di Maria Grazia Calandrone

 

[Esce per oggi per Einaudi Dove non mi hai portata, il nuovo romanzo di Maria Grazia Calandrone. Ne proponiamo un estratto in anteprima].

 

Esperanto economico

 

Lucia è felice. Eccola. Tutta scapigliata, euforica, piena di energia. Senza pensiero e lieve come erba, sorride pure quando ha la nausea, sorride sempre, sorride più che mai nella sua vita. Una foglia nell’alito del vento estivo. Ecco un uomo capace di sognare insieme a lei il sogno semplice del futuro. Uno come Giuseppe fa crescere la voglia di andarsene lontano, dentro una vita quasi materiale, quasi vera. Lucia è ormai troppo consapevole di sé, per privarsi della gioia d’essere ingenua.

 

Quell’anno, la canzone vincitrice della prima edizione del concorso «Un disco per l’Estate» è Sei diventata nera dei Los Marcellos Ferial. A dire l’umore generale del paese, scanzonato e allegro, l’invito a vivere, di un’epoca tutto sommato serena, che raggiunge Palata solo di riflesso. Sono gli anni del twist, i giovani hanno fretta: se il futuro non arriva qui, andiamocelo a prendere! La città luccica nell’immaginario.

Da un paio d’anni la terra promessa dei palatesi è Milano. Sono partiti in tanti, verso la metropoli della ricostruzione, che pompa a pieno ritmo di motori inossidabili, condensatori e gruppi elettrogeni dentro il miracolo economico. Se ne vanno ubriachi di speranza, con le stente valigie. Tra i vicoli sempre più vuoti del paese, il toponimo aleggia come una morgana benigna e piena di lusinga: Milano…

 

Verso metà agosto, anche Lucia e Giuseppe si lasciano sedurre dalla marea collettiva. Sono già quasi entrambi fuori tempo massimo, ma hanno la pazzia fiera e feroce degli innamorati. Continuare a vivere a Ururi, poi, per loro è arrischiato: Lucia ha una denuncia penale pendente, che oscilla sulle teste di entrambi. Pure sulla mia, peraltro, per quanto ancora microscopica.

E ci sono gli artigli dei parenti che ogni notte graffiano alla porta, fanno voci d’agnello, suonano i flauti dell’ipocrisia:

– Torna a casa, che sistemiamo tutto…

Per Centolire è una soluzione miracolosa: ha ingravidato la moglie senza sporcarsi le mani col corpo di lei. Oh, sangue del mio sangue. Chissà come lo cresce, poi, quel figlio che non è manco suo e sarò io, una femmina, e incontrollabile. Inarginabile, come mia madre.

 

Certo, il mondo cambia solo grazie a chi sogna un mondo nuovo.

Certo, l’identità dei vivi è una rettifica continua degli errori già fatti, anche da chi è stato vivo prima di noi. Lucia potrebbe rimanere lì, essere l’avanguardia di chi l’ha preceduta e lavorare alla modernità del suo paese. Aiutare, cioè, la sua piccola comunità a raggiungere quello stato di grazia sociale nel quale non è più necessario protestare per difendere il proprio diritto alla vita. Lucia potrebbe incarnare il progresso, provare a rendere la sua bellissima terra un luogo dove abita l’utopia, addirittura farne un avamposto di libertà legislativa. Ora Lucia potrebbe dare l’esempio. Ma questo è troppo, qui la lotta è impari e, quasi certamente, lei nemmeno ci pensa a queste cose, la moralista bacchettona sono io, a quella donna giovane la nostalgia del fico e della legna arriveranno dopo, come un morso notturno alla nuca che posa su un cuscino imbottito in poliuretano espanso. Ora Lucia non vede l’ora di andarsene. Lei vuole finalmente la sua vita. E basta.

