a cura di Francesco Lauria

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di   

   

Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti

 

UN DIALOGO, TRE GENERAZIONI MILITANTI

 

Ha scritto il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, in un articolo a venticinque anni dal G8 di Genova, pubblicato postumo, citando la politologa e attivista Susan George, che la gran parte dei manifestanti di Genova ha rappresentato “il primo movimento di massa della storia che non chiese nulla per sé, voleva solo giustizia per il mondo intero”.

Ma, al di là della retorica degli anniversari e dei reducismi, che cosa rimane di quel grande movimento di massa, represso brutalmente dal potere? Che cosa rappresenta oggi Genova per chi l’ha vissuta e che cosa per chi, impegnato/a nella lotta al cambiamento climatico e nella ostinata costruzione di un mondo più giusto, nel 2001 ancora non era nato/a?

Ne abbiamo parlato con LOTTA, classe 2002, giovane artista e attivista “vegan e queer” e Aluisi Tosolini, classe 1959, filosofo dell’educazione e coordinatore nazionale delle Scuole per la pace, intervistati da Francesco Lauria, nato nel 1979, giornalista militante presente a Genova durante i fatti del G8. Tre diverse generazioni in dialogo.

 

BIOGRAFIE IN UN MONDO IN FIAMME: LOTTA

 

LAURIA: “Capii che forse aveva poco senso fare musica in un mondo in fiamme… Poi compresi che la musica poteva diventare “suono del cambiamento”. LOTTA, ma tu chi sei? Come sei arrivata, qualche mese fa, a Santa Marta, in Colombia, al Fossil Ful Treaty Summit?

 

LOTTA: Ho passato sette anni della mia vita immersa nella musica classica, tra liceo e conservatorio, ero stregata dalla grandezza, dalla bellezza della musica e di quanto suonarla mi stava dando. Il contrabbasso, il mio strumento principale, mi ha anche permesso di viaggiare fino in Cina. Avevo 16 anni e, da allora, c’è un filo rosso, comune, perché voglio continuare a viaggiare e a cantare, a portare con me e in me, la bellezza della musica classica.

Prima di LOTTA volevo chiamarmi Traviata, il mio obiettivo era far sì che tutto questo patrimonio culturale non si perdesse, perché non si tratta di un quadro: quando la musica classica tu smetti di suonarla, non esiste più.

 

Mi sono trasferita dalla provincia di Parma a Milano e qualcosa si è rotto. Ero abituata ad essere tra i pochi giovani contrabbassisti a Parma, mi sono scontrata con la realtà di essere tra i molti contrabbassisti al conservatorio di Milano, dove la competizione era molto più forte, direi spietata.

C’è stato un momento particolare, quando si era liberato un posto nell’orchestra, in cui mi sono ritrovata a sperare che una delle mie più care amiche sbagliasse a suonare, le cadesse l’archetto, stonasse, perché io, come tutti gli altri/le altre peraltro, volevo quell’opportunità.

Sono uscita dal conservatorio tornando verso casa dicendomi: “ma se io a venti anni sono così, a quaranta cosa sarò?”

Non trovavo più, nel mio cammino, il senso.

 

Stavo ripetendo spartiti spiegazzati in prove d’insieme dove passavamo le pause cercando l’uno l’errore dell’altra.

Ho capito che non era più il mio ambiente, il mio spazio. Sono entrata a far parte di un orto condiviso di Legambiente a Milano, dove un giorno è stata appesa una locandina dei Fridays for Future.

Ma qualche anno dopo, in quel momento di crisi della mia vita, Fridays for future ha organizzato un presidio davanti al Teatro alla Scala, che rappresentava il simbolo di quello che sarei voluta diventare. Lì c’è stato il mio primo incontro, in piazza, con ragazze e ragazzi con i megafoni a urlare, a chiedere giustizia per un futuro più giusto, anzi per un presente fuori dalle guerre che attuasse la transizione ecologica.

 

Ho iniziato a informarmi ed è stato annichilente, quando la crisi climatica nel 2022 è entrata pienamente nella mia vita per me non c’era più spazio per nient’altro. Volevo lasciare la musica, volevo lasciare tutto perché la musica stessa era diventata una distrazione rispetto allo sconvolgimento planetario che l’umanità stava attuando.

Che senso aveva passare otto ore sulla tastiera del contrabbasso mentre il mondo stava bruciando?

Sono quindi partita per una mobilitazione a Strasburgo per far sì che nella tassonomia europea non venissero inseriti gas e nucleare come fonti sostenibili e, davanti al Parlamento Europeo, ho svolto la mia prima azione di disobbedienza civile.

 

Avevo alle spalle anche l’attivismo della mia famiglia: mio padre ha militato in Autonomia Operaia.

In quella manifestazione, urlavamo davanti al Parlamento. Facevo parte dei canoisti sul fiume Reno, dovevamo essere il diversivo per rallentare la polizia e far sì che gli altri potessero continuare a manifestare. Tempo zero, sono arrivate due barche della polizia che ci stavano portando via…

Mentre ci scortavano, l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata cantare e lì è successo qualcosa che ha cambiato la mia vita, che ha modificato tutto, perché il poliziotto si è messo a fischiettare “Bella Ciao” insieme a me.

Può sembrare assurdo, ma io ho sentito umanità, nonostante le mie idee molto radicali sulla polizia.

 

In quel preciso momento, però, non eravamo più la militante e la forza dell’ordine, eravamo diventati due esseri umani che cantavano insieme su un fiume in una bellissima giornata.

Alla fine il poliziotto ci ha lasciati andare, forse non solo grazie alla musica, ma si era creato qualcosa di diverso.

