a cura di  Carlo Baghetti, Mauro Candiloro, Jim Carter, Paolo Chirumbolo, Maria Luisa Mura

 

[È uscito di recente per Mimesis il volume Ecologia e lavoro. Dialoghi interdisciplinari, a cura di Carlo BaghettiMauro CandiloroJim CarterPaolo ChirumboloMaria Luisa Mura. Ne riprendiamo qui l’introduzione]

 

 

Un’origine culturale dell’antitesi ecologia-lavoro?[1]

 

Il termine dialoghi contenuto nel sottotitolo di questo volume è la traccia che unisce una serie di eventi ed esperienze che sono l’origine di queste pagine e ne costituiscono il retroterra. Uno scambio di idee e opinioni iniziato nelle notti del 2020, quando i curatori si connettevano su Zoom da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico per capire quale nesso esistesse tra gli studi sulle rappresentazioni artistiche del lavoro e quelli ecocritici. Questa riflessione nasceva all’interno dell’OBERT, acronimo di Observatoire Européen des Récits du Travail, una struttura di ricerca nata nel 2018 presso l’Aix-Marseille Université con l’intento di analizzare il lavoro da una prospettiva inedita e quasi sempre relegata agli estremi confini del discour savant, quella culturale e artistica; in altre parole, tra gli obiettivi dell’OBERT vi è quello di analizzare i “discorsi culturali” trattandoli con la medesima dignità che si attribuisce alle fonti storiografiche e sociologiche, legittimando al contempo l’intero campo delle scienze umane, inclusa la critica letteraria, cinematografica, artistica e quelle scienze sociali sensibili alla dimensione discorsiva, come strumenti adeguati e performanti per comprendere il significato del lavoro nel suo farsi storico.

 

Negli ultimi anni, l’Osservatorio ha visto una rapida espansione del suo perimetro e del numero di incontri scientifici, nonostante le difficoltà dovute alla pandemia. Sono stati istituiti dei sottogruppi di ricerca che si concentrano su diverse tematiche, tra cui l’approccio metodologico alle fonti culturali, una lettura di genere e queer di tali rappresentazioni, un gruppo che riflette sulla dimensione migratoria e lavorativa, un’équipe che affronta lo studio delle forme di rappresentazione della classe operaia spagnola. È in tale quadro che nasce il progetto di cui avete in mano un primissimo risultato, che intende unire gli studi ecologici con quelli sulle creazioni artistiche e culturali che tematizzano il lavoro, questioni strettamente correlate ma che spesso sono state affrontate in modo separato dagli accademici. In particolare, il gruppo ha scelto di concentrarsi sul solo contesto italiano, un modo per rendere l’analisi più sicura, centrata e precisa.

 

Con l’intento di promuovere una discussione sull’ecologia e il lavoro attraverso l’arte, i curatori hanno organizzato quattro eventi, ciascuno con un obiettivo specifico. Nel primo, Stefania Barca e Serenella Iovino hanno discusso il ruolo della critica accademica nel contesto del cambiamento climatico attuale. Nel secondo, abbiamo esplorato la forma espressiva del romanzo con la partecipazione di Simona Baldanzi e Angelo Ferracuti, due autori rappresentativi del racconto ecolavorativo. Nel terzo seminario, abbiamo affrontato il potenziale della poesia come mezzo per dare forma e significato alla connessione tra ecologia e lavoro, con l’intervento di Laura Pugno e Italo Testa. Infine, nel quarto incontro, abbiamo esaminato le rappresentazioni cinematografiche e documentaristiche della tematica, con il contributo di Chiara Sambuchi e Daniele Atzeni. Sul web sono ancora disponibili le registrazioni di questi confronti[2].

 

La ricchezza delle discussioni e la consapevolezza dell’urgenza di questo tema ci hanno spinto a continuare la riflessione attraverso un altro canale, invitando ricercatrici e ricercatori a partecipare a questo libro collettivo. Sulla scia dei primi incontri, abbiamo deciso di organizzare il volume in sezioni – narrativa, poesia, cinema – introdotti da capitoli dal taglio storiografico. Tuttavia, riconosciamo che avremmo potuto fare di più, includendo altri linguaggi artistici come la musica e l’arte figurativa (ad esempio, promuovendo ricerche sull’Arte povera o l’opera di street artists contemporanei, come Blu o Iena Cruz), o forme narrative non convenzionali come le storie orali, seguendo il modello di Marco Armiero e del suo progetto Toxic Bios – A Guerilla Narrative Project[3]. Inoltre, avremmo potuto e dovuto dedicare attenzione ad autrici e autori importanti come Laura Conti, Nuto Revelli, Roberto Saviano, Franco Arminio o Wu Ming, per limitarci solo a qualche nome. Così come sarebbe stato auspicabile non limitarsi all’Italia, in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, e affrontare le problematiche ecologiche su scala internazionale, invece di limitarsi a un contesto nazionale. Ma l’obiettivo di questo volume non è enciclopedico o manualistico, quanto piuttosto dissodare un terreno specifico delle labor narratives, quello che esplora la dimensione ecologica di queste scritture, al fine di renderlo più fertile e disponibile a nuove e più approfondite indagini. In sostanza, desideravamo introdurre una “funzione”, per riprendere un termine usato da Niccolò Scaffai[4], che fornisse una chiave di lettura e rilettura della recente tradizione artistica italiana. Nonostante i suoi limiti e le sue lacune, talvolta significative, speriamo che l’ampiezza del campo di riflessione aperto possa attenuare almeno in parte questi difetti.