 

Negli ultimi due mesi l’energico Giuseppe organizza dunque il trasferimento a Milano. Lui è uomo di mondo: telefona, scrive lettere agli amici costruttori, cerca e trova lavoro. Eccoli che preparano i bagagli. Eccoli che sognano, come tutti, la Vita Nuova. Più che a coprire i circa settecento chilometri che separano Palata da Milano, Lucia, Giuseppe e tutti gli emigranti, si preparano a un viaggio nel tempo. Tra Palata e Milano esiste un varco spaziotemporale. Sono pronti a passarlo.

 

Come dice Anna al marito nella Vita agra di Luciano Bianciardi, attraversando la rinascente Milano del 1962 (che l’anno successivo il regista Carlo Lizzani già filma, consegnando al futuro una doppia intelligenza – sua e di Bianciardi – della destabilizzante contemporaneità):

– Ma via, testone, quanta gente hai visto tu, per la strada, morta di fame? Di fame non è mai morto nessuno, specialmente quassù. Ce la faremo anche noi, vedrai. E poi, ci sono io che ti aiuto.

 

I treni e le speranze partono infatti da ovunque, in quegli anni, i contadini abbandonano le campagne di tutta Italia a flusso continuo, diretti, oltre che all’estero, verso le grandi città industriali a Nord del Paese. Grazie alla forza lavoro che confluisce dai tanti mondi ai margini dell’impero, a Milano si edificano forme imperative (grattacieli, palazzi iperbolici), mentre da Roma Pier Paolo Pasolini lancia un grido che lacera l’aria della metà del Novecento, documentando i primi movimenti della globalizzazione come un delitto in atto, che il corpo di un poeta non arriva a fermare, e identificando il proprio pianto per l’accecante futuro con quello della scavatrice, che riorganizza il disordine fitto delle campagne secondo «un ordine ch’è spento dolore» o, peggio, in nome di «un decoro ch’è rancore».

Negli albori del frenetico sviluppo edilizio e dell’urbanizzazione, Pasolini intravede le ombre della deriva verso l’«isteria urbanistico architettonica» e la «cacofonia cementizia» che nel 2002 colpirà a morte un altro geniale e furioso scrittore, Vitaliano Trevisan, che organizza il male etico, cioè estetico, a lui contemporaneo in righe perfette come lamine di bronzo, sulle quali sbalza e cesella l’annuncio del proprio suicidio, portato a termine mentre scrivo questo libro, il 7 gennaio 2022.

Con cinquant’anni di anticipo sul testimone diretto Trevisan, Pasolini lancia con tutto il corpo la profezia del nostro presente (quest’evo informe e senza idee, nato dall’improvviso crollo del passato e subito appiattito dalla masticazione dell’indifferente e dell’omologante: il mercato), fino a confezionare la propria morte come la più atroce fra le opere d’arte, quella di una Cassandra novecentesca.

 

Chi ha occhi così acuti per vedere, chi lascia che in sé viva il mondo prima della delusione, quello rapimentoso delle origini, creduto sano e santo, rischia la vita per la delusione. Lo ripeterò ancora.

Ma, in quegli anni, chi ha fame è felice e orgoglioso di far andare a tutta forza la benna della scavatrice dentro gli sterri, per spianare i pratoni con colate di asfalto e cemento. I problemi di economia planetaria posti da Pasolini si scontrano coi bisogni immediati e urgenti dei singoli individui, operai che devono sfamare le famiglie. Pure sottopagati. Pure a costo di devastare territorio e ambiente. E così è, così è, ancora. E poi, c’è l’entusiasmo per l’ingegno: qui e là nel tessuto residenziale urbano, sporgono opere di architettura razionalista come la magnifica casa a tre cilindri di Angelo Mangiarotti e Bruno Morassutti, un edificio residenziale in via Gavirate, quartiere San Siro, completata nel 1962 e divenuta, giustamente, simbolo della Milano del boom.

 

 

In viaggio

 

Da Palata parte una sola corriera, al mattino presto. Non ci sono autostrade, né treni.