Sono tornata a cantare e ballare davanti al Parlamento, pensando che se è dagli anni Settanta che si parla di collasso climatico ed ecologico, non si è ancora fatto abbastanza e le posizioni delle multinazionali, delle persone, delle politiche non sono ancora cambiate, le emissioni stanno ancora crescendo, allora forse c’è bisogno di cambiare il modo di comunicare.

La musica, l’arte in generale poteva rappresentare quella rottura che facesse abbassare le difese, che permettesse alle persone di ascoltare un messaggio.

 

Ho scritto lo spettacolo “Detonazione”, dove racconto come una contrabbassista classica sia diventata attivista climatica davanti al Parlamento europeo. L’ho iniziata a cantare nelle piazze europee di Parigi, Berlino, Praga e Vienna, superando le mie paure, portandomi cassa e contrabbasso..

Poi sono tornata in Italia: Fridays for Future, Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Greenpeace, Legambiente e altri hanno iniziata a invitarmi e a supportare la mia musica e tutto questo, da pura passione è diventato anche il mio lavoro.

Ma se non ci fosse stato quel momento a Strasburgo, se non avessi cantato in quel momento io avrei abbandonato la musica, avrei abbandonato chi ero e quello che mi rendeva felice per diventare qualcos’altro.

 

Devo tanto a quell’istante, perché in questo periodo di ecoansia, paura, collasso economico-politico, la musica mi dà speranza ed è quella barca, quella zattera su cui mi aggrappo per affrontare la catastrofe in cui siamo già immersi.

Vengo dall’Emilia-Romagna, e vediamo, tocchiamo come il collasso climatico stia entrando nelle nostre case, con le alluvioni da un lato e le ondate di calore dall’altro.

Se non avessi la musica tutto sarebbe molto difficile…

 

BIOGRAFIE IN UN MONDO IN FIAMME: ALUISI TOSOLINI

LAURIA: Da Strasburgo torniamo a Tricesimo in provincia di Udine e ricostruiamo brevemente anche il percorso, il cammino di un esperto nazionale sui temi dell’intercultura, dell’educazione degli adulti, delle religioni come Aluisi Tosolini che appunto è stato anche preside della tua scuola e quindi avete un incontro precedente in comune. Raccontiamo Aluisi per chi non lo conoscesse…

 

TOSOLINI: parlo da nonno in questa situazione, quindi da vecchio. Non so se saggio. Rispetto ai ragionamenti fatti credo di poter fissare pochi punti nella mia formazione.

Il primo punto ha a che fare, lo citava Lotta parlando di suo padre, con il guardare a Padova ad Autonomia Operaia. La mia colonna sonora erano, allora, gli Area di Gioia e rivoluzione.

Era il 1976-77, io studiavo a Venezia e, per motivi di salute, mi trovavo spesso a Padova.

 

Dentro quella sorta di fascinazione giovanile, perché ero comunque un adolescente, c’è l’acquisto di un libro, di un piccolo libro che conservo gelosamente, che è “Il dominio e il sabotaggio” di Toni Negri. Un testo sul metodo marxista della trasformazione sociale, scritto in uno dei momenti più drammatici, polarizzati e violenti della storia repubblicana italiana.

L’anno successivo mi sono trasferito, sempre per motivi legati ai miei studi, in provincia di Como e lì rimasi segnato da quello che fu l’omicidio Moro. Vorrei anche ricordare che in quel periodo, prima e dopo, l’Italia è stata segnata dalle stragi nere. Ho ben presente la stazione di Bologna, ho ben presente, prima l’Italicus, Piazza della Loggia, Peteano.

 

Questo è il clima. Arrivai a Parma alla fine del 1978, avendo iniziato a studiare alla facoltà teologica della città emiliana, per poi partecipare a quella che da lì a pochissimo sarebbe divenuta la rivista Missione Oggi con la guida di Padre Eugenio Melandri che da quell’esperienza partì sino a diventare parlamentare europeo per Democrazia Proletaria (1989-1994).

Partii quindi meno che ventenne da Toni Negri, per attraversare da spettatore le Brigate Rosse e arrivare alla scelta nonviolenta.

Il mio primo libro, scritto con il compianto Gianni Calligaris per l’Emi (Edizioni Missionarie Italiane) è stato Boycott Sudafrica. Banche italiane e dintorni che sanciva il nostro impegno nel boicottaggio nei confronti delle banche e delle aziende che lavoravano in Sudafrica e finanziavano, quindi, il regime dell’apartheid.

 

Sono vicende lontane, ma che hanno segnato la mia esistenza. Poi ho iniziato a fare prima l’insegnante fino a che nel 2001, quasi in contemporanea con i fatti di Genova e poco dopo la morte improvvisa e drammatica di mio padre, sono divenuto preside.

Da dirigente scolastico a Fornovo (Pr), una delle primissime esperienze che mi portò sui giornali nazionali fu l’impegno della scuola elementare di Riccò nei confronti della guerra in Iraq. Sconcertammo i molti che pensavano che la scuola, soprattutto elementare, non deve interessarsi di queste cose. Da allora non ho mai smesso.

 

Negli anni precedenti ero stato anche componente della prima commissione ministeriale sull’educazione interculturale per cui mi sono interessato tantissimo di questo tema. Mi sono impegnato molto nel dirigere istituzioni scolastiche che cercassero di realizzare per gli studenti, quindi anche quando, nella mia vita professionale, ho incrociato la giovanissima Carlotta/Lotta, l’articolo 3 della nostra Costituzione, cioè rimuovere ostacoli.

Oggi, da poco in pensione, cerco di continuare il mio impegno, anche da filosofo dell’educazione e formatore nella cooperativa sociale Casco Learning.

