dal vento. Girovagavo spesso fino ai margini delle fattorie e guardavo dentro le finestre dei cottage che incontravo lì intorno. Quel giorno vidi un uomo addormentato contro un tronco, con un cappello ben calzato sulla fronte e una gamba allungata davanti a sé. Avrebbe dovuto sorvegliare le carote e le patate piantate dietro il suo cottage. Camminavo al di qua delle recinzioni e osservavo anche quelle. A volte la gente delle fattorie ti dava degli avanzi, se la guardavi in un certo modo. Se avevi un’aria affamata e intimorita, ma non troppo spaventata; civile, con i capelli in ordine ma lo sporco sotto le unghie e una macchia sul viso.

Erano loro ad avere il cibo, ed erano loro ad avere il potere.

Io lavoravo alla sartoria con mia nonna, un lavoro pulito, e faticoso sotto altri aspetti, quindi prima di andare ai cottage mi sporcavo le mani di fango e me le passavo tra i capelli, pettinandomeli con le dita.

 

Con le razioni ce la cavavamo abbastanza bene, un po’ come tutti, ma valeva la pena tentare di ottenere qualcosa in più. Era sempre meglio avere qualcosa da parte, in caso fosse arrivato l’ennesimo sciopero degli agricoltori. Era una giornata tranquilla, e la gente dei cottage non cercava distrazioni né richieste di carità; trascorreva tutto il giorno china a raccogliere cavoli. Eppure rimasi ferma a guardarle, le persone con le mani nella terra, che sembravano avere così tanta autorità. Hanno messo in ginocchio il Paese, diceva sempre Mrs P. Ma un’altra cosa che ci dicevano sempre era che l’agricoltura non esisteva lontano da Londra. C’era un motivo se nessuno se ne andava.

Passavo le ore a camminare sull’erba, un tempo brucata e ora recisa dall’uomo, e immaginavo le greggi di pecore che ci trotterellavano sopra, belando. Mia nonna diceva che non ci si poteva mai avvicinare abbastanza da toccarle, ma ci si poteva provare. Immaginai di spingere le dita dentro la lanugine morbida, di accarezzare le loro schiene solide e di vedere le loro teste girarsi incuriosite verso di me. Quando arrivai io le pecore erano sparite da tempo, ma i campi erano rimasti. Dopo la scuola, la maggior parte di noi andò a lavorare lì. Io fui risparmiata, mi disse mia nonna, perché sapevo cucire. Anche lei fu risparmiata, ma solo dopo aver compiuto la traversata fin qui, insieme alle ondate di lavoratori migranti reclutati dopo il blackout.

 

Mi avvicinai ai campi e immaginai di essere fra loro, con le mani annerite dalla terra e piegate dalla raccolta, mentre cercavo di infilarmi in tasca di nascosto un fungo in più, invece di essere punta da uno spillo e piegata da un ago.

Andai fino alla recinzione e misi le mani sulla rete. A volte mi guardavano come se stessi puntando le carote, come se stessi aspettando che non ci fosse più nessuno per scavalcare il muro della proprietà. Ma non avevo modo di dirgli che volevo solo trovarmi dove si trovavano le altre persone, sentirmi parte di qualcosa. Niente più di questo.

 

Avevo la libertà di andare dove volevo, il che significa che potevo camminare fino in cima a Parliament Hill e guardare da lì la città grigia, gli edifici più alti, che erano anche i più diroccati. Immaginavo di raggiungerli, sedermi in cima al Big Ben e ascoltare il suo rintocco forte e riecheggiante, un suono ormai perso. Ma se il Big Ben era soltanto il nome della campana, e non della torre, non ha più senso chiamarla così ora che ha smesso di suonare, o almeno credo.

Non valeva la pena restare lì a vagare così tanto da sola, magari finendo per avvicinarmi troppo a Kenwood House, occupata dagli abusivi. Camminai fino al lato ovest dell’Heath, oltrepassando le file precise dei campi seminati e attraversando il bosco per sbucare nel villaggio dall’altro lato. Scesi dalla collina fermandomi lungo la strada per vedere cosa c’era dai fruttivendoli. C’erano delle mele che si erano sfatte per il caldo, abbandonate a marcire nei loro cestini lungo la strada, nella speranza che qualcuno fosse così disperato da comprarle. Ma c’erano anche delle barbabietole; una di quelle cose di grande valore, che se piantate e curate per bene si potevano mangiare tutto l’anno. Si potevano anche conservare per un po’, nel caso ci fossero stati degli scioperi da superare. Diedi le mie tessere alla donna al bancone e strinsi al petto quei gioielli sporchi di terra, immaginando la dolcezza minerale e il succo rosa acceso che sarei rimasta a guardare dopo averle tagliate, china sul lavandino, consapevole che le punte delle mie dita sarebbero rimaste macchiate per ore. Mi sarei passata un dito sulle labbra, e mia nonna avrebbe riso di me.

