di Ines Testoni

 

[È uscito in questi giorni per Il Saggiatore Essere eterni di Ines Testoni, un invito a ripensare il rapporto tra tempo, morte e trascendenza. Ne pubblichiamo le prime pagine introduttive.]

 

Ricordo immortale

 

Quando suo padre morì nel 1863, Caroline Haskell Ingersoll non si limitò a vivere il dolore del lutto privatamente, ma pensò di elaborarlo proiettando nel futuro un’iniziativa che facesse sopravvivere lei e il caro estinto legando il comune cognome a riflessioni sull’oltrepassare la morte. L’intenzione era quella di non far tramontare alcuni cardini degli insegnamenti paterni, in particolare la possibilità di mantenere acceso un confronto franco e aperto su ciò che crediamo segua l’ultimo respiro. Laureato ad Harvard, dove aveva appreso e poi incarnato i principi dell’universalismo liberale, George Goldthwait Ingersoll per decenni aveva servito come ministro unitario in parrocchie del Vermont, Massachusetts e New Hampshire. I suoi sermoni erano tutt’altro che dogmatici e, poiché materialismo e nichilismo imperversavano, erano volti a coltivare domande piuttosto che sentenze, per esprimere un cristianesimo interiore profondamente dialogico e forse anche consentaneo a quello di Søren Kierkegaard. A quel tempo non era facile essere testimoni del Risorto, perché le riflessioni, tra gli altri, di Ludwig Feuerbach, Karl Marx, Max Stirner, Michail Bakunin, Ivan Sergeevič Turgenev, Arthur Schopenhauer, Giacomo Leopardi e Friedrich Nietzsche mettevano drammaticamente in luce i sintomi evidenti dell’agonia irreversibile e incurabile di Dio, ovvero di ogni volontà di verità relativa alla sopravvivenza di alcunché dopo la morte. E quella tempesta oscillante tra pessimismo e riduzionismo, che fomentava in Europa sentimenti di delusione, sconcerto e risentimento, aveva ormai già attraversato l’oceano e influenzato profondamente anche gli ambienti accademici statunitensi.

 

Dinanzi a siffatto scenario, quando venne il suo momento, trent’anni dopo il trapasso del genitore, Caroline decise quindi di non darsi per vinta e istituì con un lascito di 5000 dollari – somma all’epoca piuttosto ingente – le Ingersoll Lectures on Human Immortality. Capace di intuire che né dogmatismi né ortodossie avrebbero più potuto rimediare al tramonto delle certezze tradizionali, stabilì che ogni anno, all’Università di Harvard, le figure ritenute più prestigiose che avessero affrontato con i propri studi questi temi avrebbero tenuto letture magistrali sull’immortalità umana, nel libero rispetto di prospettive non confessionali o comunque sempre ecumeniche, aperte alla filosofia, alle scienze e alla letteratura. Correva l’anno 1896 quando il magnifico rettore Charles William Eliot varò la rassegna, accogliendo una lectio magistralis sulla teodicea tenuta da George Gordon. Di maggior impatto fu però la lezione dell’anno successivo, quella di William James, il quale prese in considerazione l’oggetto più impegnativo del contendere, senza appellarsi ad alcuna religione, con l’intento di difendere l’idea che noi umani siamo immortali e che le critiche mosse dal riduzionismo psicologico erano da considerarsi inconsistenti.

 

Nel corso del Novecento e quasi fino ai giorni nostri, le Ingersoll Lectures si sono affermate come un’importante piattaforma di dialogo interdisciplinare sui temi del morire, dell’aldilà, dell’anima e della persistenza della coscienza, accogliendo prospettive provenienti da filosofia, psicologia, teologia e scienze della natura. Il programma prevede l’avvicendamento ogni anno di relazioni di grande interesse, volte a delineare le possibili argomentazioni che potrebbero aiutare a fronteggiare la morte, di cui con certezza sappiamo soltanto di non sapere che cosa ci attenda dopo. Ma mentre in quella prestigiosa sede procedeva la discussione sui possibili rimedi da attribuire alla finitudine, si sviluppavano in misura crescente anche le scoperte neuroscientifiche che irresistibilmente rafforzavano la prospettiva secondo cui tutto ciò che abbia a che fare con la fenomenologia della coscienza può essere spiegato rimandandone l’origine alla materia grigia. È stato forse inevitabile, dunque, che, dopo una prima fase in cui sembrava che si potesse recuperare una qualche forma di dualismo che autorizzasse a coltivare l’idea che l’ultimo respiro non sia la fine di tutto perché qualcosa di simile all’anima sopravvive al corpo, di fatto le Lectures di Harvard abbiano assunto toni sempre meno teoretici, abbandonando la volontà di persistere sulla linea di James per rivolgersi in misura preponderante alla descrizione delle forme di rappresentazione meramente psicologica e culturale dell’immortalità.

 

In questa traiettoria, sono state molto apprezzate la relazione di Paul Tillich e certamente non di meno quella di Elisabeth Kubler Ross, la quale ha saputo intercettare nel suo indimenticabile lavoro con i morenti e i loro familiari quella sensazione speciale che sentiamo nel fondo del nostro cuore, la stessa che ci dà il coraggio quotidiano di affrontare la vita con tutte le sue difficoltà. Stiamo parlando del sentimento di immortalità al quale ormai – dopo la morte di Dio – diamo tanto meno credito quanto più speranzoso affidamento. Come dice la psichiatra svizzera, si tratta di un intimo vissuto che spesso associamo al termine spiritualità, in quanto ci fa sentire parte di un tutto che trascende la materia, donandoci la possibilità di percepirci oltre i confini del corpo mortale. Ciò che però è necessario oggi capire bene è che, proprio mentre intercettiamo tale stato d’animo, simultaneamente temiamo che si tratti di un’illusione. E da siffatta discrasia dipendono gli esiti più rischiosi, perché, come ogni dissonanza cognitiva, essa ci induce a cercare teorie e ideologie che ci convincano che si tratta di una speranza dotata di senso, fugando così i dubbi che invece potrebbero metterci in allarme rispetto ad alcune implicazioni che sarebbe bene mantenere sotto controllo. Ciò che meno sospettiamo nel subire questi effetti è che cerchiamo affannosamente un rimedio al terrore suscitato da ciò che riteniamo essere il maggiormente temibile, come mostra inconfutabilmente Emanuele Severino, perché crediamo nell’impossibile, ovvero attribuiamo alla morte il potere di annientarci.

 

Partendo dal punto fermo secondo cui immortalità non significa vita individuale infinita che si mantiene perennemente nello scenario del mondo, il «manifesto» che questo libro espone per un verso intende rendere esplicito perché ci sentiamo immortali e per l’altro perché siamo anche convinti di non esserlo. Peraltro, la trattazione non vuole considerare irrisori gli effetti di tale contraddizione, la quale ci porta a fidarci di risposte già date o perché ci sembrano più facilmente comprensibili o per il semplice fatto che sono le uniche che conosciamo, nonostante esse siano già state messe irreversibilmente in questione.

 

Ignorare l’eterno

 

A partire dal pensiero eternalista di Severino, questo testo entra quindi nel merito di due aspetti inscindibilmente legati: da un lato l’eternità che già da sempre riguarda ogni essente – quindi l’impossibilità che morire significhi cadere nel nulla – e dall’altro l’esperienza che ne abbiamo, la quale viene però simultaneamente alterata da precomprensioni che ci impediscono di interpretarla e rappresentarla adeguatamente. Il fraintendimento avviene infatti nello stesso istante in cui intuiamo l’impossibilità dell’annientamento. E proprio mentre viviamo l’intima percezione di infinito, che potremmo identificare con la dimensione della spiritualità da cui scaturisce ogni forza interiore, ci impegniamo a negare che il referente di quanto indiziato goda dello statuto di realtà. Purtroppo, tale misconoscimento è un generatore infinito di bizzarrie che si esprimono attraverso la ricerca di una salvezza che la fede nell’annientabilità delle cose ci impone infine di negare. E in siffatta distorsione si inscrive la speranza di immortalità in cui ci pare di poter confidare con la fiducia tributata a culti da cui derivano discriminazioni, persecuzioni e guerre.

