di Gilda Policastro

 

Esuli, rubrica a cura di Gilda Policastro

 

Giorgiomaria Cornelio è un poeta anomalo nel campo letterario attuale. Intanto è tra i più giovani ad aver conquistato la ribalta che ormai vuol dire soprattutto presidio degli spazi social. I suoi profili Facebook e Instagram, dedicati a molte delle sue attività (poesia e teatro, ma anche divulgazione filosofica), non si risparmiano affondi polemici e interventi sul tema del giorno, parlando a un seguito, peraltro in costante crescita, piuttosto consistente rispetto alla media degli altri poeti. I suoi like sono sia numerosi che pesanti, nel senso tra i suoi interlocutori ci sono filosofi, scrittori, attori, e sì, anche poeti, com’è inevitabile. L’ho incontrato lo scorso agosto alla Festa della Poesia che Aldo Nove ha ideato a Melicuccà, angolo remotissimo della Calabria, in onore di Lorenzo Calogero, poeta autoctono che ebbe il plauso di Ungaretti (“ci ha fatti tutti minori”) ma che prima di questa iniziativa era piuttosto negletto.  In realtà non era la prima volta che lo incontravo, ma è stata la volta in cui Cornelio, il giovane favoloso, è apparso ai miei occhi come esule. Quando gliel’ho detto mi ha risposto entusiasta di essere diretto propriamente verso l’isola degli esuli, per un viaggio attraverso il Mediterraneo da cui avrebbe poi dispensato cotidie le sue Postkarten in prosa poetica. Giorgiomaria Cornelio, come tutti, starà di sicuro pensando a un romanzo.

 

GP: Intanto, Giorgiomaria, perché sei esule? Da cosa? Un primo aspetto, perdonami il bisticcio, potrebbe riguardare proprio il tuo aspetto, ostentatamente distante dalla facies depressa (e un po’ deprimente) che ha mortificato i poeti da Archiloco ad Amelia Rosselli e a tanti altri della scena contemporanea che sarebbe poco gentile nominare per questa ragione. Sin dalla tua precoce comparsa sui social, poco più che ventenne, hai invece ostentato il tuo interesse per la moda, e non hai nessuna remora a presentarti come corpo continuamente performante: in gonna o seminudo, sembra che di quei versi un po’ paradossali di Sanguineti in cui pudore e spudoratezza sono le sole virtù che il poeta si riconosce, tu voglia ostentatamente rinnegare il primo e spingere sul pedale della seconda. Perché.

 

GC: Mentre ti rispondo, ho addosso una maglia disegnata a mano che ritrae William S. Burroughs in posa con la pistola, e un Labubu, questa specie di famiglio sintetico del nuovo millennio. Insomma: iniziamo a conversare dallo schianto. Se i poeti sono malvestiti (non è sempre vero), è perché conciano i versi e dimenticano la vita delle altre pelli; dimenticano cioè che il mondo (la mondanità) è un abito, e che moda e poesia sono due tecnologie con le quali conviene prendere confidenza, perché, come ripeto spesso, non esiste altra natura che la moda: «un qualcosa di posto che assume la figura d’un immediato». Non potrebbe essere anche la definizione, cristallina, della pratica (della tecnologia!) del fare versi? Di quando cioè i versi ci vengono incontro, nella loro immediatezza, che invece è un immenso lavoro di tessitura – e sfasamento. Aggiungo una cosa sulla facies depressa: anche quella è una veste, oggi a dirla tutta abbastanza sciupata. Ad averlo, il volto di Amelia Rosselli, di fronte ai tanti crucci inessenziali dei suoi epigoni.  A Parigi, qualcuno della Nazione indiana di cui sono  parte da quando -come dici tu- «ero poco più che ventenne» mi ha definito “il Måneskin della poesia italiana”, ma non ne faccio una colpa se nella mia educazione sentimentale, accanto a Emilio Villa e Cristina Campo, ci sono anche Marella Agnelli, le signore in gita “vetrificate” da Ronald Firbank e Carrie Bradshaw di Sex and the City. Da questo punto di vista, mi sento più la Zia Mame della poesia italiana ma con la pistola di Burroughs.

 

GP: E il selfie con Alba Parietti?