 

Specchiandomi nella vetrina di una vecchia bottega mi pulii il viso, cercando di rendermi presentabile prima di tornare. A volte, quando tornavo dall’Heath con qualche verdura in più, fingevo che fossero un regalo di un fruttivendolo. Era una cosa che le faceva piacere.

Entrai e misi il sacchetto con le barbabietole da una parte. Mia nonna alzò le sopracciglia ma non disse niente, aveva la bocca piena di spilli. Tra le mani reggeva un lungo vestito con lo strascico (un pesce argento e blu, simile a niente che avessi mai toccato) e lei, seduta, cuciva ogni perlina lucida con cura meticolosa, una dopo l’altra. Mi fece un gesto per invitarmi a sedere accanto a lei e con un movimento preciso tirò il filo verso l’alto, tenendolo teso per mostrarmelo, per poi riscendere, infilarlo e tirarlo di nuovo. La osservai mentre cuciva l’utima paillette scintillante sulla gonna, abbastanza lunga per la più alta delle donne, finché ricadde, terminata, sul pavimento del laboratorio, ricordandomi un pesce che non avevo mai visto di un mare che non avevo mai visto. Quel vestito era stato tutta la sua vita per settimane, lo sapevo bene. Sapevo quanto era stato difficile per lei sacrificare le tessere che teneva da parte per acquistare la stoffa necessaria prima di farsi pagare dalla cliente. Ma questo tipo di commissioni erano cose rare e delicate, e si facevano ancora alla vecchia maniera: prima si faceva l’ordine e si provava l’abito, prima di fare domande, prima di scambiarsi il denaro. Le chiesi come faceva a essere sicura che la donna avrebbe pagato, e lei si indicò i capelli. «Odorava di lavanda», disse. «Non di fatica».

 

«E se poi non dovesse pagarti?», le chiesi, accennando al pezzo di carta con il nome e il numero di telefono della cliente, attaccato al collo del vestito con una spilla. Sollevò le spalle, costernata. «Be’, che ti devo dire», disse. «C’est la fin des haricots».

Ci ridemmo su, ma se la donna non si fosse presentata e non ci avesse pagato, come speravamo, sarebbe stata davvero la fine del mondo. La fine del nostro piccolo mondo.

Il biglietto sul vestito diceva “Gloria”, e mi feci rotolare quel nome sulla lingua mentre cercavo di immaginarmela. Feci scorrere una mano nel corpetto e toccai la fodera, lucidissima, tanto che i miei polpastrelli asciutti si impigliavano nella stoffa. Riuscivo a vederla, la Gloria dentro la mia testa, profumata di lavanda e di dolce, tutta guance rosse e capelli ondulati, che mi toccava una spalla e rideva con me.

 

Quando Gloria arrivò in bottega per ritirare il vestito, era ancora meglio di così. L’impressione che mi fece fu netta come un coltello nel burro. Restai in piedi dietro mia nonna, quasi non riuscivo a guardarla, alta e più bella di quanto avrei mai potuto immaginare, profumata di bergamotto. La immaginai davanti alle file dei suoi profumi, a scegliere ogni giorno la sua fragranza. Mi misi i capelli dietro le orecchie e mi guardai le scarpe, coi lacci che arrivavano a terra. Mi toccai di nuovo i capelli.

Mia nonna invece non era affatto intimorita, le allungò il vestito e prese i soldi senza alcun problema, senza nemmeno alzare gli occhi dal suo registro mentre la donna esclamò per il sopraffino lavoro svolto: «Non riesco a crederci, è magia. Che talento, Madame». Sollevò il vestito per le spalle, e la carta velina rosa cadde a terra. Avrei voluto raccoglierla e ripiegarla, conservarla per un altro ordine. Lei fece un passo avanti e la calpestò. «Oh, chissà com’era Parigi», disse.

 

Guardai mia nonna, spaventata, sorpresa che avesse detto a Gloria da dove venivamo.

«Prima, intendo», disse Gloria, giocherellando con l’orlo.

Mia nonna alzò le spalle. «Era meravigliosa, bien sûr», disse, mentendo.