 

EXTINCTION REBELLION E NON SOLO…

LAURIA: LOTTA, oggi tu fai parte di Extinction Rebellion: ovunque vai ci racconti che esiste una rete nello stesso movimento globale. Quali forme organizzative? Chi siete, a livello collettivo? Con chi collaborate?

 

LOTTA: Extinction Rebellion è casa, ovunque io vada nel mondo so che c’è questa rete che mi potrà supportare. Arrivata, ad esempio in Brasile per la COP 30 e conoscere le attiviste di Extinction Rebellion Venezuela, ci siamo guardate e in un nanosecondo sapevamo già perché e come, insieme, stavamo combattendo.

Ci sentiamo parte dello stesso movimento globale. Quindi possiamo andare in ogni parte del mondo e sentirci a casa: dove qualcuno non ti guarderà con sospetto, ma ti accoglierà anche perché sa cosa tu stai facendo nel tuo luogo di provenienza.

 

Extinction Rebellion è nato dopo la partenza di Fridays for Future, alla fine del 2018, con la mobilitazione globale per il clima, grazie a Greta Thunberg che ha dato una grande svolta al movimento climatico. Serviva appunto una forma organizzativa, una voce comune e condivisa da seguire e da lì il movimento si è diramato quasi in tutto il mondo.

Abbiamo anche dei gruppi nel continente africano, in quello oceanico. È sorprendente l’ampiezza che XR è riuscito ad avere.

C’è una ragione che può apparire banale, ma che non lo è: l’autonomia di ogni gruppo.

Ci sono dieci principi di base che devono essere rispettati per rimanere all’interno di una visione condivisa, ma orizzontale.

Non esiste, né mai ci sarà, infatti, un capo cui chiedere il permesso di fare qualcosa.

 

Io credo fino a un certo punto alla “bandiere”: sono parte di Extinction Rebellion, ma collaboro anche con Fridays, Greenpeance. Per me è importante sentirmi parte di una mobilitazione globale intersezionale.

La lotta climatica va insieme alla lotta al neocolonialismo, alla lotta al capitalismo, alla battaglia transfemminista, a quella per i diritti degli animali.

Extinction Rebellion per me è stato un incubatore di democrazia, basti vedere come in Italia avvengono le elezioni, come il potere si muove tra di noi, come i mandati di una stessa persona non durino mai più di sei mesi.

 

C’è poi il tema delle competenze, del sapere condiviso, un database online, esistente dal 2019, in cui sviluppare in forma collettiva, attraverso il web le nostre alternative, la nostra rete fuori dal mainstream delle multinazionali che ci permette di condividere e divulgare le informazioni.

Faccio un esempio: se XR Roma organizza una mobilitazione su un tema, dispone di tutta l’intelligenza collettiva raccolta dentro questi database, può conoscere, in anticipo, come è andata, ad esempio, la stessa mobilitazione a Boston, chiedere consigli a XR Londra.

Abbiamo delle fondamenta potenti: tra i principi fondamentali ci sono la cultura rigenerativa, quella del consenso e l’ascolto attivo.

 

C’è il momento invernale di formazione, poi quello primaverile di progettazione dell’azione. A fine aprile iniziamo a mobilitarci. Poi c’è l’estate per prenderti cura di te, fare cultura rigenerativa, ascoltarsi l’un l’altro/a, chiederci come ci sentiamo, qual è la direzione che vogliamo dare. Poi riparte di nuovo la formazione, anche da un punto di vista legale per conoscere quali sono i nostri diritti durante un’azione di disobbedienza civile, etc. Seguiamo i ritmi della natura e l’ascolto e la cura sono importanti, per noi, quanto l’azione.

Studiamo la comunicazione non violenta perché quando sei in azione devi sapere come ridurre l’escalation.

Quando entriamo in in azione abbiamo un “buddy”, una persona che per tutto il tempo si prenderà cura di te e nel momento in cui avrai bisogno di ascolto potrai, in qualsiasi momento, contare sul suo aiuto.

 

Sono metodi diversi ed è giusto che tutti quanti vadano nella direzione che ritengono loro consona per produrre il cambiamento, non c’è una unica strada.

Extinction Rebellion è un movimento molto ricco di arte: ogni azione è pensata come fosse uno spettacolo per far sì di coinvolgere, includere la gente.

Penso alle Red Rebel che sfilano come simbolo globale rappresentando le anime delle persone che hanno perso la vita a causa del collasso climatico, le foreste che sono state degradate, gli ecosistemi che sono stati distrutti.

Ad esempio alla Big One, una barca rosa portata in centro a Londra, quando abbiamo bloccato la città per giorni con danze, canti e cortei. Con gli scienziati che venivano a parlare in piazza con centinaia di persone tutte intorno ad ascoltarli.

È potente cercare di tradurre i dati in arte per far sì che arrivino alle persone in modo dirompente.

 

“CHIEDO SCUSA SE VI PARLO DEL G8 DI GENOVA…”

LAURIA: Scrive Lorenzo Guadagnucci nel suo recentissimo libro Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova

 

“ci troviamo a vivere un quarto di secolo dopo i fatti del luglio 2001, in un mondo anche peggiore di allora, più ingiusto, più insicuro, e in preda a una crisi esistenziale più che profonda (è in crisi l’idea stessa di futuro); un mondo letteralmente in fiamme, per il clima surriscaldato e fuori controllo, e perchè la guerra è tornata a essere il mezzo principale per affrontare (senza risolvere e anzi aggravare) le controversie internazionali, in un contesto di degrado morale, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia globale o, almeno, in quella dell’Occidente.”