Il viaggio fino a Milano è lungo e complesso: in automobile sono sette ore. Altrimenti, bisogna cambiare tre pullman per raggiungere Termoli, e solo da lì si continua su rotaia. Lucia è al sesto mese di gravidanza, forse prendono il treno della notte.

La piccola cosa composta da cellule differenziate, il primo abbozzo dell’io che diventerà la persona che sta scrivendo queste parole, sta dentro il corpo di Lucia. Niente è devastante abbastanza da staccarmi da lei. Nessun dolore, nessuna fatica, nessuna incertezza. Per quel tratto di tempo, mangio quello che mangia. Se, finalmente, mangia.

 

Adesso che un pochino la conosciamo, possiamo immaginare quell’elegante ventottenne bruna di campagna, seduta nello scompartimento di un treno, incinta di un uomo che ha l’età di suo padre e non è il legittimo marito.

Pochi bagagli, lo stretto indispensabile. Ha portato con sé solo cose a cui tiene, l’essenziale. Ha portato il vestito marrone a fiorellini, ha portato i guantini da sposa. La sua vita di prima, ridotta all’osso. Si muove all’orlo di un abisso, che può essere tragico o radioso.

Scendiamo insieme a lei in quella città, che insieme mette gioia e mette paura.

 

MILANO

 

L’arrivo in Stazione Centrale

 

Lucia e Giuseppe alla Stazione Centrale di Milano.

È un allunaggio dentro una cattedrale, coi tralicci d’acciaio che reggono la volta e calate di gesso, travertino e granito su orizzonti di marmo. Giuseppe, trionfante, se la tiene di fianco come un padreamante, scende con lei la grande scala centrale.

 

Il modellino del bianco transatlantico Michelangelo in scala 1:50 sotto una grande teca di cristallo nella galleria di testa. L’altissima Torre Galfa, appena fuori dalla Stazione. Lucia posa lo sguardo sull’universo alieno della metropoli. Taxi, autobus e tram, il «Vicky Bar» in piazza.

 

Per Lucia, tutto è enorme. Tutto è un’altra lingua. La gente parla e lei non li capisce. Il rumore di fondo della città, le luci.

 

La prima notte. La prima di trecento

ultime notti.

 

 

Nella Milano dell’immigrazione

 

 

Probabilmente prima della partenza Giuseppe ha organizzato anche l’affitto dell’appartamento che figurerà come mia residenza al momento di un ricovero, nel marzo successivo. Immagino il filo incandescente dei suoi pensieri, immagino la prospettiva di un bilocale nella prima periferia operaia a Nord, dove la città sta lentamente inglobando i paesi immediatamente posati lungo la sua cintura esterna. La parte periferica dell’urbe, ma pur sempre Milano. La città del lavoro, il lavoro che dà la libertà.

L’indirizzo è viale Monza, una zona popolare, probabilmente l’ultima disponibile all’immigrazione interna, vicina com’è alla zona industriale. Ecco le ciminiere in lontananza. Poco avanti, la mezza campagna, dove ancora si pescano i gamberi nelle rogge.

 

Viale Monza nasce in piazzale Loreto, la piazza tristemente nota perché il 10 agosto 1944 quindici partigiani vengono lasciati morti sul marciapiede da un corpo militare fascista milanese e il 29 aprile 1945 vi sono prima esposti, nel medesimo luogo dell’eccidio, poi appesi a testa in giù al distributore di benzina Esso, i corpi di Claretta Petacci, Benito Mussolini, Achille Starace e altri diciotto gerarchi fascisti. Il viale, da quella grande piazza umiliata dal sangue, arriva fino a Monza. Per percorrerlo a piedi da un capo all’altro, ci vogliono oltre due ore e mezza. Teniamo a mente questa informazione.

 

Ma, soprattutto, da sette anni viale Monza è il luogo più operoso dell’operosissima Milano, contiene un vero e proprio alveare, sotterraneo e affiorante: il cantiere magno dei lavori per la metropolitana, che da piazzale Loreto percorre al mezzo la carreggiata per dodici chilometri, fino a Sesto Marelli. Per cominciare, hanno abbattuto tutti gli alberi, dilatando lo spazio e la vista.

