di Marilina Ciaco

 

[E’ uscito da poco per Biblion Dopo la poesia? Installazione e allegoria nelle scritture di ricerca del Duemila, di Marilina Ciaco. Proponiamo l’introduzione del libro].

  

 

Introduzione

La poésie ne s’impose plus, elle s’expose.

(26 marzo 1969, L’Éphémère n.14, 1970)

Paul Celan

Ogni qualvolta si intende intraprendere un progetto sulla poesia (ancor più se contemporanea), sia esso un saggio critico, o, come in questo caso, un libro nato a partire da una tesi di dottorato, è un curioso esercizio quello di abbracciare sin dai primi passi del proprio cammino la dichiarazione – provocatoria, ironica, antifrastica, ma non del tutto – di Marianne Moore: «I, too, dislike it». Un invito scanzonato, quello della poetessa, a mantenere un «perfect contempt» di fronte a quell’enigma vivente che è un testo di poesia, sia esso in prosa o in versi, e dunque a diffidare di quanto si sta leggendo, e, armati di sospetto, porsi alla giusta distanza dall’oggetto della nostra analisi. (Lungo la stessa strada battuta da Moore, non sarà forse superfluo ricordarlo, troviamo un libello di Ben Lerner, significativamente intitolato Odiare la poesia).[1]

 

Uno fra i più imponenti lavori teorici sulla poesia pubblicati nell’ultimo decennio, Theory of the Lyric di Jonathan Culler,[2] ci ricorda, sulla scorta di Die Logik der Dichtung di Käte Hamburger,[3] che il lyrical discourse si rivela, sin dai singoli enunciati che lo compongono, linguisticamente e formalmente altro rispetto alla fiction: la poesia avrebbe a che vedere, in altri termini, con il genere epidittico, argomentativo-dimostrativo, e sarebbe in grado di plasmare attorno a sé un’enclave pragmatico-comunicativa che è anche uno spazio rituale, dove risuonano detti memorabili, strutture formulari, modi gnomici del dire. Anche l’enunciato di Moore è, in fin dei conti, una sententia. D’altro canto, in questo primo (turbolento) quarto di secolo, sembra si stia assistendo a un recupero di forme condivise di ritualità che presagiscano la creazione di nuovi spazi e nuove pratiche collettive. Perché, allora, “sospettare della poesia”?

 

 Sul piano storico e mediale, che terremo sempre a mente durante questo percorso, ci troviamo, ancora, nel pieno del postmoderno, e sembra, peraltro, che il diffondersi delle logiche di creazione e fruizione dei contenuti tipiche dei media digitali abbia esacerbato, per più di un aspetto, l’ambiguità costitutiva di un tale sistema semiotico (cui corrisponde, seguendo Lotman, un certo modello culturale nonché di interpretazione della realtà).[4] La coesistenza sempre più capillare di democratizzazione – e quindi accessibilità dei mezzi e dello statuto di “autore”, secondo una logica di tipo bottom-up – e moltiplicazione confusiva dei prodotti culturali (con relativa abolizione delle gerarchie valoriali) si manifesta con particolare evidenza anche nel caso della poesia. Si tratta, a ben vedere, di un processo in atto almeno a partire dalla fine degli anni Settanta: basterebbe, in fondo, ricordare due date emblematiche come il ’78 e il ’79, relative rispettivamente alla pubblicazione di Poeti italiani del Novecento di Vincenzo Mengaldo, ultima grande antologia depositaria di una “tradizione del Novecento”, cui succederà, a distanza di solo un anno, un avvenimento di segno diametralmente opposto, il Festival di Castelporziano, celeberrimo per l’episodio del crollo del palcoscenico sotto il peso del «pubblico della poesia» che rivendica il proprio diritto alla parola.