 

GC: Magnifica ossessione! Stavo andando in Barbagia, per il festival L’Isola delle Storie di Gavoi. Mi giro in aereo e chi trovo? Alba Parietti. La sua intervista a Carmelo Bene a Macao per me è un momento di televisione altissimo; le ho detto proprio questo, e abbiamo iniziato a parlare. Viene fuori che anche lei la considera una delle sue interviste più importanti, insieme a quella, criticatissima, ad Aldo Busi.  «È questa la trasmissione più brutta che tu abbia mai visto?» chiede Parietti a Bene; «In assoluto!», risponde lui.  Trasmissione stupidissima, e per questo divina (si veda a tal proposito Un film fatto per Bene di Maresco).

Ecco: in questa forma di mondanità alla “Macao” c’è la capacità di Bene di dispensare in diretta televisiva un veleno medicinale, ma soprattutto quella di Parietti di reagire e provocare quel veleno. È una forma di sprezzatura che in pochi hanno voluto riconoscere a chi, come lei, ha attraversato quel periodo e quegli studi televisivi, che erano vere e proprie trincee, anche se di chiffon, per citare un titolo (geniale) di un gran officiante della moda: André Leon Talley. Tra le altre cose, Parietti è una di quelle figure che, intervistate da Chi per parlare della sua storia d’amore con Christopher Lambert, dice: «Quando ci siamo capiti, ci siamo lasciati». Che altro aggiungere? Allora, ai poeti cocciutamente sconsolanti e senza un minimo di telegenia preferisco di gran lunga Alba Parietti.

 

GP: Però ripartiamo dalla poesia. O meglio, dalla mitobiografia che come ripeti nelle presentazioni dei tuoi libri ti vede nascere tra i fumi della fornace, in mezzo alla specie storta (che sono rispettivamente il titolo del festival che dirigi da alcuni anni e il titolo libro uscito per Tlon nel 2023). Ascoltandoti raccontare come e soprattutto dove nasce la tua scrittura, si intuisce poco di questa formazione che oscilla tra il moderno della fabbrica di mattoni e il postmoderno della tivù nazionalpopolare se non proprio trash. Nell’ultimo libro, L’ufficio delle tenebre, la scrittura ha una tonalità volutamente sorvegliata e qualche volta altisonante, un’impostazione teatrale, una lingua che risente di molte influenze riconoscibili, dalla pronuncia auratica di Milo De Angelis alla vocazione metaforica del Teatro Valdoca (ma anche di certo antispecismo o animismo alla Gualtieri), insomma, cosa resta del Carmelo Bene che urina sul pubblico fuor di metafora, in questo congegno perfetto che è la macchina Cornelio?

 

GC:  Resta la contraddizione, e un certo modo di complicare le genealogie. Pensa che Milo De Angelis per me è venuto molto dopo Magdalo Mussio, Rubina Giorgi o Emilio Villa, che sono i poeti della mia formazione adolescenziale. Per questo non ho mai pagato il pegno che moltissimi hanno pagato a Milo: non sono stato travolto da quella furia (da quell’angoscia) dell’influenza che ti porta ad andare in pellegrinaggio nel nome del Padre. Che noia! Meglio così: aver letto Millimetri più tardi significava capire che c’era altro, che si poteva saltare a piedi pari gli steccati e venire incontro a tradizioni disparate, invece che disperare nelle ideologie e nelle maniere. Ma poi frequentare solo poeti è una sciagura! Per fortuna, nei miei studi, non ho mai messo piede in una facoltà di lettere, e ho vissuto diversi anni in Irlanda, dentro un’ “altra” letteratura.  Milo (e Viviana), quando li ho poi conosciuti di persona al festival di Fasano, sono diventati immediatamente anime amiche.

 

GP: Altre ascendenze da dichiarare?

 

GC: Aldo Nove, fratello della coincidentia oppositorum; uno che ha messo insieme De Angelis ed Edoardo Sanguineti, Adriano Panatta e Luciano Parinetto, l’alchimia e Mia Martini. Il suo Addio mio novecento è il motto taciuto di tutto L’ufficio delle tenebre, un testo che risente molto della tradizione favolistica islamica (è a tutti gli effetti una riscrittura del Processo degli animali contro l’uomo ai tempi della fornace di mattoni di Vallecascia), e che insieme divora tanti altri riferimenti, ulteriori schegge di educazione sentimentale: Margherita Cagol e il Libro di Isaia tradotto da Ceronetti («ma dell’uomo resterà poco»), la Lamentazione di Ur, Karen Barad e Twin Peaks, quel “bono” di Luigi Mangione, gli Angels in America di Tony Kushner e i teneri carnivori di Paul Shepard. E chiaramente anche il Teatro Valdoca, e una poesia per il teatro, quella di Mariangela Gualtieri, che ha scontato negli anni la colpa di aver trovato un pubblico, cosa che non si perdona (e che già mi viene rimproverata). Ma chi ha scritto, negli ultimi decenni italiani, un ingresso così bello come quello di Paesaggio con fratello rotto? «Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo per questo disastro umano?». Nella crociata contro il gualtierismo ho visto fare cose terribili: quando ero ancora “giovane” non “favoloso”, a RicercaBo (mitico laboratorio di “nuove scritture” bolognese), la poetessa che era ospitata insieme a me, Diletta D’Angelo, fu massacrata in diretta proprio con quell’accusa. E dire che oggi i suoi libri sono molto ammirati anche dall’area cosiddetta sperimentale… Con Diletta ci ridiamo spesso. Possiamo affermare poi che questa generazione di poeti, se ha un vanto tra i tanti frantumi, è proprio quello di fregarsene dei recinti di provenienza? Alla fine, resta Vallecascia: questo villaggio-pianeta che è stato soprattutto un lavoro di messa in prova, sulla scena, della poesia. Per vedere se reggeva.