 

Perché riflettere al giorno d’oggi sui rapporti tra lavoro ed ecologia, attività umane e natura? Pur essendo pietre miliari della Costituzione Italiana (da un lato, vi è l’articolo 4 che sancisce il “diritto al lavoro”; dall’altro, l’articolo 9 che parla di “tutela dell’ambiente, anche nell’interesse delle future generazioni”; oltre chiaramente all’articolo che apre la Costituzione e ricorda che l’Italia è una “Repubblica fondata sul lavoro”), ci sentiamo di affermare con convinzione che questi principi fondamentali per una convivenza civile stiano attraversando un momento di profonda crisi, che sembra essere quasi irreversibile. Facendo riferimento a un testo uscito dieci anni orsono, si può parlare di “Costituzione incompiuta”[5], e cioè di un progetto civile e sociale mai realizzato compiutamente, di promesse e aspettative che, seppur in tempi e modi diversi, sono state disattese a danno dei cittadini italiani. La discussione su lavoro ed ecologia è assolutamente cruciale, e ci si deve impegnare a difenderli con urgenza. Uno degli obiettivi di questo volume è proprio questo: mettere al centro della discussione quello che, per prendere in prestito le parole di Serenella Iovino, la voce italiana più autorevole nel campo dell’ecocritica e delle Environmental Humanities, può essere definito un “binomio inscindibile”[6]. Come ha scritto Jason W. Moore, quando ci occupiamo di lavoro e natura, bisogna essere consapevoli che ci si riferisce sempre “a un’unità dialettica: lavoro-nella-natura, natura-nel-lavoro”[7]. I due momenti non possono essere separati, e proteggere l’uno significa al tempo stesso, inevitabilmente, proteggere l’altro.

 

Molto si è pubblicato in anni recenti sulle rappresentazioni culturali del mondo del lavoro da un lato e su quelle ambientali dall’altro[8]. Le bibliografie sono, in entrambi i casi, nutrite e impreziosite da studi pregevoli, per qualità e profondità di indagine. Meno, fatte le dovute eccezioni[9], si è riflettuto sul rapporto lavoro-ambiente. I saggi raccolti in questo volume intendono aprire un dialogo proprio in questa direzione. Vogliono mettere questi due momenti a confronto, riflettere sulla società moderna e sul modo in cui essa viene raccontata, provare a immaginare scenari futuri. In questo senso l’approccio interdisciplinare, vero e proprio elemento distintivo dell’ambientalismo e dell’ecocritica, è uno snodo fondamentale. Il dialogo tra saperi, discipline, punti di vista e rappresentazioni artistiche di segno diverso, diventa dunque un momento essenziale per dare spazio a nuove categorie critiche e a nuovi paradigmi interpretativi, scovare nuove reti. Ecologia e lavoro si pone anche questo obiettivo: creare uno spazio sinergico che possa dare il via ad altre simili iniziative scientifiche ed editoriali. È importante cambiare il modo in cui si guarda il mondo, in cui ci si guarda, modificare il pensiero, aprirsi a problematiche pensate in modo diverso. Il ruolo della cultura è, per citare ancora Iovino, centrale. Essa è

 

una strategia di sopravvivenza. La cultura ci aiuta a non disperdere la nostra memoria, a progettare la permanenza delle nostre idee, e anche a prendere le distanze, se necessario, da tradizioni che cospirano contro la nostra sopravvivenza anziché favorirla. La cultura di cui è portatrice l’ecocritica vuole essere una cultura della sostenibilità, proprio perché vuole mettere in luce come certe visioni del mondo, veicolate dall’immaginario creativo della letteratura, abbiano una valenza educativa fondamentale, e possano perciò contribuire a orientare costruttivamente la nostra cultura, facendone una forma di “evoluzione consapevole”, una “strategia di sopravvivenza”.[10]

 