Gloria annuì, accettando quella constatazione. Volevo aprire la bocca e indicare la città fuori e dire: quasi ogni giorno vado sulla collina e guardo gli edifici abbandonati che cadono a pezzi e mi immagino la mia Parigi così, ma so che è peggio. Cerco di visualizzarla, ma non ci riesco. Ma razionalmente so che dev’essere peggio di così, tutta arsa e crollata, senza nemmeno le finestre che abbiamo qui, senza nemmeno il vetro nelle finestre.

Avrei voluto chiederle se si fosse mai soffermata a pensare al vetro ancora intatto delle sue finestre. Invece dissi a bassa voce, sporgendomi verso di lei: «Sono sicura che sarai bellissima, con questo vestito».

Lei rise e ripiegò il vestito, poggiandolo sul bancone.

«E tu che tesoro che sei. Sono in debito con voi, dovete venire a questa piccola cena che sto organizzando. Come lo dite voi, soirée?» Ma lo disse come souris, che avrebbe potuto essere un topo o un sorriso, ma di certo non era una festa.

Mia nonna la assecondò. «Non frequento feste, temo.

Ma la mia Mathilde sarebbe felice di venire».

«Oh, che bello», disse Gloria, e mi guardò dalla testa ai piedi spalancando gli occhi brillanti, senza dubbio accorgendosi immediatamente del suo errore. Prese la penna di mia nonna dalla sua mano senza chiederle il permesso e scrisse il suo indirizzo.

 

Mi chiesi se avrei dovuto domandarle cosa dovevo indossare, o se avrei dovuto dirle che non potevo venire perché non avevo nulla di adatto. Ma un attimo dopo lei se n’era già andata, lasciandosi alle spalle la carta velina stracciata a terra.

Alla sua cena, Gloria mi presentò come la figlia francese della sarta. Non volli contraddirla: nonostante fosse mia nonna e non mia madre, è stata una madre per me; e nonostante io sia completamente inglese, ero stata – per un po’, almeno sulla carta – francese.

In quella gigantesca magione incantata all’angolo di Arkwright Road, con gli infissi neri, l’edera rampicante e il muretto di mattoni rossi, mi sedetti al tavolo della sala da pranzo, su cui era stata stesa una tovaglia orlata di un pizzo intricato. Studiavo le posate, osservavo i piatti bianchi, aspettavo con le mani posate in grembo. Parlai pochissimo, ma la cosa passò inosservata. Tutta la cura e l’attenzione con cui erano state disposte le stoviglie fu presto vanificata, mentre le persone intorno al tavolo giocherellavano coi rebbi delle loro forchette e facevano roteare i bicchieri sulla tovaglia, guardando le impronte che lasciavano sul lino, come increspature sulla superficie di uno stagno.

 

Fu la prima volta che assaggiai il pesce, quello vero, chiesi dove l’avessero pescato e loro risero di me. Mi aggrappai al mio tovagliolo di lino e ne accarezzai l’orlo. Premetti con le dita ciascun punto, e ne maneggiai il candore irrigidito dall’amido. Pensai, questa è una cosa che so fare. So come fare un orlo, so come si fa qualcosa, e forse loro non sanno come si fa. Pensai che aggrapparmi al tovagliolo mi avrebbe salvato da quella cena, mi avrebbe trasportato in un posto più sensato, un posto accogliente, domestico, oppure in un posto dove le persone potevano mangiare il pesce quando volevano.

Rimasi con lo sguardo basso per l’intera cena, ma proprio mentre afferravo il tovagliolo l’uomo accanto a me si voltò e mi disse: «Sono sicuro che i tuoi gusti siano molto più sofisticati. Il tonno in scatola non è di certo l’apice della raffinatezza».

Lo disse come se fosse una battuta condivisa tra noi due, e io fissai il mio piatto e mi chiesi se davvero stessimo mangiando tonno, o se si riferisse a qualcos’altro. Sorrisi e assentii, e la sua sicurezza mi diede una sensazione che non avevo mai provato prima, e che mi conquistò.

 

Quella sera, dopo aver assaggiato il pesce, sentii il tempo spalancarsi; un varco che non sapevo potesse esistere. Gloria si prese cura di me, mi tolse il piatto, a un certo punto mi scostò una ciocca di capelli dalla spalla. Ma nonostante tutte le sue attenzioni non sembrava minimamente consapevole di ciò che aveva fatto per me. Io non ero più io. Sentivo la necessità di raccontare la mia vita intera a quell’uomo, uno sconosciuto. Lui picchiettava piano le posate per dirmi quale forchetta prendere, e gesticolava di qua e di là, per dirmi dove stare e cosa fare.

