di Paolo Puppa

 

Nonna Emma gli parlava sempre del re che aveva governato l’Italia per pochi giorni, con gli occhi lucidi. Si era recata da giovane in pellegrinaggio a Cascais, dopo il referendum perduto e imprecava contro i brogli elettorali. “Comunisti, sempre i maledetti comunisti”. Avevano fatto tutto loro, al solito. Ma Umberto era stato un gran signore. Poteva resistere. Lei era una delle tante donne devote e disposte a morire per lui. Tanto bello era. E anche lei non scherzava nell’aspetto. E gli mostrava ogni tanto sempre la medesima foto, dove uno spilungone, fronte alta e sguardo triste, sorrideva mestamente a una bella ragazza dai capelli biondi a caschetto dando le spalle a un giardino alberato. “Sono io quella, sai!”. Ma lei non poteva non odiare sua moglie, la regina Maria José, lunatica e ambigua nelle amicizie. E le figlie, poi. “Non nominarmi quelle ragazze. Sfortunato in tutto, il mio povero Umberto!”. Bisognava sorvolare sulla famiglia. Quando andava a trovarla, qualche sabato, restava a dormire da lei, nella sua grande camera che dava sul campo dei Santi Apostoli, un letto piccolo a fianco di quello matrimoniale dove stava la nonna.  Con la luce accesa, la donna si esprimeva tra suoni gradevoli, pastosi, rassicuranti. Quando però spegneva la lampada, la voce mutava all’improvviso, in un sibilo orribile, come se un’altra persona avesse preso il posto della nonna. A lungo gli era rimasta questa curiosità, finché una volta si era deciso ad accendere la luce del suo comodino e aveva scorto così in quello di fronte, dentro un bicchiere colmo d’acqua, una dentiera che gli sorrideva. La paura era scomparsa all’istante, ma la sua venerazione per la nonna e la credibilità dei suoi racconti su Umberto si erano ridimensionati all’istante.

Giorgetti invece si esaltava raccontandogli la vita di Rodolfo Graziani, generale nella Grande Guerra e poi in Africa, specie per i trionfi in Libia e in Etiopia. E negava con sdegno “le balle” dell’iprite, dei gas tossici lanciati sui civili. Erano stati gli inglesi a mettere in giro quelle panzane ridicole.  Che poi civili quelle popolazioni selvagge non lo erano tanto. Già. L’attentato che nel 1937 gli aveva ficcato in corpo 350 schegge non lo aveva domato. Nossignori! Il tono gli si incrinava quando arrivava a Alessandro Pavolini. Confessava di amarlo, in quanto poeta, narratore e grande picchiatore dei rossi. Eroico fino all’ultimo. La disperata, questo il nome del movimento di ragazzi a Firenze. E poi la radio dei combattenti, e “quella figa” di Doris Duranti che pure era ebrea. L’idea di portar via da Ravenna le ceneri di Dante era stata di Alessandro. Quando i partigiani hanno catturato il convoglio con il Duce, lui solo non s’era dato per vinto e aveva continuato a combattere, fuggendo verso il lago. Finché ferito era stato ripreso, e poi giustiziato nel modo indegno che si sapeva. Un martire, chiaro. Si commuoveva davvero Giorgetti, mentre descriveva la fine di Pavolini, e riusciva a commuovere anche lui, nonostante il cinismo di cui l’accusava.

Si accendeva tutto, anche, non appena avviava il coro “Me ne frego”. Queste le parole che cercava di insegnargli a memoria: “Se il sol dell’avvenire è rosso di colore, me ne frego di morire sventolando il tricolore!”. Il fiato gli puzzava di vino, e quell’odore intenso dava alle immagini evocate una trascinante forza fisiologica, quasi il corpo manifestasse una propria urgenza. “Ce ne freghiamo della galera, camicia nera trionferà. Se non trionfa sarà un bordello col manganello e le bombe a man!”. Ma non era sicuro se era macello, o bordello.  La canzone comunque si chiudeva con: “Duce, Duce”. Si eccitava a quella litania, e le sue labbra carnose parevano gonfiarsi nel pronunciare una sorta di preghiera. I capelli ricci sembravano persino più neri quando lo assediava con arroganza: “Prova una volta a cantarla con noi, cazzo, vedrai come starai meglio”. E aggiungeva: “Ti sentirai dentro una comunità vera. Non sarai più solo come un cane”. E intanto lo guardava allusivo, sospirando per la sua dabbenaggine. Ma non era quello il modo per convincerlo a intonare anche lui la canzonaccia. Lui del resto era un “bastian contrario”, come lo rimproverava con affetto sua nonna.

Il padre di Giorgetti era tornato mutilato dopo anni consumati in prigionia in Africa. Menomato, rovinato, in pratica pazzo. La madre così era obbligata ad andare “a servizio”, per integrare la pensione di guerra e fronteggiare due figli in crescita. A casa sua, però, gradivano poco quella amicizia. Il babbo ingegnere e dirigente di azienda a Mestre e soprattutto sua madre mostravano a tavola un qualche imbarazzo per quelle frequentazioni. “Non ha niente di meglio da portarci a casa?”, si dicevano tra loro roteando gli occhi e sbuffando. “Una donna di servizio”, sillabava con disgusto sua madre, mentre lo fissava scuotendo la testa. Il bello che quei due ignoravano le idee politiche di Giorgetti. E costui, a sua volta inconsapevole della pessima valutazione di cui godeva a casa sua, gli domandava di continuo cosa aspettava a iscriversi nella federazione giovanile del MSI. Lui cercava di salvarsi, dichiarandosi monarchico. Una cosa diversa. Anche perché gli risultava che negli ultimi anni della sua parabola il fascismo era diventato repubblicano, o no? Ma quello insisteva infastidito: “Cosa ti costa prendere la tessera? Quella distinzione non ha più senso nel 1960”.

