di Gian Mario Villalta
[È appena uscito per Garzanti il nuovo libro di poesia di Gian Mario Villalta, Dove sono gli anni. Presentiamo in anteprima una scelta di testi].
Vedi il respiro viene che invade la costa del fossale
dalle bassure dove l’acqua stagna e i tuoi salci
misurano i minuti di luce aggiunti al solstizio.
È dicembre alla fine, un’aria che sale e dirada
la foschia impegolata sui rami, ritorna sul tardi
più tardi di ieri il confine delle ombre.
I giorni ritornano ma è un’altra la terra, a memoria
li vedi i volti che fluttuano assorti da piogge profonde,
la bocca una ferita che neppure la morte rimargina.
A sera gorgoglia la roggia nell’acqua di casa
gela il nero dei monti l’ombra – e l’aria è rossa – è trasparente
il sangue del tempo coagula il prossimo
istante il prossimo istante fino all’ultima goccia.
Sei geloso di tutto quello che stai perdendo re di tutto il perduto.
Un’altra notte senza sogni.
Attraversano i sonni in segreto senza mai raggiungerti gli anni.
*
Vieni!
Situ chi? Se vede gnent… Situ ti?
Qui, adesso, qui, vieni.
In fondo.
Se vede gnent, in fondo da che parte,
in fondo?
Dove sono.
Dimmi soltanto dove sono ti prego.
*
Sono andati via – che ti credevi? – andati ma tu li vedi
quando vuoi i salci sull’acqua come la vedi
la costa del fossale e l’aria a corona delle ore. E poi?
Poi i ferri ruggini, ciuffi di sorgo e poi trafitti
sulle ruote folli del ranghinatore celeste
stivali rotti.
E poi sono andati via i passi
che hanno lasciato lì,
le bocche di quando la parola ranghinatore
stingeva un sapore di polvere e grasso.
Ma tu li vedi, tu credi ritornino se dici «E poi»?
Sono andati come vanno i tuoi morti quando il tempo
è sull’orlo e l’inverno spinge all’aperto per la poca luce
vanno come anche tu vai tra i vivi – puoi dire che sai?
Tu porti i salci i volti i baci i gesti – chi ti credevi?
ti pensano, se sei assorto
vegliano, non vogliono nulla, non possono, quando chiedi.
*
L’è sta’ tut vero.
Sincero – mi? Come l’aqua
la fruga el vero
come l’acqua logora il vetro
rot, a tochi, fin che i tochi i par sassi, sincero cussì.
Una festa, hanno fatto festa,
ci sono le fotografie, qui,
ancora ci sono i coltelli.
Dopo che ’l vero
l’è ’ndà spacà a tochi?
Quella sincerità.
E adesso cosa, che è?
Consuma fero co’ fero.
Situ ti? Chi l’è
che ride.
Chi ride?
*
Sei diverso senza essere diventato mai altro:
quello che la maglia a righe, che l’acqua di casa
gorgoglia – la costa del fossale in fondo al campo
dove i salci splendono gialli d’inverno.
Quello che veniva battuto e piangeva nel sonno
stretto abbracciato al cane nel freddo per l’amore
che è sangue vivo che corre.
Era passato
così poco tempo, sembra più poco sempre
il tempo dopo.
Che cosa vuoi uccidere
gli dicevi – leggeva poesie – che cosa vuoi vincere
tu che non hai perso mai niente?
Per la cronaca, costui non ha ucciso
nessuno – altri sì, che dicevano le stesse cose
che diceva lui – per la storia.
*
Sono rimasti a dirsi di nuovo di guardare
i ciliegi fioriti per vedere l’aria tenera fargli il solletico,
il bianco sospeso, le labbra secche sui denti scoperti in un sorriso.
È poca l’erba e trema per diventare un pensiero.
Come la volta che c’era la neve e invece hanno parlato
per ore del bianco che non è un colore, è silenzio.
Sempre quando escono le bandiere sui balconi
c’è anche paura, inutile ripetersi come ai bambini
che nel buio tutto resta lo stesso.
Di cosa parlerebbero adesso, ancora di un colore
per dirsi di prendere a piene mani quello che vuoi,
tutto quello che vuoi? Oppure dei bombardieri
che decollano sopra la tavola apparecchiata verso i Balcani.
*
Anni fa, adesso, lo stesso pensiero di non tornare più
quel momento che la mente ristampa e pare uguale
mentre accampa la strada, è novembre, e sono le foglie
la quiete che manca, i rami neri nel cielo che c’è.
Adesso, allora. Soltanto più tenue è il respiro del tempo
che sfiora gli anni e le ore dove provi i risvegli e gli insonni
globuli rossi, i globuli bianchi, le cellule si avvicendano,
qualcuno che diventa qualcuno, a tua insaputa, tu.
*
Il carattere è ridere quando offende tua madre, chê là
da le foibe, chiederle che cosa sono le foibe e lei non lo sa,
non sa niente, è solo la tô mari slava che non sa niente.
Anche lui non sa niente, l’ha sentito dire, tutti sentiamo dire
e ripetiamo, per farci del male, per non capire le case povere,
il mangiare sempre uguale e il sole sulle spighe, la luce
pesante, i papaveri, quel rosso più vivo del sangue.
*
Gli anni? Li hai chiamati (il nome del tempo è voce / voce è il nome del tempo, hai scritto). Li hai chiamati: una canzone, i salci, la maglietta a righe, «quella volta che…», un viaggio, i morti, una che nasce, un male che guarisce – il facile referto delle foto. Si riaccende nei sensi un istante, a volte ombra del vero. Ma dove sono gli anni, tutto quel tempo, non i ricordi, non «un senso di…», non quella scia, quel pulviscolo diverso e impreciso: la vita è quella parte dei minuti che non si lasciano pensare mentre vivi, e intanto chiede di non aver paura, di non essere forte più di tanto, di non cedere – anzi, pretende. Mentre dovrebbe perdonarti se non sai più chi credi di essere, quando insegui il passato e insinui nella memoria, a tua insaputa, ancora altro presente. Si allontanano, gli anni, se vuoi di più di una canzone, di più del ricordo di un paio di scarpe o delle immagini da un viaggio: gli anni s’inabissano nella data che hai scoperchiato – trascinandosi appresso vite iniziate e sogni ricorrenti – nell’età. Fantastica umanità: agli infelici non è negato il piacere; a chi ha un dolore non è negata la felicità.