di Andrea Cortellessa
Ordalia. La parola deriverebbe dall’antico anglosassone Ordal, «giudizio di Dio» (nel tedesco di oggi, infatti, «giudizio» è Urteil, mentre il suo valore figurato residua nell’inglese ordeal), e designa quelle prove impossibili cui in antico (ma sino a tutto il Medioevo) venivano sottoposti gli accusati: gli innocenti sarebbero stati salvati appunto dall’Altissimo, mentre tutti gli altri finivano bruciati affogati schiacciati da massi eccetera. Di lì viene ogni forma di tortura, ma anche (secondo alcuni giuristi) l’istituto della giuria popolare, nella quale si tradurrebbe l’«orda» chiamata a pronunciare il suo barbarico giudizio (vale anche per i premi letterari, certo).
L’ordalia in questione si svolse nel momento più caldo dell’Italia repubblicana. Sono i primi di giugno del 1968, ma quella sera a Milano si gela. Qualche mese prima è uscito un libro che brucia, psichicamente cosparso com’è del napalm che dall’altra parte del mondo incendia il Vietnam; ma che ha un titolo d’algida ironia: La Beltà (con la maiuscola, certo). E sul «Corriere della Sera», a sorpresa, è appena uscita l’incoronazione di Montale (uno che coi colleghi, diciamo, non era portato a largheggiare): quella poesia «suggestiona potentemente e agisce come una droga sull’intelletto giudicante del lettore». Si può immaginare il clima della serata. Drogata d’invidia, si capisce, è buona parte dei convenuti; ma chi pare drogato, e non solo dagli psicofarmaci, è l’interessato, cioè Andrea Zanzotto («quella sera […] riuscivo a stento a reggermi in piedi»): il quale si rende conto solo fino a un certo punto di quanto, inevitabile, si sta per perpetrare. Prende la parola un poeta giovane che già brilla per acume critico, Giovanni Raboni, e dice cose molto giuste (nonché, a quell’altezza, tutt’altro che ovvie): La Beltà è un «libro […] fondamentalmente tragico» perché vi esplode un mondo che non sarà mai più quello di prima; ma «non si limita a registrare questa esplosione»: «attraverso questa lente di disastro», sul fondo del suo telaio, già si vede la sinopia del «paesaggio di dopo l’esplosione».
Dopo di lui viene però la volta di Franco Fortini. Non è solo un poeta di rilievo e il critico più ascoltato, cioè temuto, su piazza; in quel momento il suo marxismo eretico, da irriducibile grillo parlante (certe sue formule hanno da poco risuonato in Uccellacci e uccellini di un’altra sua vittima designata, Pasolini: messe in bocca al corvo che Totò e Ninetto, alla fine, mangiano «in salsa piccante»), all’improvviso è à la page. Di Zanzotto, Fortini si considera amico da quasi vent’anni; è stato fra i primissimi a seguire il suo lavoro e lo ha fatto con continuità, fra adesioni entusiastiche e contraggeni laceranti. Ricevuto il dattiloscritto (anche perché la poesia esplicitaria, E la madre norma, gli è ambiguamente dedicata) gli ha scritto una lettera dai toni ambivalenti ma durissima, nella sostanza, nei confronti dello «Z. vestito di nuovo, che fa l’avanguardista con infinitamente più sottile bravura» dei comuni nemici del Gruppo 63. Zanzotto non sa però che, all’arrivo di quel dattiloscritto in Mondadori, per Vittorio Sereni Fortini ha scritto un parere di lettura che maledice la sua «iper-cultura europea» e i «cattivi maestri» che s’è scelto, tra psicoanalisi linguistica filosofia e poeti pazzi rinchiusi nelle torri. E con un calembour di sofistica dialettica ne ha sconsigliato la pubblicazione, non senza uno schizzo di veleno in clausola: tanto lo so che non avrete il coraggio di farlo. Sereni conosce entrambi i suoi polli: all’altro lettore, Marco Forti, comunica che «la conclusione editoriale è SÌ».