E quando una donna, una sconosciuta allora, si sedette al pianoforte, avrei voluto piangere solo alla vista dei tasti bianchi e neri, e dei suoi piedi che si muovevano su pedali che non sapevo nemmeno ci fossero, sui pianoforti. Guardavo ammirata le lampade che sporgevano dalle pareti e mi chiedevo come facessero a rimanere accese per tutta la sera; eravamo invasi dal loro tremolio costante, che eliminava la necessità di candele di cera sul tavolo, perché avrebbero rovinato la tovaglia.

 

Lui rimase sempre accanto a me, per rassicurarmi. È per questo che poi, senza nessun motivo, gli dissi dei libri di cucina nella soffitta di mia madre. Li avevamo trovati mentre svuotavamo casa sua a Parigi per vendere le sue cose. La sua vita ridotta a due scatole. Le pagine erano rovinate e attaccate l’una all’altra, con macchie e schizzi che coprivano foto di cose che non avevo mai mangiato. Ma non gli dissi che, per rancore verso di lei, li avevo buttati via.

Prima che uscissi di casa, mia nonna mi aveva detto che Gloria era sposata con qualcuno di importante, un politico di cui avrei dovuto aver sentito il nome, ma che non conoscevo. La cosa mi preoccupò e, ingenua com’ero, passai la serata a guardarmi intorno, aspettandomi che da un momento all’altro arrivasse Mrs P in persona. Avevo paura di cosa avrebbero pensato di me, ormai oltre i vent’anni e senza figli – con la normativa sulla procreazione che in quel periodo era più severa che mai –, ma mi colpì quanto fosse adulta quella cena, nel tono e nella forma. Era diversa dalle feste a cui andavo coi miei amici, quelli che mi erano rimasti. Non me ne resi conto finché, a metà della cena, qualcuno tirò fuori una bottiglia di vino (il che significava non preoccuparsi della propria condizione) e nessuno sembrò esitare, e nemmeno stupirsi di vedere dell’alcol, nonostante non si trattasse nemmeno di un intruglio fatto in casa, ma di un vino con tanto di etichetta e tappo di sughero ancora intatto. Ovviamente non lo toccai, e sentii il viso avvampare quando me lo offrirono, come fosse un test. La risposta era ovvia. Ma la giovane donna al pianoforte aveva un bicchiere che le fu perfino riempito di nuovo, e non credevo potesse avere più di venticinque anni. Dopodiché conclusi che questo fosse ciò che la gente facoltosa faceva per distrarsi, e che i loro figli fossero tutti a casa, al sicuro. Ma nessuno accennò alla mia pancia piatta o al mio stato coniugale, e nessuno nominò nemmeno la normativa di Mrs P per tutta la sera, tranne un commento fugace che ne lodava il vigore. Io nascosi la mia ambivalenza riguardo Mrs P, e mentre lo facevo realizzai che la mia opinione sul nostro capo di Stato erano solo pregiudizi ereditati da mia nonna. Quando le persone parlavano del “pugno di ferro della Zia” e del modo in cui aveva risollevato il Paese dopo il blackout, pensai che forse, parlando con mia nonna, l’avevo criticata ingiustamente. Fecero perfino battute sullo slogan che l’aveva portata al potere, “l’Inghilterra ha fame”, tra un boccone enorme e l’altro. Qualcuno sollevò una forchettata unta e proclamò: «Se non ci fosse lei a mettere cibo nei nostri piatti, saremmo polvere, tutti quanti. Date retta alla Zia».

 

Parlarono anche di tutte le cose che avevano di fronte: dei bicchieri e da dove venivano, delle storie ponderate di ogni oggetto; le parti del continente dove erano stati; la sciarpa che avevano portato, anni prima, dalla Spagna; le posate, da Praga; e tutto senza alcun problema. Al punto che, col proseguire della serata, capii che non sarebbe poi importato così tanto se avessi bevuto il vino, forse non l’avrebbero nemmeno notato, né commentato. Di sicuro lui non l’avrebbe fatto, lui che gesticolava col bicchiere mentre mi spiegava il sapore del vino (come se il mio cortese rifiuto giustificasse una lezione su cosa mi stavo perdendo), descriveva la terra da cui venivano le uve – terra non inglese, presumibilmente – e mi mostrava adorante gli archetti del vino, facendo vorticare il liquido rosso e osservandolo ricadere giù lungo il vetro.

Gloria ogni tanto mi accarezzava i capelli e mi dava pacche sulla spalla, con quel suo modo di fare intimo. Ogni tanto esclamava: «La figlia della sarta, tutta per noi, stasera. Collezioniamo persone, qua».

 

Lui sorrise, accennando alla donna al pianoforte.

«Proprio vero», disse.

