di Valentina Toschi

 

[Valentina Toschi, che ha studiato tra le altre cose la poesia di Carlo Bordini, non ha ancora pubblicato testi poetici. Queste due poesie in prosa costituiscono dunque il suo esordio assoluto].

 

1.

 

Ho pensato spesso di amalgamarmi agli oggetti e alle immagini unirli a me e viceversa confonderli, confondermi, ma per farlo dovevo prima prendere le medicine dovevo prima addormentarmi sognare molto sognare tanto, io dovevo dormire. In realtà volevo evitarle, gli altri, dimenticarli, volevo fare come quando abitavo a San Paolo e a scuola passavo gli intervalli in cortile, sdraiata sul pavimento a guardare i palazzi i grattacieli, e i grattacieli sembravano cadere.

 

Ora io li vedo torcersi pendere inclinarsi, vedo gli esterni declinarsi nelle mie parole in altro ancora e non sono mai quelli in partenza sono altro, ancora. E io vorrei farli entrare dentro i miei motivi, vorrei inclinarmi anch’io pendere abbracciarmi da sola farmi abbracciare contenere. Oggi vorrei soltanto togliermi i vestiti ed entrare nelle mie frasi, sentirmi nuda. Vorrei entrarci come un guscio come un vaso che ha una capienza e vorrei che mi abbracciassero che declinassero con me che crollassero, come crollano i grattacieli.

 

Quando si sogna di cadere in realtà cadiamo davvero. C’è sempre uno spazio vuoto tra noi e l’atto della rovina; e in quello spazio vuoto di tempo si crea un impulso nervoso che io immagino come una fonte di energia qualcosa di archetipico, come se in passato avessimo tutti voluto cadere, un tentato suicidio collettivo. Come se tutti un giorno si fossero alzati di notte e avessero deciso di crollare dal letto o da un burrone, che è più o meno lo stesso. Crollando dal letto si può battere la testa e ci si può fare comunque molto male. Ad ogni modo, sono quasi sicura che in quello spazio sospeso noi ancora non esistiamo; noi apparteniamo al momento prima o al momento dopo, mentre nel tempo interrotto si dà solo energia e l’energia si fa brivido e scossa, che si attiva nel ventre e passa dalle gambe ai piedi e attraversa le braccia le mani e attraverso la schiena il fondoschiena entra dentro ed è come un orgasmo, un orgasmo morboso. Come quando ti scopava e tu volevi solo vederlo morire, ma non abbastanza. Perciò hai deciso di cadere dal letto.

 

Buttarsi di sotto a peso morto come un grattacielo venire giù, ti costa un solo gesto un’unica semplice azione un impulso. Se pensiamo a quanti movimenti facciamo durante il giorno a quanti durante la notte – rigirarsi contorcersi cambiare la posizione della testa sul cuscino delle gambe allungarle piegarle togliersi i vestiti toccarsi farsi toccare penetrare – e una sola azione per cadere. Eppure non lo si può controllare: noi siamo il prima o siamo il dopo. Appiccare un incendio è meno immediato.

 

Nella notte del 14 giugno 2017 il Grenfell Tower di Londra va in fiamme. Una coppia di ragazzi italiani resta intrappolata nel rogo, chiamano i genitori, li ringraziano. L’incendio è stato causato dal malfunzionamento di un frigorifero.

 

Ieri ho dato alla banca la mia firma di garanzia sull’ipoteca che mio padre ha messo sulla casa. Se dovesse indebitarsi ancora mi hanno risposto che non potrei più comprarmi nemmeno un frigorifero a rate; sarebbe meglio che la casa si incendiasse, se non altro per l’assicurazione.

 

Ma non importa. In un periodo accadono eventi o si compiono azioni astratte come, lasciar andare un braccio a fianco al corpo. Sono azioni che si concretizzano nel momento in cui le ricordiamo. Concretizzano. Io sono uno spazio frequentato, e non sarò mai soltanto me ma non posso nemmeno essere altro da me posso soltanto parlare di me attraverso gli altri e degli altri attraverso me.