 

Che ricordo o idea avete, LOTTA e Aluisi, delle giornate di Genova 2001? Se allora credevamo in un altro mondo possibile e necessario e ci trovammo di fronte alla repressione globale (e nazionale) che provò (e in parte riuscì) a “spezzare il movimento”, oggi a che punto siamo? Quali similitudini e differenze, a vostro parere, con la situazione di 25 anni fa, quando tu LOTTA, ancora non eri nata?

 

TOSOLINI: proviamo a prenderla da un lato musicale, non so cosa pensi LOTTA di Marracash, ma c’è un testo molto bello, che a me piace moltissimo: “Gli sbandati hanno perso”.

Diciamo così: è un po’ l’inno della mia generazione. Il che non significa introiettare la sconfitta, ma prendere atto in maniera molto specifica, tecnica, concreta, che quel mondo che a Genova si chiedeva e si pensava essere un nuovo mondo, il mondo possibile, si sta realizzando a rovescio.

 

Prima LOTTA ha usato due termini, colonialismo e decolonizzazione. Oggi lo scontro che abbiamo è all’interno di un processo di ricolonizzazione del mondo, che avviene in maniera molto brutale. Tornano quelli che alcuni hanno chiamato i borgiani, cioè torna l’idea che se tu hai forza, se tu sei forte, fai quello che vuoi e non te ne frega niente degli altri, delle regole, punto.

La forza può risiedere in tantissime cose: nelle armi, nei soldi. Oggi si situa anche in quello che viene chiamato il nuovo dominio computazionale, legato all’intelligenza artificiale. Se tu hai soldi, se tu sei Peter Thiel, ottieni davvero ciò che vuoi, fai eleggere il vicepresidente degli Stati Uniti e imponi agli altri il tuo punto di vista, colonizzi il loro vissuto, la loro mente, la loro testa.

 

Oggi io vedo questa situazione in cui sostanzialmente prendo atto alla Marracash che gli sbandati hanno perso, ma anche che un altro mondo, non so se è possibile, ma certamente è necessario.

Quello di oggi è un mondo alla T-Rex, cioè un mondo destinato all’estinzione, come Lotta ha chiarito molto bene, dal punto di vista climatico, ma non solo. Penso, ad un tema cui, per l’impianto nonviolento da cui vengo, io ho sempre dedicato molta attenzione: la guerra. Coordino ancora oggi, dopo venticinque anni la rete delle scuole per la Pace in Italia, ma oggi la guerra, ogni guerra, è tornata ad essere pensabile, pensata e realizzata.

Non c’è dibattito su questo tema, è normale che un colonizzatore possa utilizzare la guerra per realizzare i suoi scopi. Se non ti sta bene ti sparo. Come ribellarsi a tutto ciò, come cambiare punto di vista, è un punto importantissimo.

 

LOTTA: durante Genova 2001, io non ero ancora nata.

Genova io la sento all’interno dei movimenti come un monito, un ricordo costante presente anche nel mio gruppo di attivismo dove sono davvero rappresentate tutte le età.

Non condivido il fatto che il cambiamento venga portato avanti solo dai giovani, non solo ci è stato consegnato un mondo rotto, ma ora pare che ci venga chiesto anche di aggiustarlo da soli.

Dobbiamo unire le generazioni.

 

Vorrei fare un paragone con un fatto recente senza, ovviamente, mettere sullo stesso piano la vita di Carlo Giuliani o quello che è successo alla Diaz, ma che, però, è qualcosa di lugubre che io sento dentro come donna e come attivista.

Mi riferisco a ciò che è avvenuto a Bologna e a Brescia, dove delle attiviste di Extinction Rebellion sono state portate in questura… È stato poi chiesto ad alcune ragazze di spogliarsi completamente e di rimanere nude davanti a un agente di polizia. Una vera e propria intimidazione visto che queste pratiche si adottano con le persone di cui si ha la certezza portino addosso droga o armi.

Pensiamo poi al nuovo DL sicurezza e all’istituto del fermo preventivo, chi non ha fatto nulla può essere fermato nell’eventualità che possa manifestare il suo dissenso, stiamo raggiungendo i livelli più che autoritari nel senso non e più tollerato alcuna opposizione.

 

Certo uscendo dai nostri contesti avvengono fatti, se possibile, ancora più gravi: quando sono stata alla Cop 30 in Brasile ho conosciuto una capa indigena della valle di Acara all’interno dell’Amazzonia che è stata rapita e tenuta segregata a Rio de Janeiro per due mesi.

Il messaggio era chiaro: “se tu continui a combattere contro la multinazionale che sta degradando il tuo territorio, sta rubando il terreno agli spazi degli indigeni, se tu continui ad opporti al nostro dotto per l’alluminio, dove pescavate e potevate vivere, sei morta”.

Con l’inquinamento dei fiumi le comunità indigene non possono più vivere dei loro territori e sono costrette, per sopravvivere, di usufruire delle industrie capitaliste e dei supermercati.

 

Stiamo distruggendo la cultura indigena, piegandola a quella occidentale, inquinando i loro territori e accettando che vengano segregate, le persone che combattono per i propri diritti.

Ho conosciuto questa donna indigena che sta continuando a combattere nonostante non possa uscire dai suoi territori senza una scorta armata che, stringendomi la mano, mi ha detto: “stiamo combattendo la stessa battaglia”.

Siamo animali sociali e l’individualismo che c’è in questo momento ci sta uccidendo.

Questa capa indigena, questa donna mi ha donato tutta la forza necessaria per continuare ogni battaglia, ogni rivolta, da qui ai miei prossimi ottant’anni.

Personalmente non ho bisogno di altro.

 

“LA SOCIETA’ NON ESISTE”?