 

Ebbene, in questi primi venticinque anni del Duemila i media digitali hanno condotto a un’evidente radicalizzazione dei fenomeni che nei decenni precedenti si affacciavano alla percezione tanto dei critici quanto degli autori-lettori. La poesia che ha attraversato il reticolo mediale, pur costituendo tuttora una “nicchia” del campo letterario, sembrerebbe aver assorbito le istanze di sovraesposizione e sovrapproduzione assecondate dagli algoritmi del web, laddove la parcellizzazione delle poetiche individuali e la polarizzazione reciproca delle posizioni in gioco convivono con l’apparente impossibilità di tracciare delle (seppur provvisorie) linee di tendenza, vale a dire di proporre dei tentativi di storicizzazione critica e di sistemazione teorica che possano, in certa misura, arginare l’entropia delle “voci” individuali. Eppure, “diffidare della poesia” significa anche, dal nostro punto di vista, diffidare delle troppo frettolose semplificazioni delle sue evoluzioni storico-materiali e fenomenologiche, semplificazioni che non considerano il situarsi dell’oggetto letterario in un doppio circuito dialogico. Da una parte, fra il testo che stiamo leggendo e una tradizione di forme che lo hanno preceduto, e alle quali, inevitabilmente, il testo presente allude; dall’altra, fra lo stesso testo e le istanze di relativa innovazione rispetto ai modelli del passato che questo veicola, e si tratterà, naturalmente, di sintomi del contesto storico-sociale e della mediasfera di cui la letteratura è emanazione. A un tale circuito intertestuale e contestuale se ne sovrappone, poi, un altro, ossia il cosiddetto “circolo ermeneutico”, che pone l’oggetto letterario all’interno di una catena semiotica, e dunque in un fascio di relazioni che coinvolgono, oltre al testo in sé, tanto il mittente-autore quanto il destinatario-lettore.

 

La tradizione ermeneutica e l’estetica della ricezione ci avvertono che è soltanto nel momento della lettura che prendono corpo le attualizzazioni delle possibilità semantiche di un testo; Iser, Jauss, Ricoeur erano ben consapevoli della centralità dell’atto di ricezione in quanto attivazione della «capacité originelle de repris»[5] di un testo, che si tratti di interpretazione o di una più radicale inter-azione fra testo e lettore.

 

Indagare il ruolo della lettura nell’interpretazione critica di una certa tipologia di poesia contemporanea è stato uno degli obiettivi principali che questo progetto di ricerca si è posto. Vi è infatti, di contro alla «sovraesposizione» mediatica tipica della società dello spettacolo di cui parlava Debord, una declinazione del termine «esposizione» forse più vicina a ciò che intendeva Paul Celan quando scriveva che, a partire da un certo momento della storia in poi, la poesia si espone. È possibile che Celan si riferisse al senso di precarietà storica e di sospensione del testo nel suo darsi al mondo e ai lettori, ma anche alla necessaria presa di coscienza, nei confronti del reale così come del linguaggio dentro il quale si scrive, di cui la poesia si fa testimonianza, al di là di qualsivoglia “contenutismo”.[6] L’apertura all’alterità, l’uscire fuori di sé (ex-ponere), non è di certo un processo immediato: comporta il rischio costante di “oscurità”, di interruzione, di cedimento della lingua, di balbettii e cortocircuiti del senso. La poesia che incontra un’altra forma artistica e mediale quale è l’installazione fa di questo mostrarsi, letteralmente, il proprio carattere peculiare. I soggetti di un tale movimento ostensivo sono i meccanismi di funzionamento della poesia stessa, le sue strutture linguistiche e formali, i relitti metrico-ritmici di cui si compone, i modelli mediali che ha assorbito e dai quali, all’inverso, si lascia continuamente attraversare e assediare. Una poesia che in seguito a una ibridazione intermediale tanto invasiva non sarà più (soltanto) poesia ma che, al tempo stesso, sembra conservare – e probabilmente rafforzare – diverse marche identificative del genere.

 

La poesia installativa del Duemila condivide in tutta evidenza più di qualche presupposto con la visual culture contemporanea di cui molto hanno scritto studiosi internazionali come W. J. T. Mitchell, Gottfried Boehm, Georges Didi-Huberman, o, in Italia, Michele Cometa, Andrea Pinotti e Antonio Somaini. E tuttavia, se numerosi sono gli studi sull’iconotesto narrativo e sulle forme dell’ekphrasis, meno sappiamo sulle possibili torsioni semantiche e formali che l’incontro con la forma-installazione, in quanto categoria interpretativa nonché vero e proprio «regime scopico», per dirla con Christian Metz e Martin Jay,[7] può incorporare all’interno del discorso poetico.