 

L’argomento è importante perché, come in parte dimostra il successo delle Ingersoll Lectures, nella rappresentazione della possibilità di un rimedio alla morte troviamo l’aiuto per affrontare l’angoscia derivante dalla consapevolezza di essere mortali. Poiché però quando si spera si dubita, in quanto l’agognare alla realizzazione di un desiderio è basato sull’incertezza dell’esito di appagamento, l’aspirazione all’immortalità ci porta ad arroccarci in religioni che ci parlano di una qualche forma di aldilà e parimenti ci insegnano a disprezzare e odiare chi si affidi a tradizioni differenti. Come discute Severino, la più autentica risoluzione al problema della morte è data solo da un sapere certo e incontrovertibile, ovvero dal discorso capace di sostenere quanto il nostro esistere non possa essere scalfito da alcun corrosivo nulla. Sapere questo non è come ignorarlo e, altresì, tale competenza ci permette di diagnosticare le forme con cui si manifesta l’erranza spirituale, intesa come il nomadismo derivante dal deragliamento in cui consiste il tradurre in prodotto della volontà ciò che invece è già necessariamente posseduto.

 

Il «manifesto» dunque percorre gli scenari dei dirottamenti esistenziali derivanti dal confondere l’immortalità intesa come eternità – ovvero come l’impossibilità che la morte significhi annientamento – con l’abitare perennemente ciò che chiamiamo tempo. Entreremo perciò nel merito degli effetti del crederci sub specie temporis che ci impone di riportare alla contingenza qualsiasi concezione sub specie aeternitatis. Poiché ciò che diamo erroneamente per scontato è il concepire il tempo come l’avvicendarsi di istanti che vengono dal e tornano nel nulla («fede nel divenire»), non possiamo che dubitare di ogni tentativo di rendere infinita la durata di qualsiasi istante. Il non ragionare partendo dal fondamento in cui consiste la cognizione di eternità, la quale risolve e toglie l’errore implicito del modo comune di intendere il tempo, ci porta a immaginare la stessa come una dimensione comunque dipendente dall’impermanenza, appunto.

 

Sono sempre più numerosi gli autori che prendono in considerazione la speciale sensazione di eternità e le contraddizioni in cui incorriamo quando tentiamo di appigliarci a essa nella speranza di passare dall’essere mortali (destinati all’annientamento) all’essere immortali (cioè acquisire eternità). L’interesse crescente è certamente collegato all’emergere di una nuova categoria di ricercatori del sacro corrispondenti agli «spirituali non religiosi», impegnati nella reinvenzione di simbolismi e riti che mettono in luce nuove esigenze di spiegazione rispetto alla chiamata interiore che non trova interlocutori. Il fenomeno è ben descritto, per esempio, da Romano Madera, il quale nel suo Lo splendore trascurato del mondo scandaglia la mistica «selvaggia» dei nostri giorni, dedicandosi a una importante figura su cui mi sono soffermata io stessa più volte e che riprendo proprio in questo volume: il «sentimento oceanico» descritto da Romain Rolland nel suo carteggio con Sigmund Freud. Interessante anche la folgorante illuminazione vissuta da Federico Faggin, il quale intende spiegarne scientificamente la natura trascendente ricorrendo però alle categorie pur sempre riduzioniste della fisica quantistica.

 

Forse è preferibile introdurre il problema che sembra una sfida al buon senso, riprendendo l’indimenticabile descrizione di tale vissuto offerta dalla narrazione di Jorge Luis Borges, il quale, a differenza dei due suddetti autori, entra esplicitamente nel merito della parola eternità. Leggiamo alcuni passaggi della sua intuizione, riportata sia ne L’idioma degli argentini sia nella Storia dell’eternità:

Voglio registrare qui un’esperienza che ebbi alcune notti or sono: un’inezia troppo evanescente ed estatica perché la si possa chiamare avventura; troppo irragionevole e sentimentale perché la si possa definire pensiero. […] Mi sentii morto, mi sentii astratto percipiente del mondo: un timore indefinito imbevuto di sapere, che è la massima chiarezza della metafisica. […] La vita è troppo povera per non essere anche immortale. Ma non abbiamo neppure la sicurezza della nostra povertà, dato che il tempo, facilmente confutabile sul piano della sensazione, non lo è altrettanto sul piano intellettuale […] Quell’idea intravista rimanga dunque un aneddoto emotivo, e siano affidati alla confessa incertezza di questa pagina il momento di vera estasi e la possibile insinuazione di eternità di cui quella notte non mi fu avara.

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