Ma Gloria accarezzava le braccia di tutti, o no? La guardavo, guardavo come trattava le persone. Ascoltavo le sue conversazioni e la vidi brindare con un’amica dai capelli lunghi, ondulati come quelli di Gloria.

Sembravano in confidenza, e Gloria le diede un buffetto sulla spalla, ridendo di cuore. «Wendy, che sgualdrina che sei», disse, con la bocca vicina all’orecchio dell’amica.

L’amica si stringeva le mani ai fianchi, nel tentativo

di domare la propria risata. «Smettila, Gloria».

Sorrisi con loro senza rendermene conto, e Gloria, qualche passo più in là, mi vide. Mi fece cenno di avvicinarmi e poi mi passò un braccio intorno alla vita con fare conviviale, indicando la sua amica. «Wendy Darling, lei è la figlia della sarta», disse, lisciandosi il vestito con ammirazione. «Mathilde, lei è Wendy Darling».

«Ti chiami davvero così?», chiesi, mentre lei mi allungava una mano e tratteneva una risata, occhieggiando Gloria.

«Seconda stella a destra!», rise Gloria.

Wendy Darling mi strinse la mano con forza.

«Gwendolyn», disse, e fece una faccia come per dire: è

terribile, lo so, è successo un po’ per caso.

 

Alla fine della serata lo stesso uomo mi mise una mano sul braccio e restai a guardare la mia pelle incavarsi sotto le sue dita e risollevarsi quando mi lasciò andare. Mi guardò confuso e mi misi a ridere, senza motivo. Risi perché sembrava un uomo dall’aria così severa, con quelle ciocche bianche tra i capelli neri. Risi perché era stranamente formale con me, in ogni suo gesto e parola. Risi per il modo in cui era rimasto in piedi ad ascoltare la donna al pianoforte, guardando me che guardavo i piedi di lei che si muovevano intorno ai pedali. Risi perché mi aveva toccato con urgenza, per poi fermarsi di colpo, come tornando in sé.

Rimase sulla soglia della grande casa di Gloria, all’angolo della strada. «Quella è la tua bici, Matilda?», mi chiese, e io annuii, sentendomi piacevolmente inclusa dall’anglicizzazione del mio nome, ma imbarazzata dalla mia bicicletta, dalla ruggine sul manubrio e sui cerchi, e, se fosse rimasto lì a guardarmi partire, dal suo cigolio. Giocherellò con i polsini della sua camicia, in piedi sull’uscio, e aprì la bocca per dire qualcosa. Fu interrotto dall’arrivo di Gloria, che apparve dietro di lui e si sporse dal suo fianco per parlarmi, con i capelli rossi perfettamente ondulati che gli cadevano sulla spalla, con intimità.

 

«Stai attenta a non rovinarti il vestito con quell’aggeggio», mi disse. «Tirati su la gonna. E occhio alle scarpe». Rise gettando la testa all’indietro, soddisfatta della propria battuta, e risi anche io, cercando di pensare a una risposta divertente. Ma sparì di colpo com’era apparsa, giù per il corridoio vuoto e tortuoso che portava alla sala da pranzo.

Mi voltai verso la bici senza dire nulla. Tenevo le braccia attaccate ai fianchi, avevo paura che il sudore potesse aver macchiato la stoffa azzurro pallido del mio vestito, che speravo più tardi di scucire e riportare in bottega. L’umidità notturna mi si attaccava alle gambe. Mi sembrava di annaspare. Misi la mia borsetta di stoffa nel cestino e tirai la bici verso di me. Scattava e cigolava, mentre la spostavo. Lui era ancora lì sul portone, con le mani sui polsini.

 

«Torna a casa in fretta, mi raccomando», disse. «A quest’ora c’è la ronda in giro».

Annuii, sorrisi.

«Ti vengo a trovare presto. Non stai lontano, vero, sempre a Hampstead?»

«Sì», dissi. «Giusto un po’ più a ovest».

Mi salutò, la mano ampia che svettava sopra di lui.

«George», disse. «Non dimenticarti. Mi chiamo George».

Portai la bici a mano giù per il vialetto, oltre il muro di pietra. La portai così per tutta Arkwright Road, giù  per la discesa che faceva sferragliare i pedali, e poi mi fermai, appoggiandola contro un muro. Era stato ricoperto di recente da manifesti con la faccia in bianco e nero di Mrs P. La guardai negli occhi, illuminati dalla luce delle candele dall’altra parte della strada. Date retta alla Zia, dicevano. Mi tirai su il vestito, come mi aveva detto Gloria, e pedalai nel buio fino a casa.

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