È probabile che Giuseppe sia riuscito a farsi assumere in quell’enorme e magnanima impresa e gli sia pure riuscito di trovare alloggio negli immediati dintorni. Tale è la suggestione di questa ipotesi che mi sembra di riconoscerlo nel breve video «Caleidoscopio Ciac» dell’Istituto Luce, girato una sera di ottobre 1964 in un self-service appena aperto in zona. Serio, elegante, in giacca e cravatta, taglio corto e basette, osserva la fila degli alimenti proposti per la cena con aria perplessa. Potrebbe essere uno dei nove giorni (tra il 15 e il 24 ottobre) che Lucia trascorre in ospedale, implicata nel mettermi al mondo.

 

Alle 10.30 del mattino del primo novembre 1964 una festa grande – alla presenza del sindaco socialista Pietro Bucalossi e di altre autorità politiche e religiose, inclusi i presidenti dei metrò di Londra, Parigi, Mosca, New York e Berlino – inaugura la prima partenza della Metropolitana M1 dalla stazione in piazzale Loreto, che avviene solo undici minuti dopo. Efficienti pure nel gioire.

In un editoriale sull’evento, uscito sul «Corriere della Sera», Dino Buzzati elogia i cittadini milanesi, che si sono autotassati per pagare i lavori, senza ricevere «neanche un soldo dallo Stato» e tramanda a parole fino a noi quell’aria rarefatta da film di fantascienza, affascinato pure dai «biglietti stampati con inchiostro e sali di ferro per influenzare l’elettrocalamita di controllo».

 

Lucia è lì, dentro quell’aria cosmica, e per lei ogni cosa è ancora più novissima: da otto giorni è uscita dall’ospedale dove ha partorito. Io non sono con lei. È un’ingiustizia grande, che documenterò.

Sente una gran dolcezza in mezzo al petto e una mancanza come mai niente e nessuno le ha fatto provare, un sentimento irreparabile, che si radica. Lucia trasfigura. Dietro i vetri della finestra, appare il volto di una fenice, è un baluginare della luce che la fa immortale. Rinascerai, Lucia, anche solo a parole. È tutto quello che posso. Intanto, affàcciati.

Dalla strada, le arriva la musica del concerto grosso delle bande rionali, a ogni fermata dei vagoni rossi sotterranei: Pasteur, Rovereto, Turro…. È musica che passa e si allontana. Lucia s’incanta ad ascoltare, prova pace, strazio, allegria, una forza ansiosa e ruggente e una fitta di nostalgia arcaica, delle cellule, per la banda del paese, che a fine maggio sfila in processione in onore della Madonna di Santa Giusta. Il suono della banda finisce per coincidere col corpo di sua figlia, Maria Grazia. Le molecole piccole, fatte di suono.

 

Francesco!

 

Il treno che trasporta i terroni si chiama Fata Morgana. Negli anni Cinquanta gli emigranti che arrivano da Sud vengono sversati come scorie radioattive in discariche sociali ultraperiferiche, pullulanti di casette abusive e vagoni di treno adibiti a uso abitazione, o in quartieri di casermoni fabbricati in fretta nelle periferie delle città, intorno alle grandi fabbriche. Sono isole di fango e impalcature, aree non comunicanti col resto del tessuto urbano, città nelle città, così remote e diverse che andare a passeggiare in centro si dice «andare a Milano (o a Torino)» e lì venire individuati a colpo d’occhio, per abbigliamento e postura: i milanesi chiamano Coree quelle vaste paludi, a indicare lontanissime zone di guerra, naturalmente abitate dai «coreani».