 

GP: Indubbiamente una genealogia composita, ma io l’omaggio a Milo lo sento molto, nell’irruzione della parola semanticamente carica oppure negli accostamenti imprevisti tra le parole e questo è senz’altro un bene. Quello che forse non si perdona (o che, mi prendo la piena responsabilità, io non apprezzo particolarmente) in certa poesia che è contemporanea cronologicamente ma senza tempo come ispirazione è proprio l’idea atemporale, la poesia, come sono solita ripetere ormai come un mantra, senza una data accanto. A leggere Gualtieri ma diciamo anche te senza cautele retoriche, si trovano più assoluti e asserzioni che domande e conflitti col presente, la posizione antagonista dov’è, nel senza tempo? Lo sforzo di essere contemporanei è sì, quello agambeniano di essere inattuali, ma inattuali non vuol dire ignari, come se davvero si trattasse di miti e foreste, di fole per dirla alla Leopardi (sebbene cupe) e incanti e non banalmente di linguaggio, di procedimenti e, alla fine di scrittura. Che non si perdoni il pubblico in espansione è un po’ l’alibi di chi non accetta che ci sia chi rischia un po’ di più, con le forme, di chi il pubblico vuole, come dicevano i santi padri, per dirla ancora con Amelia Rosselli, farselo da sé, non compiacere quello preconfezionato dall’abitudine secondo cui la poesia è quella cosa che si dice, anzi, si recita dalla quinta elementare ai nostri giorni in modo impostato, enfatico ed effusivo, senza soluzione di continuità. Un po’ il vecchiume di Pavese nei Dialoghi con Leucò, che comunque sono degli anni Quaranta, glieli possiamo condonare. Insomma, Giorgiomaria, quando diventi nostro contemporaneo?

 

GM: Io sono contemporaneo al Medioevo futuro: e da lì vi aspetto. Ma poi, pensa ai Dialoghi con Leucò in mano a Straub–Huillet, dalla nube alla resistenza: che ordigno! Altro che vecchiume. Il problema dell’Ufficio delle tenebre è che non sei venuta a Vallecascia a vederlo in scena: allora sapresti che il conflitto è la storia stessa di quel luogo. Un processo al novecento che è anche pratica di contagio, di impurità – e da cui sbuca la lezione dell’amianto, che se vuoi è la stessa della poesia: un veleno che agisce con una temporalità sfasata – che inizia a far vedere i suoi effetti molto dopo che li abbiamo subiti. Io sono nato lì in mezzo, e non potevo che portarlo sulla pagina. E il pubblico, a Vallecascia, è venuto fuori allo stesso modo. Così accadeva con La specie storta, in una storia che ho raccontato oramai attraverso tutta l’Italia. Che poi già il fatto di viaggiare – e viaggiare molto – con la poesia, è oggi considerato un fatto radicalmente antagonistico. Sono appena tornato da una spedizione di una settimana con Mediterranea, che mi ha portato a Lemno e ad Agiostrati, isola degli esiliati greci. L’invito a imbarcarmi, venuto da Simone Perotti e Francesca Piro, è nato da una delle presentazioni dei miei libri. Solo un imprevisto può salvarci!   Io di treni (ma anche di aerei, o traghetti…) in questi ultimi anni ne ho presi moltissimi, per raggiungere librerie, teatri, mulini, isole, chiostri riconvertiti, frammenti d’Italia che sono stati pieni di rivelazioni, di incontri inattesi, di dialoghi formidabili anche quando “crudeli”. L’incontro col pubblico è un esercizio mitopoietico: negarlo rientra nell’ottica punitiva della letteratura come sistema di sola rassegnazione. E di rassegnazione non abbiamo più bisogno.