Lui era figlio unico, e questo contava qualcosa. Giorgetti non era nella sua classe, la prima liceo del Foscarini, anzi stava ancora in quinta ginnasio, anche se aveva due anni più di lui, per varie bocciature. E in più lui era pure un anno avanti, essendo nato di febbraio. Ma quello era gentile, e lo proteggeva, imponente e grosso com’era. Grande il doppio di lui. I muscoli gli guizzavano sulle braccia se le tendeva. Pericoloso, farlo arrabbiare. E una volta, mentre erano rimasti soli in camera, sua madre in cucina preparava con degnazione le frittelle, lui aveva accennato ai sensi di colpa provati nel toccarsi da solo. E si era spinto a chiedergli, tremando, se era vero che nello spogliatoio faceva brutte cose con due compagni di classe. Ne parlavano in giro tutti con un misto di ammirazione e di paura. E quello con tono esperto non aveva risposto sul tema. In compenso, aveva sentenziato che uno mentre se lo mena, non pensa mica a Platone. E con la mano aveva disegnato nell’aria un su e giù violento. Lui, arrossendo, aveva sentito subito l’affare indurirsi. C’erano dolcezza e intimità nell’aria. Un’estasi insolita, mai provata prima. In quel momento, si era legato ancor di più a Giorgetti, come fosse un fratello maggiore, e se non era per sua nonna ma sì, avrebbe preso quella benedetta tessera del MSI. Per la verità, gli diventava duro anche quando Giorgetti gli ripeteva tutto serio che lo avrebbe portato in un bel casino che conosceva lui, sul Terraglio, dove aveva la donna giusta per svezzarlo. “Hai quindici anni, no?”. Quello era il solo modo per non finire finocchio, sentenziava severo. Andare a puttane, precisava, metterlo tra due belle tette, sistema tutto. Lui taceva palpitando, e lo guardava di traverso con uno sguardo riconoscente.

Non controllava mai l’aria dello stomaco, Giorgetti, e lui rabbrividiva davanti a tanta sfrontatezza. Quello in cambio sghignazzava, mettendolo in crisi e sostenendo con fierezza che le donne si vergognano a farlo, gli uomini se sono tali, no. In compenso, lo incalzava perché non poteva stare con quelli che avevano tradito. Loro, gridava, non si erano mai arresi a Stalin e al dollaro americano. Sì, loro avevano a cuore l’onore della patria. Da qui, la presenza della fiamma, la speranza. Quando, per vendicarsi e metterlo in difficoltà, gli chiedeva dei forni, Giorgetti mostrava una grande irritazione. Alzava le spalle con una smorfia di disgusto. “Tu ci sei stato da quelle parti, per caso? Hai visto niente, tu? Con i tuoi occhi?”. Lui avrebbe voluto confidargli che una sua zia aveva sposato un ebreo a Padova, ma quello lo interrompeva. “Esagerazioni, esagerazioni”, e poi non lo sapeva per caso cosa fanno i banchieri in Italia e nel mondo? Tutti ebrei. Ma guarda un po’, come lo spiegava quel fatto? Eh, come lo spiegava?

Un pomeriggio dei primi di luglio aveva accettato di intrupparsi, seguendo Giorgetti assieme al piccolo gruppo dei giovani del partito. Costoro guardavano con diffidenza il piccolo monarchico. Si era diretti in un’affollata riunione del PCI locale, in una palazzina a Santa Maria Formosa, invitati a sorpresa per un confronto spassionato sui fatti sanguinosi di Genova, quando “la solita sinistra” aveva impedito la convocazione del sesto congresso nazionale del MSI. In quel modo, lui si faceva vedere ufficialmente col fascio, cosa che lo metteva a disagio. Si trattava di un’iniziativa dialettica, come aveva esordito un giovane parlamentare veneto della sinistra, con la sua brava erre moscia. “Ci auguriamo ne seguano delle altre”. Lui era seduto dietro a Giorgetti, e faceva la faccia feroce. Gli sembrava di star dentro I ragazzi della Via Pal, romanzo che l’aveva fatto piangere a lungo. Eppure sentiva una strana nostalgia della controparte. Gli sarebbe piaciuto con un gesto pubblico abbandonare quella compagnia grossolana, volgare e minacciosa, e sistemarsi con la sinistra. Perché si era anche convinto che Giorgetti con quei ragazzi brufolosi facesse le sue porcherie fino in fondo, e un po’ ne era geloso. Purtroppo nel tavolo degli oratori rossi brillavano due studenti della sua stessa scuola che lo detestavano e gli domandavano quando veniva la nonna a prenderlo. No, non era possibile tradire un’altra volta come nel ’43. Era condannato a restare con Giorgetti, insomma. Tant’è vero che ad un certo punto, ad un semplice cenno del suo protettore, si erano alzati di scatto e sotto l’applauso ironico della stanza lui aveva seguito il gruppo che usciva dall’assemblea in un muto dissenso. Questo, quando avevano incominciato, i rossi, a inneggiare alla Resistenza. Ma lui avrebbe voluto star là, a chiedere di re Umberto.

 

 

[Immagine: Squadra d’azione di Lucca, 1922]

 

 

 

 

 

 

 

 

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