Mentre il libro-bomba comincia così la sua strada, quella che oggi ce lo fa considerare semplicemente il libro di svolta del Novecento italiano, l’ordalia deve comunque prodursi. Chi conosce il rituale delle presentazioni di poesia sa quanto sia di prammatica la coazione all’eufemia e, il più delle volte dunque, alla genericità. Ma con Fortini non si sa mai. E dal tavolo dei relatori, infatti, rincara la dose: insofferente nei confronti di quello che considera un «cedimento», da parte di Zanzotto, «ad una ufficialità veneto-italica» (del genere del «Corriere», cioè). Aggiungendo che quella poesia non si capisce, mentre importante sarebbe invece sapere «quali siano i fatti» (su questo ha ragione; ma quella che non concede è la generosità di considerarli: quei fatti, psichici se non psicotici, di cui pure è a giorno). Al netto della presunta mitezza dell’offeso i due non si parlano, in sostanza, per quasi quattro anni.
L’episodio è il clou di un duello che di anni ne dura più di quaranta, e che ora la bravissima Matilde Manara è riuscita a ricostruire unendo alle già note lettere di Zanzotto conservate a Siena quelle di Fortini, ancora depositate fra le carte del destinatario a Pieve di Soligo. Aggiungendo il bonus di quegli interventi leggendari, peritosamente trascritti da un’audiocassetta quasi sessantenne, e dei pareri mondadoriani a loro volta pubblicati infine integralmente. Un duello, sì; del resto fra le ordalie c’era in antico anche il «duello di Dio»: che fra i contendenti dava ragione semplicemente al più forte (un criterio molto basic, questo prediletto da Goti e Longobardi, al quale oggi torniamo spensierati). Del format Fortini è un virtuoso: dei duelli ingaggiati con Pasolini farà un libro, Attraverso Pasolini, che finirà per essere quasi un testamento (nonché, a suo disdoro, forse il suo capolavoro). Ma quell’altro presunto mite di Sereni lo aveva messo in scena negli Strumenti umani, senza nome ma con la più esatta crudeltà prossemica, mentre «plumbeo» gli «ringhia»: «hai tu fatto […] la tua scelta ideologica?» (ai tempi di Stella variabile l’allusione si chiarirà, pacificata, in Un posto di vacanza). Mentre sarà Zanzotto a definire «ordalia» il suo rapporto col «magistero di Fortini» afflitto da una «pre-sicurezza insonne» e, quanto forse più turbava i malcapitati coinvolti, sempre passibile di reversibilità anche diametrali.
Nella forma più civilizzata della tenzone alla maniera stilnovistica, Fortini e Zanzotto tornano a incrociare le rispettive lame, o piuttosto lime, nel decennio successivo. Ed è un altro momento decisivo, ancorché più segreto, della nostra poesia. All’inizio degli anni Sessanta entrambi hanno giocato con una forma, il sonetto, che proprio per la sua lunga egemonia nel canone è finita, almeno dai tempi di Leopardi, nel dimenticatoio. È Fortini, anche autoironico coi suoi estri di polemista-torturatore, ad aprire il fuoco inviando a Zanzotto un primo sonetto (non conservato purtroppo), cui il destinatario risponde subito, non sappiamo se «per le rime» (come dettano le regole antiche). Ma sono proprio le rime, il punto: la scelta della forma-spettro, compuntamente imbalsamata di endecasillabi, è deliberatamente inattuale, così rispondendo in modo paradossale alla frenesia di «aggiornamento» del decennio precedente, e in generale di un mondo contemporaneo che si chiamerà, di lì a poco, postmoderno. È una parola, questa, che non piace a nessuno dei due: i quali preferiscono parlare di «convenzionismo» (Zanzotto) o (più coraggiosamente, Fortini) «manierismo». In ogni caso è una svolta decisiva, non solo per le rispettive opere in versi, ma per tutto il corso della nostra poesia. Quando nel Galateo in Bosco di Zanzotto, nel ’78, apparirà il fulgido cristallo dell’Ipersonetto sarà fatto in gran parte di materiali fuoriusciti dalla tenzone con Fortini (al quale infatti, ancora una volta, è dedicato il sonetto-explicit): e farà scuola presso almeno due generazioni di poeti (non escluso l’altro attore di quella serata di tregenda, Raboni). Fortini, sempre insopportabilmente onesto, alza bandiera bianca: «sono così cosciente della impossibilità di seguirti lungo quei sesti gradi che il mio molto controllato e malvolente manierismo rinuncia a qualsiasi certame». Ma anche in lui il baco strisciante delle «cassettine di sillabe», come le chiama Zanzotto con allusione da artificiere, continua a scavare: il titolo del suo libro dell’84, Paesaggio con serpente, coniuga la categoria-sphraghìs dell’altro, il «paesaggio», e la strisciante e «ingrata» presenza di chi, a lui scrivendo, confessa Fortini essere il suo avatar: vi splende un sonetto dedicato proprio a Zanzotto che si conclude con l’immagine memorabile di una «Gerusalemme» «lucente» nella sua «inesistenza», simbolo del suo marxismo ineptum prorsus credibile che Zanzotto, in tempi non sospetti, aveva definito non a caso «platonico».