In virtù di questo approccio interdisciplinare, Ecologia e lavoro si offre al lettore suddiviso in quattro parti. La prima sezione intende fornire alcuni riferimenti di carattere storico, sociologico e teorico sul rapporto ecologia e lavoro, e si apre con un saggio di Stefania Barca dal titolo Lavorare la terra. Riflessioni transnazionali sulla storia ambientale del lavoro[11]. Il capitolo ripercorre alcune tappe fondamentali della storia dell’ambientalismo operaio del ventesimo e del ventunesimo secolo e spazia geograficamente dall’Italia al Nord America, per arrivare al Sud America. L’autrice identifica tre campi essenziali all’interno dei quali portare avanti le proprie riflessioni sull’ambiente come prodotto del lavoro umano del passato (ad esempio, le bonifiche operate in varie aree dell’Italia), sui rapporti tra ambiente, luoghi di lavoro e comunità locali (Barca parla in particolare del caso Seveso) e, per finire, sull’attivismo politico-ambientale della classe operaia (con particolare attenzione agli Stati Uniti e al Brasile). Il secondo contributo di questa sezione è firmato da Salvatore Romeo e si intitola Industria e paesaggio. Dall’estetizzazione della produzione alle prime forme di capitalismo ‘verde’ (1945-1980). Anche in questo caso la riflessione storico-sociologica viene articolata in tre sezioni. Nella prima, l’autore analizza il ruolo avuto da alcune grandi imprese italiane del secondo dopoguerra (la Olivetti, la Pirelli, l’ENI) nella costruzione estetica di un paesaggio industriale ideale, grazie anche al fondamentale contributo di intellettuali quali Leonardo Sinisgalli e Paolo Volponi. Nella seconda parte del capitolo, Romeo ripercorre il passaggio successivo, e cioè la lenta ricognizione da parte della politica e dell’opinione pubblica italiana della nocività di questa nuova civiltà industriale. Paradigmatiche sono, nella sua ricostruzione, le vicende legate alle lotte contro la costruzione dello scalo metanifero di Panigaglia (vicino a Porto Venere) e contro la raffineria voluta dalla Gulf e ubicata inizialmente a Zelo Buonpersico sulle rive del fiume Adda. Il saggio si chiude con delle riflessioni sui tentativi fatti da alcune aziende (la Pirelli e soprattutto l’ENI) in materia di capitalismo verde e sostenibile. Il terzo e ultimo capitolo della sezione storico-sociologica è opera di Marino Ruzzenenti e si intitola Lavoro ed ecologia. Un confronto mai concluso. Ruzzenenti, tra gli studiosi più attivi nel campo della ricerca storica sui rapporti tra industria, lavoro e ambiente, si sofferma su quattro casi emblematici: la vicenda della Caffaro, la fabbrica chimica che per anni ha inquinato la città di Brescia; la storia dell’Ilva di Taranto, il polo siderurgico più grande d’Italia, esempio lampante di quello che Ruzzenenti definisce “autocolonizzazione” e luogo in cui gli operai sono ancora costretti a scegliere tra salute e lavoro; quella della Gkn di Firenze, multinazionale operante nel campo dell’industria automobilistica e teatro di ripetute vertenze e rivendicazioni sindacali; e, per finire, la vicenda leggermente più edificante della centrale a carbone di Civitavecchia, in cui si prende in considerazione la possibile riqualificazione e riconversione in chiave ecologica dell’impianto. Il capitolo termina con alcune considerazioni sociopolitiche concernenti la necessità dell’avvento di un “neostatalismo” responsabile che rispetti, seguendo i dettami della Costituzione, il lavoro, i lavoratori e l’ambiente.

 

La seconda sezione del volume esplora il connubio ecologia e lavoro da una prospettiva narrativa, con l’idea di evidenziare alcune delle sue declinazioni nella letteratura italiana contemporanea. Apre la sezione il contributo di Gianluca Picconi, intitolato Socializzare Cristo: appunti su lavoro ed ecologia in Pasolini. Ripercorrendo le varie fasi riguardanti la produzione del lavoro in Pasolini – dalla rappresentazione della civiltà contadina fino all’intellettualismo borghese, passando per l’alienazione del sottoproletariato romano – il capitolo si propone di studiare l’estetica del lavoro in una prospettiva cristologica, laddove la figura di Cristo sembra esprimere, in termini di coscienza, il nodo tra sacrificio individuale (esperito attraverso il lavoro) e possibilità di riscatto sociale. È alla luce di questa triangolazione (tra sacrificio, libertà e coscienza di classe) che l’autore analizza la questione ambientale. Se è vero che una parte del sacrificio del lavoro consiste in un’evidente perdita di naturalità (individuale e sociale), tale deriva sembra implicare un sacrificio parallelo, riguardante la deturpazione dell’ambiente naturale e lo stravolgimento identitario del paesaggio. Socializzare Cristo permette allora di prendere coscienza della problematica ecologica, su un piano d’intermediazione necessaria tra coscienza soggettiva e storia collettiva, sacrificio personale e solidarietà sociale. È su simili e imprescindibili interconnessioni che si focalizza il saggio di Niccolò Scaffai, dal titolo Storia, natura, individui: l’ecologia di Calvino. A partire dallo sguardo di Calvino su una natura che “sta per morire”, l’autore prova a definire una possibile poetica del lavoro, volta a stabilire orizzonti ed estensioni del tema; al contempo tenta di interpretare, in prospettiva umanista, la reciprocità dialettica che caratterizza, nella sua scrittura, il rapporto tra natura e individuo. Nel saggio viene offerta una panoramica sul pensiero ecologico dell’autore, tra i primi ad aver narrato il consumo di paesaggi della società industriale. Si concentra poi sulla specificità del nesso ecologia e lavoro in Marcovaldo e La nuvola di smog, in particolare sulla relazione tra individuo e città industriale. Il saggio si chiude con una disamina de Le città invisibili. Nata (anche) da un impulso ecologico, l’opera offre spunti di lettura relativi al concetto di “terzo paesaggio”[12], qui analizzato ugualmente in prospettiva animale.