 

La categoria di installazione, stando all’interpretazione storico-politica di Boris Groys, rimanda di per sé a un atto di appropriazione simbolica dello spazio espositivo compiuto dall’artista.[8] Quest’ultimo colloca all’interno di un tale dispositivo estetico una pluralità di oggetti, spesso eterogenei sul piano mediale, che acquistano un senso nella relazione che intercorre internamente fra essi, ma anche fra la totalità degli oggetti e lo spettatore invitato ad agire nello spazio, a esperirne la radicale «materialità». L’installazione si configurerebbe pertanto come il «medium materiale» per eccellenza. Claire Bishop in Installation Art evidenzia a sua volta il passaggio da una fruizione tradizionale a una partecipazione attiva veicolato dalla forma-installazione, ma spostando l’attenzione sulla sua ambivalenza costitutiva: se da una parte l’installazione pone al centro il fruitore e le sue risposte allo spazio “meditativo” nel quale si trova immerso, dall’altra, evidenziando una moltiplicazione potenzialmente illimitata degli sguardi e delle prospettive, l’installazione sembrerebbe promuovere un’idea di «soggettività decentrata», intrinsecamente plurale e relazionale.[9] Il concetto di installazione divulgato dalla critica d’arte contemporanea si avvicinerebbe in tal senso ad alcuni orientamenti filosofici particolarmente attivi negli ultimi due decenni come l’actor-network theory di Bruno Latour, l’estetica relazionale di Nicolas Bourriaud, o ancora ad alcune correnti dell’Object-Oriented Ontology.

 

Non stupisce, a questo punto, che un’idea di poesia installativa nasca, in prima istanza, da una scelta piuttosto radicale di decentramento del soggetto lirico – fino, idealmente, alla sua “scomparsa” – perseguita da alcuni autori ascrivibili nell’alveo della «poesia di ricerca», alternativamente definita «scrittura/e di ricerca», mettendo in luce in quest’ultima occorrenza l’intento concomitante di superare le distinzioni categoriali nette fra poesia e prosa, così come fra poesia e altre forme artistiche. In un intervento del 2006 archiviato nello spazio online GAMMM, che era stato fondato in quello stesso anno, Marco Giovenale e Gherardo Bortolotti parlano di «installazione» in opposizione alla «performance» – replicando in una certa misura la sopra citata dicotomia fra esposizione (del linguaggio, del testo, dell’operazione letteraria) e sovraesposizione (di un sé ipertrofico, di un’istanza autoriale demiurgica che assumerebbe il pieno controllo del “palcoscenico” e delle sue estroflessioni mediali). Secondo la dichiarazione di poetica dei due autori

 

[…] l’installazione è quell’oggetto che può darsi (ed emettere senso) indifferentemente dalla presenza del suo ideatore. Cioè il testo viene “progettato per” e “collocato in” uno spazio segnato dall’assenza di una motivazione umana, per così dire. […] L’installazione è quel loop oggettuale che può meccanicamente darsi e girare ed esistere anche durante periodi virtualmente infiniti di assenza di sguardi. […] Al pubblico dell’installazione viene richiesta una fruizione, un’esperienza (distaccata, come lettura/esplorazione della sua articolazione; o partecipe – ma nei termini decisi da chi esperisce, non da chi si esprime). […][10]

 

Possiamo dedurre sin da queste poche righe una volontà di scorporare il testo dal suo autore empirico (e dall’individualità biografica a questi connessa) al fine di re-incorporarlo in un «loop oggettuale» che vedrebbe sancita una definitiva reificazione del linguaggio e dei significati verbali, dissolti nel moto perpetuo dei significanti grafici e fonici. Se la semantica si fa sempre più labile, prossima alla neutralizzazione, «opaca» – un aggettivo che incontreremo spesso –, di contro i rapporti «orizzontali», sintagmatici della lingua assumeranno un rilievo sempre maggiore: la lettura “lineare” del testo cede il passo all’organizzarsi del linguaggio poetico in catene metariflessive.