A più lento rilascio, ancora, viene di qui il sarcasmo civile, arci-sconfitto, delle Sette canzonette del Golfo di Composita solvantur, che nel ’94 cantano con caramellati melismi metastasiani l’«irrealtà quotidiana» (per dirla con un titolo di Ottieri amato da entrambi) delle guerre virtualizzate dai media: rampollano da un ennesimo «ebete sonetto […] da nausea ilare costretto», da Fortini inviato nel ’92 a Zanzotto. L’ennesima replica del quale – la poesia LIVE che due anni dopo segna a dito, in Meteo, il «teleschermo» che «dirette erutta e Balocchi» – scopriamo ora venire dritta, a sua volta, da una lettera a Fortini del ’93.
Una buona metà della loro vita, insomma, questi due facondissimi duellanti l’hanno spesa a rispecchiarsi l’uno nell’immagine «minotaurizzata» dell’altro, per dirla con un autocommento eloquente di Zanzotto: sin quasi a scambiarsi di posto (come nel racconto di Conrad portato al cinema, giusto in quegli anni, da un bellissimo film di Ridley Scott). Nota acutamente Manara, infatti, come sia a chiasmo il rapporto di forze del loro «duello di Dio»: Zanzotto passa da umile apprendista di provincia al rango, da Fortini accordatogli con formula dantesca in un’intervista dell’87, di «suo maggiore nella “gloria della lingua”» (ma già nell’83, alla Radio Svizzera, Fortini aveva capovolto diametralmente i suoi furori di quindici anni prima, definendo «eccezionali» i «risultati» della Beltà). Un clic rappresenta la richiesta di raccomandazione a un qualche sottosegretario di centrosinistra di sua conoscenza che nel ’66 Zanzotto, nevrotico insegnante precarizzato, chiede a Fortini; mentre sette anni dopo lo stesso, seppur semischerzosamente, chiede Fortini a Zanzotto. Nel ’79 gli chiede pure una prefazione alla sua plaquette Una obbedienza, nella speranza che uno come Zanzotto gli riservi «qualcosa di diverso dal solito discorso sulla “moralità” di F.F. e l’impegno e la grazia e patatì e patatà, ossia le generose baggianate inumatorie che deve sopportare» dai suoi interpreti-standard. E Zanzotto lo serve a puntino, descrivendo magnificamente il «ponte» che, nel vivo dei versi anziché nell’intimidatorio «abbaiare» delle poetiche e delle «scelte ideologiche», Fortini costruisce fra la sua ideologia e la passione, tutt’altro che razionale e razionalizzabile, del suo «terremoto del profondo» (giusto su un «ponte», assai kafkiano, era apparso il suo spettro al Sereni di Un sogno).
Ma soprattutto parla, se non proprio chiaro molto dritto, una coppia di sonetti da Fortini mandati a Zanzotto nel corso del ’77 (il primo è accolto nel secondo Ospite ingrato, l’altro è uscito postumo nelle Poesie inedite curate da Mengaldo nel ’97). Se il primo si ostina a ricordare all’interlocutore (sin dal ’58 tacciato di indebita «opacità» e incoraggiato di contro al «ragionamento») «che umana è nostra creta», per cui «a noi nudi il Gran Critico Creante / ragione chiederà d’ogni variante» (ipostatizzando nella figura del critico, nonché il traditore come voleva lo Jago shakespeariano, addirittura l’Altissimo chiamato a giudicare duelli e ordalie), cinque mesi dopo quello che prenderà il titolo Dell’agosto (scritto per la verità in luglio) si rivolge a Zanzotto invocando da lui, invece, «il vero fuoco» che solo lui riesce ancora a «cantare» – mentre chi scrive su d’esso sa solo «specolare». Con tipica imagery manieristica Fortini si raffigura una volta di più prigioniero, di una «grotta ove in ombra si invischia» mentre cerca invano, «chimico inetto», di produrre esplosivi «in odio al secolo». Risolutivo potrà forse essere solo il portatore di fuoco (nella versione definitiva sarà invece il «sole», emblema legato alla mitologia apollinea per Zanzotto sempre ambivalente) – il poeta appunto. Zanzotto risponde schermendosi e definendo i suoi «scoppi soltanto in vitro». Ma sapevano entrambi, quella metafora, a quale esplosione si riferisse. Nove anni prima l’uno, in tutti i sensi a sprezzo del pericolo, l’aveva fatta brillare; e l’altro aveva provato a soffocarne le fiammate. Ma quel fuoco non s’era mai estinto.