Pasolini trasferisce in Cina le omologhe borgate romane: «internati in mezzo a una Shangai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane», s’innamora della crudele dolcezza preindustriale di quella Cina capitolina e ne fa lo scenario di molti lungometraggi, fin dal magnifico Accattone, ambientato nella baraccopoli addossata a casermoni anonimi, ancora pseudourbani: «Via Fanfulla da Lodi, in mezzo al Pigneto, con le casupole basse, i muretti screpolati, era di una granulosa grandiosità, nella sua estrema piccolezza; una povera, umile, sconosciuta stradetta, perduta sotto il sole, in una Roma che non era Roma».

Il grido dell’indimenticata Anna Magnani in Roma città aperta di Roberto Rossellini già echeggiava tra i muri del Pigneto.

 

Lucia e la merce

 

 

– l’organo genitale del denaro,

ogni singola cosa e il tutto, e il processo –

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi

 

 

Televisore, frullatore, tostapane

bollitore, automobile, Vespa

frigorifero, ventilatore, aspirapolvere.

 

Le gite fuori porta, a bordo della Seicento verde acqua coi finestrini abbassati. Le cose. E le mille bolle blu.

 

In centro, pare ovunque Carnevale: le donne hanno capelli cotonati e minigonne insolenti, sgargianti camicette a stampe geometriche e optical, vestitini svasati, senza punto vita, tempestati da piogge di pois; ogni tanto si accendono una sigaretta. Alcune richiamano il taglio geometrico degli abiti nei capelli a caschetto, altre decidono per acconciature corte e spettinate, con la frangetta a schiaffo, obliqua sulla fronte. Le donne più sottili marcano la magrezza con uno stile androgino e giocoso: sono le gamine, le donne ragazzino. Quasi tutte hanno occhi evidenziati con eye-liner e ombretti scuri e le ciglia (finte e raccolte in ciuffetti di nylon da cartone animato, oppure ridefinite, vellutate, allungate, lievitate sotto l’azione di scovolini di tutte le fogge emersi da glitterati stick di mascara) lasciano tracce di bagliori e profondità subacquee nella sera.

 

Lucia impara che a Milano scemo si dice pirla, anziché fesse. Lucia è intelligente, è donna che mette a frutto l’esperienza. A Milano, cambia. A Milano e con Giuseppe, che ha tanti anni più di lei e possiede una pratica del mondo e uno stile solido e cosciente, d’uomo in giacca e cravatta, intramontato. Agli occhi dei passanti, Lucia è un’inconsapevole Dramatic con le curve: magra, senza trucco, lascia a vista gli spigoli vivi del volto e non rinuncia alla cascata di capelli lunghi. Da un po’ veste a colori, con le scarpe bianche, o le nere stringate. Scarpe solide, col mezzo tacco, per avanzare comoda sugli sterrati. La sua eleganza concreta nel prodigo azzurro.

 

Lucia è sopraffatta dalle cose. Non ancora dal loro desiderio.

Il moto perpetuo dei quadri metropolitani le mette in corpo una bella euforia, un friccicore che sa di futuro, quando attraversa la rotatoria di Piazzale Loreto e non decifra il senso di marcia delle automobili. I clacson le strombazzano contro risentiti, e lei si tiene ai manici della borsetta come a un tempo passato e conosciuto, come al ramo del fico dove si dondolava da bambina.

Milano è l’impero delle cose

e chiassoso è il dominio della merce.

C’è «il magazzino della famiglia italiana» Standa, ci sono i supermercati Esselunga – catena varata proprio a Milano, nel 1957 – coi carrelli e polli stretti come salsicce nei budelli di plastica, all’angolo con la piazza c’è una gigantesca Coin in costruzione e, in piazza, il Loreto, cinemino di terza visione da mille posti, aperto dentro il palazzo dei magazzini.

Al Loreto, tra il 1964 e il 1965, proiettano tre film dei due rispettivi anni precedenti: nel 1964 Il silenzio, magnifico e austero lungometraggio di Ingmar Bergman sulla divina afasia contemporanea e, nel 1965, Per un pugno di dollari di Sergio Leone e Crisantemi per un delitto di René Clement.