 

È quanto accade in Prosa in prosa, antologia-manifesto del 2009 che convoglierà al suo interno, oltre a una selezione di testi dei già citati Giovenale e Bortolotti, anche i lavori di Andrea Inglese, Alessandro Broggi, Michele Zaffarano e Andrea Raos. Paolo Giovannetti, prefatore dell’antologia, parlerà nel saggio introduttivo di «installazioni prosastiche nella poesia» e di un paradossale, ipnotico «ritmo associativo» (ne faceva cenno Northrop Frye) che contraddistinguerebbe una certa tipologia di poesia in prosa, mentre Antonio Loreto, autore delle note di lettura, porrà in evidenza le relazioni che questi testi intrattengono con le arti figurative, con il cinema, con i media digitali. Il titolo è un calco diretto dal francese prose en prose, una modalità di «fuoriuscita» transgenerica della poesia teorizzata a partire dagli anni Novanta da Jean-Marie Gleize, cui si devono altre importanti formulazioni teorico-operative (alla prima correlate) come post-poésie e littéralité. I testi antologizzati in Prosa in prosa tendono quindi, da una parte, ad abolire la separazione di genere fra “prosa” e “poesia”, e dall’altra a proporre una declinazione italiana di alcuni princìpi formali e di poetica di ascendenza francese. Una seconda linea di ascendenza, questa volta anglofona e prevalentemente statunitense, riguarderà invece l’utilizzo di una serie di procedure estetiche «non creative» la cui diffusione è stata favorita in misura determinante dall’iperspazio virtuale del web. Pratiche come la new sentence di Ron Silliman, il googlism di K. Silem Mohammad, la conceptual writing di Kenneth Goldsmith prevedono tutte una ricodifica delle logiche di significazione del testo, che spesso si compone di prelievi linguistici preesistenti, decontestualizzati e rimontati (le pratiche concettuali devono non poco, in effetti, al ready-made duchampiano, nonché a una certa estetica lo-fi connessa a un utilizzo ideologicamente ri-orientato dei processi di creazione dei contenuti del web).

 

La direzione intrapresa dagli autori che gravitano attorno a GAMMM e a Prosa in prosa – e che oggi possiamo leggere grazie a progetti editoriali virtuosi come Benway Series, la collana Chap Book, IkonaLìber, eccetera – non costituisce, tuttavia, l’unica modalità possibile per intendere la poesia installativa. Sin dagli albori del nuovo millennio l’onda lunga del postmoderno ha indotto numerosi autori e autrici a una drastica riformulazione della soggettività lirica e dell’elemento materico-corporeo della poesia, tanto in termini epistemologici quanto sul piano formale, così come a una ridefinizione dell’organizzazione semantica della testualità poetica, che manifesta in diversi casi una crescente “indecidibilità” referenziale. A parlarne sono, fra gli altri, Paolo Zublena e Giancarlo Alfano nei due saggi introduttivi all’antologia Nuovi poeti italiani, pubblicata nel 2005, anno che si rivelerà straordinariamente fertile in termini di pubblicazioni antologiche: fra queste, l’impresa collegiale di Parola plurale (a cura degli stessi Alfano e Zublena, insieme ad Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli), e Dopo la lirica di Enrico Testa, due lavori assai significativi per l’intento di storicizzazione critica che li ha animati. (Ciò valga a dimostrazione del fatto che sia ancora possibile ricostruire delle tendenze e tracciare delle ipotetiche direzioni anche a fronte della moltiplicazione rizomatica di voci e testi degli ultimi decenni.)

 

Alcuni autori porranno in primo piano la componente rituale della poesia-installazione, il suo configurarsi come spazio testuale e percettivo nel quale la lingua (ed eventualmente l’immagine) produce senso nel cristallizzarsi mutilato, intermittente della parola, in bilico fra emersione sulla pagina e inabissamento annunciato. In discussione è, ancora, la trasparenza del linguaggio, l’illusione di pienezza del senso, ma il piglio ironico e dissacratorio di Prosa in prosa è sostituito, soprattutto in casi come le collane «ex[t]ratione» e «Croma K» dell’editore Oèdipus, in una tragica interrogazione della relazione tra mondo e linguaggio. Nell’uno e nell’altro caso – ma le possibili declinazioni della poesia-installazione saranno, a ben vedere, varie e numerose –, cruciale sarà la postura “militante” assunta dagli autori e dai critici, un atteggiamento che condurrà alla proliferazione di progetti collettivi di vario tipo, dalla fondazione di case editrici all’organizzazione di mostre e happening.