 

È sempre più bello questo nostro pianeta”: ecologia e lavoro in Paolo Volponi è il titolo del terzo contributo della sezione narrativa, a cura di Francesco Diaco. Il capitolo affronta il nesso ecologia-lavoro nell’opera di Volponi a partire da un’interpretazione tematica de Il pianeta irritabile (1978). Parzialmente ambientato nei luoghi dell’infanzia marchigiana dell’autore, il romanzo offre l’immagine di una natura de-antropizzata, volubile e volutamene straniante, la cui “performatività favolistica”, per riprendere la formula usata da Diaco, sembra imputabile non tanto a un ritorno ai cicli di natura dell’Appennino, ma piuttosto alle conseguenze di un conflitto nucleare che ridisegna la geografia e contamina gli ecosistemi. È attraverso questa esperienza naturale perturbante che Volponi sembra voler evidenziare l’innaturalezza disumana del neocapitalismo e le storture da esso prodotte in una prospettiva sociale e ambientale, qui reinterpretate come alterazioni ecosistemiche fondamentali. L’autore ci introduce a questa esperienza narrativa, strutturando una riflessione originale sulla matrice politica dell’ecologismo volponiano.

 

Silvia Cavalli, nel contributo intitolato “Mai s’incazza il mare per buttare tutto giù”: Tommaso Di Ciaula e la lotta per l’ambiente, prende in esame uno dei testi-manifesto della cosiddetta “letteratura selvaggia”, Tuta blu di Tommaso Di Ciaula. Procedendo a una precisa disamina del contesto culturale nel quale venne pubblicato, nonché del paratesto, dimostra come quel “controcanto naïf” della letteratura industriale sia in realtà molto preciso e presagisca la necessità di far convergere lotta ambientale e rivendicazioni sociali, tematica oggi quantomai sentita. Emblema della contraddizione che le classi subalterne vivono, tra promessa di progresso sociale e condanna a vivere in un luogo contaminato, è la descrizione della Contrada Paradiso, luogo ossimorico dopo l’avvento dell’industrializzazione selvaggia che ha trasformato la campagna pugliese in una discarica a cielo aperto e preda dell’abusivismo edilizio. Nell’articolo successivo, Contro gli inganni dell’immateriale: Piedi in cerca di cibo di Francesco Leonetti, Eleonora Lima riflette sulla prosa frammentata che l’autore utilizza per descrivere l’Italia e il mondo durante gli anni del “riflusso” e del capitalismo post-industriale. Leonetti contrappone due realtà distanti: quella della Silicon Valley, in cui già all’epoca si concentravano gli sforzi creativi e ingegneristici per sviluppare potenti microchip destinati a trasportare l’umanità in un mondo virtuale e privo di connessioni con l’ambiente, sia esso naturale che sociale; e quella italiana e milanese, dove i protagonisti del romanzo cercano di riportare in commercio i prodotti dell’artigianato locale o provenienti dal sud del mondo, come ultima forma di resistenza alla deriva produttivista dell’Occidente, che ha sovvertito la relazione tra esseri umani e gli altri animali, tra esseri umani e ambiente circostante, trasformando l’ecosistema in un trofeo da esporre nelle vie dei centri cittadini.

 

Cronache dal tempo della fine. Apocalissi culturali e ambientali in due esempi di narrativa “postuma” italiana è il titolo del penultimo contributo della sezione, a cura di Claudio Panella. Intendendo il lavoro come una delle forme primarie della relazione tra umano e natura, l’autore intende riflettere sull’esistenza di una prospettiva ecologica nella narrativa italiana contemporanea, capace di tematizzare le trasformazioni socioeconomiche e del mondo del lavoro nell’ultimo secolo, a partire dalla crisi (più volte reiterata) di tale relazione. Il contributo si focalizza su due esempi di scritture “postume” rispetto alle maggiori “apocalissi culturali”[13] di fine secolo e inizio millennio: quello espresso dalle Ligurie[14] di Francesco Biamonti e quello riguardante la Puglia di Giancarlo Liviano D’Arcangelo. Nel primo caso, l’attenzione si rivolge alla devastazione del paesaggio agricolo ligure, testimone del trapasso altrettanto vi- stoso della civiltà contadina. Nel secondo, lo sradicamento è quello di Giordano Giordano, protagonista di L.O.V.E Libertà. Odio. Vendetta. Eternità (Il Saggiatore, 2020), la cui traiettoria sociale sembra riproporre su scala locale (quella della Puglia di vigne ed olivi secolari) gli effetti dell’ascesa del neoliberismo e della globalizzazione, fino alla delocalizzazione e finanziarizzazione dell’economia nazionale. Claudio Panella dimostra come, in entrambi casi, la coscienza profonda di un’esistenza postuma da parte dei protagonisti apre a una rappresentazione che non è fine del mondo ma la fine di un mondo, orizzonte di senso entro cui comprendere e riorientare il rapporto tra memoria, spazio e identità. Chiude la sezione il contributo di Irene Cecchini, Cartografie di comunità: il legame narrativo tra ecologia e lavoro in Simona Baldanzi. Partendo dal mutamento doppio che vede da un lato l’evoluzione del lavoro dall’età industriale a quella postindustriale e, parallelamente, l’affermarsi di un’ecologia intesa come “struttura di senso” (e dunque non necessariamente legata a una dimensione ambientalista), l’autrice propone una riflessione sul rapporto tra ecologia e lavoro nell’opera di Simona Baldanzi; opera in cui lo spazio geografico territoriale sembra essere inteso in una prospettiva sociale, in quanto prodotto dell’interazione fondante che lega ambiente naturale e agire umano, sul piano esistenziale e resistenziale. L’analisi si basa sulla lettura di tre romanzi (Il Mugello è una trapunta di terra, 2014; Maldifiume, 2016; Corpo Appennino. In cammino da Monte Sole a Sant’Anna di Stazzema, 2021) e interroga le geografie letterarie della valle del Mugello (a nord di Firenze) attraverso il dispositivo letterario del cammino. È attraver- so tre storie di cammino che il narratore-autore si cala nella realtà del territorio, svelando così, in una prospettiva esperienziale, le in- terrelazioni fondamentali che legano comunità e lavoro, “le storie di luoghi, ma anche di corpi-lavoratori e di costrutti socio-politici” alla base di queste “cartografie di comunità”.