 

(Una postilla ancora sul fatto di essere “contemporaneo”: se con la poesia mi accusano di essere “atemporale”, con la saggistica c’è il fatto opposto. Cupertino e Copertino, Τiktok e Giordano Bruno, tupperware e la plastica della natura, skincare e la periferia della pelle: come sai non mi tiro indietro. Bisogna far schiantare i tempi! Ma la poetica è la stessa: restituire, con rigore, uno spazio di leggibilità alle res derelictae, alle cose che giacciono abbandonate, spesso in bella vista (come molti dei fenomeni descritti sopra, a cui fatichiamo a dare “dignità” filosofica). O voi contemporanei:  vi sfido a starmi dietro!)

 

GP: In effetti una delle domande che volevo farti va nella direzione opposta alla precedente: ovvero (ma è una domanda che fanno anche a me e credo a chiunque utilizzi con un po’ di libertà e anticonvenzionalità i nuovi media, ossia fuori dalla melassa degli obbligatori gattini/fidanzati/figli/ho pubblicato un libro/ho presentato il mio libro) se la performatività social non (ci) abbia preso un po’ la mano, o, per dirla con Lanier, se non siamo diventati con consapevole leggerezza dei gadget nelle mani del pubblico (ammesso che ne esista uno, effettivamente, per i poeti se non per la poesia)-burattinaio-voyeur e quindi se non stiamo perdendo di vista la pagina, la scrittura che comunque nelle sue varie declinazioni (saggio, prosa, poesia) richiede tempi lunghi, meditazioni decennali (penso a Guido Mazzoni e alla cadenza cronologica dilatata delle sue uscite), raccoglimento, pause, tregua dal clamore e dalla seduzione della ribalta. Il successo logora pure chi ce l’ha, in effetti, e quella novità dirompente delle “braci” di Sossella, quelle “ferite aperte” che ti rivelavano solo nel ‘21 come giovane promessa, si sono un po’ piegate alle esigenze di una sorta di brand consapevolmente e abilmente incanalato da Tlon in un progetto di impatto e presenza molto incisiva nei media, forse un po’ meno nel campo della poesia più nuova e “rischiosa” (penso alla “ricerca”, ovviamente). Il rischio qui è che da un lato sappiamo cosa aspettarci da Cornelio, caduto nella trappola di fare Cornelio (parafrasando un Cortellessa d’antan su Giuseppe Conte), e d’altra parte Cornelio stesso non sembra più interessato a ri-produrre un vero choc, o almeno dare una scossa a chi legge, come i versi di Sanguineti o di Balestrini negli anni Sessanta. Rientra un po’ tutto nella mitobiografia del giovane favoloso e nell’estetizzazione della postura poetica: allora dov’è lo scandalo della parola, dove ti vediamo davvero epater les bourgeois? (Aldo Nove ha scritto di te che sei il più grande poeta contemporaneo, e sì, questa è di fatto una bella provocazione. Ma la poesia è anche per te inabissamento, come per lui?)

 