 

Ricordiamo, ad esempio, la rassegna Ex.it nelle sue due edizioni del 2013 e del 2014, un incontro polifonico svoltosi, in entrambi i casi, nell’arco di tre giornate e che ha visto la partecipazione di numerosi scrittori di ricerca italiani e internazionali, insieme a critici letterari, studiosi, nonché «esponenti di differenti aree di pensiero e pratiche estetiche» in dialogo tra loro.[11] L’edizione del 2013 si è svolta presso la Biblioteca Comunale di Albinea (Reggio Emilia), a cura di Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano, e con la partecipazione di: Pietro D’Agostino, Elisa Davoglio, Daniele Bellomi, Alessandro Broggi, Mariangela Guatteri, Andrea Inglese, Riccardo Cavallo, Manuel Micaletto, Florinda Fusco, Giulio Marzaioli, Fiammetta Cirilli, Bob Perelman, Roberto Cavallera, Nathalie Quintane, Alessandro De Francesco, Miron Tee, Charles Bernstein, Michele Zaffarano, Marco Giovenale, Andrea Raos, Luigi Severi, Jean-Marie Gleize, Gherardo Bortolotti, Rosa Menkman, Rachel Blau DuPlessis, Éric Suchère, Fabio Teti, Simona Menicocci, Jennifer Scappettone, Rosaire Appel, Marco Ariano. L’edizione del 2014, tenutasi sempre ad Albinea tra la Sala Civica e la Biblioteca Comunale, si è articolata in quattro sezioni: Critica fuori contesto (a cura di Antonio Loreto e Massimiliano Manganelli), Suoni e letture dal Fondo (a cura di Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli, Simona Menicocci), Arte come scrittura (a cura di Mariangela Guatteri e Giulio Marzaioli), Video fuori contesto (a cura di Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Simona Menicocci). Si è tenuto traccia degli incontri di Albinea attraverso la realizzazione di due volumi, Ex.it – materiali fuori contesto. Albinea 2013 ed Ex.it – materiali fuori contesto. Albinea 2014, entrambi convogliati nel «Fondo Ex.it – Scritture di ricerca», situato presso la stessa Biblioteca Comunale. Se il primo tomo contiene esclusivamente i materiali artistici presentati durante la prima edizione, nel secondo appare più evidente sia la vocazione intermediale e transdisciplinare dell’incontro, sia l’operazione di elaborazione collettiva di una «teoria della poesia di ricerca»: quest’ultima si nutrirà di un dialogo costante fra, da una parte, gli autori con le proprie dichiarazioni di poetica e, dall’altra, l’interpretazione dei critici che hanno colto le potenzialità espressive insite in tali scritture.

 

Per esigenze di sintesi, in questo libro non è stato possibile, purtroppo, dare conto della fitta e policentrica rete di persone, scritture e pratiche che hanno animato negli ultimi vent’anni lo spazio costitutivamente ibrido della poesia di ricerca. Lungi dal voler esaurire in un unico volume la complessità rizomatica dell’argomento, mi permetto di gettare sin d’ora un ponte verso ulteriori studi, presenti e futuri, che potranno forse, seppure in minima parte, colmare le numerose lacune e le inevitabili esclusioni che questo lavoro ha comportato.[12]

 

L’intento di chi scrive è quello di provare a fornire alcune possibili direzioni di indagine desunte da uno studio pluriennale il cui oggetto principale è stato la poesia installativa italiana del Duemila. Ebbene, nell’intraprendere il mio lavoro di ricerca, le questioni che mi si sono poste di fronte sono state essenzialmente di due tipi. Le prime, di ordine storico-critico, investono il problema della tradizione di una poesia installativa, ammesso che ve ne sia una; mi è parso pertanto lecito domandarmi in che modo il fenomeno della poesia-installazione si inserisse nel più ampio quadro dei rapporti fra poesia contemporanea e pratiche visuali, considerando un arco diacronico che si estende dai primi anni del Novecento (con Apollinaire e il precedente di Mallarmé) ai giorni nostri. Spesso, ma non sempre, la volontà di innescare cortocircuiti ibridanti fra parola e immagine, in particolare attraverso le prove di poesia visiva e concreta, ha coinciso con una tendenza “avanguardistica” in senso ampio, com’è avvenuto sia per le avanguardie storiche che per le seconde avanguardie, alle quali sarà dedicata una trattazione più specifica. Gli anni Sessanta in Italia, un periodo di profonde mutazioni socioeconomiche e antropologiche, hanno visto infatti la nascita delle due “neoavanguardie”, il Gruppo 63 e il Gruppo 70, senza dimenticare il proliferare lungo tutta la penisola di movimenti di poeti e artisti, formatisi il più delle volte attorno a riviste indipendenti. Ci si è chiesti, dunque, se abbia ancora senso parlare di una «tradizione dell’avanguardia» legata alle sperimentazioni intermediali verbo-visive, e ci si è chiesti nondimeno in quali modi un’ipotetica eredità formale degli anni Sessanta-Settanta si sia intersecata con l’odierna contaminazione transnazionale (sincronica, «orizzontale») delle pratiche e delle poetiche, dando origine a soluzioni formali inedite. Di tali questioni saranno qui presentati soltanto alcuni cenni, con il proposito di dedicare uno studio critico di futura pubblicazione all’evoluzione diacronica dei rapporti fra poesia e pratiche visuali, con un focus sul periodo 1960-2000 e sulla fenomenologia estetica delle diverse tipologie di ibridazione verbo-visuale (paradigma figurativo, oggettuale, installativo).

