di Guido Baggio

 

[Esce domani Filosofia e patologia in D.F. Wallace. Solipsismo, noia, alienazione… e altre cose (poco) divertenti, di Guido Baggio, nella nuova collana “Filosofia e letteratura” di Rosenberg & Sellier. Il libro sarà presentato oggi in anteprima, a Più libri più liberi (ore 15:30, Sala Venere, Nuvola di Fuksas). Intervengono con l’autore Christian Raimo, Chiara Scarlato e Paolo Pecere. Ne pubblichiamo qui un estratto. Altri estratti sono consultabili qui e qui]

 

Nodi. Filosofia e patologia in D.F. Wallace

 

Mia madre mi vuol bene.

       Mi sento bene.

Mi sento bene perché lei mi vuol bene.

 

Sono bravo perché mi sento bene

mi sento bene perché sono bravo

mia madre mi vuol bene perché sono bravo.

 

Mia madre non mi vuol bene.

       Mi sento male.

Mi sento male perché lei non mi vuol bene

       sono cattivo perché mi sento male

mi sento male perché sono cattivo

sono cattivo perché lei non mi vuol bene

lei non mi vuol bene perché sono cattivo.

Laing, Nodi, Einaudi 2004, p. 13

 

Nella recensione a Wittgenstein’s Mistress Wallace scrive:

 

è facile vedere come lo scetticismo radicale […] produca onnipotenza e al contempo oppressione morale. Se il Mondo è interamente una funzione di Fatti che non solo dimorano dentro la testa ma ne scaturiscono, si è Responsabili di quel mondo quanto solo come una madre lo è del figlio, o di se stessa. (Di carne e di nulla, Einaudi 2012, p. 147).

 

Nell’immagine del rapporto madre-figlio qui accennata è racchiusa in nuce la contorta concezione wallaceana dell’intreccio tra psicosi e responsabilità. Nella sua produzione narrativa e saggistica è infatti possibile rintracciare un vincolo tra astrazione filosofica (scetticismo radicale/solipsismo), radicamento esistenziale (solitudine/alienazione) e peso per una responsabilità verso il mondo che, se non accolta, porta alla dipendenza e alla psicosi. È proprio nel peso insostenibile della responsabilità, vissuta come peso esiziale, che si palesa la deriva patologica delle difficoltà relazionali e della declinazione alienante del solipsismo. Nei vari racconti e romanzi, questo dramma si mostra in maniera quasi carnale. In Infinite Jest, ad esempio, l’ambivalenza dell’amore materno è un aspetto centrale nell’economia narrativa dell’opera (pensiamo al rapporto fra Hal e Orin Incandenza e la madre Avril, o al personaggio di Madre Morte recitato da Joelle Van Dyne nella pellicola di Jim Incandenza e apparso nel sogno allucinatorio di Don Gately). Tale dramma è tematizzato plasticamente anche in Brevi interviste con uomini schifosi, che segue il romanzo del ’96, e in particolare nel racconto Il suicidio come una specie di presente, in cui viene alla luce la dimensione patologica del rapporto madre-figlio.

 

Il racconto descrive gli effetti problematici del flusso interiore di una madre che sente su di sé il peso della responsabilità di tutto il male presente nel mondo e delle conseguenze auto- ed etero-distruttive che questo peso comporta:

 

l’odio istintivo della madre nei confronti di se stessa tendeva a proiettarsi all’esterno e verso il basso sul bambino. Una tendenza resa tanto più grave dal fatto che nella mente della madre la differenza fra la propria identità e quella del piccolo era infinitesimale e indefinita. In un certo senso il bambino appariva come il riflesso della madre in uno specchio rimpicciolente e profondamente incrinato. Perciò ogni volta che il bambino era maleducato, ingordo, sudicio, stupido, egoista, crudele, disubbidiente, pigro, idiota, cocciuto o infantile, la tendenza più profonda e naturale della madre era di odiarlo (Brevi interviste con uomini schifosi, Einaudi 2000, p. 249).

 

Ciò che segue è la descrizione della degenerazione del rapporto malato derivante dalla proiezione della donna riguardo al proprio ruolo di madre che deve amare il figlio e che vive il conflitto interiore tra l’amore per lui in quanto figlio e l’odio nei suoi confronti in quanto individuo da essa distinto:

 

Dunque la madre era in guerra. Le sue pretese vivevano un conflitto basilare. Conflitto in cui sentiva che era in gioco la sua stessa vita: il non riuscire a sopraffare l’istintiva insoddisfazione nei confronti del figlio comportava una punizione terribile e rovinosa che, lo sapeva avrebbe impartito lei stessa, interiormente. (Ibidem)

 

Vi è una profonda discrasia nella madre schizofrenica tra quanto accade nel mondo interiore e quanto invece si esprime all’esterno, che chiama in causa necessariamente il problema della comunicabilità e della trasparenza del soggetto rispetto al mondo, insieme alla drammatica preclusione di una reale corrispondenza tra quanto avviene nell’interiorità e quanto si esprime o si riesce ad esprimere di quel processo interiore. La responsabilità si rivela qui una proiezione tremendamente distorta, che contrappone al sentimento d’odio un comportamento di amore incondizionato:

 

Da una prospettiva oggettiva, la madre ottenne un successo schiacciante nei suoi sforzi di autocontrollo. Nel suo comportamento esteriore nei confronti del bambino, la madre era instancabilmente amorevole, compassionevole, comprensiva, paziente, calorosa, affettuosa, senza riserve e priva chiaramente di qualsiasi capacità di giudicare o disapprovare o sottrarre amore in qualsiasi forma. Più il bambino era odioso, più la madre pretendeva da se stessa di essere amorevole. Il suo comportamento era, come esigono i parametri di una madre eccezionale, impeccabile. (Brevi interviste con uomini schifosi, p. 250)

 

Il modo in cui Wallace descrive il potere patogeno delle relazioni vincolanti palesa la drammatica incapacità di attribuire agli altri un’autonomia esterna alla propria sfera ossessivamente protettiva e proiettiva. Tale proiezione, frutto di quella insicurezza ontologica che Wallace rintraccia anche in Wittgenstein’s Mistress, porta il soggetto che ne è vittima a difendersi dal mondo piuttosto che procurarsi piacere, giacché le circostanze più ordinarie della vita bastano a minacciare la sua bassa soglia di sicurezza, tanto da portarlo a dubitare del proprio essere vivo nonostante gli sforzi di comunicare agli altri cosa ciò possa significare. Come Laing scrive in L’io diviso: «Anche in circostanze di vita ordinarie, un individuo può sentirsi più irreale che reale; letteralmente più morto che vivo; differenziato in modo incerto e precario dal resto del mondo, così che la sua identità e la sua autonomia sono sempre in questione» (L’io diviso, Einaudi 2010, p. 34). Questo soggetto psicotico si sente continuamente minacciato dal mondo, cosicché «l’intera fisionomia del suo mondo sarà per lui corrispondentemente diversa da quella dell’individuo» il cui senso di sé si è fermamente stabilito in tutta la sua saldezza e validità, e il rapporto con le altre persone gli apparirà «in un significato e con funzioni radicalmente diverse» (Ibidem).

 

La madre schizofrenica di Il suicidio come una specie di presente ha paura di essere risucchiata dal figlio perché il senso di instabilità che prova nei confronti della propria autonomia la porta a temere una sua perdita nel rapporto con il figlio e nella responsabilità che tale rapporto comporta: un rapporto di amore in cui è obbligata ad amare e a essere ricambiata dal figlio, tanto che l’amore del figlio è percepito come una forma di odio poiché con l’essere amati «ci si trova in un obbligo non desiderato» (L’io diviso, p. 38).

 

Vivere sulla propria pelle il limite tra sé e mondo comporta spesso una elevata consapevolezza di ogni elemento proprio che possa essere causa di incomprensione e distanza dal resto del mondo. Ma questa conoscenza non aiuta a superare l’incomunicabilità quanto piuttosto ad ampliarla esponenzialmente. Se infatti il soggetto non è in grado di accettare la realtà deve costantemente «inventare dei modi per cercare di essere reale, di mantenersi vivo o di mantenere vivi gli altri, di conservare la sua identità» e impedire a se stesso di perdersi (L’io diviso, p. 35). In altre parole, si colloca in un suo mondo che assume significato solo nella dimensione della propria insicurezza. Ciò non significa che la realtà esterna e gli altri siano qualcosa di completamente insignificante, ma che il mondo della propria esperienza personale è diverso e incomunicabile. Chi vive la propria esistenza come qualcosa che deve trovare una collocazione cade vittima di un circolo vizioso, di una catena di conseguenze che può addirittura portarlo a negare la propria vita per porre fine a tale insicurezza.

