di Massimiliano Malavasi
Come fanciul che non intende espressi
del buon maestro i detti, e poi l’etade
fa ch’ei profitti rimembrando in essi
(Menzini, Elegie, I)
A dirla veramente tutta Serianni non è stato il mio maestro. Infatti io non mi sono né laureato né, tantomeno, addottorato con lui. Il mio maestro è stato Mario Costanzo Beccaria e già qualche anno fa ho avuto l’opportunità di ricordarlo e di omaggiarlo. Serianni non era nemmeno uno di quei maestri di metodo che mi sono scelto personalmente soltanto leggendo le loro opere, senza mai averli potuti conoscere di persona, ma immaginando le loro voci mentre annotavo i loro libri: da Giorgio Spini a Luciano Canfora, da Carlo Ginzburg a Gaetano Cozzi, da Gino Benzoni a Piero Camporesi. Per essere davvero un mio maestro, per i miei gusti, mancava a Serianni quella esplicita capacità di collocare lo studio e la ricerca in una prospettiva politica, come forma di azione intellettuale nella società o almeno come lettura complessa della realtà.
Eppure, sin dalle prime sue lezioni, che seguii nell’anno accademico 1989-1990, per puro istinto, una voce dentro di me cominciò a chiamarlo maestro. Ben prima della tragedia che ce lo ha portato via ormai quattro anni fa, mi era capitato spesso di interrogarmi sul perché considerassi Serianni un maestro nonostante quelli che io percepivo come suoi limiti. Per anni mi ero interrogato spesso su questo, in particolare dopo che uscivo dal suo studio, quando lo andavo a trovare in facoltà, o quelle rare volte che lo sentivo al telefono, dopo aver chiuso la chiamata. Mi ero interrogato e mi ero anche dato una risposta ed è questa risposta che vado a spiegare nelle righe che seguono.
Non è un mistero, tra gli allievi più stretti di Serianni, che esiste da almeno trent’anni l’affettuosa abitudine di prendere bonariamente in giro il tono di voce, la postura, il linguaggio con il quale il maestro trattava gli argomenti di cui stava parlando. Si trattava, apparentemente, di un aspetto quasi esclusivamente esteriore, meccanico, manieristico del suo modo di esprimersi. Il ritmo lento ma ritmato della voce, l’esibito distacco emotivo e psicologico dal discorso, la pronuncia strascicata – con leggera variazione di tono – di alcune vocali, la ricerca ossessiva di un lessico tecnico e specifico, l’attenzione alla complessità della fenomenologia dell’oggetto studiato, persino una costante dose di ironia distribuita con studiata strategia nelle pieghe del discorso; il tutto accompagnato da un peculiare prossemica: la testa leggermente inclinata di lato pronta a spostarsi con moto subitaneo sul lato opposto, in genere a marcare un passaggio logico del discorso; gli occhiali tenuti in mano con l’asta a roteare come una pipa di fronte alla bocca oppure al lato, rivolta verso l’orecchio.
Eppure, proprio ripensando a quei suoi atteggiamenti, un giorno mi sono accorto di qualcosa: quel suo modo di parlare, di cercare il termine esatto, di tenere una postura particolare nel porsi di fronte all’oggetto di studio – che fosse la lingua delle koinè quattrocentesche settentrionali o i dialetti toscani medievali – era l’incarnazione vivente, l’attuazione esteriorizzata di un metodo intellettuale e della sua corrispondente impostazione interiore. Serianni non si limitava a insegnare le nozioni di storia della lingua che trasmetteva: Serianni metteva in scena, quasi in modo teatrale, un metodo di studio e un modo di pensare, e quindi – in ultima analisi – di essere. Serianni insegnava che imparare a pensare corrisponde a un processo di educazione interiore della propria mente e quindi della propria interiorità. L’attenzione rispettosa alla varia fenomenologia dell’oggetto studiato. La valutazione delle catene logiche di causa ed effetto. La ponderata disquisizione delle ipotesi contrastanti. L’onesta accettazione dei rischi di contraddizione o delle aporie rimaste nell’ipotesi di lavoro. Io e gli altri ragazzi del corso – al pari di quei tanti che c’erano già stati prima e di quelli che ci sarebbero stati dopo – fissavamo la nostra attenzione sulla dottrina relegando in secondo piano, nell’aneddotica spiritosa, il modo in cui quella dottrina veniva esposta. E invece quell’esposizione era un’implicita lezione di metodo che rimaneva impressa forse persino più di quanto non riuscisse la dottrina stessa.
