di Elisa Biagini

 

 

[Esce in questi giorni nella collana Poetica Reloaded di Industria & Letteratura una nuova edizione di FIATO. Parole per musica di Elisa Biagini (edizione originale D’If, 2007), con traduzione inglese di Gregory Conti e musica di Filippo Gatti. Presentiamo qui cinque testi tratti dal volume, che sarà presentato domenica 8 marzo al centro culturale Itaca, con interventi musicali e critici di Filippo Gatti e Simone Giusti]

 

 

Prendere in mano un libro nato quasi vent’anni fa,

appoggiarlo all’orecchio, sentire se fa lo stesso suono.

Guardare se la voce ha cambiato colore, se le corde sono

ancora tese.

Misurare il raggio al tempo.

Pesare nella mano le parole e lanciarle di nuovo lontano:

ascoltarne l’eco, seguirne le orme.

 

 

 

Intreccio di ciglia

 

Il mio orologio è ancora indietro a te

sceso nell’ombra, diventato memoria,

la strada cancellata sotto a me

come di sabbia questa nostra storia.

 

Siamo un dente di latte che tentenna

un filo di medusa che ci lega,

eppure ogni tuo suono rompe un vetro

ogni mio sguardo una forchetta piega.

 

Le mani senza te due piatti vuoti

ma vicino all’orecchio due conchiglie:

soffiano la memoria della pelle

raccontano l’intreccio delle ciglia.

 


 

Fiato

 

Adesso non c’è luogo dove andare,

non c’è ragione per rimanere:

 

il tuo fiato

si fa il ghiaccio

su cui cado.

 

Ho stretto i pugni per trattenere odori,

ho chiuso gli occhi ai frammenti di sonno:

 

ma è sempre al freddo

del tuo fiato

che io cado.

 

Ritorni come spugna rilasciata

sputi i semi lontano e stringi i polsi:

 

il ghiaccio dove cado

è soffiato

dal tuo fiato.

 

***

 

La memoria

 

Da una crepa del mio cuore più nero

escono rami che tendono a una voce,

vogliono suoni, parole

la luce che t’ esce di gola.

 

Tu non parli, non piangi,

non ti sbucci:

hai un oceano bloccato nei polmoni,

la memoria è una diga che non cede

la memoria è una diga che non cede.

 

Chilometri di strada nella notte,

il buio smangia gli occhi e succhia gli ossi,

siamo magri di paura e di silenzio:

 

ci tocchiamo con mani bruciate.

 

***

 

Angelus novus

 

Una tempesta ti gonfia

e t’impiglia le ali:

due tende che non chiudi,

due vele senza freni.

 

È il vento di memoria

che ti spinge,

i tuoi occhi a calamita sul passato,

alla rovina che sia alza verso il cielo:

 

assaggi il tempo ormai andato

ed il sapore è futuro,

 

assaggi il tempo ormai perduto

ed il sapore è futuro.

 

Tremi di vento, tremi di paura,

gli occhi a fessura tra il sonno e la veglia,

 

cammini all’indietro

sempre inquieto

 

cammini all’indietro

infinitamente inquieto.

 

***

 

La schiena

 

Se mi passi la mano sulla schiena

senti un nodo, una noce, un vuoto sasso:

lì c’è un eco che mai fuori risuona

che in sé si centra e mai niente disperde.

 

Poggiaci su il tuo palmo, come spugna,

bevi quel buio, quella pozza asciuga

fa che l’eco ti si sperda in ogni vena

fa che il mio nodo si sciolga ed abbia suono.

 

Il tuo braccio il mio tunnel di parola

le dita a restaurare i miei mattoni,

sbobina la cassetta al mio respiro:

dai l’acqua a questa nera fioritura.

 

mi sorreggi, ti sorreggo

nello scendere il fianco

della notte:

nel buio

la mappa è tagliata

nel legno,

è viva di dita

 

 

[Immagine: Elisa Biagini]

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