 

 

In Italia non esiste la legge sui trapianti d’organi tra vivi, la donazione in vita. Mentre Anita supplica il Governo attraverso i giornali per ottenere il permesso di travasare un proprio rene dentro il corpo del figlio Francesco e salvargli la pelle – ancora una volta il buonsenso amoroso contro i protocolli burocratici –, Giuseppe è ormai decisamente altrove: ha accettato di ricominciare il viaggio della vita dalla partenza e lavora come manovale, impasta ghiaia e sabbia che arrivano sui barconi dei Navigli.

Francesco, figlio maggiore di Anita e Giuseppe, morirà nel luglio 1966, a trentadue anni. La legge sulla donazione d’organi in vita verrà approvata il 26 giugno 1967. La norma macina e miete, soffia vite come pula di grano.

 

 

Giovedì 15 ottobre 1964. Astronave Madre

 

 

Mercoledì 14 ottobre 1964, presso il presidio ospedaliero Macedonio Melloni (o I.O.P.M., Istituto Ospitaliero Provinciale per la Maternità), nella zona un tempo rigogliosa e opportunamente detta Acquabella, Lucia si sottopone all’esame per la «Profilassi e trattamento della Malattia emolitica del neonato», risultandone di gruppo sanguigno RH positivo.

 

Il 21 gennaio 2022 ricevo la cartella clinica del parto. Alla citofonata del corriere che recapita la busta mi precipito giù per le scale. Lucia dunque è esistita, ha lasciato altre tracce, oltre me. La Signora

Galante Lucia, di professione contadina, primipara, gentilizio indenne, alle 8 di mattina del 15 ottobre si ripresenta all’ospedale in travaglio, con «feto cefalico a termine e già tendente all’impegno». Siamo pronte. Lucia è costretta dalle circostanze a tenere nascosto il suo indirizzo e si dichiara residente a Palata, in via San Rocco. Non dice il civico, dunque non saprò mai se sta pensando alla casa dei genitori o alla nuova casa coniugale. Sbaglia la data del proprio matrimonio, anticipandola di un anno, forse perché quel tristo coniugio le pare essere durato più a lungo di quanto in realtà.

 

Il distacco dal corpo di Lucia dura in tutto otto ore, la temperatura esterna dell’ambiente nel quale vengo rilasciata si aggira intorno ai 12 gradi. Parto spontaneo, tutto nei limiti di una sana ragionevolezza naturale. Penso alle immagini degli astronauti che si staccano dall’astronave madre, per galleggiare dentro il nero indifferenziato che, nel caso del nascere, è la luce abbagliante di un mondo privo di dettagli.

 

[Immagine: Milano, 1965 – angolo tra piazzale Loreto e viale Monza].

 

© 2022 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

2 thoughts on “Dove non mi hai portata

  1. Maria Grazia ti ho ascoltata per la prima volta questo pomeriggio alla TV, la tua storia mi ha commosso e riportato indietro al 1965 ed ancora più indietro agli anni 50 quando sono nata ed è vero, la vita di Lucia è solo il pretesto per raccontare quei tempi … così lontani e diversi e nel proseguo anche così intensi per i tanti cambiamenti. Eppure così straordinariamente attuali. Avrei molte cose anch’io da scrivere ma ci vuole coraggio per affrontare il dolore dei ricordi. Apprezzo molto la tua voglia di farlo, attraverso il tuo libro hai riscattato tutto il dolore della tua mamma e riconoscerle quanto avrebbe potuto fare ancora per questa società bigotta e arretrata.
    Grazie per le emozioni che ci hai regalato. Adriana

  2. Vengo catapulta nella vita tua e di tua mamma, risucchiata. È anche mia, di tante, di troppe. Ancora il dolore si sente e anche quel friccicore che spinge su tutto, che fa’ zittire la paura. Siamo state e siamo Lucia.
    Siamo Mariagrazia, che ricuce, pulisce, soffia sulla polvere e lucida con grande forza e delicato amore. Veramente grazie.

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