 

La terza sezione, la cui prospettiva è quella della poesia, si apre con il contributo di Italo Testa, che prende le mosse dalla constatazione che già Marx  aveva rilevato come il lavoro fosse precisamente la forma attraverso la quale si realizza il metabolismo tra uomo e ambiente. Il consorzio umano è insomma in una condizione di dipendenza vitale rispetto all’ambiente in cui è immerso. Dopo aver passato in rassegna le tre immagini concettuali (ambiente, natura e paesaggio) che scaturiscono da tale condizione, Testa invita, con Sellars, a percorrere la strada che porta a una visione stereoscopica di queste tre immagini. Il percorso è reso tuttavia difficile dall’alienazione che fa sì che noi umani ci sentiamo estranei alla natura. Di fronte al cambiamento climatico, rimuovere tale ostacolo diventa per Testa sempre più urgente, come testimonia la sua pratica poetica. Ed è proprio un “esercizio di visione” che l’autore ci propone nella parte centrale del saggio, un esercizio di indistinzione naturale. Riprendendo un motivo centrale nella sua raccolta L’indifferenza naturale (2018), Testa ci invita a osservare l’ailanto, ossia una di quelle piante vagabonde che infestano ciò che Gilles Clément chiama il Terzo paesaggio fatto di residui dell’attività umana. In genere vituperato per la sua invasività, l’ailanto diventa per Testa l’emblema di quella democrazia del vivente che il consorzio umano dovrebbe perseguire opponendola all’alienazione antropocentrica.

 

Secondo Claudia Crocco, proprio l’opposizione nei confronti del sistema di produzione neocapitalistico quale summa della dismisura antropocentrica è al centro della produzione di poeti quali Fortini, Giudici, Pagliarani e Zanzotto. La prima parte del contributo è consacrata a Milano, la città che subì maggiormente le conseguenze umane e ambientali del boom economico e che ospitò anche una delle sedi più importanti della Olivetti, quella peraltro dove Fortini e Giudici ebbero modo di lavorare e di conoscersi. Se da un punto di vista ideologico Giudici deve molto, secondo Crocco, a Fortini, la funzione che essi attribuiscono alla poesia è radicalmente diversa, pur condividendo la natura indiretta della sua azione. Laddove per Giudici il poeta ha il dovere al contempo di criticare la società e contribuire a costruirne una nuova, per Fortini egli non può che costruire incessantemente un’allegoria, anche qualora si occupi della questione del lavoro o della natura. Da questo punto di vista, prosegue Crocco, Giudici è paragonabile a Pagliarani: le microstorie de La vita in versi da una parte e quella più articolata de La ragazza Carla dall’altra contribuiscono a restituire il paesaggio umano e non solo della società industriale dell’epoca attraverso l’ironia o la sperimentazione formale. Sulla strada dell’allegoria, osserva Crocco, Fortini incontra invece Zanzotto, col quale condivide, di libro in libro, una denuncia sempre più fragorosa e sempre più affidata allo straniamento, della devastazione inflitta al paesaggio dall’antropocentrismo e dal sistema capitalista.

 

Ed è specificamente su Zanzotto che si sofferma il saggio di Giorgia Bongiorno, la quale sottolinea la persistenza e la pregnanza del rapporto tra ecologia e lavoro nell’opera del poeta veneto; un rapporto che muove dalla celebrazione della necessaria sinergia tra dato naturale e attività umana per approdare alla denuncia della rottura di tale sinergia operata dall’iperproduttivismo capitalista. Nella prima parte della sua opera, infatti, Zanzotto è, osserva Bongiorno, il poeta esiodeo di un quasi religiosamente rinnovato locus amoenus, in cui l’operare dell’uomo s’inscrive armoniosamente nel paesaggio naturale. Il lavoro dell’uomo si esprime a quest’altezza sotto forma di tracce visibili nel paesaggio di cui accrescono lo splendore. Da Vocativo (1957) in poi, tuttavia, il rapporto lavoro-paesaggio cambia, non è più all’insegna di “tessuto e misura” per riprendere la felice formula di Bongiorno. Rapido e implacabile, il boom economico rompe l’armonia faticosamente, lentamente costruita tra uomo e paesaggio, lasciando spazio a una dismisura furente e devastatrice, che Zanzotto si premura di registrare attraverso strumenti quali l’enumeratio, tesa a restituire la vitalità, more negativo, di questa nuova natura, di questa natura sfregiata, eccessiva, abnorme. È tuttavia proprio in seno a questa landa distopica, conclude Bongiorno, che Zanzotto afferma la sua fiducia nella poesia come Terzo paesaggio, residuo ineliminabile, sorgente inesauribile.

