a cura di Aldo Nove, Gilda Policastro e Lello Voce

 

[È uscita ieri l’antologia Exit poetry. Poesia futura, a cura di Aldo Nove, Gilda Policastro e Lello Voce per La Nave di Teseo. Proponiamo la nota dei tre curatori e l’avvio della discussione introduttiva].

 

Premessa dei curatori

Questa non è un’antologia, ma un Triperuno.

Un calco del caos, il risultato di un disaccordo moltiplicato per tre.

La falsa fotografia di una dinamica, che c’è, ma proprio per questo non può essere fotografata.

Questa non è un’antologia, ma una presa di responsabilità: a parlare del mondo, a collocare nel mondo le parole che parlano del mondo, a scommettere sul mondo e sulle parole che provano a dirlo.

 

Questa non è un’antologia, ma una sineddoche in cui ogni autore o autrice appare in proprio, ma insieme rimanda ad altri e altre. Anche se gli autori presentati sono soltanto 25, in realtà essi avrebbero potuto essere molti di più. Ed è dedicata a coloro che non ci sono, ma che si sarebbero sentiti a proprio agio a esserci.

Non è una stazione, ma la sequenza di un transito, di una migrazione, di una diaspora.

In questo senso – nel suo essere presente ma non immobile, in movimento ma non verso una meta già determinata bensì sperimentando la ricchezza del vagabondare – la poesia che essa presenta è poesia futura.

 

Noi non sappiamo – sia chiaro – se le autrici e gli autori che qui presentiamo siano davvero quelli che sopravviveranno, i componenti di un canone futuro.

Non le e li abbiamo scelti per questo, quanto piuttosto perché il futuro abita oggi le loro composizioni: la sua necessità e il suo desiderio, la sua assenza e la sua inquietante ambiguità, il suo rea lizzarsi e il suo de-realizzarsi. E ciò ci è sembrato evidente tanto nei loro contenuti, quanto (e soprattutto) nelle loro “forme” e nelle loro scelte di poetica.

 

Sono coloro che più di altri, oggi, ci sono sembrati sulla strada con il futuro.

Se giungeranno alla loro meta o meno non spetta a noi dirlo, qui e ora, né, a dirla tutta, ci interessa più di tanto. Ci interessa il loro cammino.

 

Le loro poetiche sono spesso distanti e a volte inconciliabili o contraddittorie, ma questa non è un’antologia di tendenza, quanto un regesto di tensioni, scommesse, utopie, rischi.

La sua eterogeneità è la garanzia inoppugnabile della sua natura transeunte.

Exit Poetry non è arrivata per restare, ma per scorrere via, certa che soltanto così non sarà dimenticata. È qui, insomma, soltanto per uscire da qui.

 

Dialogo del Triperuno

 

 

Lello Voce (LV): Comincio io? Partirei proprio dalle nostre tre parole-guida: Verità, Trauma, Mutazione.

All’inizio le abbiamo immaginate come una sequenza, lo sviluppo di una causalità.

Tanto per cominciare nel nostro presente non esiste più uno statuto certo della Verità, non bastasse il celeberrimo gatto di Schrödinger o il principio di indeterminazione di Heisenberg, c’è ora l’AI, le fake news e via dicendo. La scomparsa della Verità ci ha provocato un Trauma e il risultato di questo Trauma è una Mutazione. Certo, ma anche: siamo di fronte a una Mutazione antropologica, mediale, sociale enorme, a un evidente cambio di paradigma che provoca la dissoluzione di ogni Verità, e questo comporta un Trauma enorme. E ancora: lo sviluppo storico ci ha posto dinanzi a un nuovo enorme Trauma (pandemia, guerra), il Trauma ha terremotato ogni statuto di Verità e in questa enorme crepa si sta sviluppando una impressionante Mutazione. E via così: non credo sarebbe facile stabilire quale possa essere la sequenza giusta. Dunque ciò che mi pare di poter concludere è che non stiamo parlando di una sequenza, ma di una contemporaneità, cioè ci troviamo di fronte al medesimo problema (narratologico, certo, ma anche epistemologico) del Gadda dell’Incendio di via Keplero.  Quello che abbiamo deciso di chiamare il nostro Triperuno deve porsi lo stesso obiettivo: descrivere qualcosa che avviene su più piani contemporaneamente, influenzandosi reciprocamente.