 

Mi sono addormentata sulla riva della spiaggia di Jabaquara e non c’erano le onde. Avrei voluto entrare in mare e dire a Iemanjà di portarmi via con sé. Odoyà – Sei in anticipo, ma non ti stavo aspettando. Avrei voluto che l’acqua mi ricoprisse come un lenzuolo, un lenzuolo morbido e freddo che mi ricoprisse e mi facesse addormentare. Ma per la Madre delle acque non sarei dovuta ritornare perché nemmeno lei attende non resta in sospeso. Noi siamo il prima o siamo il dopo.

 

In fisica con il termine onda si indica una perturbazione che nasce da una sorgente e si propaga nel tempo e nello spazio, trasportando energia o quantità di moto senza comportare un associato spostamento della materia.

L’impulso di cadere come una perturbazione, si fa brivido e scossa che si attiva nel ventre e passa dalle gambe ai piedi e nel frattempo attraversa le braccia le mani e attraverso la schiena il fondoschiena ti entra dentro, ed è come un orgasmo. L’onda del mare è come un orgasmo.

 

Non una disambiguazione uno stacco netto, non un crollo immediato, ma vorrei amalgamare le vite farle tutt’uno unirle, nella loro materia. Fare delle vite come quelle dei pesci, perché i pesci si confondono ma ognuno di loro ha una sua traiettoria una pinna diversa una squama, i pesci si somigliano soltanto da lontano. E i pesci stanno nell’acqua ricoperti da un lenzuolo morbido e bianco i pesci attraversano le onde e i pesci hanno gli orgasmi. Eppure i pesci non possono vedere i grattacieli cadere.

 

2.

 

Il problema è l’attitudine, per esempio. Quando mi trasferisco, per esempio, e in un mese mi abituo all’odore di patatine fritte, che le grandi città hanno sempre l’odore di patatine fritte, e mi abituo, come quando ai musei quando vado ai musei, ci vado per vedere solo i quadri di autori che conosco. Come quel quadro con una donna dal viso scuro e dal corpo chiaro che non mi ha detto nulla. E non è un caso che mi arrogo il diritto di chiamarla donna scura dal corpo chiaro perché non mi dice nulla.

 

Eppure il secondo momento predisposto è il ritorno, quando subentra la noia per ciò che si è già-vissuto già-visto, io mi esercito a interessarmi: un giorno mi hai detto di non avere un posto in cui abitare perché ogni città o paese ti avrebbe dato il già servito; e io mi ostino a parlarti di compagnia di indizi, e intanto ascolto mia madre che rifà i letti e cambia le lenzuola, e le tovaglie mia madre cambia le tovaglie, più o meno alla stessa ora tutte le mattine, più o meno o sempre, alle 10 e 33 a.m.

 

Il terzo momento porta piuttosto all’assuefazione, ma l’attitudine degli altri porta all’osmosi, all’interiorizzazione. Un’atmosfera negativa a lungo andare ci fa contribuire alla sua malnutrizione, e ripete si ri-ripete quello che ci ha malnutriti avvelenati – il problema è quando non si fanno più domande. Cosi madre stende le tovaglie e andrew beve molta birra (e beve anche molto gin), e padre mangia troppe patatine così mia madre madre stende le tovaglie; inoltre oggi è giovedì, e c’è silenzio.

 

A volte credo di non avere sufficiente pietà per me stessa. A volte credo di essermi attribuita un nome.

 

Ma oggi la donna scura col corpo chiaro ha senso, anche se non ne ricordo il vero appellativo. Ha senso perché mi da il diritto di citarla e di dimenticarla; non mi rimprovera la coperta stesa male la tazza rotta sul comodino, non mi rimprovera la noncuranza. E se ne parlo di giovedì ha senso, perché la mia non è una pietas storica: è contro la paura dell’attitudine che rendo ai piccoli qualche giustizia.

 

[Immagine: Foto di Edgard Cesar].

1 thought on “Due poesie in prosa

  1. non so, poesie in prosa? non le chiamerei poesia in prosa daaaai. fa troppo ottocento.
    volevo scrivere altro ma poi ho deciso di non farlo perché chi discute più nei commenti? anche quei gloriosi tempi sono andati :)
    dico solo che i testi mi sono piaciuti e mi hanno messo voglia di leggerne ancora

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