 

Il secondo ordine di questioni sarà invece di carattere teorico e interpretativo, riguardando in modo più diretto la natura fortemente ibrida, instabile, sfuggente alle categorizzazioni consuete, dell’oggetto della nostra ricerca. Se infatti, per diversi aspetti, la poesia installativa resta pur sempre una tipologia (seppure piuttosto eccentrica) di poesia contemporanea, d’altro canto questa presenterà una quantità non irrilevante di anomalie testuali che renderebbero problematica la scelta di limitarsi alla sola analisi linguistico-stilistica. L’analisi empirica condotta sui campioni testuali, a partire proprio dai testi annoverati in Prosa in prosa, ha di fatto dimostrato l’insufficienza delle considerazioni di carattere linguistico e stilistico ai fini di un’ermeneutica esaustiva delle opere di poesia installativa. Di fronte a un tale inaggirabile vicolo cieco dell’interpretazione, la nostra scelta è stata quella di mettere in atto una integrazione metodologica che potesse rendere conto non soltanto degli elementi più propriamente “poetici” dei testi presi in esame, ma anche di quelle proprietà che esulano il dominio della verbalità stricto sensu e della semantica enunciativa per sconfinare in territori che pertengono alla pragmatica della comunicazione, alla visualità e alla sonorità, in particolare nelle loro implicazioni percettive e cognitive. A tenere insieme un’ampia mole di segni intermediali e di stimoli sinestetici è infatti l’atto di lettura in quanto esperienza estetica “totale” e stratificata a un tempo, laddove la componente immersiva dell’aisthesis convive con la distanza critica di colui che si interroga sul proprio “attraversamento” dell’opera. La scelta di Prosa in prosa come studio di caso deriva dalla proverbiale difficoltà – se non addirittura oscurità – di un’antologia ritenuta altamente, sebbene non totalmente, rappresentativa delle direzioni della sperimentazione (post-)poetica attive in questi anni. Non si intende con ciò esaurire l’ampia varietà delle scritture contemporanee che si potrebbero definire, con un certo margine di approssimazione, post-liriche: si è scelto di analizzare una serie di campioni testuali, a loro volta scaturiti dalla precedente campionatura che sta a monte dell’operazione antologica, che sono confluiti in un libro spesso citato come bersaglio polemico nei dibattiti letterari dentro e fuori la rete, più raramente osservato da vicino. Prosa in prosa come metonimia di una costellazione di testi dai contorni tuttora assai sfrangiati, o come sintomo più evidente di una più diffusa tendenza prosastica, installativa e allegorica della poesia di oggi.

 

Nel tentativo, dunque, di adeguare i nostri strumenti interpretativi alle specificità dell’oggetto da indagare, si è scelto di integrare la prassi storico-critica con l’adozione di un paradigma transdisciplinare. Oltre all’apporto, fondamentale, dei sopra citati studi di estetica della ricezione, abbiamo adoperato alcune formulazioni critiche mutuate dai visual studies e, non da ultimo, alcuni assunti teorico-operativi derivanti dall’applicazione delle scienze cognitive agli studi letterari. Si farà riferimento a una branca della teoria della letteratura, sviluppatasi soprattutto in area francese, che riconosce alla psicologia cognitiva e alle neuroscienze il merito di consentire, in una certa misura, la “verifica sul campo” delle tesi post-strutturaliste sull’estetica e sulla poetica. Studiosi come Jean-Marie Schaeffer e Yves Citton[13] accolgono nei propri scritti teorici gli apporti dei cognitive studies a partire da una concezione inclusiva dell’estetica, vale a dire interpretando l’estetica non soltanto come filosofia dell’arte ma, in un più vasto senso fenomenologico, come filosofia della percezione umana. Ci sembra in questo senso opportuno specificare che tali strumenti (estetici, artistico-visuali, cognitivi) saranno applicati sullo sfondo di una più ampia cornice teorica di tipo storico-materialistico, ossia fermo restando il principio benjaminiano – imprescindibile per l’odierna teoria dei media – che vede una interdipendenza fra il contesto storico, sociale e politico e il medium dell’espressione artistica.