Si tratta di tre strati geologici percorsi dalla medesima lava e che pure restano, però, tre faglie, tre strati separati, in qualche modo autonomi e indipendenti nei loro sviluppi. A volte collidono, altre scivolano uno sull’altro, o persino collassano. Forse è per questo che nelle nostre discussioni preparatorie è stato talvolta difficile “assegnare” questo o quell’autore o autrice a questo o a quello dei tre ambiti. Non c’è alcuna possibilità, ovviamente, di profetizzare dove il turbinio presente ci condurrà, ma forse è possibile (è questa, mi pare, la nostra scommessa) individuarne i segni sulle forme artistiche, o perlomeno individuare quali forme – poetiche, letterarie, artistiche – ne recano con maggiore coscienza le cicatrici.

L’uscita di cui dice il nostro titolo sarebbe, allora, non solo quella dal Novecento, ma, più generalmente, da ciò che una volta si chiamava Umanesimo, senza sapere ancora se ciò che viene dopo sarà “umano” (e quindi dicibile, alla portata del linguaggio), o invece dall’umano incommensurabilmente distante. Ma qui per ora mi fermerei.

 

(Postilla)

 

Ho poi pensato, nei giorni passati dal nostro ultimo convivio, alla parola più spinosa del nostro Triperuno: Verità. Ora: io di Verità so poco o nulla, non ho una formazione filosofica, ma certo sono cosciente di come sia scivolosa questa parola. Alla Verità non crede più nessuno. Farlo sembrerebbe fin ingenuo. Né, certo, sembra qui interessarci il suo aspetto di “fede”. Penso, però, che, nonostante tutti i caveat, non smettiamo di cercarne un qualche succedaneo, magari modestamente ipocrita, o superficialmente superstizioso. Perché, mi viene da pensare, Verità non è l’opposto di Falsità, ma di Caos. Credere che una serie di cose (eventi, argomentazioni, miti, codici) sia vera (o falsa, non fa differenza, anzi) ci aiuta a vivere, ci dà ordine…
Ci sono le cose vere e quelle false e, perché tutto sia maneggiabile, in mezzo è meglio che non ci sia nulla. Ma questa Verità – di cui vado pensando io – non ha nulla di reale, è una costruzione intellettuale, linguistica. È la Verità che sta dietro a un’altra parola scivolosa: Identità. Che non ha niente a che fare con piccole patrie e miti regressivi, ma che riguarda il nostro quotidiano, il nostro infinito chiederci e richiederci: chi sono? Chi siamo? Da questo punto di vista, cos’altro era la “coscienza di classe”, se non una delle mille forme di un’identità collettiva, e cos’altro è, se non infine una richiesta d’identità, finanche il rifiuto di un’identità stabile, il volersi liquidi?
Cosa può fare il linguaggio per decostruire quest’aporia e – per dirla con un maggiore come Fortini– procedere a una nuova “verifica dei poteri”? E quali possono essere le forme (linguistiche, mediali) che pertengono a una poesia che provi a scovare questa contraddizione e questa risposta? Ma mi pare d’aver abusato sin troppo della vostra pazienza e della vostra clemenza.

 

Gilda Policastro (GP): Hai messo in campo così tanti temi che non si sa da che parte cominciare, in effetti. La verità è la questione più spinosa, indubbiamente, e non solo perché dopo la pandemia siamo più consapevoli che esiste una materialità dei dati che al di là delle interpretazioni ci costringe a fare i conti con un orizzonte normato, regolato, costrittivo, anche come artisti. Un aspetto su cui noi tre non siamo stati d’accordo, nel momento emergenziale, era il dominio della scienza su qualunque altra considerazione. La scienza è predittiva, falsificabile, ma di fronte ai morti, perché le bare di Bergamo non erano un’invenzione, quello che è emerso è che bisognava riaccettare di essere in una dimensione collettiva, di non potersi più preoccupare dei propri bisogni (la socialità, innanzitutto, e l’affetto, la cordialità che si estrinseca con un abbraccio o un contatto stretto). C’era una dimensione aberrante, che era quella della “distanza”, dei “congiunti” come unica possibilità di relazione, dell’autodichiarazione per uscire a far la spesa, una sorta di prova generale di un regime di guerra (e altre guerre, molto più aderenti al concetto proprio, purtroppo, si sarebbero di lì a poco esacerbate, dopo decenni di conflitti da noi distanti – o silenziati). Ma c’era anche, in quel momento di sospensione della socialità abituale, una riscoperta di certe parole e di certe premure dimenticate: proteggiamo i più fragili, per quanto suonasse ipocrita, era comunque una dimensione inedita, in una società capricciosa ed edonista come la nostra. Questo con la nostra antologia cosa c’entra? Probabilmente c’entra col nostro divergere su alcuni punti prospettici e anche, forse, su un’idea di realtà che per me è molto concreta, molto legata ai nudi fatti. Da una parte ci sono i visionari, quelli che la realtà la inventano, la vedono con lenti creative e talvolta dal mio punto di vista deformanti, dall’altra c’è quella cosa per cui se oggi piove e esco senza ombrello mi bagno (così Maurizio Ferraris nella discussione di qualche anno fa sul realismo). Il realismo è l’impossibile, ci ha ricordato Siti, però nel caso della parola “trauma”, che ho in consegna, credo che ce ne siano delle ragioni, nei poeti che abbiamo individuato, diverse e che agiscono diversamente sulla scrittura. Il trauma storico del precariato è quello che meglio definisce la mia generazione, dei nati negli anni Settanta, ma poi ci sono i traumi che toccano in sorte ai singoli e questi sono materia viva della scrittura, materia lavica che cola in ogni immagine, e però, hai voglia a immaginare, c’è una concretezza nella malattia, nella morte, cui non si scappa con le metafore («metafore indolenti, non vi raccoglierò», diceva il Fortini da te evocato in quel suo libro che è a me più caro, Paesaggio con serpente).

Insomma, siamo in avvio di discussione, quindi ho detto solo quello che ho pensato leggendoti, Lello, però la Verità è toccata ad Aldo Nove, quindi passerei a lui il testimone…

 

Aldo Nove (AN): Il frammento di frase nell’intervento che mi ha preceduto, ossia “(…) perché le bare di Bergamo non erano un’invenzione”, testimonia che la pandeminchia, come la chiama Silver Nervuti, o più semplicemente la pandemenza, datano l’ingresso nel postumano in modo preciso. Nel 2020, con la più abissale opera di manipolazione collettiva delle nostre menti (e, si tenga conto, un’entrata “vera”, come si annota: vera ed esiziale, vera perché esiziale), siamo entrati nell’era della narrazione forte, fortissima, quella dell’universale dominio biosociale dell’istituzione che spaventa e annichilisce. Tutti malati, tutti preoccupati nel depensamento urgente, urgentissimo della macchina corpo che deraglia e al contempo si erge a supposto unico valore attraverso la sua polimorfica variabilità deleuziana. Manipolazione chirurgica (in ambito della transizione di genere) o di un presunto, ogni giorno presumibile suo scavallamento nella sua evoluzione forense. Dunque la narrazione attuale prevede l’onnipresenza di un fantasma temibile del corpo e della sua presenza in un mondo, corpo contagioso ma anche libero, secondo la logica del bastone e la carota, di essere sposseduto di sé mediante manipolazione mentale e chirurgica. Quale “verità” si può allora prospettare se non quella derivativa da una narrazione ospedaliera, e qua il riferimento non è certo a Amelia Rosselli ma alla Pfizer e alle altre agenzie criminali che detengono il nostro tempo e il materiale (le esperienze?) con cui eventualmente riempirlo. Il Ministero della Verità, appunto, pensa già attivamente per noi, istante dopo istante. Va da sé che ogni discorso sulla “verità” assume le molteplici forme della fuga, in un’ottica bellica di evasione totale, quasi al limite, quasi oltre (“quasi” perché non si esce, dal linguaggio) o di falso adattamento mimetico, tragico o irrisorio che sia (e quindi in realtà grottesco). Chiaro che siamo nel trionfo, preparato da decenni, del thatcherismo di cui siamo stati vittime dirette o derivate. “Non esiste società, esistono individui”, diceva la Thatcher. “L’umanità finirà, il capitalismo no”, le rispondeva nello spazio di trent’anni Mark Fisher, quasi a suggellarne la sua ineludibilità apocalittica ma non troppo. Ciascuno ha la sua, per quanto ispida, per quanto traumatica e all’occasione trasformata zona comfort, e ciascuno si rapporta alla sua idea di verità con distanziamenti provvidi di cadaveri urlanti. C’è chi raccoglie stravaganze di detriti per ricomporne se non una lingua almeno, alla Saussure, una segnaletica; chi ne irride e simula il babelismo; chi gioca all’impossibile flirt con la macchina del turbocapitalismo etc. E da qua non si esce, pena l’abiura definitiva, e il trionfo dello stato d’eccezione eterno profilatoci da Agamben. La verità diventa così, oggi, quel “piccolo oggetto a” lacaniano trasfigurato dal mercato dei significanti mostrificati, e il suo oggetto recondito e fuggitivo la sua stessa possibilità di esistere. Da qui, quella peculiare manipolazione linguistica che nel suo non più territorio possiamo ancora chiamare “poesia”.

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