GC: Non cadiamo subito in nostalgie, per carità! Epater les bourgeois? Ce ne fossero! Ma mi ci vedi con la divisa mazzoniana? Con quelle cadenze? Quando mai! Che poi abbia letto Mazzoni con grande attenzione, questa è un’altra storia. Tra l’altro, debbo a lui le mie prime pubblicazioni su “Le parole e le cose”, anche lì giovanissimo, e quindi gli sono sempre stato grato per la fiducia (scrivevo di Tony Duvert, uno degli “impubblicabili”). Ma io sono un poeta che nel suo apprendistato ha altro: a moltissima letteratura poetica contemporanea (che leggo quotidianamente) preferisco qualche riga di Robert Macfarlane, Jeff VanderMeer, Franny Choi o Ursula K. Le Guin. Pensa a Always Coming Home, o alla Mano sinistra del buio; Le Guin che tra l’altro non avrebbe voluto scrivere romanzi per young adults, ma che, alle richieste della sua casa editrice, la Parnassus Press, tirò fuori La saga di Terramare, libro fondamentale sulla questione del rapporto tra letteratura e linguaggio: «Per mutare stabilmente questo sasso in gioiello, devi cambiare il suo vero nome: e fare questo, figliolo, anche se si tratta soltanto di un minuscolo brandello del mondo, è come cambiare il mondo. […] Ma non devi cambiare nessuna cosa, nemmeno una pietruzza o un granello di sabbia, se prima non sei cosciente di quale possa essere il bene e il male che da questo atto deriveranno. Il potere di un mago può scuotere l’equilibrio del mondo. È periglioso, tale potere». Ecco: con un giro di vertigine, dal mago torniamo alla tua domanda: l’equivoco sta nell’idea che si possa uscire dalla questione social – che vi sia una fuga dall’impuro. La mia lotta si fa dicendo questo: che la rete era già in noi, che non c’è purezza, e che il potere incantatorio dei maghi sta da sempre nella manipolazione dei phantasmata – delle immagini, dei nomi. In tal senso, ecosistemi come TikTok sono formidabili campi di prova del proprio tenore immaginativo: la casacca algoritmica che ci cuciono addosso non si può tagliare via con un colpo solo. Ci siamo invischiati.  Servono controffensive immaginative. Per questo dobbiamo vegliare le immagini, frequentandole da vicino. Per questo la poesia è irrinunciabile: è una tecnologia di discriminazione di queste stesse immagini. E dall’altra parte, la poesia somiglia a TikTok nel modo in cui sposa –in cui monta insieme– universi che sembrerebbero non poter mai stare accanto. Ecco lo scandalo, da cui non si può prescindere, de-concidere per un poco, senza essere integralmente consegnati al dominio della macchina algoritmica. Io lavoro su questo. Il Gruppo 63 aveva a suo modo già attraversato la questione TikTok col futuro alle spalle, mentre gente come Marchesini oggi non riesce ancora a capire il Gruppo 63, e paragona il suo ufficio stampa ad Hamas. Che miseria! C’è poi l’equivoco Tlon: ma qualcuno si è preso la briga di studiarla, questa casa editrice tanto avversata? Maura Gancitano, Andrea Colamedici (ma anche Matteo Trevisani e Nicola Bonimelli) stanno generando un catalogo che mette insieme René Daumal, Ben Lerner, Sloterdijk, Grafton Tanner, Anne Carson e Federico Campagna, tra i moltissimi. Altro che editoria di consumo! Ma Tlon è anche una realtà capace di dare vita a progetti  -a collettivi di intelligenze umane e artificiali- come lo Xun di Ipnocrazia, un libro-dispositivo di rivelazione dell’incantamento collettivo che per mesi ho vissuto dall’interno, fino al giorno in cui è comparso in copertina dell’Espresso, con sommo sgomento. Andrea Inglese, nel commentare Xun su Nazione Indiana, mi disse (come di tante altre cose che attraverso) che quella «teoria è molto provinciale». Lo ha ripetuto anche al Flip (Festival della Letteratura Indipendente Pomigliano d’Arco). Ipnocrazia intanto ha fatto il giro del mondo, da Le Grand Continent a La Vanguardia a El País, dalla Germania all’Argentina fino al New York Times,  generando un dibattito vero, senza consensi assoluti. In Italia, chi lo ha capito da subito -guarda caso- è stato Bifo, uno che non ha problemi a dire che Colamedici è un filosofo e un editore vero, mentre l’accademia si mostra sempre più reazionaria ed esclusivamente reattiva (cioè capace solo di reagire, senza immettere forze generative). Io mi dedico ad altro. Alla fine, lo scandalo che cerchi, cara Gilda, è che anche lo scandalo, come il futuro, non è più quello di una volta.

 