Franco Fortini-Andrea Zanzotto
«Una minima ordalia». Carteggio 1952-1994
a cura di Matilde Manara con la collaborazione di Pietro Orlandi e Jacopo Maria Romano
Quodlibet, 2026, pagg. 224, € 20
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Tutt’altro il tenore, e il periodo, del penultimo a uscire fra i carteggi di Zanzotto: il padre del grande filologo Francesco Zambon, Attilio, era amico d’infanzia del poeta e con lui il legame si rinsaldò all’Università di Padova (a Lettere, naturalmente, Zanzotto; a Matematica e Fisica Zambon, che sarà poi attivissimo preside nel dopoguerra). Zambon era figlio della maestra Teresa, ricordata dalla mitobiografia zanzottiana per la simulazione di voto, al plebiscito del ’29, cui venne costretta a scuola: a fatica fu messo a tacere lo scandalo quando Andrea (figlio del pittore antifascista Giovanni) a otto anni fu l’unico, in classe, a scrivere un grande «NO» alla lavagna. Durante il fascismo trionfante sarà Zambon (poi Internato Militare nei Lager tedeschi, essendosi sottratto alla leva della R.S.I. dopo l’8 settembre) il più intimo confidente dei turbamenti spirituali e filosofici, e infine della perdita della fede, da parte di Zanzotto. Mentre la sorella di Attilio, Zoila, nel dopoguerra sarà a sua volta collega a scuola del poeta: a lei e ad altre amiche si rivolge all’inizio del ’45, dopo aver disertato dal Regio Esercito per unirsi alla Resistenza come «partigiano non violento», per nascondere le poesie che, di lì a sei anni, diverranno il suo libro d’esordio Dietro il paesaggio. Lei racconterà le drammatiche vicende del ’44-45 in un libro, Fuoco nella vallata, uscito alla vigilia della sua morte, nel ’92: che, letto oggi, fa da testo a fronte «in chiaro» delle allusioni, invece sempre criptiche, che a quelle fiamme fanno i versi e le prose di Zanzotto.
a cura di Silvia Volpato e Giovanni Zanzotto, introduzione di Francesco Zambon
Molesini, 2025, pagg. 121, € 15
Una versione più breve di questo articolo è uscita sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»
« da irriducibile grillo parlante… Di Zanzotto, Fortini si considera amico da quasi vent’anni… E con un calembour di sofistica dialettica ne ha sconsigliato la pubblicazione, non senza uno schizzo di veleno in clausola: tanto lo so che non avrete il coraggio di farlo… Ma con Fortini non si sa mai… un libro, Attraverso Pasolini, che finirà per essere quasi un testamento (nonché, a suo disdoro, forse il suo capolavoro…. È Fortini, anche autoironico coi suoi estri di polemista-torturatore, ad aprire il fuoco… Fortini, sempre insopportabilmente onesto… suo marxismo ineptum prorsus credibile… delle Sette canzonette del Golfo di Composita solvantur, che nel ’94 cantano con caramellati melismi metastasiani»
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Quante perle di malevolenza nei confronti di Franco Fortin in questo saggio di Andrea Cortellessa! Mi chiedo il perché. Nessuno gli vieterebbe di preferire la poesia di Zanzotto a quella di Fortini. Ma costruire tutto il saggio attorno al termine di ordalia (sia pur usato da Zanzotto), romanzare la serata della presentazione de «La Beltà» («Sono i primi di giugno del 1968, ma quella sera a Milano si gela. Qualche mese prima è uscito un libro che brucia […] Dopo di lui viene però la volta di Franco Fortini») e ficcarci anche uno sberleffo al «suo marxismo ineptum prorsus credibile»? Invece di duelli (Fortini-Zanzotto, Fortini-Pasolini, eccetera), sarebbe meglio parlare di confronto tra diversi, tanto più che – come ho letto – nel carteggio in questione « gli scambi epistolari […] attestano la stima profonda e tenace tra i due [e] i dissensi e le convergenze non fanno che contribuire alla ricchezza del loro dialogo».
(https://www.quodlibet.it/libro/9788822921970)