 

Dagli studi che qui si vanno presentando è emersa la persistenza di una forma tipicamente “modernista”, quella dell’allegoria, la quale, adattandosi a un contesto intermediale e alle modalità di strutturazione del senso veicolate dalla mediasfera contemporanea, assume nella poesia-installazione una particolare connotazione metacognitiva. Si trasforma, cioè, in una figura (o in una funzione interpretativa) intermediale volta a tradurre il movimento riflessivo del lettore sul proprio atto di lettura di una poesia. La poesia installativa, demandando al lettore un intervento diretto all’interno del testo affinché possa implementarlo con i propri personali significati, sembrerebbe insomma implicare un coinvolgimento massivo dei processi dell’attenzione, invitando a una vera e propria “meditazione attiva” su quanto si sta leggendo, guardando e ascoltando. Si alluderebbe in tal modo a un processo di formalizzazione che pure racchiude in sé un grado elevato di «informalità», secondo un’emblematica compresenza di materializzazione (del senso nelle strutture poetiche) e virtualizzazione (della pluralità delle letture possibili). Un’operazione senz’altro concettuale, quella della poesia-installazione, ma che prevede nel contempo un’inedita centralità del «corpo» del linguaggio, del suo essere medium visivo e sonoro prima che astratta referenza semantica.

 

Passando ora brevemente in rassegna la suddivisione dei capitoli di questo libro, il primo capitolo sarà finalizzato a un inquadramento transnazionale delle scritture installative del Duemila e approfondirà con notazioni storico-critiche ed esempi testuali le due linee di ascendenza della poesia di ricerca, francese e statunitense. Il secondo capitolo si concentra sull’analisi empirica, prevalentemente linguistica e stilistica, di alcuni campioni testuali selezionati come studi di caso, includendo un tentativo di (provvisoria) mappatura della poesia installativa italiana.

 

Il terzo e ultimo capitolo sarà dedicato alla proposta teorica che si intende presentare a conclusione della nostra ricerca, elaborata sulla base degli studi discussi nei capitoli precedenti e applicando l’integrazione metodologica sopra menzionata. Procedendo con tutte le necessarie cautele, si proverà a illustrare tale proposta analizzando le diverse fasi del suo svolgimento, per via, in un certo senso, induttiva: da un’analisi semantica, linguistica e stilistica dei testi (svolta nel terzo capitolo) si passerà ad alcune considerazioni sulla pragmatica della testualità poetica e su un tipo di enunciazione «relazionale»; si indagherà poi la funzione dei significanti grafici e fonici in poesia e la declinazione di tali fenomeni di senso all’interno della poesia installativa; si considererà, infine, l’atto di lettura in quanto esperienza estetica intermediale e interattiva, evidenziandone le principali implicazioni sul piano percettivo, cognitivo e mediale. L’allegoria metacognitiva, tappa finale del nostro percorso, lungi dal voler esaurire la complessità dei fenomeni testuali che si sono qui indagati, sarà da intendersi piuttosto, a sua volta, come un invito alla lettura e come una proposta interpretativa tra le tante possibilità attualizzabili, quasi per un (rovesciato) rispecchiamento con l’oggetto su cui vorrebbe far luce. Come avviene per tutte le allegorie, del resto, e come insegna Franco Fortini, l’auspicio è che il suo costituirsi come «forma» intersoggettiva, animata da tensioni interne per un inestinto movimento dialettico, possa rimandare a quella «tendenziale formalizzazione della realtà umana nella storia»,[14] condensando nel fatto letterario l’esperienza di ciascuno e la vita di tutti.

 

Note

 

 

[1] Ben Lerner, The Hatred of Poetry, 2016, trad. it. di M. Testa, Odiare la poesia, Palermo, Sellerio, 2017.

[2] Jonathan Culler, Theory of the Lyric, Harvard, Harvard University Press, 2015.