LAURIA: 1987, anno peraltro del G7 a Venezia, contestato in forme nonviolente proprio da Democrazia Proletaria allora guidata dall’ex protagonista del ’68 italiano Mario Capanna, Margareth Thatcher, premier donna alla guida del Regno Unito dichiara: “la società non esiste, esistono solo gli individui”.

Quali priorità politiche collettive oggi? Che cosa intendete per giustizia climatica e sociale? Tornando a Santa Marta, come organizziamo la transizione, a partire dal lavoro? Che ruolo gioca e giocherà, anche dal punto di vista ecologico, lo sviluppo estensivo dell’intelligenza artificiale?

 

LOTTA: La transizione ecologica potrebbe portare tantissimi posti di lavoro.

Ovviamente c’è bisogno di una transizione reale, c’è la necessità di formare le persone e di non abbandonarle. Il cambiamento è obbligatorio di fronte a una crisi idrica ed energetica, che diviene crisi economica e che non può che essere considerata anche una crisi democratica.

Un grande esempio di speranza è il collettivo di fabbrica ex Gkn con l’idea di occupare e trasformare la fabbrica passando dall’automotive ai pannelli solari e ai cargo bike.

Un progetto importantissimo, nato dal basso e sostenuto da un azionariato popolare di cui si parla in tutta Europa, molto più che nel nostro Paese.

Un progetto di cui si sarebbe dovuta occupare anche la politica, che assiste, inerme o complice, alla riconversione militare delle produzioni.

 

Un grande tema è come affrontare la sostenibilità energetica che, abbiamo visto, è condizionata, oggi, da pochi chilometri di mare nello stretto di Hormuz, sostenendo davvero le energie rinnovabili, a partire dal solare e dall’eolico.

Non sono un tecnico, sono una musicista che raccoglie e racconta storie, ma gli esperti ci dicono che tutto questo è possibile.

 

TOSOLINI: rispetto all’intelligenza artificiale, nuova frontiera, partirei citando tre testi: il primo potrebbe sembrare centrare poco, ma è molto importante: Omer Bartov: “Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele”.

Si tratta di un libro terribile che ci permette di vedere meglio come l’intelligenza artificiale sia utilizzata come strumento di guerra in grado di decidere chi lasciar vivere e chi far morire in pochi secondi. L’intelligenza artificiale in quanto strumento di guerra ha cambiato in maniera radicale l’idea stessa di guerra. Un secondo testo è di Mariarosaria Taddeo: “Codice di guerra. Etica dell’intelligenza artificiale nella difesa”. Taddeo è forse la più importante esperta di difesa dal punto di vista dell’intelligenza artificiale e, in questo volume, riflette sulle categorie della guerra giusta a partire dall’uso dell’intelligenza artificiale stessa e dal concetto di deterrenza.

 

Ci troviamo di nuovo a fare i conti con la logica odierna del dominio, cioè il potere computazionale.

Proprio in questi giorni ho scritto la recensione del volume di Paolo Benanti che si intitola appunto: “La nuova logica del dominio. Potere computazionale, democrazia e condizione umana”, che parte da una brevissima frase ripresa dal libro: “Postscritto sulle società del controllo” di Gilles Deleuze.

In quel volume, che ospita tra l’altro un dialogo tra Gilles Deleuze e Toni Negri, la tesi del breve testo di Deleuze è sostanzialmente questa: le macchine non sono semplici strumenti, ma forme materiali attraverso cui una società esprime il proprio assetto di potere.

A seconda del modello di società e dal grado di disciplina e autoritarismo ad esse corrispondono macchine che vanno da quelle più semplici, a quelle energetiche, fino a quelle informatiche.

 

Oggi possiamo constatare come il controllo non avviene più soltanto tramite reclusione oppure disciplina, comando esplicito, ma tramite modulazione di codici, dati, predizioni. Chi controlla oggi il potere computazionale controlla la realtà. Addirittura si dibatte oggi sulla possibilità di cambiare la memoria del passato, attraverso le scienze della mente che riescono a cambiare i dati e costruire un’altra memoria. Potrebbe succedere, ad esempio, con i fatti di Genova.

Che cosa significa tutto ciò: c’è chi parla di algocrazia, chi di algoretica.

Rispetto a questi temi le cose più interessanti credo che le abbia dette e anche fatte Papa Leone XIV con la sua enciclica: “Magnifica humanitas”.

Occorre mettere al centro la dimensione dell’umanità nei confronti dell’intelligenza artificiale.

 

Pensiamo alla Cina e agli Stati Uniti anche da questo punto di vista: come Europa siamo esattamente il vaso di coccio tra due vasi di ferro.

In Cina, l’intelligenza artificiale è socialmente accettata e utilizzata e in un’opera di controllo dittatoriale radicale di qualunque cosa accada. Sono sotto controllo persino i pensieri e le aspirazioni delle persone.

Negli Stati Uniti l’idea di fondo è che non ci possa essere nessuna regolamentazione dell’intelligenza artificiale perché ogni forma di regolamentazione equivale a un dazio e a bloccare lo sviluppo, a meno che non ci siano rischi di buchi nel sistema militare.

 

In ambito educativo si discute, invece, di che cosa significhi intelligenza artificiale antropocentrica.

Chiediamoci: sono parole di “consolazione”, oppure la sfida si gioca esattamente qui? Io penso di sì e che questa sia la sfida politica del presente e del futuro, cioè come riuscire a costruire non tanto leggi che dicano sì o no, ma percorsi democratici che rendano fruibili a tutti/e anche le risorse computazionali. Risorse che devono essere a servizio degli esseri umani, non viceversa, e devono essere “decolonizzate” e democratizzate.

