di Valentino Baldi
[Fantasmi è il nuovo libro di Valentino Baldi, uscito da poco nella collana Elements di Quodlibet. Il libro è diviso in cinque capitoli e si occupa delle contaminazioni tra cultura scientifica e motivi magici che, dalla fine del Settecento, hanno contribuito alla nascita e allo sviluppo del soprannaturale psichico nella letteratura europea.
Il testo qui pubblicato, Ghost Track, è a sua volta un fantasma nascosto: non è riportato nell’Indice del volume ed è composto da frammenti. Il primo è la traduzione di un estratto di una Public Lecture, «Experience and Fiction», tenuta da Shirley Jackson nel 1958 (riportata dall’edizione D.J. Enright (edited by), The Supernatural, Oxford University Press, Oxford-New York, 1995, traduzione di V. Baldi); gli altri due frammenti sono testi originali.]
Ho da poco concluso un romanzo su una casa infestata dai fantasmi… La prima cosa accadde a New York. Eravamo – mio marito ed io – su un treno che sostò brevemente alla stazione sulla 125a, e, appena fuori dalla stazione, vidi un palazzo, cupo e orrendo nel tramonto, così sgradevole che non riuscivo a smettere di fissarlo. Alto e nero, dissolveva e spariva allo sguardo appena il treno cominciò a muoversi.
Di notte, nella nostra camera d’albergo, mi svegliai da incubi, quelli del tipo che devi alzarti e accendere la luce, e anche camminare per qualche minuto, tanto per essere sicura che il mondo reale ci sia ancora e che è proprio questo, non quello di cui avevi appena sognato. I miei incubi erano in qualche modo ambientati in quel palazzo che avevo visto dal treno.
Da allora mi sono rovinata la vacanza a New York, temendo il momento in cui il nostro treno sarebbe ripassato dal palazzo sulla via del ritorno. Vorrei sottolineare che la mia mente inconscia è rimasta inconscia per molti anni, almeno finora, ed è mia ferma intenzione lasciare che resti tale. Quando mi prendono incubi su un orrendo palazzo è del palazzo orrendo che sto avendo incubi, nessuno mi potrà convincere che c’è dell’altro; questo è quanto. Ad ogni modo, il mio nervosismo era massimo, così che, alla fine, i nostri piani cambiarono e prendemmo il treno notturno per tornare a casa, così che io non potei vedere il palazzo quando gli passammo accanto, ma anche a casa continuò a infastidirmi, temperando ogni ricordo del piacevole soggiorno in città. Decisi, così, di scrivere a un amico alla Columbia University per chiedergli di localizzare quel palazzo e di scoprire, se fosse riuscito, perché appariva così terrificante.
Quando ricevemmo la sua risposta guadagnai un punto importante per il libro. Scrisse di aver avuto difficoltà anche solo nel vederlo il palazzo, poiché esisteva solo per coloro i quali si trovavano in quel particolare punto d’osservazione della stazione sulla 125a Strada. Da qualunque altro angolo non era riconoscibile come palazzo. Circa sette mesi prima era stato quasi interamente carbonizzato a causa di un incendio devastante in cui rimasero uccise nove persone. Dagli altri tre lati, tutto ciò che si presentava allo sguardo era carcassa. I bambini del vicinato sapevano che era stregato.
Non penso che la «Society for Psychical Research» mi considererebbe una testimone di valore; penso, anzi, che mi butterebbero subito fuori, ma a me parve evidente che ciò che provai alla vista di quel palazzo orrendo fosse un ottimo inizio per apprendere ciò che le persone sentono quando sono davanti al soprannaturale. Sono sempre stata interessata alla stregoneria e alla superstizione, ma non ho mai avuto particolari traffici con i fantasmi, quindi ho iniziato a chiedere un po’ ovunque alle persone ciò che ne pensavano di questi temi, e ho iniziato a capire che un fattore comune emergeva – molte persone con cui parlai non avevano mai visto un fantasma, non avrebbero voluto vederlo, né immaginarlo, ma praticamente tutti ammettevano che a volte erano stati attraversati dalla strisciante sensazione di poter incontrare un fantasma, se solo non fossero rimasti in guardia – girando un angolo di strada troppo rapidamente, forse, o aprendo gli occhi troppo presto quando si svegliavano di notte, o entrando in una stanza buia senza esitazioni.
Come dicevo, la letteratura viene dall’esperienza. Non nutrivo il più remoto desiderio di vedere un fantasma. Ero determinata a vivere il resto della mia vita senza assistere alla benché minima manifestazione soprannaturale. Volevo scrivere un libro sui fantasmi, ma ero perfettamente preparata – non potrò mai enfatizzare quanto – a tenere questi fantasmi sul piano puramente immaginario…
Da quel momento mi fu però evidente che non avevo scelta: i fantasmi mi stavano addosso. Quando ancora avevo dubbi, capitò, una mattina, che scesi le scale di casa per andare al piano di sotto e notai che un foglio di carta da copia era stato spostato al centro della mia scrivania, separato nettamente dalla risma di carta che rimaneva su un lato del tavolo. Sul foglio c’era scritto a mano MORTE MORTE nella mia grafia. Sono abituata a prendere appunti per i miei libri, ma non mentre dormo. Decisi che avrei fatto meglio a scrivere il libro da sveglia, così mi misi a lavoro e lo feci.