[3] Käte Hamburger, Die Logik der Dichtung, 1968, trad. eng. The Logic of Literature, Minneapolis, Indiana University Press, 1993. Trad. it. a cura di E. Caramelli, La logica della letteratura, Bologna, Pendragon, 2015.

[4] J. M. Lotman, B.A. Uspenskij, Tipologia della cultura (1975), Milano, Bompiani, 1987.

[5] Paul Ricoeur, Du texte à l’action. Essais d’herméneutique, vol. II, Paris, Seuil, 1986, p. 142-176. Cfr. Wolfgang Iser, L’atto della lettura. Una teoria della risposta estetica, Bologna, Il Mulino, 1987; Hans Robert Jauss, Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria, vol. I, Bologna, Il Mulino, 1987.

[6] Si vedano in proposito le intense riflessioni di Philippe Lacoue-Labarthe in La poésie comme expérience, Paris, Christian Bourgeois, 1986.

[7] Per regime scopico, una nozione cardine dei visual studies, si intende la relazione fra le tre componenti fondamentali dell’esperienza visiva, vale a dire le immagini, gli sguardi e i dispositivi che veicolano la visione. (Cfr. Christian Metz, Le signifiant imaginaire, in «Communications», 23 (1975); Id., Cinema e psicanalisi. Il significante immaginario, Venezia, Marsilio, 1980; Martin Jay, Downcast Eyes. The Denigration of Vision in Twentieth-Century French Thought, Berkeley, University of California Press, 1993).

[8] Cfr. Boris Groys, Politics of installation, «E-flux», issue 2, 2009; Id., In the flow, Milano, Postmedia Books, 2018.

[9] Claire Bishop, Installation Art, London, Tate Publishing, 2005.

[10] Marco Giovenale, Gherardo Bortolotti, Tre paragrafi, «GAMMM» 16 luglio 2006, <https://gammm.org/2006/07/16/tre-paragrafi-gbortolotti-mgiovenale/>.

[11] Ex.it. Materiali fuori contesto. Albinea 2014, a cura di Mariangela Guatteri e Michele Zaffarano, Colorno, Tielleci, 2016.

[12] Mi permetto di rimandare ad alcuni miei saggi apparsi negli ultimi anni in rivista o in volume, tra cui: Marilina Ciaco, Iconismo e visualità̀ nella poesia contemporanea: fra «arte totale» delle avanguardie e pratiche installative dell’era digitale, «Rossocorpolingua» anno II, 1 (2019); Poesia contemporanea e cultura visuale. Pratiche visuali, sguardo e dispositivi nella poesia italiana recente, «LEA – Lingue e Letterature d’Oriente e d’Occidente», 8 (2019); Lo schermo e la casa. Sulla visualità straniata delle scritture di ricerca contemporanee, in Pixel. Letteratura e nuove forme dell’audiovisivo, a cura di Beniamino Della Gala e Lavinia Torti, Modena, Mucchi Editore, collana «Lettere persiane», 2021; Scritture installative in Italia fra oggettualità e New Materialism, in Italian Studies Across Disciplines. Interdisciplinarity, New Approaches, and Future Directions, a cura di Marco Ceravolo e Anna Finozzi, Roma, Aracne, 2022; Post-poetiche del Duemila: installazioni, dispositivi e allegoria metacognitiva in alcune scritture recenti, «Configurazioni», 1 (2023); Tra segno e schermo. Due casi “liminari” di antologie del Duemila, Atti del Seminario di Poesia Contemporanea – Seconda edizione, «Configurazioni» 2 (2023); Verso un “grado zero” dell’immagine? De-figurazione e ri-figurazione in alcune scritture contemporanee, «Quaderni del PENS» 6: L’esercizio dello sguardo (2023); Anti-narrazioni del Duemila. Su alcuni usi del fototesto nella “prosa in prosa” (e non solo), ne Le forme del reale, a cura di Dalila Colucci e Leonarda Trapassi, Firenze, Franco Cesati, 2024.

[13] Cfr. Jean-Marie Schaeffer, L’expérience esthétique, Paris, Gallimard, 2015; Yves Citton, Pour une écologie de l’attention, Paris, Seuil, 2014.

[14] Franco Fortini, Mandato degli scrittori e fine dell’antifascismo, in Saggi ed epigrammi, a cura di Luca Lenzini, Milano, Mondadori, 2003, pp. 130-186.

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