GP: …vegliare le immagini, frequentandole da vicino. Per questo la poesia è irrinunciabile: è una tecnologia di discriminazione di queste stesse immagini. E dall’altra parte, la poesia somiglia a TikTok nel modo in cui sposa -in cui monta insieme- universi che sembrerebbero non poter mai stare accanto. Ecco lo scandalo, da cui non si può prescindere. Ma, in concreto, come direbbe Nanni, e però Moretti, che vuol dire? Il rischio di inanellare asserzioni non falsificabili è che si possa dire, ad esempio, quello che dici della poesia, di qualsiasi arte, prodotto, esternazione. Facciamo un gioco, senza scomodare le auctoritates, i filosofi d’ogni tempo e infliggere all’interlocutore la tua enorme (e postmodernissima, prima che social o algoritmica) capacità di saltabeccare da Villa a Xun, qual è, se esiste, uno specifico della poesia, a questo punto? Sì, lo so che si diceva così una volta e che sono stata io stessa a esortarti a farti tuo contemporaneo, ma insomma, perché, Cornelio, vai a capo? Ti volevo anche chiedere una cosa che mi sta venendo in mente in questa specie di tenzone che abbiamo ingaggiato. Io sono cresciuta pasteggiando con Balestrini, anche proprio nel senso che ci ho mangiato assieme, qualche volta, perché noi nati tra i Settanta e gli Ottanta abbiamo avuto l’anacronismo o il privilegio di non doverci considerare una “bolla” e nemmeno, di fatto, una generazione. Un altro dei miei mantra è quell’idea di “contemporaneità dilatata” che devo a Parola plurale (pensando al Sossella del tuo esordio e al suo coraggio un po’ autolesionista, ma pur sempre coraggio) e che ha fatto coincidere per un tratto poeti come Montale e Balestrini o Balestrini e Gherardo Bortolotti. Nei nati tra gli Ottanta e i Novanta (tutti o molti ‘’mazzoniani’’, tra l’altro) è più forte questa idea di generazione, che in un contesto simil-RicercaBo (il laboratorio Vivaria, officina di scritture under 35 del festival La punta della lingua, ad Ancona) mi è stato spiegato da Marilina Ciaco più che con un senso di identificazione, col suo opposto: “siamo in mezzo a un vuoto epistemico e di contesti, dobbiamo riconoscerci per esistere” (cito a memoria, quindi infedelmente). Tu sembri nato già parte per te stesso, però se proprio uno ti vuole trovare dei consentanei deve guardare o molto indietro ai morti o effettivamente a poeti più âgé. Come ti trovi in mezzo a quelli che scrivono e hanno più o meno la tua età? Chi sono – se ce ne sono – i compagni.

 

GC: A me sembra di essere molto concreto quando parlo di poesia come tecnologia. Prendiamola sul serio questa affermazione, spingiamoci a dire, fuor di romanticismo, che pensare poeticamente significa pensare in immagini, che è il nostro modo di attraversare (e farci attraversare) dalla foresta del mondo. Anche qui non cadiamo in Baudelaire, ma piuttosto in Eduardo Kohn: ​​«pensare con le immagini, con ogni genere d’immagine (che siano oniriche, uditive, aneddotiche, mitiche e persino fotografiche), e imparare a vedere i modi in cui queste immagini amplificano, rendendolo manifesto, qualche aspetto della vita umana che si trova oltre l’umano, è anche un modo di aprirsi alla distintiva logica iconica dei pensieri che la foresta pensa attraverso di noi. […] Pensare come le foreste: in immagini». Per cui la poesia non uno specifico delle letteratura – non lo è mai stata, esattamente come il cinema, inteso come cinema vivente, montaggio nella mente- è nato con noi molto prima dell’invenzione del cinematografo. Lo spiega bene Antonio Damasio: «davvero si può dire che il montaggio, comunque lo si intenda, ha qualcosa del funzionamento della nostra mente». Sono tutte manifestazione di quel processo continuo di far rinascere il mondo in immagini che nei Fossili di rivolta ho chiamato processo immaginativo-simbolico.   Se invece parliamo di poesia come genere letterario, allora me te ne tiro fuori perché, come diceva il maestro elementare a Emilio Villa, «tu non sarai mai buono a far stare in piedi una frase». Ci sono gli scrittori – ma la poesia non si è mai esaurita in loro. Passiamo oltre. Tu sembri nato già parte per te stesso, mi scrivi. Su questo posso darti ragione, e forse per tale motivo non ho smesso di interrogare la “radice dell’inchiostro”: di porre cioè, ai miei “colleghi” (fuor di generazione) la domanda sul perché scriviamo, per rivolgerla contro me stesso. Non m’interessano le comunità identitarie, i gruppi di facile appartenenza. Voi ne avevate bisogno: venivate da uno scisma a suo modo inevitabile, che ha prodotto una serie di miopi idiozie che oggi non possiamo più permetterci, e che hanno negli anni allontanato i poeti italiani da qualsiasi dibattito pubblico in larga scala (in scala pandemica). Adesso che le trincee le fanno davvero, muoviamoci altrove. Cerchiamolo il coraggio di dirlo, una volta tanto, che ci piacerebbe farci leggere di più – che non si può stare solo nel seccume dei reading con 10 persone che si lisciano a vicenda il pelo di una eternità sconsolatamente provvisoria. Per quanto riguarda i miei coetanei: a me interessa leggere cose diverse, e per questo faccio con Giuditta Chiaraluce i libri “volatili” o gli incontri di Isola e Isole ai Fumi della fornace, dove sono passati decine di poeti della mia età; poeti a cui non riconosco altra specifica che quella di essere, ognuno a suo modo, fuor di sesto. Molti pensano, anche in maniera paternalistica, che non contiamo più un cazzo, che non ci facciamo guerra e per questo siamo molli, ma il fatto che tra noi ci siano poche guerriglie (o cortesie) mi piace: ci si legge a prescindere. Una cosa che un critico-poeta che ammiro moltissimo come Tommaso Di Dio ha capito benissimo; a tal proposito, il suo Poesie dell’Italia contemporanea è un romanzo sulla poesia fatto tutto di schianti di cui condivido non solo l’approccio, ma anche la “politica” critica che c’è dietro. Alcuni miei coetanei scrivono cose pazzesche.  Pensa un libro bellissimo come Quaternarium di Gianluca Furnari: «Vedi, caro Consorzio, /  è così vecchio il mondo / e perso il filo dei discorsi / che ogni parola viaggia per millenni / e non arriva mai –».  Pensa a Retriever di June Scialpi, o a Se giuri sull’arca di Tarantino, per rimanere nell’ultimo anno.  Siamo vivi, eccome! Non ci facciamo più riconoscere in gruppi, ma vi obblighiamo a conoscerci. Questo è. Ora fateci i conti.

 

GP: Non so se condivido questa contrapposizione “noi” e “voi”, che si fonda sull’autoriconoscimento di valore: vi obblighiamo a conoscerci, sì ma in che modo? Radunando le (piccole) folle? Così però vince l’influencer, non il poeta. E credo che in questo momento di grande caos e sottomissione di tutti i generi allo storytelling contenutista (di cosa parla un libro/film/serie) vada posta più che mai in valore la scrittura, proprio dalla specola minoritaria della poesia, non il computo dei follower e dei like che si pesano, più che contarli, a un certo grado di maturità artistica. Penso anche all’idea di comunità di Nancy, alla dicotomia fra il proprio che è ‘’io faccio’’ e il comune che è ‘’lo faccio insieme ad altri che mi somigliano’’. Ma fuori dal giro, dalla cerchia, dalla nicchia? Non so se sia una strada, l’autocostruzione e legittimazione di un modello virtuoso perché inclusivo, trasversale, contaminato, affollato, ma non ci proponiamo qui di sancirlo e nemmeno avrebbe molto senso, visto che è ormai più norma che trasgressione, l’allegro meticciato. Mi interessa, avviandoci alle conclusioni di questo match, capire perché dovrei o dovremmo dirti o dirvi poeti, a questo punto, e non animatori, imbonitori, autopromoter, giullari, nel senso storico-letterario del termine. Ai miei studenti, per causare uno choc, devo ancora leggere l’incipit di Laborintus: Sanguineti lo aveva scritto a vent’anni, quindi noi e loro vecchi vs giovani poco rileva. E allora, la poesia? Una scossa, un’idea che non sia ricevuta, uno sforzo epistemico come quello di chi, negli anni Zero, ha forzato gli steccati scavallando la stessa differenza di genere in favore dei procedimenti di (ancora una volta) scrittura o scritture. Si chiamano ancora Giovenale, Broggi, Bortolotti, quelli che hanno cambiato un paradigma (o ci hanno provato, e gli effetti, proprio come per i Novissimi, si vedono, e sempre più si vedranno, sugli altri poeti, quelli che non sono nella comunità o nel recinto stretto della ricerca e cominciano a sentire come insostenibile la prigionia del lirismo). Mi sa che in questo nuovo decennio c’è ancora da lavorare, in una direzione che sia proprio quella in cui le cose accadono primariamente nella scrittura, senza il filtro Paris. Anche solo per il discorso dell’immagine che facevi tu: la scrittura non l’ha di per sé, ed è questo il suo potere, la sua risorsa, la sua differenza dal contesto e dall’uso di massa.

 