 

RESISTERE ALLA REPRESSIONE, EDUCARSI ALLA PACE

LAURIA: LOTTA, ma tu sei quindi un’Eco-vandala da condannare a 5 anni di carcere? Come usare l’arte per catturare lo sguardo di chi guarda altrove… E tu ALUISI hai cresciuto, come preside, una teppista? Che cosa significa per te, da insegnante, educare alla pace in tempi di guerra?

 

LOTTA: per me è stato molto importante il momento a Venezia, durante l’Incontro Nazionale di Studi delle Acli sulla transizione ecologica, quando noi due, Francesco, ci siamo conosciuti.

Le due precedenti volte che ero stata a Venezia, infatti, avevo passato ore e ore in questura. La prima volta è stata epica perché non hanno arrestato solo me, ma anche il mio contrabbasso.

La prima volta era stata legata alla nostra manifestazione al Ponte di Rialto per fare luce sulle inadempienze della Cop 28, la seconda per le nozze blindatissime di Jeff Bezos.

 

In quest’ultima occasione è bastato esporre, per dieci secondi un cartello in piazza per essere presi, trascinati via, chiusi in una stanza in Piazza San Marco

Molto diversa l’ultima esperienza, nella bellissima cornice della Scuola di San Rocco, con gli affreschi del Tintoretto, è stato splendido passare dalla repressione all’ascolto.

Il punto vero è che se faccio “busking” con il mio cappello, senza aver chiesto il permesso di occupazione di suolo pubblico, al massimo mi chiedono di spostarmi, se tiro fuori una qualunque bandiera tutto cambia e si attiva la repressione.

 

Il Ministro Matteo Salvini e l’allora Sindaco di Venezia Brugnaro in quei giorni hanno persino chiesto per noi attivisti fino a cinque anni di carcere.

Nonostante la repressione, manifestare attraverso la musica e l’arte in generale rimane importantissimo.

Per migliorare l’ascolto e l’empatia con le persone cerco di utilizzare diversi stili: dalla musica classica a quella elettronica.

 

Andando nelle scuole propongo brani rap e pop, se mi sposto nelle piazze, mi capita spesso di spostarci sul genere folk e sul cantautorato italiano. Voglio parlare a tutte le generazioni.

Anche il mio spettacolo: “Detonazione” che ho portato nelle strade e nei teatri e che mi ha permesso di lavorare con la musica partiva da canzoni pop per avvicinare le persone per poi passare i miei messaggi politici.

 

TOSOLINI: la vicenda personale di Carlotta-LOTTA, che io ho conosciuto come giovanissima studentessa è un esempio di quello che può rappresentare una scuola che “apre la mente”. Con lei ci sono evidenti consonanze di pensiero ma la stessa cosa si può e deve dire anche per chi è finito a pensare esattamente l’opposto.

È importante impegnarsi per le proprie idee, approfondire, sapere anche che si può e si deve pagare direttamente di persona per i propri ideali.

La scuola ci deve aiutare a bandire l’indifferenza: credo che fare educazione significhi non indottrinare, ma creare le condizioni favorevoli affinché crescano e maturino cittadini/e capaci di prendersi responsabilità. Già questo è, sempre, educazione alla Pace.

 

UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE?

LAURIA: Un altro mondo è possibile”, allora la scritta che compariva su manifesti, bandiere, striscioni, chiese al tempo del G8 di Genova non era solo uno slogan, ma molto di più. Cito, sempre aiutato da Guadagnucci, solo alcuni temi, alcuni davvero sventuratamente derubricati nella miserevole politica istituzionale del solo presente di oggi: neoliberismo e movimenti sociali, decrescita e nuovi modelli di sviluppo, capitalismo finanziario e commercio equo e solidale, tortura e violenze della polizia.  E ancora: la remissione del debito, l’accesso ai farmaci (pensiamo, venti anni dopo al Covid…), l’agricoltura contadina, la democrazia partecipativa, il tema del ruolo dei media, allora nuovi, nell’attivismo e nelle mobilitazioni. Che cosa, secondo voi, rimane oggi, al di là della nostalgia dei reduci, di quella grande e multiforme mobilitazione?

TOSOLINI: Sono tutti i temi che continuano attualissimi. possono aver cambiato in parte nome, ma rimangono fondamentali. L’unico aspetto veramente nuovo che si è aggiunto è la dimensione della grande sfida dell’intelligenza artificiale di cui abbiamo già parlato. Per cui io, fra le parole proposte riprendo per il ragionamento che ho fatto fino adesso il concetto di democrazia partecipativa, ma anche, brutalmente, solo di democrazia.

 

LOTTA: Penso che alcuni dei temi più attuali siano il neocolonialismo e la crisi delle disuguaglianze…

Il neocolonialismo è pervasivo, ed è una responsabilità che ci riguarda da vicino. Penso all’operato di Eni nel continente africano, in paesi come il Mozambico o la Repubblica del Congo. Lì l’estrazione di gas e petrolio non porta sviluppo, ma alimenta instabilità e tensioni sociali. In Mozambico, nella provincia di Cabo Delgado, la corsa al gas naturale ha devastato le economie locali basate su pesca e agricoltura, esacerbando un conflitto civile sanguinoso e militarizzando interi territori per proteggere i pozzi, mentre la popolazione locale rimane esclusa da ogni ricchezza. In Congo, l’inquinamento e la pratica del gas flaring avvelenano l’aria e la terra da decenni.

 

Perfino dove Eni si presenta con la maschera della transizione, come in Kenya con la coltivazione di olio di ricino per i biocarburanti, le comunità locali denunciano rischi di accaparramento delle terre e minacce alla sicurezza alimentare in territori già fragili.