C’era un implicito insegnamento nel suo stesso modo di muoversi e di parlare e di trattare l’oggetto della sua lezione. Si cominciava con la pacata esposizione del fenomeno: calma, distesa, analitica. E tu capivi: controlla te stesso, controlla le tue emozioni, osserva con attenzione, descrivi con metodo, non correre a conclusioni preconfenzionate. Poi arrivava la formula logica che interpretava i fenomeni: questo accade con questa regolarità, questo suono diventa quest’altro, ecco il caso in cui si trasforma la vocale, ecco il caso in cui il fenomeno non si verifica. E tu capivi: metti in sequenza logica i dati, analizza i nessi di causa-effetto, costruisci un’ipotesi generale di lettura del fenomeno, verifica sui dati la validità dell’ipotesi. A quel punto Serianni, con calma, rilevava le eccezioni, i casi inspiegabili, le contraddizioni implicite della formula elaborata. Una grande lezione: non gonfiarti nel tuo narcisismo di giovane interprete del mondo, la realtà ti può sfuggire, devi accettare la possibile irriducibilità del mondo alla formula, ma non ti arrendere … continua a cercare. Serianni infatti aveva quasi un culto positivistico della scienza e una fiducia forse persino eccessiva nella possibilità di ridurre il mondo a formule: ricorderò sempre l’effetto che mi fece sentirlo proclamare che non esiste l’eccezione, esiste il prevalere di fattori altri rispetto a quelli che stiamo considerando. Ovvero: il mondo è complessità, mentre seguiamo un fenomeno ne incrociamo tanti altri, e quindi non ci può essere una sola formula, ce ne sono di necessità tante, che si sovrappongono, collaborano e si possono reciprocamente influenzare e persino sabotare: ragiona, indaga, confronta, metti alla prova. Il modo in cui narrava tutto questo, quella prossemica, quelle espressioni, quel tono di voce, erano la teatralizzazione di tutta questa metodus incarnata in una lezione e in un modello di insegnamento. Non si impara a ragionare se non si impara un certo modo di essere, di educare la propria interiorità, le proprie emozioni, i propri istinti.
Ma perché tutto questo faceva tanto effetto e perché, insieme alla serietà, generosità, disponibilità e competenza di Serianni, tutto ciò ha fatto di questo docente il monumento che ora è diventato nel ricordo di quanti lo hanno sentito insegnare? Il motivo, a mio parere, è storico e sociologico. La mia generazione, quella che arrivò nei banchi della «Sapienza» alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, e ancora di più quelle che sarebbero seguite, era già cresciuta in un mondo inondato dall’aggressione delle merci. Eravamo cresciuti tra manifesti pubblicitari in strada, jingle radiofonici, pagine intere dedicate agli sponsor nei quotidiani, infiniti spot televisivi, persino pagando il biglietto del cinema si dovevano subire promozioni di ogni tipo. L’autorappresentazione dell’uomo occidentale a partire dagli anni Cinquanta aveva codificato non solo e non tanto un modo di appartenere a un sistema produttivo ma aveva anche selezionato posture, emozioni, gesti. L’operazione non poteva essere neutra e infatti non lo era: il modello di essere umano che bisogna vedere e nel quale bisognava identificarsi era predeterminato non da una visione complessiva del mondo ma solo dall’esigenza di vendere il prodotto. Il risultato fu una vera e propria deformazione dell’individuo umano rappresentato: sempre in preda a un entusiasmo immoderato, stravoto da un’allegria incontenibile, ubriaco di una felicità strabordante: striduli gridolini, squittinii di godimento, sorrisi che piegavano volti, occhi rilucenti di gioia, perfino corse, salti e danze per il nuovo gelato gustosissimo, per il dopobarba ultraseduttivo, per il nuovissimo rimmel fashionissimo, per la macchinona da ultrafighi, per il biscotto gustoso e nutriente ma anche – miracolosamente – dimagrante. Nel teatrino delle merci – divenuto l’unica rappresentazione comunitaria di noi stessi – l’individuo viene implicitamente invitato a retrocedere a uno stadio adolescenziale e infantile, viene condannato a ridursi a un bambinesco entusiasmo per la passiva azione di una merce sui sensi e sull’anima. La nostra autorappresentazione, quella che riempie i nostri mezzi di comunicazioni, è incentrata su un essere umano ridotto alle sua dimensione identitaria basilare, ricettore di sensazioni fisiche e di emozioni primordiali: se ne era accorto già negli anni Cinquanta uno dei primi apostoli della psicanalisi in Italia, Emilio Servadio, che scriveva infatti: l’immagine concreta in luogo del pensiero astratto, la ripetizione stereotipica invece del discorso dialettico, il monoideismo invece dei passaggi concettuali del pensiero, l’affettività e l’emozione in luogo della valutazione spassionata… tutto ciò fa parte della vita psichica primitiva, e si ritrova infatti nelle espressioni popolari e infantili, nella favola o nel sogno.
La capacità della mente di gestire emozioni e sensazioni, di costruire pensieri complessi, di affrontare la realtà con un io strutturato e un giudizio analitico e critico è vista come un pericolo, è guardata con fastidio e con disprezzo, perché può portare a una valutazione razionale nell’acquisto del prodotto. E quindi questo modo di essere non va rappresentato: per il mondo delle merci l’essere umano mangia, beve, si accoppia, al massimo si vuole bene, si commuove, piange un attimo ma subito dopo sempre e comunque ride. Nel pervasivo regno delle merci che ci ha invaso è implicita una voce che dice quest’uomo che pensa, che ragiona, che si approccia alla realtà con affettuoso riserbo, con benevola diffidenza, con meditata e misurata adesione, non ci piace, lo odiamo perché non ci aiuta a vendere, e quindi – in ultima analisi – ne auspichiamo la definitiva estinzione. Nel “sistema dis-educativo” delle merci – che controllava ormai da tempo giornali, televisioni e spazi pubblici – pensare, riflettere, controllarsi, è deleterio, è pericoloso, è triste. Quel sistema, implicitamente, mira alla distruzione dell’homo rationalis.
Comodo (ma nemmeno poi tanto) – ma come dire – poca soddisfazione. Il sistema delle merci vorrebbe farci credere che tutto il nostro essere debba coincidere con i nostri polpastrelli e con le nostre papille gustative e che la mente deve servilmente seguire queste indicazioni. Dottrina fuorviante già in termini strettamente edonistici: Epicuro, il maestro della dottrina del piacere, si raccomandava di considerare che il piacere è tutto ma solo finché la mente che lo cerca lo sa gestire, finché l’Io è più forte del richiamo dei sensi, affinché l’individuo impari a distinguere tra piaceri naturali e innaturali, necessari e non necessari. E poi dottrina fuorviante perché il piacere è una componente dell’esistenza che assume significato e sapore solo nella misura in cui spendiamo le nostre energie vitali in un impegno: il piacere è l’altra faccia della medaglia in cui compare lo sforzo. Ecco perché, nonostante tutto, ancora arrivano all’università dei ragazzi e delle ragazze che portano il normale sviluppo dell’identità umana a livelli non elementari, ovvero arrivano ancora ragazzi e ragazze che avvertono il gusto e il desiderio di pensare e di definire sé stessi attraverso la costruzione di un io complesso e non bambinesco. Sono i ragazzi e le ragazze che mi ritrovo davanti quando entro nelle aule universitarie: diplomati in cerca non solo e non tanto di una professionalizzazione in vista dell’ingresso nel mondo del lavoro, ma anche esseri umani assetati e affamati di pensiero e di complessità. Anzi, tanto più fuori imperversa il trionfo dell’infantilismo simulato e dell’anormale eterna adolescenza, quanto più, i ragazzi e le ragazze con menti sopravvissute al lavaggio cerebrale, giunti di fronte anche al più scarso docente universitario in grado di offrire loro un seppur minimo modello di pensiero, protendono gli occhi, lo sguardo, gli orecchi e le menti nella speranza che qualcuno offra loro una parola che li aiuti a modulare il rapporto tra una concezione matura dell’Io, che sentono vagamente formarsi dentro di loro, e la gestione di un senso del mondo. Un mondo in cui il doveroso rispetto per gli istinti basilari si coniughi con una visione complessa della realtà, quella visione che – costringendo la comunità al rispetto delle esigenze di tutti – crea lo Stato. La costruzione di un Io strutturato contribuisce ad educare l’anima dello studente perché eviti i due baratri nei quali nasce quella forma di infelicità che conduce al Male – il sadismo e l’ingordigia – entrambi figli di una incapacità della società di educare l’Io, di costruire un’identità complessa. E non serve aggiungere molte altre parole per dimostrare la lampante veridicità di questo assunto, dal momento che è sufficiente guardare con occhio limpido e sincero la mostruosa slavina di menefreghistico egoismo e, a rimorchio di questo, la riemersione dallo Stige dell’odio e del sadismo nella loro divisa politica: il baratro insomma che si sta stagliando sul futuro di quell’Occidente che giustamente ritenevamo il vertice della civiltà. Un Io strutturato trova nella passione del suo lavoro non solo la via per la propria realizzazione professionale ma soprattutto il giusto equilibrio mentale, quello che lo spinge a spendere le proprie energie vitali in un’attività proprio perché questo crea le condizioni del godimento e quindi del consumo, senza la fallimentare illusione che si possa godere senza lavorare o, peggio ancora, che si debba raggiungere la posizione in cui si guadagna rubando il frutto del lavoro degli altri.
Ritrovatomi, seppur in tarda età, dall’altra parte della cattedra mi sono da subito reso conto quanto fosse giusta l’osservazione di Serianni per la quale chi ha scelto di fare l’insegnante non può permettersi il lusso di essere pessimista: quel che è certo che il buon maestro non si costruisce a tavolino. Più importanti delle indicazioni ministeriali, dei corsi di aggiornamento, dei libri di testo sono la solida formazione ricevuta negli studi universitari e – soprattutto – un requisito strettamente soggettivo, anzi psicologico: la fiducia nella possibilità d’incidere sulla massa di adolescenti inerti o distratti, valorizzando i talenti dei singoli individui e assicurando loro la necessaria preparazione disciplinare. Ciò vuol dire che l’insegnante deve, più di quel che valga per altre professioni, credere al lavoro che fa e scommettere su sé stesso, proponendosi agli allievi come esempio positivo, non usurato di routine e non rassegnato alle tante cose che non vanno.
Rientrato in Italia ormai oltre i 50 anni, mi sono seduto dall’altra parte dell’aula, sulla cattedra, e mi sono accorto che, tra tanti splendidi colleghi appassionati della loro disciplina e del loro mestiere e con una vocazione forte all’educazione e alla formazione, c’è mescolata tutta una varia popolazione di figure difficili da definire che occupano le cattedre privi del senso della propria missione: mestieranti, timbracartellini, traffichini, burocrati, e così via. D’altra parte si tratta dei discendenti di quella casta che il buon Gobetti aveva di fatto profetizzato quando intuiva la volontà dell’Accademia di estranearsi dalla realtà, di chiudersi nella torre d’avorio della tecnica e dei saperi: l’università italiana: ultima creazione dello spirito umanistico che vagheggia una scienza e una cultura fuori dalla realtà, che sdegna l’azione e la responsabilità umana, perché non è capace di soffrire e di rinunciare, che vive di titoli, di comodi, di ambizioncelle da persone ammodo, di falsa serenità. Ho temuto allora di poter diventare come questi nefasti e abusivi impostori (ai quali dedicherò spero un giorno un più intenso pensiero in forma scritta) e dunque ho pensato di aver bisogno di modelli positivi ai quali ispirarmi per i pochi anni che potrò spendere su una cattedra universitaria (grande, ultima e infine raggiunta vocazione di tutta la mia inutile vita). E allora, oltre al mio maestro Mario Costanzo, indimenticabile precettore di anarchia intellettuale, mi sono ritrovato a pensare spesso a Luca Serianni come a un modello di metodo, capace di incarnare la lezione e il suo senso politico ben oltre qualunque proclama, trasformando l’ideologia – forse persino a sua insaputa – in lezione e quindi in formazione degli studenti e dunque in militanza. Maestro, dunque, e – almeno per me – dei maestri maestro.