***
La superficie del vetro freddo deve avergli spianato la fronte e schiacciato all’ingiù il naso, ma possiamo vedere solo ciò che lei vede: la sua schiena «imbarazzata» rivolta alla sala semibuia, la sua aria indecisa, esitante e nervosa, come il passo che lo aveva portato lì. È sera, novembre, il giardino è stupido e grigio. Si sente ovunque una sconfinata solitudine. Sono rimasti soli, dopo aver cenato con arrosto di montone. Non parlano, ma una tempesta ribolle, come un sogno cupo da cui ci si risveglia a fatica. È la fine del libro e, tra poco, sarà la fine per uno di loro. Lo sappiamo, perché lo spessore delle pagine che stringiamo tra pollice e indice si è assottigliato tremendamente. E lo sappiamo perché lei ce lo ha detto ripetutamente: «la grande prova» alla fine «giunse». Ha preparato tutto con metodo: Flora è stata condotta lontano, ammalata, ed è con Mrs Grouse su una carrozza lanciata verso la notte di Londra. Non avrebbe dovuto intraprendere un viaggio in quelle condizioni, ma era necessario affinché la grande prova si realizzasse. Miles, rimasto solo con lei, non tradisce emozioni a cena, ma ora è lì, con la fronte e il naso appiccicati al vetro della finestra della sala, «l’immagine stessa del fallimento».
Il capitolo XXIII di Giro di vite è quello in cui Miles incontrerà la morte, come tanti giovani maschi delle storie di James. Ma per noi è il capitolo in cui dentro e fuori sono nominati esplicitamente, seppur ambiguamente. La citazione segue l’immagine riflessa di Miles alla finestra: «mi sembrava di vederlo davanti a una porta, che lo chiudeva “dentro” o “fuori” qualcosa».
Nell’economia del racconto, dentro e fuori possono significare più cose. Dentro è Bly, paradiso di giochi e immaginazioni, che decade e si corrompe lenta e inesorabile col mutarsi delle stagioni. Dalla meravigliosa estate dell’arrivo dell’istitutrice al grigio e stupido novembre in cui ogni cosa è destinata a morire. Dentro è anche quello spazio oscuro, sprofondato, inconscio e segreto, di Miles che vede, forse, senza dirlo; e dell’istitutrice, che vede e invece urla. Lo spazio abitato da Quint e Jessel, i fantasmi.
Dentro è quello che sappiamo di Miles, il suo contegno, l’entusiasmo, la bravura e la maturità, che nascondono un fuori inaccessibile, che schiaccia noi e i personaggi con pressione costante: che cosa ha fatto Miles per farsi cacciare dal collegio? Dove va quando è lontano e libero? E che cosa fa quando è solo, con il fantasma di Quint? Lo sapremmo guardando fuori, e vorremmo così tanto farlo, almeno come l’istitutrice, che si tormenta e ci tormenta, tornando continuamente, ossessivamente, a quello che sta fuori: il collegio, la macchia, il passato, di Miles, di Flora, di Mrs Grouse. Tra poche pagine, Miles morirà dentro, fra le braccia dell’istitutrice.
Ma noi rimaniamo qui, davanti alla porta che separa, per Miles e per noi, dentro e fuori. E non ci resta altro che una sconfinata solitudine.
***
Nel 1998 il gruppo musicale britannico Placebo pubblicò l’album Without You I Am Nothing per la Virgin Records. L’album è composto da dodici tracce, ma se l’ascoltatore non interrompe la riproduzione dopo l’ultima canzone, Burger Queen, si imbatte in un brano nascosto, cioè non compreso nell’elenco ufficiale dei titoli, che si intitola Evil Dildo. È una canzone che inizia dopo ventidue minuti e quaranta secondi di silenzio. Inserire una traccia fantasma, ghost track, all’interno di un album musicale è una pratica piuttosto consueta, già sperimenta dai Beatles e particolarmente frequente nei lavori degli anni Novanta del secolo scorso. I motivi di questa scelta possono essere tanti, ma Evil Dildo ha una storia particolare che merita di essere raccontata. Brian Molko, il frontman dei Placebo, ha deciso di inserire questo tredicesimo fantasma alla fine dell’album come risposta a minacce di morte ricevute prima della pubblicazione. Molko aveva ritrovato, nella segreteria telefonica di casa sua, due distinte registrazioni fatte da due diversi sconosciuti, nella stessa data, a pochi minuti di distanza, che avevano telefonato per dirgli che lo tenevano d’occhio, che lo avrebbero sodomizzato, evirato, e che, poi, lo avrebbero ucciso:
Message received at 9:50 pm on Thursday the twenty-third
Message received at 9:50 pm on Thursday the twenty-third
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Hey motherfucker, I am after you
Hey motherfucker
Hey motherfucker
Hey motherfucker, I am after you
I’ll fuck you up the bumhole
And then I will sneak into your room
And cut your cock off and stuff it in my mouth
And chew them up with my little pearlies
Queste parole si ascoltano nel brano ma non sono cantate, riproducono estratti originali delle registrazioni nella segreteria telefonica. Nella canzone si sente distintamente la voce elettronica del risponditore automatico della segreteria e, più soffusa, la voce di uno dei due uomini. Molko non denunciò mai l’accaduto alla polizia, scrisse Evil Dildo e cambiò casa. Naturalmente era notte quando i due sconosciuti registrarono i messaggi nella segreteria telefonica.
***