di Rossella Tamponi Maiore

 

[E’ uscita in queste settimane per le edizione Zona la raccolta Doppio fuoco, con cui Rossella Tamponi Maiore ha ottenuto il premio Pagliarani 2025 per la sezione inediti]

 

 

 

Alcune di queste cose sono accadute, altre sarebbero potute accadere.

 

Alcuni avrebbero potuto pensare queste cose mentre guardavano, altri avrebbero potuto guardare mentre le pensavano.

 

C’è chi avrebbe potuto leggerle, c’è chi realisticamente potrebbe averle lette. Certuni hanno sentito e altri ancora ascoltato, molti hanno scritto, i più hanno fotografato.

 

Convogliata da una lente concava la luce brucia, affoca. Ma il fuoco è l’arte di regolare la distanza tra ciò o colui che vede e il piano dell’immagine.

 

E c’è chi immagina che si faccia silenzio, che l’angelo ricolmi l’incensiere di brace, lo scagli sulla terra. La fine del mondo dura un’ora e quaranta, poco più. Poi si rivede il mondo salire dalla cenere, si cerca un nuovo fuoco, si gira

 

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Dissolvenza in apertura. Esterno. Giorno. Panoramica

 

                                                                        Genova

 

Belvedere del Righi**

 

Undici gabbiani in volo

 

A sinistra le alture, la macchia, pochi alberi e il primo Forte in pietra. Alle spalle prosegue la linea difensiva, il fantasma delle mura con quello che resta dei tornanti, strappato il doppio senso. A destra il castagneto, inciso con dolore dall’asfalto, in tutta la sua umidità nel carname di ombre. Davanti il Tirreno, segnato dai traghetti, che nomina di nuovo la distanza, allude a un Sud stracarico di assunti – se la luce facesse rumore qui sarebbe di spade. Mercoledì dodici settembre, giornata tersa, vento debolissimo da Ovest, giornali disuniti. La vacanza, sembra l’unico giorno in cui ti puoi pensare dunque sono, anche se

non sono affatto indispensabile. Per questo è irrimediabile patetica e sbiadita, perché manca l’esercizio a riempire di sé un’intera giornata.

 

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Esterno. Giorno

New York

Panoramica

Zoom

 

La statua in rosso sunset con il braccio levato. Le ultime persone del quartiere se ne vanno, il pass per favore, semafori, ferraglia.

Palate di cemento coprono i cavi elettrici di zona, un uomo attempato strofina e lustra i parabrezza, disegni di bambini e cuori, e fiori e palloncini. I figli dei pompieri ancora giocano a basket.

 

 

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Esterno. Giorno

   Alture del Righi

Macro-area                                                                                                      

 

Eccolo, il sistema difensivo di una città sul mare, in pietra e polvere aranciata il sistema dei forti sulle alture, là dove la forza si vede nel tronco irregolare degli ulivi, dei pini ritratti dall’incendio. La Salita degli Angeli appoggiata al Ponente, la rincorsa dei muri di contenimento, gli orti urbani, il basilico nella terracotta, gli animali liberi sul bordo e il segnale del fuoco prima che sopra l’orizzonte si richiuda il nero. In mostra, nel museo e nelle teche, c’è la guerra in coriandoli e buoni ingrandimenti. Non distrarsi, e la luce dal paradiso restaurato in canoni attuali di minimalismo ci riprova, e cade. Questo è il sole calato sulla storia dove gli omini gustano caramelle e poi stringono i denti

 

–  Il terrore ridisegna il paesaggio si sente dire – si sente dire niente sarà più come prima.

 

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Esterni. Giorno

Belvedere del Righi – New York

Dissolvenze incrociate

 

Il fico al di là del recinto, abbondante. Di per sé, sarebbe generoso. I frutti cadono per terra o esplodono sui rami quando diventano troppi anche per gli uccelli. Scoppiano di una pioggia recente o degli sguardi dei gitanti a digiuno. Non consumati, intangibili. Tutto ciò che l’esperienza avidamente non raggiunge, e della quale resta l’immagine protesa delle braccia contro i rami discosti, glabri e nodosi, impassibili. Cadranno le stelle come i fichi di un albero agitato dal vento ma qui, oggi, non c’è vento. E’ un uomo che cade. Due si affacciano sul bordo dello squarcio. Finestra con bambino, proteso sopra un vuoto. Verso le nove e un quarto c’è chi è diventata un pezzo di ghiaccio, chi rompe le aperture e le scavalca e chi nuota nell’aria, mentre di fronte guarda chi credeva di aver già visto tutto e scatta qualche foto. Ci siamo abituati a osservare gli alberi accanto alle bottiglie, a portare lenti scure per rialzare la luce. La prima cosa che s’impara di solito è a guardare, la seconda oramai a fotografare, duplicare le cose in un quadrato, come se le immagini fossero forme, misure, regolarità.

 

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Dissolvenza

Nero

Fuori campo

 

Voi avete gli orologi noi abbiamo il tempo.

 

La pianta del bambù fiorisce una volta ogni cent’anni – fiorisce simultaneamente in ogni regione della Terra, detta la sua stagione allo spazio. Non bisogna accettare altre stagioni.

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