È un paradosso spaventoso, finanziamo e proteggiamo un sistema che destabilizza i territori d’origine, devasta gli ecosistemi e frena lo sviluppo delle economie locali per renderle dipendenti dalle nostre multinazionali. E poi ci lamentiamo dei flussi migratori e dei rifugiati che arrivano sulle nostre coste.

Eni è l’esempio più esplicativo di questa ipocrisia. Parliamo di un’azienda partecipata al 33% dallo Stato italiano – finanziata quindi con le nostre tasse – che storicamente rientra tra le 57 entità responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali di CO2. Nonostante le massicce campagne pubblicitarie sulla transizione ecologica, la quota reale di investimenti dedicati alle rinnovabili e alle tecnologie verdi è ancora risibile, ampiamente sotto il 20% del budget totale, mentre il cuore del business resta ancorato ai combustibili fossili. Non possiamo puntare il dito contro i grandi inquinatori globali se non iniziamo a guardare cosa finanziamo direttamente a casa nostra.

 

FEMMINISMO, EDUCAZIONE EMOTIVA, PATRIARCATO

LAURIA: Abbiamo parlato di combustibili fossili, ma avremmo potuto riflettere di armi o di carne. LOTTA, come sei cambiata livello individuale, personale? Che ruolo gioca in te il femminismo? Cosa significa definirsi vegan e queer? Che ruolo può giocare Aluisi l’educazione nel promuovere intelligenza emotiva in un mondo tutt’ora patriarcale e autoritario?

 

LOTTA: L’intreccio delle disuguaglianze si lega inevitabilmente all’intreccio delle discriminazioni. Per questo oggi non possiamo parlare solo di alleanza tra generazioni, ma anche di alleanza tra i generi. Come si costruisce un’alleanza che non cancelli le differenze, ma impari a conviverci? Il mio attivismo non è iniziato in prima linea contro i grandi inquinatori. È iniziato nella mia camera, davanti ai documentari che raccontavano dove l’umanità stava andando.

Scoprire i limiti planetari, capire che cosa stiamo facendo agli oceani, all’atmosfera, alla biodiversità, assistere al collasso degli ecosistemi e all’estinzione di massa di tantissime specie, mi ha costretta a guardare il mondo in modo diverso. In fondo stavamo distruggendo il nostro bene comune più grande: il pianeta.

 

All’inizio cercavo un colpevole. Il razzista, il negazionista, il sionista. Poi ho capito che la radice delle battaglie che attraversavo era sempre la stessa. La violenza. L’oppressione. Il più forte che, grazie al potere che accumula, schiaccia il più debole.

Credo che il problema non sia il potere in sé. Quando il potere smette di essere condiviso e si concentra nelle mani di pochi, finisce per corrodere le persone e le relazioni.

In Extinction Rebellion, nel nostro piccolo, proviamo a fare l’opposto. Condividere competenze, distribuire responsabilità, evitare che il potere si concentri. È questo che ci permette di crescere insieme e di immaginare un modo diverso di stare al mondo.

 

Per questo, ai miei occhi, la lotta transfemminista, quella LGBTQIA+, quella antispecista e quella per la giustizia climatica non sono battaglie separate. Hanno una radice comune. Quando ho compreso fino in fondo quello che infliggiamo ogni giorno agli animali, ho iniziato a considerarlo una delle più grandi forme di violenza sistemica che siamo riusciti a normalizzare.

Non dobbiamo dimenticare che circa l’80% dei mammiferi oggi presenti sul pianeta vive in allevamento per noi. Ogni anno uccidiamo decine di miliardi di animali per trasformarli in carne, mentre continuiamo a non essere capaci di garantire cibo a tutti gli esseri umani.

Quando ho scoperto tutto questo sono diventata vegana. Ma il mio percorso non si è fermato lì.

 

Ho iniziato a chiedermi che cosa accomunasse tutte le forme di oppressione che vedevo intorno a me. Più ci pensavo, più mi sembrava che la radice fosse sempre la stessa: la convinzione che una vita possa valere meno di un’altra e che chi ha più potere abbia il diritto di decidere per chi ne ha meno.

Credo che il giorno in cui riusciremo a guardare un bruco, una vacca o un essere umano riconoscendo che ognuno ha valore semplicemente perché esiste, sarà molto più difficile continuare a giustificare il razzismo, il patriarcato, l’autoritarismo o qualsiasi altra forma di dominio.

Per questo vedo nell’antispecismo una chiave di lettura fondamentale anche per la giustizia climatica e sociale.

 

Mi colpisce, ad esempio, che il veganismo sia molto più diffuso tra le donne. Forse perché è più facile riconoscere la violenza quando il corpo su cui viene esercitata ti è più vicino. Pensare a una vacca costretta a essere ingravidata artificialmente, separata dal proprio cucciolo e sfruttata fino all’esaurimento, per molte donne significa entrare immediatamente in contatto con quella sofferenza.

Senza generalizzare, credo che tutto questo abbia a che fare anche con una cultura ancora profondamente patriarcale, fondata sul dominio, sull’accumulazione e sul controllo. È la stessa cultura che rende così difficile mettere in discussione i combustibili fossili, gli allevamenti intensivi o un modello economico costruito sull’estrazione continua di risorse.

 

Per me tutte queste lotte sono profondamente intrecciate. Scegliere di non finanziare alcuni grandi brand, vestirsi di seconda mano, costruire rifugi climatici, condividere spazi e risorse, provare ad autoprodurre una parte di ciò che consumiamo sono modi diversi di praticare la stessa idea di mondo.

È quello che sto cercando di fare, ogni giorno, insieme alla mia famiglia e alle persone che mi sono vicine, partendo anche dalla casa in cui viviamo, sulle colline di Salsomaggiore Terme, che sentiamo il desiderio di aprire e condividere molto più di quanto sarebbe necessario per quattro persone.

