di Francesco Deotto
[Esce oggi nella collana Poetica di Industria&Letteratura Finestre, il nuovo libro di Francesco Deotto. Ne pubblichiamo alcuni testi e alcune fotografie]
8 maggio 2021
Due finestre non particolarmente degne di nota. Distanti, a occhio, un paio di metri l’una dall’altra, con, in mezzo, un pilastro in vista. Ciascuna, sempre a occhio, di un metro in larghezza per due in altezza. Non troppo sporche ma neanche splendenti, con una pianta di pothos e i davanzali in granito.
Offrono un panorama urbano ordinario ma non privo di interesse. Molte condotte d’aerazione. Una strada interna. Di fronte, un edificio esteso ma non molto alto, con lunghe terrazze un po’ ovunque, e qualcuno che vi si affaccia, ogni tanto, per una sigaretta o per prendere un po’ d’aria.
Sono al secondo piano del padiglione B dell’Ospedale Civile di Pordenone, il capoluogo della provincia nella quale sono cresciuto. Potrei sbagliarmi, ed è possibile che anche da piccolo ci sia già passato, per un esame, o per trovare un parente, ma quasi di sicuro è la prima volta che entro in questa struttura. Sono qui per accompagnare mia madre a una visita neurologica, dopo un episodio un po’ strano ma apparentemente non troppo preoccupante: una breve forma di assenza, di rallentamento, neanche un minuto, sono passati una decina di giorni, quando si è come fermata, sospendendo ogni movimento e risposta, mentre stava terminando di preparare il pranzo.
25 maggio 2021
Le stesse finestre dell’altra volta, una settimana dopo. Senza grandi sorprese, né particolari novità. In compenso, qualcosa è cambiato nella sala da cui si affacciano, a causa di qualcuno seduto ad aspettare, e delle sue scarpe: un paio di mocassini appuntiti alla Aladino, con le punte arrotondate e incurvate verso l’alto, bianche avorio con cuciture dorate. Non che si tratti neanche di una tipologia così fuori dall’ordinario, ma è come se proprio questo specifico paio fosse in grado di occupare lo spazio con una inusuale grazia, come se anche da ferme le sue parti non smettessero di seguire una loro danza, come se il volto e le mani del loro portatore non tradissero nervosismo e ansia.
Di nuovo, quindi, all’Ospedale di Pordenone, al Santa Maria degli Angeli, sempre al secondo piano del padiglione B. Questa volta per un elettroencefalogramma, il primo degli esami prescritti dalla neurologa.


17 luglio 2021
«Il giardiniere non c’è più!! Abbiamo sete!».
La “forza” delle parole oltre quella delle immagini? Con le prime che sono necessarie per supplire all’indeterminatezza delle seconde? Oppure, sopraggiungono solo in un secondo momento per prendersi il merito di quanto si sarebbe potuto ottenere anche senza di loro? E, soprattutto: davvero possono essere separate le une dalle altre?
Stando a queste piante di ficus (i veri soggetti in questione), e al loro apparente stato di buona salute, sembrerebbe che almeno nel loro caso il cartello che le accompagna una qualche utilità la abbia avuta.
Il tutto mentre, sullo sfondo, una parete di vetro permette di osservare un altro padiglione, a un centinaio di metri, a sua volta in fase di costruzione, ma coi lavori più indietro, con altre priorità e problematiche, ora appena sul punto di incominciare a prendere forma.
Sono sempre le 15 quando posso nuovamente accedere al reparto di terapia intensiva, ormai circa 48 ore dopo la conclusione della craniotomia. Sono ancora giorni delicati, quelli in cui è sempre possibile una complicazione. Fortunatamente, almeno per ora, tutto sembra davvero andare bene, senza imprevisti e problemi. Anzi, rispetto a ieri mia madre sembra stare già molto meglio, sia a livello di morale che di facoltà del linguaggio. Dice, ad esempio, che vorrebbe dei biscotti. A livello motorio, invece, la ripresa è molto più lenta, con in particolare la gamba destra che è ancora quasi immobile, ma è troppo presto per qualsiasi previsione.
6 agosto 2021
La posizione è davvero ottima: su una delle principali via d’accesso alla città, vicino a un parco, a molti parcheggi, al tribunale.
E anche l’interno non è male, per quanto non sia molto grande. Sembra una banca o un’agenzia d’assicurazioni (forse lo è stata): il pavimento in marmo, un piccolo ingresso, per smistare i clienti, e poi gli uffici, tutti dotati di pannelli d’autopromozione aziendale, ogni ufficio separato dagli altri da pareti di vetro decorate (da terra fino a un metro e ottanta d’altezza) con delle linee bianche orizzontali che producono un alternarsi di fasce (o sbarre) trasparenti e opache: perfette per permettere il controllo intersoggettivo (di modo che nessuno perda troppo tempo), ma offrendo al tempo stesso un minimo (proprio minimo) di privacy (della sua parvenza).
«Programma Famiglia Sicura». Sicura rispetto a cosa non è molto chiaro. D’altra parte, di questi tempi, vi sono poche cose che sono più ambigue dei discorsi che ogni giorno si intendono, in ogni sorta di spazio pubblico e privato, proprio sulla questione della “sicurezza”.
Alla fine, fortunatamente, la persona che ci accoglie non insiste troppo su questo aspetto. Punta soprattutto sulla convenienza economica delle loro proposte, come sulla possibilità di scaricare le spese dalle tasse e di chiedere contributi, a condizione che si attesti l’«impossibilità di svolgimento di almeno 2 azioni della vita quotidiana».
Un documento spiega quali siano le 6 «azioni della vita quotidiana» da valutare: fare il bagno, vestirsi, la toilette, lo spostarsi, la continenza di feci e urine, l’alimentazione.
Nella brochure viene anche ben sottolineato come sia previsto il «Licenziamento sempre possibile senza giusta causa (non è necessario dare una motivazione)».