 

La rottura metabolica, la fine insomma della sinergia tra uomo e ambiente è altresì al centro del saggio di Gabriele Belletti, il quale propone un percorso attraverso alcune voci della fertilissima poesia dialettale romagnola (Pedretti, Rocchi, Guerra, Baldini e Nadiani), restituendone la reazione di fronte allo scempio del paesaggio naturale e culturale perpetrato da iperoggetti del sistema capitalista quali cementificazione e inquinamento. Il fatto che questi poeti scelgano il dialetto per dire la loro opposizione non è tuttavia da ascrivere, avverte Belletti, a una volontà regressiva, bensì a un desiderio di preservazione di una biodiversità linguistica e culturale posta in stato d’assedio da parte dell’Antropocene. Così, tra venti condannati all’estinzione dall’emergere di orribili palazzoni, luoghi letteralmente ricoperti di cemento umano, troppo umano, volatili annientati da nuvole di diserbanti e pesticidi, buoi sostituiti dalle macchine, veleni così diffusi da essere diventati cifra anche etica del nuovo mondo, i poeti dialettali presi in esame sono voci ostinatamente alla ricerca di una bellezza sempre più nascosta, ma pur sempre (r)esistente.

 

Chiude la sezione il contributo di Antonio Catalfamo, consacrato all’analisi della produzione in versi dei poeti-operai, termine, ricorda l’autore, coniato da Pasolini per sottolineare la necessità dell’arrivo sulla scena letteraria di queste nuove figure, le sole che sarebbero state a suo avviso in grado di dare voce all’umanità operaia. Secondo Catalfamo, questa produzione è suddivisibile in due fasi, alle quali dedica rispettivamente la prima e la seconda parte del suo saggio. I poeti della prima fase (1950-1980) – le cui voci principali sono quelle di Brugnaro, Cardinale e Di Ciaula – s’incaricano di dare voce, talvolta in senso letterale come nel caso di Cardinale, e comunque sempre in corpore vili – a una denuncia delle condizioni in cui sono ridotti mondo operaio e ambiente senza tuttavia mai perdere la fiducia nei lendemains qui chantent. Invece, nella seconda fase (dagli anni Novanta in poi), cambia innanzitutto l’identità dei poeti-operai. Mirate operazioni di smembramento dei grandi complessi industriali da parte del sistema neocapitalista hanno reso la classe operaia – e di conseguenza i poeti-operai – più invisibili, più divisi, di fatto politicamente inoffensivi. La classe operaia, e con essa i poeti-operai, non è tuttavia scomparsa; si è assistito semmai a una operaizzazione di altre categorie di lavoratori, spesso all’insegna di una precarietà professionale ed esistenziale sempre più marcate. Ne consegue, conclude Catalfamo, una “poesia del dolore” nella quale viene meno la fiducia nelle lotte, pur perdurando la volontà di denuncia. Una poesia, infine, in cui assume un ruolo importante il dialetto, come nel caso di Franzin, da intendersi come lingua di una koinè che prova a resistere, margine vivo nei residui del Terzo paesaggio industriale.

 

Le recenti teorie del nuovo materialismo hanno avuto un impatto particolare negli studi sul cinema, ed è per questa ragione che i quattro capitoli che comprendono la sezione cinema di questo volume trattano, ciascuno a modo suo, l’entanglement[15] del lavoro umano, il mondo naturale e perfino la produzione cinematografica come pratica creativa. Nel capitolo I rischi dell’esplosione. Pellicola e lavoro a Ferrania, Elena Past ed Ed Slesak rivisitano la nozione, popolare quanto illusoria, secondo cui la pellicola cinematografica sia materia non-vivente, mettendo in evidenza l’organicità della celluloide, la cui produzione richiede componenti animali, vegetali e minerali. Se la pellicola è viva, allora essa prende parte alla natura del lavoro umano, e come rischia l’esposizione (alla luce, ai pericoli ambientali), così fa anche il corpo delle operaie. Il contributo di Past e Slesak privilegia questa convergenza di rischi, ma segnala anche il fatto che qui il discorso sul lavoro viene fatto tacere. È attraverso l’ascolto delle preoccupazioni per la pellicola cinematografica insieme a quelle per l’ambiente circostante che il capitolo riesce a reintegrare il lavoro e tutti gli effetti che convergono anche sul corpo operaio. Vanno sottolineati almeno due aspetti di questa analisi: la ricerca di Past, completata presso l’archivio di Ferrania a Savona, e la formazione di Slesak nel campo dell’Igiene Industriale e della Sicurezza e Saluta Ambientale, che porta al materiale una prospettiva inusitata negli studi umanistici. Questa collaborazione fornisce un antidoto alla retorica corporativa e trionfante dell’Italia del boom economico, rivelando come, per esempio, il giornale “Valle Bormida. Periodico dei lavoratori” già discuteva dell’esposizione sia dell’ambiente sia del corpo a partire degli anni Sessanta.