 

TOSOLINI: Quello che ci dice LOTTA, implica che ci può fare davvero la differenza sono i maschi perché sono quelli che hanno più da recuperare.

È importante utilizzare la leva dell’educazione per aprire uno spazio di dibattito, anche attraverso piattaforme partecipative in cui i giovani uomini, possano ascoltare queste parole senza sentirsi giudicati e proponendo una loro differente intersezionalità.

Di per sé l’ambiente educativo, cioè la scuola, questo dovrebbe fare, per permettere a esperienze diverse di attraversare il percorso di formazione di ragazzi e ragazze.

 

Un momento educativo si sviluppa nell’interazione tra i soggetti, con una logica montessoriana che, non per niente, è stata dimenticata per molti anni in Italia sovrastata dalla “scuola” gentiliana, fascista e maschilista.

Maria Montessori è, peraltro, anche l’autrice di uno stupendo testo sull’educazione alla pace. I bambini e le bambine, nella loro interazione, costruiscono quindi un mondo nuovo e innovativo e questo vale molto per chi abbia la capacità e il coraggio, di lasciarli costruire questo mondo, nella libertà.

 

I NOSTRI SOGNI: CURA E CONDIVISIONE

LAURIA: concludendo, quali sono oggi i vostri sogni di libertà ed emancipazione? E quale sogno vorreste condividere con l’altro/a e con chi ci legge?

 

TOSOLINI: Prendo atto delle grandi differenze d’età: chi ha 67 anni ha una prospettiva ovviamente diversa rispetto a chi ne ha 24.

Il sogno, per me, è quello di continuare ad essere filosofo e i filosofi, per definizione, dovrebbero essere, come affermava Gilles Deleuze, dei creativi e dei creatori. I filosofi devono, infatti, saper usare il pensiero per mettere in crisi le narrazioni dominanti.

 

Il mio poeta di riferimento è sempre stato Pier Paolo Pasolini, cui si è aggiunto Pierluigi Cappello. In un testo stupefacente Pasolini così conclude un percorso in una sorta di poesia intervista.

 

“Dio mio, ma allora cos’ha

lei all’attivo?…”

“Io? – [un balbettio, nefando

non ho preso l’optalidon, mi trema la voce

di ragazzo malato] –

Io? Una disperata vitalità.

 

Credo che il mantenere attiva la propria disperata vitalità sia la risposta. In un’altra poesia Pasolini afferma: una società destinata a perdersi è fatale che si perda, un individuo mai. Io sogno di mantenere sempre attiva la mia disperata vitalità, con tutta la forza di quella che padre David Maria Turoldo chiamava: “disperata speranza”.

 

LOTTA: All’inizio del mio attivismo, nel 2022, avevo un obiettivo molto semplice. Pensavo che, se fossimo riusciti a fermare la crisi climatica, un giorno sarei tornata a suonare in orchestra, a suonare Puccini.

Poi il mio orizzonte si è allargato.

 

Ho iniziato a vedere quanto le lotte fossero intrecciate tra loro. La giustizia climatica, il colonialismo, la liberazione della Palestina, i diritti degli animali, il transfemminismo. Oggi non so se tornerò mai a suonare Puccini. So però che continuo a immaginare un mondo senza gabbie, dove la liberazione umana e quella animale camminino insieme, fondate sul rispetto reciproco e sull’educazione.

Sogno anche uno Stato che sappia prendersi cura delle persone, che difenda chi prova a costruire il bene comune e che mi faccia sentire accolta, non un’«eco-vandala» solo perché rivendico il diritto di respirare.

 

Vorrei esserci, da viva, quando inizieremo davvero a redistribuire il potere e la ricchezza oggi concentrati nelle mani di pochissimi. Sogno una società che riconosca un limite all’accumulo individuale e che scelga, finalmente, di mettere al centro la cura.

Forse, in fondo, è questa l’iperstizione che continuo a coltivare. Non aspettare che quel mondo arrivi, ma provare a viverne ogni giorno un piccolo pezzo.

 

TOSOLINI: LOTTA ha citato, giustamente, tantissime volte il concetto di cura. C’è un testo che voglio ricordare in conclusione: Filosofia della cura di Luigina Mortari, un libro che riparte da Platone ed Heidegger.

Che cosa significa cura? In primo luogo è “dar da mangiare”, cioè procurare l’essenziale alle persone. In secondo luogo cura è impegnarsi per permettere a tutti/e di esprimere e realizzare i propri sogni. Terzo: cura si esprime nel senso “primo” di curare, aiutare prioritariamente i fragili, in particolare nella malattia.

Ovvero: conservare e proteggere la vita, far fiorire l’esistere (educazione), riparare le ferite dell’esserci (terapia)

 

Io credo in queste tre dimensioni, che sono dimensioni relazionali, perché la cura è sempre relazione di cura.

La violenza elimina la cura, perché elimina la relazione e ogni singolo individuo non è, se non nella relazione.

Nessuno di noi nasce fuori da una reciprocità condivisa.

Guarda caso, il potere computazionale mira proprio al contrario: a togliere l’”in” davanti individui e farci diventare dei “dividui”.

Quindi semplicemente dei numeri, automi senz’anima.

 

 

PER APPROFONDIRE

LOTTA: http://lottaforchange.it

TOSOLINI: http://cascolearning.it/magazine/author/aluisi-tosolini/

LAURIA: http://fiesolebarbiana.blogspot.com

G8 DI GENOVA: https://globalhistorydialogues.org/stories/the-good-and-bad-practices-of-dissent-the-2001-genoa-g8-summit-anti-globalisation-protestshttps://www.documentafilm.com/g82001_eng.html

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