di Luigi Fasciana

 

[E’ appena uscito per Le Lettere, nella collana novecento/duemila diretta da Diego Bertelli e Raoul Bruni, Epistassi, l’esordio poetico di Luigi Fasciana. Proponiamo cinque poesie].

 

Ebony 

 

Sarà per l’occhio cupo, girato l’angolo, 
che ti puntano addosso.
Per i fotomontaggi che coprono
di donne e peni giganti le cabine telefoniche.
Per come stringono i polsi.

Perché ho pensato a quei tempi e le ho viste distese 
le schiave, respirare, riposare
tra un parto e un altro parto.
Torna sempre la violenza 
non va mai via.
Si declina nel bacio, nella danza.
Le parole sussurrate all’orecchio, minacce.
Il corteo che ha riempito le strade si disperde. 

 

Per tutto questo
ma anche per i video che ho visto,
mentre sfiori i mobili e ti avvicini
e fuori ormai c’è silenzio e immondizia 
per le strade calpestate dalla festa,
mentre mi si stringe intorno il tuo cerchio,
sono pronto al tuo trionfo. 

 

Ma l’espressione che si tende nel piacere
si irrigidisce. È una maschera
che prima è come incisa, poi si spezza.
Non riesci neanche a muoverti
niente lenisce
l’attrito del mio sesso.
Due occhi staranno a mollo
per tutta la notte muti, spalancati
fin quando dal tuo corpo scuro avrai chiesto acqua. 

 

 

La conta 

 

E niente praticamente ti conto i linfonodi
ingrossati, le ghiandoline appostate
e pronte a esplodere
un giorno come questo, passato assieme ma dentro il mio male
che se mi chiedi, come a un bambino
dov’è che ti fa male
non ho una risposta, continuo a contare.
E magari già adesso che ti tocco svogliato
o mentre entravo, che mi sentivo annegare
magari alla conta davvero mancava un bambino,
quiescente sotto peli incarniti.
«Io ho bisogno di parole –
scandisce bene per sé, poi alza lo sguardo
– anche tuo figlio ne avrà.
Con tutte ’ste parole che non dici –
e questa volta è lei che mi solleva il mento
con delicatezza mi studia il collo,
– ti verrà un tumore alla gola
con tutte queste parole che non dici». 

 

 

All’uscita 

 

Ancora fa caldo a settembre
e sono più i palazzi che il cielo
e sudo agli incroci, e la strada
tutto per strada vuole impedirmi
la visione dei corti di Vittorio De Seta. 

 

All’uscita,
non è che sia la strada
tormentata dall’attesa,
e l’asfalto improvvisamente 
lacerato dall’ansia dei tonni.
Dal loro dorso luccicante, estratti gli arpioni,
non si sparge la luce del tramonto. 

 

È che i palazzi sono finalmente palazzi
l’asfalto è asfalto
il cielo, cielo
e la luce. 

 

 

Altavilla 

 

Dopo una mattinata al mare e il ritorno in macchina
le docce e il pranzo, le chiacchiere
gradualmente diminuivano d’intensità
fino a lasciare vuota la tavola. 

 

Mio nonno era il primo a addormentarsi.
Poi mio zio, mia madre
e intrattenuta soltanto dal pensiero
di sparecchiare, anche mia nonna si era già dileguata. 

 

Forse passavo appena cinque, dieci minuti
a rigirarmi inutilmente sul letto
ritrovandomi poco dopo in piedi
ad attraversare il corridoio come si cammina su un molo. 

 

Con cautela ascoltavo 
l’oscillazione del loro respiro profondo
tendersi e distendersi
come la cima delle barche in rada
lo scafo che si solleva sull’onda, poi ricade. 

 

Alla fine del corridoio non c’era silenzio.
Vuoi per le cicale o per piccole folate di vento bollente
ma era quel caldo a far vibrare le cose
a dare l’impressione di un rumore incessante. 

 

E io che per un’ora non ero più
figlio, né nipote
mi sedevo all’ombra della tettoia e del rampicante
a osservare gli olivi, il mare che ci aveva 
preparato al sonno,
le onde incerte e tremanti dell’aria
sopra il cofano incandescente della macchina,
il pallone fermo al sole
il gelsomino e la bouganville, e tutto il resto che era come
di quell’ombra, epistassi. 

 

 

Prima di richiudersi
 

A poche ore dal tuo volo,
poco prima della sveglia,
per le ultime ore avresti
voluto vegliare con me.
Ma gli occhi aperti bruciano
e la testa che oscillava 
dopo essersi rialzata ancora, crolla. 

 

Più che una lotta è stata una danza.
Un peso che ti piegava dolcemente la testa
gli occhi, resistendo, vibravano
e improvvisamente, prima di richiudersi, 
si riaprivano
ed era come riemergere dall’acqua. 

 

Con ostinazione,
cominciata la progressione verso il sonno,
vedevo la tua fronte ondeggiare
e il tuo amore ripulirsi
ridursi a una forza, a uno sforzo sempre
più cieco e incosciente. 

 

Tanto più grande era il dono, quanto meno eri presente.
Il tuo cedimento, che ancora mi anima, non hai potuto vederlo.
Il tuo amore più grande – non puoi ricordarlo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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