 

La produzione della pellicola cinematografica ha dunque delle conseguenze ecologiche, così come ce le ha anche la produzione della narrazione cinematografica. Nel capitolo Ecocinema italiano ars et praxis. Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, Laura di Bianco racconta la storia di una delle prime produzioni di EcoMuvi, compagnia che ha come scopo la promozione di un cinema sostenibile, con l’integrazione sul set di una nuova figura: la green manager. Tra le altre cose, il compito della green manager è quello di assicurare che il trasporto della troupe sia responsabile, che tutti i materiali del catering siano riciclabili e che i luoghi siano rispettati. Al centro del resoconto di di Bianco è un’intervista condotta con Ludovica Chiarini, green manager per Lazzaro felice, dove Chiarini descrive il processo attraverso cui Rohrwacher e la troupe hanno coltivato e rivitalizzato una cascina abbandonata nella campagna laziale. Di Bianco trova inoltre che la diegesi di Lazzaro felice lo renda un film particolarmente eco-cosciente, con un protagonista immerso nella natura e una cinematografia che depone l’essere umano a favore dei vari suoi “altri”, siano essi le piante o i calanchi viterbesi, forgiati da secoli di processi culturali e naturali. Pur riconoscendo il rischio che tali pratiche servano solo per facilitare l’accesso a nuove fonti di finanziamento, l’autrice sostiene che film come quello di Rohrwacher sono il frutto di una sensibilità emergente e non-antropocentrica nella produzione cinematografica.

 

Il cinema è davvero capace di superare la divisione cartesiana tra il soggetto umano e la natura come oggetto? È questa la domanda che si pone Paolo Saporito nel capitolo Tra etica ambientale e alienazione dalla natura: il lavoro agricolo e pastorale nel cinema italiano contemporaneo, trovando in cinque film recenti alcuni motivi di speranza. Saporito comincia ripassando il dibattito filosofico sull’alienazione dalla natura, che tende a gravitare attorno a due prospettive dominanti. Da un lato ci sono quelli che sottolineano il valore intrinseco sia dell’umanità sia della natura, dove ogni pratica che violenti l’una o l’altra sfera non può che essere destabilizzante e quindi immorale. Dall’altro lato ci sono quelli che—rispondendo direttamente a questo argomento—insistono che l’umanità e la natura non siano separate ma piuttosto co-costitutive, dal momento che ciascuna è in relazione con l’altra. Quest’ultima appare la prospettiva più avanzata, dato che ci permette di trattare l’ecologia con il giusto grado di complessità, compreso nel suo rapporto con il lavoro. È in questa direzione che Saporito vede andare il cinema italiano. La sua analisi di cinque film recenti identifica una propensione all’astrazione e all’idealizzazione della natura (in una prospettiva cartesiana), ma fa notare che comunque sono proprio questi film a procedere successivamente verso una decostruzione dei presupposti. È il caso di Terra Madre (Ermanno Olmi, 2009), Le quattro volte (Michelangelo Frammartino, 2010) e Bella e perduta (Pietro Marcello, 2015)). Inoltre, altri film come Le meraviglie (Alice Rohrwacher, 2015) e In questo mondo (Anna Kauber, 2018) trovano modo di comunicare il rapporto degli esseri umani con gli animali, le piante e i sistemi ecologici attraverso l’uso di una cinematografia creativa o l’impiego di tecniche narrative di grande innovazione. Lasciando il cinema di finzione, il capitolo di Alberto Baracco Cinema documentario dell’eco-trauma. Le fabbriche dei veleni e i colori della morte al lavoro indaga l’uso del cinema quale mezzo per mostrare ma anche elaborare una serie di disastri ambientali prodotti da certe fabbriche. I suoi casi di studio sono l’Eternit di Casal Monferrato, l’ACNA di Cengio e l’IPCA di Ciriè, ciascuna dei quali ha trasferito alla comunità circostante un trauma poco compreso. Film come Indistruttibile (Michele Citoni, 2004), Il caso ACNA. Storie di lotte e di ordinari inquinamenti (Fulvio Montano, 2004) e Non si deve morire per vivere (Daniele Gaglianone, 2005) assegnano alle vittime la parte di narratore, permettendo loro di oggettivare le proprie storie e trasformare tali storie da impressioni individuali in memorie collettive. Come nota Baracco, una parte importante del processo terapeutico è il vedere la propria immagine riflessa sullo schermo, una pratica che promuove l’autocoscienza attraverso il cinema.

 

Note

 

[1] The project leading to this publication has received funding from the Excellence Initiative of Aix-Marseille University – A*Midex, a French “Investissements d’Avenir programme” AMX-19-IET-005.

I curatori di questo volume desiderano ringraziare le seguenti istituzioni per il loro sostegno: l’Aix-Marseille Univ., Boston University Center for the Humanities, Université Paris 10, Nanterre.

[2] I contenuti sono disponibili sulla pagina Facebook dell’Observatoire: https://www.facebook.com/ProjetOBERT/videos_by. Ultima consultazione 18/04/2023.

[3] http://www.toxicbios.eu/#/stories. Ultima consultazione 16/04/2023.

[4] N. Scaffai, Introduzione, in Id., Racconti del pianeta terra, Einaudi, Torino 2022, p. XIV. In questa circostanza l’autore usa il termine “funzione” per parlare dell’antropocene.