 

Di questa tendenza distruttiva del soggetto vi è testimonianza in vari racconti di Brevi interviste, come ad esempio in La persona depressa, in cui viene tematizzata la degenerazione solipsistica attraverso l’incapacità di considerare le altre persone se non attraverso il riflesso dei propri sentimenti:

 

La persona depressa esternò che l’implicazione più spaventosa di questo (cioè del fatto che, anche quando si concentrava e guardava in profondità dentro se stessa, la persona depressa sentiva di non riuscire a localizzare nessun sentimento vero per la terapeuta in quanto essere umano con un suo valore autonomo) sembrava essere che tutto il suo dolore e la sua disperazione angosciosi dopo il suicidio della terapeuta di fatto erano stati solo ed esclusivamente per se stessa, cioè per la propria perdita, il proprio abbandono, il proprio dolore, il proprio trauma e dolore e sopravvivenza affettiva primordiale. E la persona depressa esternò che si stava assumendo il rischio aggiuntivo di rivelare, cosa ancora più spaventosa, che quell’insieme di illuminazioni sconvolgentemente terrificanti, ora invece di risvegliare in lei il minimo sentimento di compassione, partecipazione, e dolore eterodiretto per la terapeuta come persona, aveva – e qui la persona depressa attese pazientemente che all’amica particolarmente fidata e disponibile passasse un attacco di conati di vomito, così da potersi assumere il rischio di esternarle questa cosa – che quelle illuminazioni sconvolgentemente terrificanti erano sembrate, in modo terrificante aver semplicemente fatto emergere e creato ancora altri e ulteriori sentimenti nella persona depressa riguardo a se stessa. (Brevi interviste con uomini schifosi, p. 70-1)

 

Questo aspetto della ritorsione del pensiero su se stesso e della sua ricorsività è un tema costante in Wallace, il quale pone in luce un aspetto fondamentale del rapporto io-altro, sia quello proprio di una madre con il figlio o di un soggetto psicotico maniaco-depressivo con la terapeuta: la visione dell’altro dipende totalmente dalla disposizione dell’individuo a mobilitare tutte le forze a favore di un atto di comprensione degli aspetti osservabili in quanto espressioni del modo di essere-nel-mondo dell’altro, per metterli in relazione al proprio modo di vivere la situazione in cui si trova con l’altro (L’io diviso, p. 23).

 

I personaggi di Wallace sono incastrati nel cortocircuito paradossale tra la necessità di comunicare e la volontà di non essere compresi per evitare di essere afferrati, amati, e perciò anche definiti dagli altri. Cosicché il loro senso di superiorità li avvolge nella sofferenza e in una ricerca di comunicazione che però non può aver luogo. Ricordiamoci le parole che Wallace espresse nel periodo alla Granada House: «ti senti migliore di tutti gli altri perché ti sei reso conto che è un’illusione, eppure stai peggio, perché non riesci a funzionare» (Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, Einaudi 2013, p. 212-3. Vedi qui). Il fatto di non poter instaurare un rapporto sincero con l’altro, un rapporto in cui i soggetti possano trovare un vero canale di comunicazione privilegiato che consenta di superare l’orrore della solitudine, porta Wallace a tematizzare il problema della oggettivazione dell’altro e di se stesso da parte dell’altro. La sottolineatura delle parole “proprio” e “se stessa” nella citazione riportata da La persona depressa indicano appunto la difficoltà di riconoscere gli altri indipendenti dalle nostre proiezioni. Allo stesso modo, la madre del racconto Il suicidio come una specie di presente si rivela incapace di esprimere i propri stati d’animo, le proprie sensazioni, i pensieri, i desideri, le paure più recondite per l’incapacità di potersi realmente aprire all’altro, per paura che l’altro veda realmente dentro di lei. Si palesa così una scissione profonda tanto con il mondo esterno quanto tra un io corporeo, esperito come «un oggetto fra i tanti altri oggetti del mondo», e quindi «un falso io», e un io incorporeo, interiore, esperito come il vero io distaccato dal mondo, il quale si costruisce un microcosmo interiore che domina e che sembra il mondo reale (L’io diviso, p. 63).

 

L’unica possibilità contro il pericolo di essere risucchiati nel gorgo della comprensione altrui, l’unico atto di difesa che il soggetto può compiere è cercare di «comprendere totalmente se stessi», ovvero «inghiottire se stessi», consumandosi «nell’amore di se stessi» per prevenire «la possibilità di essere consumati da un altro» (L’io diviso, p. 45). Potremmo rintracciare una consapevolezza simile nelle parole di Wittgenstein: «l’odio fra gli uomini deriva dal fatto che ci isoliamo gli uni dagli altri. Perché non vogliamo che l’altro scruti dentro di noi non essendo bello lo spettacolo che si offrirebbe al suo sguardo» (Wittgenstein, Pensieri diversi, Fabbri 2001, p. 77). E d’altronde, se da un lato quando il soggetto si rende conto di essere separato da tutti gli altri può provare anche un senso di autonomia che gli permette di continuare a esistere per quanto possa sentirsi solo e triste, dall’altro lato, non sentirsi autonomo comporta spesso una sensazione di vulnerabilità e di «dipendenza ontologica» (L’io diviso, p. 47) difficilmente sostenibili.

 

[Immagine: Egon Schiele, Madre morta].

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