GC: Chiamatemi come volete, in balia dei termini. A me interessa il nome che ancora manca. Non mi disgusta, come invece sembra a molti, l’idea che un poeta possa essere un agitatore – quanti poeti lo sono stati, nei secoli prima di questo. Ha ragione Ida Travi a dire che il libro non basta: che i poeti che vanno in giro con il libro davanti la faccia, come uno scudo tascabile, si trovano poi inevitabilmente un muro d’ascolto davanti. I Tolki (per me la saga poetica più importante di questo decennio) hanno dentro di loro anche quella radice ambigua: Tolkien.  Se penso all’idea di letteratura di Tolkien nell’ Albero e foglia mi sembra infinitamente più utile, inclusa la questione dell’ eucatastrofe: «una grazia improvvisa e miracolosa, una grazia su cui mai una persona deve contare nei suoi piani, perché non salva dall’esperienza del dolore e del fallimento ma nega la sconfitta come definitiva, universale». Ecco cosa fa la scrittura che amo, che inseguo, a prescindere dai recinti: nega la sconfitta come definitiva, universale. E, come le aquile in Tolkien, può arrivare da ovunque: spauritissime meraviglie di piccoli scrittori, officianti della domenica, sperimentali, agitatori di masse. Novissimi e vecchissimi.  Per questo i miei libri di poesia sono sempre poemi, favole che tengono però dentro, cocciutamente, Sanguineti e Rosselli, Giovenale e Ostuni, Balestrini e Spatola. Gli spostamenti, le interruzioni di senso. Sono lì, che uno li riconosca o no.  Ma ci sono anche riferimenti a scritture che per me oggi hanno davvero cambiato i paradigmi: si chiamano videogiochi, vedi Death Stranding di Hideo Kojima, o The last of us o Disco Elysium – ci vorrebbe un’altra discussione per spingerci a fondo di questo inabissamento. Ma non si può fare finta che queste cose non esistano, perché finiscono incise sui proiettili e poi, come nei fatti degli ultimi giorni, esce fuori che non abbiamo alcun riferimento che non siano paradigmi giù usurati (e francamente inservibili). Un’immaginazione così disarmata è micidiale. Soprattutto: non si può negare che oggi ci sia un desiderio di epica, di vasta narrazione, di storytelling (Matteo Meschiari lo ripete da anni, ma anche Francesca Matteoni) che la poesia italiana fa fatica a realizzare. E si può fare epica in ogni modo – pensa a Niger mundus di Emilio Villa, o alla vita minimissima dei dettagli di Anedda. Per il resto, ciascuno scricchiola un poco.  Vuoi un testo per i novi Novissimi? Salutiamoci così: «Alle consolazioni, preferisco l’arancio amaro. Ciò che estingue può anche salvare».

 

GP: (Mi sa che persistenza è solo l’estinzione era stato già detto. Amen).

7 thoughts on “E la poesia dove sta? Conversazione senza filtri con Giorgiomaria Cornelio

  1. ancora il medioevo futuro? ma c’ha dieci anni quell’idea, niente di meglio da dove provenire?
    gc se la mena come un drago, mentre viene divorato vivo dalle immagini, dall’intelligenza, dalle forme e dalle sue stesse idee e nemmeno se ne accorge. gp invidiosissima perché non si sa vendere bene come gc e perché gc insiste a dichiararsi più strano di gp e gp si vuole sentire più strana di gc ma gc è più furbo a dichiararsi più strano di gp mentre gc è solo normalmente strano, cioè non è strano, e gp si rode perché pensa sia un pregio dichiararsi strano da normalmente strano mentre probabilmente quella strana forte è gp e non gc che è solo normalmente strano, cioè non è strano, ma gc si sa vendere bene come strano al contrario di gp che non si sa vendere affatto quindi gp resta invidiosissima perché non si sente strana quanto gc che è normalmente strano, cioè non è strano. entrambi quando vedono lo strano scappano. sostituisci strano con poeta. ciao poeti vvb smack

  2. personalmente da questo articolo non mi arriva nulla. Un affastellamento di citazioni e schermaglie tra addetti ai lavori destinata ad altri addetti ai lavori.

  3. Gentilissima, ce ne rincresce. Il nostro è comunque un sito culturale, qualche competenza minima è richiesta, ma non crediamo si tratti esattamente di un testo per addetti ai lavori, tra l’altro non c’è ormai riferimento che non sia alla portata di Google. L’offerta in rete è molto ampia, speriamo con suo maggior gradimento.

  4. La Juventus ha esonerato due allenatori in sei mesi, due persone che da calciatori avevano vinto molto e quindi sanno (sapevano, saprebbero) cosa serve. Hanno chiesto ad un altro ex dei bei tempi non troppo lontani che succede. Quello ha risposto che e’ cambiato il mondo, la societa’ e quindi anche i calciatori: non piu’ calciatori ma calcio-attori, calcio-brand, calcio-media, calcio-politici e cosi’ via: “Troppe, troppe distrazioni… ma non prendetevela con loro, il talento esiste sempre” (cit.)

  5. Cornelio si abbarbica su ogni specchio che trova con il terrore di essere dimenticato. Il “classico in vita” è più che altro un morto che parla – a se stesso.
    Ma d’altronde è questa la gloria della sperequazione. Sarebbe bello non confondere poesia e privilegio, poeti e pubblicisti…etc etc etc

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