[5] T. Montanari (a cura di), Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente, Einaudi, Torino 2013. Nella premessa firmata da Tomaso Montanari si fa riferimento a un articolo scritto da Piero Calamandrei in occasione del terzo anniversario della Costituzione (2 giugno 1951). L’articolo, uscito sulla rivista “Il ponte”, si intitolava, emblematicamente, La festa dell’Incompiuta, e accusava lo Stato italiano di essere un regime basato su di una “premeditata noncuranza costituzionale”; P. Calamandrei, Lo Stato siamo noi, Chiarelettere, Milano 2011, p. 31. Oggi, a distanza di settant’anni, vista l’incapacità dello Stato repubblicano di porre un freno alla crisi del lavoro e a quella ambientale, quella “noncuranza” è ancora attuale.

[6] Si fa in questo caso riferimento ad un’intervista dal titolo Serenella Iovino: ecologia e letteratura un binomio inscindibile. Sebbene qui la studiosa parli principalmente di ecocritica letteraria, ci sembra che alcune osservazioni di carattere più generale possano senza dubbio essere utilizzate anche in campo ecolaburista. E. Visco, Serenella Iovino: ecologia e letteratura un binomio inscindibile, in “Daily Green. Quotidiano di Green Economy”, 15 luglio 2015. L’articolo è consultabile online: https://www.greenious.it/serenella-iovino-ecologia-letteratura-un-binomio-inscindibile/. Ultima consultazione 16/04/2023.

[7] J.W. Moore, Antropocene o Capitalocene?: scenari di ecologia-mondo nella crisi planetaria, Ombre Corte, Verona 2017 (versione kindle).

[8] Limitandoci al caso italiano, a pochi esempi bibliografici apparsi negli ultimi dieci anni possiamo citare, per il versante lavorativo: P. Chirumbolo, Letteratura e lavoro. Conversazioni critiche, Rubbettino, Soveria Mannelli 2013; G. Bigatti, G. Lupo (a cura di), Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale, Laterza, Roma-Bari 2013; D. Fioretti, Carte di fabbrica. La narrativa industriale in Italia (1934-1989), Tracce, Pescara 2013; C. Baghetti et alii (a cura di), Il lavoro raccontato. Studi su letteratura e cinema italiani dal postmodernismo all’ipermodernismo, Franco Cesati, Firenze 2020; C. Baghetti, J. Carter, L. Marmo (a cura di), Italian industrial literature and film. Perspectives on the representation of postwar labor, Peter Lang, Oxford 2021. Per quanto riguarda gli studi di ecocritica: M. Seger, Landscapes in between. Environmental change in modern Italian literature and film, University of Toronto Press, Toronto 2015; S. Iovino, Ecocriticism and Italy. Ecology, resistance and liberation. Bloomsbury, London 2016; N. Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Carocci, Roma 2017; E. Past, Italian ecocinema. Beyond the Human, Indiana University Press, Bloomington 2019; F. Paolini, Environment and urbanization in modern Italy, University of Pittsburgh Press, Pittsburgh 2020; D. Angelucciet alii (a cura di), Environmental humanities: Scienze sociali, politica, ecologia, DeriveApprodi, Roma 2021; M. Armiero, L’era degli scarti. Cronache dal Wasteocene, la discarica globale, Einaudi, Torino 2021.

[9] In ambito italiano si vedano, ad esempio, S. Barca, Workers of the Earth: labour, ecology and reproduction in the age of climate change, Pluto Press, [s.l], 2023; E. Leonardi, Lavoro, natura, valore: André Gorz tra marxismo e decrescita, Orthotes, Napoli 2017; in ambito anglosassone si veda, a scopo introduttivo, N. Räthzel, D. Stevis, D. Uzzell (a cura di), The Palgrave Handbook of Environmental Labour Studies, Palgrave Macmillan, Basingstoke 2022.

[10] E. Visco, op. cit.

[11] Il presente saggio è una versione tradotta di un lavoro precedentemente pubblicato, che qui riproponiano grazie al gentile permesso dell’autrice; S. Barca, Laboring the Earth: Transnational Reflections on the Environmental History of Work, “Environmental History”, Vol. 19, N. 1, 2014, pp. 3-27.

[12] G. Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, trad. it. Quodlibet, Macerata, 2005.

[13] E. De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, a cura di C. Gallini, Einaudi, Torino 1977 e la sua nuova edizione a cura di G. Charuty, D. Fabre, M. Massenzio, ivi 2020, p. 479.

[14] F. Biamonti, Le parole la notte, Einaudi, Torino 1998, p. 90.

[15] Termine derivato dalla fisica quantistica per indicare la natura indifferenziata di una totalità che invece si manifesta ai sensi come collezione di elementi discreti. Spesso tradotto in italiano con “correlazione quantistica” ma appaiono più precise traduzioni quali “intreccio” o “intrecciarsi”. Da notare che qui ci si riferisce all’interpretazione più radicale della teoria quantistica, esposta in origine da Niels Bohr e applicata, più recentemente, alla cultura umanistica in K. Barad, Meeting the universe halfway. Quantum physics and the entanglement of matter and meaning, Duke, Durham 2007.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *