[Dal 25 dicembre 2011 all’8 gennaio 2012 «Le parole e le cose» osserverà una pausa natalizia. La programmazione normale riprenderà il 9 gennaio 2012. Durante la pausa, per non lasciare i nostri lettori privi di letture, pubblicheremo alcune poesie italiane tratte da libri usciti negli anni Zero. In questi quindici giorni non rinnoveremo l’immagine di copertina].
Dopo trent’anni
Ti seguo da trent’anni mentre vaghi cercando
non sai nemmeno cosa. Sono la luce
di un’esplosione lontana, il tuo sole di ghiaccio,
due occhi spalancati sulla magrezza di un male
che apriva certe porte, o prospettive di fuga.
Diversamente: era questo l’indizio,
la rifrazione del mio raggio sulla superficie del mondo.
Voleva dire distruggere,
frugare tra gli scarti. Spossessarsi.
Voleva dire camminare con gli occhi bendati.
Ti seguo da trent’anni alta come un rapace
con il mio becco duro di nibbio, la mia vista
che sa distinguere un topolino fra le rocce
o la tua traccia barcollante sui sentieri.
Ero nei sogni che non potevi ricordare.
Ero un grido prima dell’alba, una porta chiusa,
uno zigomo che affiora sulla pelle. Il volto folle di un uomo
impiastricciato di sugo, pulsante. Ero il bagliore
di una vallata percorsa da un fiume, luccicante di fuochi.
Ero un tumore e una stella.
E non potevi guardarmi: accecavo.
Adesso, guarda. Guarda il tronco
contorto di questi ulivi che si annodano
al terreno sassoso. Guarda il mare e la costa
incisa, e il vento scuotere
ogni ramo. È la mia ala,
non medica, ti porta, ti sostiene.
Fa quasi giorno, e un’ombra, la tua ombra
striscia tra i rampicanti e le prime formiche. Solo un’ombra,
il poco che ti resta. La tua luce a rovescio.
Sono qui, per un istante posata: a rincuorarti
e a toglierti ogni speranza. Non c’è pace
nel corso delle cose e dei corpi, ma una pace
diversa brilla ovunque e ci chiama. Se vibra
sopra l’acqua o sull’erba il soffio lieve
del tempo: ecco steli dispersi, sradicati, ed ecco il turbine
leggero delle foglie che s’infiammano
e svaniscono. Guardami pure, adesso, non abbaglio.
Abbandonarsi e resistere, due fasi
identiche del sangue e del respiro, dell’inchiostro
e
del foglio, come sai. Cammina, scrivi.
Valle dei morti
C’è una piccola valle che s’inoltra
nelle colline così dolci e popolose, solo un tratto
d’ombra visto dal treno, dietro il verde
che fugge e quelle bestie
miti, vacche e cavalli
uguali da un anno con l’altro e quasi immobili
lungo il filo dei giorni.
Ma uno, se alza gli occhi dal suo libro,
o si sveglia smarrito a un sobbalzo,
la guarda per un attimo come si guarda il vuoto.
E tutto è fermo: una coda a mezz’aria,
un getto giallo d’urina, un ghiaccio teso
sui fotogrammi spezzati, un bambino
che salta e resta appeso
al suo gesto giocoso. C’è una casa
e del fumo e un paesaggio tagliato dal treno.
E quell’ombra.
C’è sempre una piccola valle che s’inoltra
e non si sa dove porti
se ci passi
qualcuno mai. Lì vorrei immaginarvi
camminare da soli nei boschi d’autunno,
a modo vostro liberi, senza voltarvi. E non posso.
[F. Pusterla, Folla sommersa, Marcos y Marcos, Milano 2004].
L’ultimo, sapiente Pusterla:
http://gianlucadandrea.wordpress.com/2012/01/11/poesie-fabio-pusterla-da-corpo-stellare/
d’andrea, basta con l’autopromozione per favore. sortisce l’effetto contrario, se insistita. e non rende un buon servizio a queste due poesie (bellissime, ci sento dentro vittorio sereni e non è una brutta cosa).
Caro Marchese, non era nelle mie intenzioni. Continuo a vedere questi miei interventi come un contributo ad autori che stimo e che mi appassionano. Utilizzo il link come un rimando non al blog di Gianluca D’Andrea, piuttosto a un altro sito di discussione o informazione su argomenti che mi premono e che interessano, mi pare evidente, chi frequenta siti letterari. Mi scuso se il mio modo di agire ha provocato questa sua reazione, ma non posso certo cambiarlo dato che per me ha un significato opposto, né posso scomparire. Credo nella sua buona fede, in caso contrario mi ignori e vada avanti.
P.S. non è una brutta cosa che si senta Sereni, si riferisce a Gli strumenti umani? per me è ancora il buio di Stella variabile e l’atroce sconfitta storica che presiede quella raccolta così indicativa del secolo appena trascorso. Corpo stellare, invece, ha slanci meno altalenanti e decisioni ormai prese che preannunciano (me lo auguro) un soggetto poetico che riesce a trovare una dimensione nella relazione (ma per questo rinvio ai testi da me messi a disposizione, se le va di dare un’occhiata caro Marchese).
in realtà pensavo proprio a stella variabile, ha colto, alla sua disperazione e al senso di smarrimento che quella raccolta possiede. nello stesso tempo, il soggetto poetico non è così perso dietro a una “stella variabile” come quello di sereni; la sua coscienza è salda, fa trasparire in filigrana fortini, soprattutto nella prima poesia; e nelle scelte metriche e in alcuni rimandi precisi a una poesia in particolare, “Traducendo Brecht” (la conclusione ricalcata su “Nulla è sicuro, ma scrivi”).
come lei crede nella mia buona fede, e di ciò la ringrazio, così io credo nella sua; tuttavia, non trova meglio discutere qui e ora di questi testi come ha iniziato a fare nel suo precedente post? ché piazzare il riferimento al suo blog, mi creda di nuovo, è mossa legittima ma insopprimibilmente fastidiosa.